Piccole storie del mondo grande
Part 2
Tutte le argomentazioni di Astese — e ognuno può pensare se ne aveva a dovizia — non valsero a far sì che Lia desse il suo acconsentimento di proseguire.
Fu sturata un'altra bottiglia che era valido documento della bontà della cantina e poi si andò a dormire.
*
Il lume lunare entrava nella stanza ospitale di Astese, e la luna tonda passeggiava fra le cime dei pioppi azzurri.
Astese conobbe nel corridoio il passo di Leuma e lo chiamò piano.
— Hai bisogno di niente? — chiese Leuma.
— Niente, caro; ma se tu mi racconti la storia del tuo matrimonio, mi farai un piacere, tanto più che sino a mezzanotte di solito non prendo sonno.
Leuma crollò il capo come si fa coi bambini ostinati a cui non si può dire di no.
— Aspetta che Lia dorma, — bisbigliò andandosene.
Ritornò poco dopo e cominciò così:
— Se tu credi che la storia del nostro matrimonio contenga degli episodi drammatici, ti sbagli. Però è abbastanza singolare e credo che, più degli altri, ce ne siamo meravigliati noi che fummo i protagonisti.
Dunque senti, già che ti piace di udire:
Quando vidi Lia per la prima volta sui banchi della scuola, a me fece l'impressione di un essere appartenente al genere neutro: si distingueva dagli altri solo perchè portava le sottanine in vece dei calzoni e rispondeva al nome dantesco di Lia invece che a quello di Pietro o di Paolo.
Ma dopo un po' di tempo mi sono accorto che quell'essere neutro aveva due grandi occhi: due occhi pensosi sotto due grandi ciglia e che sovente mi guardavano attoniti.
Ora viene il bello: sta a sentire quello che accadde dentro di me. Tu ricordi benissimo quello che ero io in collegio verso i quattordici e i quindici anni: cioè il più fantastico, il più esagerato, il più melanconico ragazzo che mai ci sia stato, a tal punto che in refettorio, con delle fami atroci, mi vergognavo di mangiare la polenta che ci imbandivano così di frequente, perchè mi pareva cibo poco poetico. Me ne ricordo benissimo, e ricordo anche come tu ti sforzavi di correggermi e di confortarmi: mi ricordo anche di un tuo bigliettino che mi mandasti in risposta alla più disperata delle mie lettere: dicevi semplicemente:
O cervello settantenne che le penne non hai ancor per volare in alto in alto e d'assalto conquistare un ideale, o cervello fatto male, ti saluto.... e sono ognor....
Ora è proprio vero che chi si è ubbriacato una volta tornerà ad ubbriacarsi ancora e chi dai primi anni si è abituato a vedere le cose del mondo con degli occhiali colorati, stenterà del tempo prima che possa riconoscere le proporzioni e i colori esatti. Per le anime sensibili e di vivace fantasia il collegio, credi, è una gran rovina!
Io, dopo aver visto tutte le mie illusioni infrangersi contro il muro di bronzo della realtà, dopo aver consumato anni, danaro, energie cercando di dare forma e corpo ai fantasmi del mio cervello, io fui ancora ripreso dal piacere di sognare e di imaginare.
Quei grandi occhi di Lia che mi guardavano attoniti, mi dicevano: “Noi siamo gli occhi di una fantastica piccola anima che è proprio simile all'anima tua quando avevi quindici anni: il piccolo corpo non regge a sostenere quest'anima!„
Allora fui vinto dalla voluttà malefica di svegliarla, eccitarla, quell'anima, proprio come era avvenuto dell'anima mia. I programmi delle nostre scuole lasciano, pur troppo, largo margine ad una testa balzana di formarne altre parecchie a propria imagine e somiglianza.
Naturalmente io non poteva, in iscuola, parlare nè dell'eterna lotta fra l'ideale e il reale, nè della inutilità della vita, nè del dolore che è anima delle cose, nè della “infinita vanità del tutto„: questo no: però tutto quello che di glorioso, di eroico, di fantastico dicono che sia avvenuto nel mondo, io lo feci passare davanti alla mente di Lia: Ippolita regina delle Amazzoni, Enea che varca il mare, Alessandro che conquista l'Oriente, Cesare che varca il Rubicone, Socrate che muore per la verità, Prometeo che rapisce il fuoco a Giove, Antigone che guida il cieco padre nel bosco di Colone, tutto questo ed altro ancora passò per la piccola scuola: una cavalcata eroica. Stavo però nei programmi, come tu vedi!
Gli scolaretti mi stavano a sentire a bocca aperta e andavano dicendo per il paese che un professore come il signor segretario comunale non lo avevano avuto mai; che si divertivano tanto a sentirmi: gli occhi poi di Lia mi guardavano sempre più attoniti e, fuori, il religioso silenzio della scuola era interrotto dal _ci ci_ allegro di molte nidiate di passerotti che prolificavano in un piccolo giardinetto.
Non ti negherò per altro che alle volte ero preso da un sentimento come di rimorso. “Faccio male — dicevo fra me — a turbare quell'anima ingenua, a pascerla di fantasie che non avranno mai riscontro nella vita. Gli eroi come i santi sono morti: inutile il rievocarli.„ Però un bel giorno feci l'amara scoperta che la mia scolaretta non dava segno dell'infezione idealistica che io le somministravo giornalmente.
I cómpiti di lei erano un documento irrefragabile. Certe tesi morali, a bastanza audaci, che io dava da svolgere, erano da lei ricondotte con frasi semplici e piene di buon senso al loro termine giusto, e con una temperanza di criterio che si sarebbe detto un aperto rimprovero al maestro.
Ne rimasi male e mi sentii mortificato.
Le mie classificazioni stavano sul livello del cinque, e ogni tema portava una di queste note: — Tema pedestre — Puerile — Manca ogni senso dell'arte — Difetto di idealità — e simili.
“Ma insomma, signorina, — le dissi una volta, — non è capace di far meglio?„
Mi rispose con voce piagnucolosa:
“Ma, signor professore, io non sono buona di fare i lavori che fanno gli altri„ (gli altri, cioè i compagni, facevano, a onor del vero, dei cómpiti della più sfacciata retorica); e proseguì: “io non capisco che cosa è questa idealità che lei vuole!„
Io la guardai fissamente, e i suoi occhi mi guardarono assai attoniti.
Un giorno leggevamo un passo di non so quale autore, dove era detto che la vita è una cosa triste.
Domandai a Lia che cosa ne pensasse di questa sentenza. Mi rispose che non sapeva rispondere ad una domanda così difficile.
“Ma avrà pure un'opinione, avrà pure un giudizio nel suo cervello;„ insistetti io.
“Allora per me, se devo dire quello che penso, dirò che a me la vita sembra bella e che sono tanto contenta di vivere.„
Un'altra volta, mi ricordo, non avea fatto ii lavoro di latino, ed io le dico: “Ma questa è una mancanza di dovere, signorina.„
“Ma signor professore, — ella risponde timidamente, — la donna di servizio non c'era e ho dovuto far io da cucina....„
“Una giovanetta — dico io — che si dà agli studi, deve trascurare queste opere servili....„ e aggiunsi ironicamente: “Pare a lei che si possa combinare Virgilio con le pentole e le padelle?„
Tutti si misero a ridere; lei arrossì, ma poco dopo la vidi bisbigliare una parola al compagno e il compagno ridere.
Volli sapere quello che avea detto.
“Signor professore, — fu pronto a rispondere il compagno, — la signorina mi ha detto che anche Virgilio avrebbe dovuto badare alla pentola se non ci fosse stato nessun altro.„
Quando l'anno fu terminato, io la fermai nel corridoio e le dissi:
“Contenta eh, giovanetta? finite le scuole, finito il lavoro, finite le noie del professore.„
“Oh sì, contenta!„
“E dove le passa queste vacanze? sempre qui.... nella sua villetta? con i suoi genitori?„
Mi rispose: “Con i miei genitori sempre, ma non sempre qui perchè la mamma ai primi di agosto mi conduce ai bagni di mare, ma per divertirci soltanto, sa? non per salute, perchè stiamo tutti bene; e poi dopo viene anche il babbo.„
“Si diverta, dunque!„
“Oh sì, sì, e anche lei, signor professore.„
“Oh, io devo lavorare, — risposi, — e facilmente andrò lontano di qui, chissà.... in America un'altra volta....„
“Ma è poi contenta la sua mamma che vada così lontano....?„
“Io non ho più nessuno: è tanto che sono orfano.„
“Oh!„ fece Lia con una faccia molto più triste che non avessi supposto. E rimase lì come se il non aver più la mamma le paresse una cosa assai strana.
“Bene, bene, si diverta e sia sempre una buona figliuola, sempre buona e ubbidiente, e cerchi di studiare anche nelle vacanze, veh! e adesso vada!„ e la accomiatai.
Io la seguii con gli occhi: si allontanava piano pel corridoio, ella che era così vivace che io dovea riprenderla per le sue corse.
Si allontanava piano così che io la seguii con lo sguardo....
“Va, va, — dissi fra me, — diventerai anche tu come tutte le altre: le tue sottanine corte te le allungheranno.... con quel che segue! Andrà ai bagni....„ e la vedevo seduta su la piattaforma di uno stabilimento, già vestita da signorina, con un qualche imberbe adolescente che da un angolo la divorava con gli occhi.
Non mai come allora provai la passione di andarmene via dal comune, di battagliare anche corpo a corpo, sai? con la spada e il fucile.
E sono andato via, sai? Ho chiesto due mesi di licenza e sono andato a Roma. Vi avea trovato anche da far bene nella redazione di un giornale politico; ma poi il giornale fu acquistato dal Ministero, gente e roba che non mi andava. E poi d'estate in quella città di marmo, monumenti, fontane, obelischi di marmo, con quella gente che parla pesante come il marmo, sentii la nostalgia di questi pioppi azzurri e ventilati: e ritornai ancora qui, e quando ripresi il mio ufficio, mi pregarono se avessi voluto prestar servizio nelle scuole sino al gennaio, nella quale epoca sarebbe venuto un nuovo professore autentico. Dico di sì, e torno a scuola.
Allora mi ricordai di Lia che me l'era proprio dimenticata, e sentii il desiderio di rivederla. “Oh, ma adesso — pensai — si sarà fatta una signorina sul serio, e i genitori la terranno a casa.„ Invece a pena entro, vedo Lia. Portava ancora le sottanine corte: ma come si era fatta grande! Io pensava: “Chissà come si è cambiata in questo frattempo!„ e invece niente. Era la Lia di prima, solo un pochino più seria e un po' meno vivace, alle volte quasi pensosa: sì, quegli occhi adesso mi parevano proprio pensosi. E fu o mi parve di sorprenderli sopra di me. Un giorno incontro suo babbo (eravamo anche allora buoni amici) che mi dice: “Io non la volevo mica mandare a scuola, quest'anno, ma è stata lei, quella benedetta figliuola che vuole quello che vuole, che ha voluto venire.„
*
Erano intanto venuti i giorni piovosi dell'ultimo autunno; si era presso alle feste del Natale. Gli scolari già in precedenza parlavano di riposo, di castagne arrosto e dei tortelli del Natale. Era caduta la notte molta neve, ed erano entrati tutti allegri portando nella scuola l'odore della neve, e scuotevano le falde dagli abiti che sgocciolavano.
Lia in quel giorno non venne, e quella bianchezza della neve e la mancanza di Lia mi misero nell'anima una tristezza insolita. V'era come della sordità nell'aria, tanto perchè era caduta la neve, come perchè non c'era lei che mi guardasse con quegli occhi pensosi rivolti su di me con l'espressione di una piccola fata benefica.
Gli eroi in quel giorno non cavalcarono.
Anche il dì seguente Lia non venne. Passarono tre giorni e uno scolaro, entrando, mi disse: “Lo sa? lo sa? La signorina ha preso il tifo.„ A giudicar dalla voce, questa pareva una novità piacevole agli scolari, o almeno un argomento ad una discussione vivace. Alcuni sostenevano che Lia sarebbe morta perchè di tifo si muore sempre, altri che Lia sarebbe guarita, ma non sarebbe più venuta a scuola, perchè alle donne col tifo tosano i capelli e poi diventano stupide. “Stupide?„ “Ma sicuro: vuoi che non lo sappia io? — diceva uno. — Mi è morta prima la mamma di tifo, poi una sorella che era a punto diventata stupida.„
Lo sai tu, Astese, come avvengano certe strane cose? La notte me la vidi in sogno che mi chiamava e mi diceva: “Perchè non vieni? Non hai capito che questa bambina ti vuol bene e ti vuol vedere prima di morire?„ Era la Lia bambina che diceva queste parole con la voce e il sentimento di una donna. Piangevo io veramente nel sogno, e il giorno di poi mi feci animo e mi azzardai di passare il cancello di questa villa, piano, e quasi con devozione. Nell'anticamera, sull'attaccapanni, c'erano ancora il cappello scuro e la mantellina, e sul tavolo il pacchetto dei libri non ancora disfatto.
“Sta male, tutta la notte ha avuto il delirio, ora riposa un pochino;„ così mi disse il babbo, e siamo entrati piano, in punta di piedi nella sua stanza. Si sentiva come un odore di febbre maligna, poi la distinsi nella penombra e l'ho veduta: ma quando l'ho veduta nel suo lettuccio, terrea come una morticina, quasi rimpicciolita, con le labbra nere e i dentini neri, le pupille chiuse e la borsa di ghiaccio su la testa, mi sono sentito un freddo passare per dentro il cuore, come avessi sentito battermi da vicino le ali della morte. Si parlava pian pianino a fil di voce perchè pareva sopita: si vedeva il corpicino sotto le coperte con le braccia e le gambe distese come se la avessero già composta così per portarcela via. Ad un certo punto vedemmo le sue palpebre che si levarono su con fatica come ci fosse stato sopra un peso: fissò, mi fissò e mi riconobbe: allora stirò le labbra come per sorridere....
Quando ogni pericolo fu scomparso — e vi furono, credi, dei giorni angosciosi — io diradai le mie visite e finii col non venire più. Furono loro a pregarmi di ritornare: “Lia è così sola, si annoia, la venga a trovare;„ ed io tornai.
La trovai seduta su di un seggiolone: portava una cuffietta bianca sotto cui si allungava un visino pallido e smunto. Stava benino, ma aveva una gran fame. Quell'anno era caduta molta neve, e tutt'intorno era bianco: ora Lia per distrarsi faceva mettere sul davanzale tante briciole di pane e stava a guardare dai vetri tutti quei passeri che venivano a beccare. Si erano dimesticati a quella cuffietta che li guardava dietro i vetri, così che i nostri colloqui erano interrotti dal crepitar della legna sul caminetto e dal cinguettio degli uccelli che parevano parlare della primavera vicina. Diceva Lia: “Sa cosa dicono i passeri? Dicono così: Vedrai, Lia, quando tutti i pioppi avran la verdura, noi ci appenderemo i nostri nidi e ti pagheremo il pane che tu ci dai con tante belle cantate. E mi raccontano tutto quello che loro vedono volando e mi dicono ancora: Lo sai, Lia, che lontano da qui, in un cantuccio che sappiamo soltanto noi, dove batte bene il sole, è nata di già una margheritina? Lo sai, Lia, che stamattina, quando tu dormivi ancora, il sole è nato presto, presto, con una bella luce....? oh, verranno i bei giorni!„
Io passava molte ore con Lia; qualche volta rimanevo a pranzo: da principio io le parlava un po' della scuola — lasciando però da parte gli eroi — dei libri, di cose da bambini, insomma; le davo dei savi consigli; ma poi un bel giorno mi accorsi che i rapporti fra me e Lia erano mutati, come era mutata lei, perchè la bambina veniva scomparendo sotto quella cuffia, e con meravigliosa metamorfosi appariva la donna. Da principio era lei che al mio apparire si voleva alzare in piedi, e adesso era io che quasi mi inchinavo e dicevo _signorina_, e lei mi porgeva la mano con il sussiego di una dama. E mi comandava: “Mi fa il piacere, mi dà quella scatola? quel ricamo? Sia buono, mi aiuti a dipanare questa matassina!„ E si faceva anche servire, e una volta si mise a ridere e a chiamare: “Mamma, mamma, vieni a vedere come fa il signor Leuma a sbattermi l'uovo!„
Allora cominciai io a trovarmi impicciato anche nella scelta dei discorsi, e pensai bene di ricorrere con più metodo alla grammatica, alle regole, alla scuola. “Oh, ma insomma, glielo devo dire? io di questa roba qui non ne voglio più sapere, — mi disse; — mi porti qualche bel libro, mi legga qualche bella cosa.„
“Non vuol dunque studiare più, signorina Lia?„ domandai con mansuetudine.
“No, no, io ne so anche troppo.„
“Ma lei non vorrà seguitare i suoi studi? Oggi le donne che hanno ingegno come lei, possono fare una bella carriera.„
“Non ci penso nemmeno.„
“Ma allora che cosa vuol fare, signorina?„
“Cosa voglio fare? Oh bella! quello che fanno le altre donne. Sì: e perchè mi guarda con quegli occhi? ho detto forse una cosa che non va bene?„
E mi guardava, così dicendo, con due occhi limpidi e puri. La mia mente a quella risposta era corsa ad un'imagine lasciva involontariamente.
Arrossii e non dissi nulla.
Lia puntò il dito della sua manina contro di me: “Ve', ve', ve', che diventa rosso! — disse allegramente. — Non l'avevo visto mai diventar rosso!„
Allora le portai il Pellico, e _I Promessi Sposi_, ma ottenni il medesimo risultato che con la grammatica. Ti ricordi, Astese, le _Penombre_ del Praga, che mi piacevano tanto in collegio? Non so come, trovo quel volume e glielo porto. “Ma attenta bene, signorina, — le dico, — questo è un bel libro ma non è tutto per lei: bisogna che si accontenti di quello che le leggerò io: se no, lo dirò alla mamma.„ Lei alzò le spalle come a dire che la mamma avrebbe fatto tutto quello che voleva lei.
Le leggo dunque le _Memorie del Presbitero_, le _Due conoscenze_, poi _Il professor di greco_ che sapevo a memoria. “Oh, com'è bello, com'è gentile! — diceva Lia — questo sì che mi piace! ma me ne legga delle altre!„ E allora un giorno mi arrischiai a leggere quella poesia che s'intitola _In Brianza_; la ricorderai anche tu, è vero? Comincia così:
Come è bella la sera in mezzo ai monti! Te ne ricordi? ti ricordi quando si vagheggiava i rapidi tramonti, e tornavamo a braccio sussurrando: Come è bella la sera in mezzo ai monti?
Lia ascoltò con grande attenzione, e sul caro volto si disegnavano sentimenti nuovi che l'anima sua non aveva provato mai. Pareva come turbata e non diceva nulla; ed io mentre leggevo il libro, leggevo pure, ma con ben più intensa emozione, il meraviglioso canto che le si formava allora palpitando nel cuore al suono della mia voce, e per riflesso le si specchiava nella chiara faccia.
Il dì seguente mi pregò che le lasciassi il libro che lo voleva leggere da sola.
“Ma vi sono delle cose che lei non deve sapere.„
“Lei si sbaglia, ma io le so quelle cose.... Che cosa crede lei che io sia ancora una bambina? Io so tutto. Noi donne siamo furbe, sa lei?„
*
Un'altra volta mi disse con aria di mistero: “Senta, le voglio far vedere una cosa, ma non lo deve dire a nessuno, parola d'onore; — e si mise una mano sotto la cuffietta e ne tirò fuori una ciocca di capelli: una ciocca esile e malata, che appena le dita la lasciarono, si attorcigliò come per ritornarsene ancora sotto la cuffia. — Vede, vede che nascono? Quando saranno bei lunghi, allora solo mi leverò la cuffietta. È contento così?„
A questi momenti di gaiezza succedevano però degli accessi di stramberia che facevano vivere in pensiero i genitori per timore di una delle tante conseguenze del tifo, e anch'io, che oramai ero divenuto di casa, non stavo senza preoccupazione. Il programma era dunque, anche per consiglio del medico, di non contrariarla in nulla!
Una volta mi disse, perchè mi rifiutai a non so che cosa:
“Cattivo, brutto cattivo d'un professore.„
“Sì, signorina, e perchè sono cattivo me ne vado.„
“No, no, no: assolutamente: mi reciti invece delle poesie....„
“Quale vuole?„
“Quella del Praga: _In Brianza_.„
Credo che anche i passeri la sapessero a memoria: ad ogni modo cominciai; e mentre io declamavo, lei guardava fuori della finestra come cercando cose lontane di là dai pioppi che aveano già messo le prime foglioline e dietro cui si spegneva il giorno con un largo presentimento di primavera. Quando ebbi finito, Lia disse voltando a pena il capo:
“Cominci da capo, ma con più espressione: lei può leggere, se vuole, molto meglio.„
Io mi rifiutai e dissi: “Ma no, signorina, sia ragionevole: quante volte gliel'ho detta questa tremenda poesia?„
Allora lei lasciò di guardare fuori della finestra, si voltò verso di me, si passò due volte le mani su la cuffietta, poi le incrociò sotto il mento (mi ricordo come ora) e mi dice: “Dica un po': è perchè sono così brutta che lei è tanto sgarbato con me....? Sono brutta, mi dica proprio la verità, sono brutta....?„
Io dovetti scappar via quella sera per non fare e non dire una sciocchezza; ma per quanto mi stesse a cuore la pace e la salute di questa signorina, non potevo dimenticare me stesso che al giuoco inutile e pericoloso già ne soffrivo. Preparare il convito d'amore per l'ignoto amante qualsiasi che sarebbe venuto poi, non era divertente e nè meno molto lusinghiero pel mio amor proprio.
Il giorno dopo grandi recriminazioni; venne la mamma a dire che io avea detto a Lia che era brutta: non poteva esser vero; ma intanto avea pianto tutta la sera; avea detto che la si doveva lasciar morire prima, e tante altre cose tragiche al punto che il babbo quella sera si dimenticò persino di fumare la pipa.
Io, per mio conto, aspettavo un'occasione propizia per risolvere bellamente una condizione di cose tutt'altro che chiare, anzi che si andavano imbrogliando di giorno in giorno: e l'occasione venne con il venir della primavera; Lia era stanca di star qui, di vedere sempre quei pioppi, quei passeri, quel giardino. “Io voglio vedere un po' di mondo: io voglio; — ripeteva sovente. — Sapete che alla mia età non ho mai veduto niente?„ Allora si fece consiglio di famiglia per stabilire un viaggio.
La mamma era per Venezia, il babbo per Napoli, io per Firenze.
“E io per la Brianza,„ disse Lia.
“Ma, cara, la Brianza non è una città, — osservò il babbo, — ma una regione fra i laghi, e già che si spendono dei soldi, vediamo di fare un viaggio utile, istruttivo, di vedere quello che non s'è visto, dei musei, dei monumenti, che so io.„
Non ci fu verso, convenne decidersi per la Brianza; Brianza doveva essere, e Brianza fu; e allora toccò a me tutto il difficile cómpito di stabilire un itinerario, consultare guide, orari, e si passavano le intere serate su la Brianza con carte, guide, Baedeker, tanto che il babbo dopo il pranzo era abituato, accendendo la pipa, di esclamare: “Oh, adesso certamente andiamo in Brianza!„ Gli studi su la Brianza erano alternati con quelli della sarta che veniva a posta da Modena, giacchè nessuno dei suoi abiti da fanciulla le andava più bene. E allora in lei un'impazienza, una vivacità strana di far presto, di andare: qualche volta era anche sgarbata: pretendeva per esempio che scegliessi io la forma del cappellino sui giornali di mode. Ed erano questioni serie perchè lei diceva alla mamma la quale mi dava ragione: “Sissignore, se ne deve intendere, anche se è un uomo, anche se è stato professore, perchè noi siamo sempre stati in provincia e lui invece ha viaggiato....„ La gita in Brianza doveva portarmi la liberazione da uno stato di cose che, come vedi, avea finito per diventare abbastanza increscioso. La signorina andava in Brianza, io stavo per piantare definitivamente il comune, e me ne sarei andato questa volta sul serio: indovina un po' dove? A Vienna. La conoscenza del tedesco mi avea aperto colà una posizione che avea tutti i motivi di credere ottima.
Ogni giorno glie lo volevo dire e ogni giorno rimandavo al dì seguente. Perchè? Non te lo saprei spiegare, o ci vorrebbe di troppo; il fatto sta che così durò la cosa proprio sino al giorno stabilito per la partenza in Brianza: anzi sino alla mattina, una mattina di giugno che era un incanto. Arrivo di fretta alla villa per salutarli e accompagnarli alla stazione e vedo nel giardino una figura nuova, che non avea mai visto in quella casa; stavo per passar oltre, poi mi fermo, guardo: ma è lei, è Lia!
La quale, come mi vide, disse sorridendo:
“Gliel'ho detto, signore, che mi sarei levata la cuffia soltanto quando mi fossero venuti su i capelli un'altra volta!„
La guardai e non sapevo che cosa rispondere e non mi potevo persuadere che fosse lei.