Piccole storie del mondo grande
Part 14
Furio si accorse che ci si guadagna sempre ad esser gentili, perchè il vecchierello non solo indicò la via, ma volle anche accompagnare il giovanetto su di un'altura da cui si poteva vedere la villa.
— Stanno un po' discosti dal paese, vede? eccola là la casa: vede che c'è la vigna intorno? oh! una bella vigna tutta di uva albana; e anche loro sono buona gente, anche le ragazze: stanno un tantino su la loro, ma vanno alla messa.... Oh, ma lei ha preso un bel riscaldo e una bell'acqua a venir fin quassù!...
— Già, ho dimenticato l'ombrello! — e Furio ringraziò e giù per il sentieruolo indicato. Alcune ragazze venivano su, lente lente, cogli orci sul capo che sopravanzavano i rami delle acacie, una mano sull'anca e l'altra lungo la persona.
Furio le paragonò fuggevolmente alle ancelle ateniesi, alle Danaidi, alle Canefore, ma esse volsero verso di lui con fatica il bianco delle pupille con uno sguardo lungo, inquisitorio: parvero accennarsi sorridendo l'una all'altra la villa dove abitava l'Ida.
La villa si elevò sopra il naso di Furio. Lì c'era l'Ida: in una casa di mattoni come tutte le altre case c'era la sola creatura divina che vi fosse nel mondo; cosa che pareva impossibile.
Si fermò premendo con una mano i battiti disperati del cuore, perchè sentiva che non avrebbe potuto parlare, e con l'altra stringeva i ritratti che dovevano illustrare il discorso.
Fece cadere il martello sul portone, che suonò tutto. Queste parole ballavano davanti alla mente di Furio:
“Signore mie, avendo udito che c'era una festa quassù, ho pensato di fare una giterella fin qui....„
Ma la porta si socchiuse e Furio vide il volto ben noto della servetta. Essa non ebbe nemmeno il tempo di domandare “chi è?„ che riconobbe il giovinetto; mandò un “oh!„ lungo lungo, poi dentro in casa.
Rimase sul limitare della porta socchiusa, e sentiva dentro un gran barattar di voci, un affrettarsi di passi come se la sua venuta avesse messo tutta la casa a rumore. Quale animo fosse il suo può ognuno di leggieri pensare: le fiamme gli salivano sul volto, ed era un incendio che avvampava dal cuore, quand'ecco comparvero le signore, cioè la mamma e la sorella maggiore. Furio non si ricordò più di quello che disse, ma avea consegnato i ritratti e se ne voleva andare.
Ce ne volle per farlo entrare e farlo sedere.
E l'Ida? L'aveva veduta un momento solo, sul limitare, alta, immobile, sbalordita con i grand'occhi aperti: vestiva di rosa e di bianco; qualche cosa di impossibile al tatto, da suicidarvisi vicino, subito. Ella non si mosse per dargli la mano, non disse una parola: poi andò via.
— È stato il fotografo che mi ha pregato tanto di venire a portare questi ritratti.... — diceva Furio alla sorella maggiore che era rimasta nel salotto, perchè la signora se ne era andata per un momento. — Un bravo artista che non ritocca i ritratti....
Furio parlava così quando risuonò una grossa voce d'uomo che veniva giù dalle scale e parlava con la signora.
Era la voce di lui, del babbo. Furio se ne era dimenticato. A quella voce sentì un rimescolamento dentro e si levò in piedi: qualche cosa di simile come agli esami di matematica. Poco dopo Furio vide entrare il babbo e udì quella voce baritonale che fra le altre cose diceva:
“.... ma le pare che io lasci andar via a quest'ora, con quest'acqua, il figlio di un collega? Uhm! Uhm! Venga, venga con me; lei è giovane, ma si fa in un momento a prendere un malanno..., che diamine! Gina, quando la limonata è ben calda, portala su: e il fuoco è acceso? Bene, venga con me...., ma che albergo!... fra le altre cose qui alberghi non ce ne sono....„ e prese per mano Furio che a tutti i costi voleva andare all'albergo, e lo condusse in una stanza dove in un camino avevano buttato una gran fascina che faceva un'alta fiamma rossa e crepitava tutta.
— .... è stato il mio amico Cecco — proseguiva il collegiale che certo non avea previsto quell'_a solo_ col babbo — che quando siamo stati lassù a Longiano, mi ha detto: “quello là è Montiano, in due salti ci arrivi;„ allora mi sono ricordato di loro, della sua signora, e ho detto: “già che c'è un'ora di giorno, voglio fare una passeggiatina e andare a trovare....;„ sono così belle queste colline!
“....sì, va bene, va bene — gli andava ripetendo il babbo con quella sua voce grossa e burbera che ricordava le voci dei prefetti in collegio — ma si cambi: tutto, sa? anche la camicia, si strofini forte forte: ecco le pantofole: questa camicia di flanella sarà un po' grande per lei, ma meglio che niente; poi si metta questo mio soprabito.... Non faccia complimenti e con tutto suo comodo....„
E Furio fu lasciato solo fra i sarmenti che ardevano e la limonata calda. “Ma quello è matto a volere che mi metta i suoi abiti!„ gli disse addietro Furio con un atto di sprezzo. Per sua sventura nella stanza c'era un grande specchio: vi si guardò, si vide dalla testa ai piedi, vi si riconobbe e rabbrividì. Era un mostro di fango, l'acqua ed il sudore grondavano dai capelli su le gote infiammate: le mutande gli si irrigidivano su le gambe. Il povero abituccio chiaro d'estate, cura dell'ago della dolce mamma, già testimone fido e segreto di tante ore di contemplazione beata, aveva finito eroicamente i suoi giorni in quella corsa disperata d'amore! Che fare?
Bisognò, per forza, mettersi le calze, le mutande, le pantofole, la camicia del babbo dell'Ida! Il soprabitone no: era troppo: gli arrivava sino al polpaccio.
Si lasciò cadere su la sedia mormorando: sono rovinato! Il ridicolo gli cadeva addosso come poco prima la pioggia. Per buona ventura bussò discretamente alla porta la signora Sofia, alla quale pur convenne sorridere vedendo come all'esile giovanetto mal si convenisse il gran soprabito del marito. Andò in cerca di un giacchetto, lo trovò; e così vestito, ma vergognoso e confuso come può ognuno pensare, Furio dovette comparire davanti all'Ida. Ma poi furono tutti, fuor che l'Ida, tanto espansivi e cordiali con lui! accesero un altro camino, accesero le lampade, portarono a tavola una bella minestra fumante e stapparono delle bottiglie di vino buono.
Furio a tavola potè vedere che anche l'Ida mangiava come tutte le altre donne.
Poi fecero conversazione; gli domandarono della vita del collegio, del suo papà che il babbo dell'Ida dovea aver conosciuto; furono insomma tanto gentili, fuor che l'Ida, la quale non volle suonare al piano; anche il suo babbo la pregò, ma non ci fu verso.
— Suona sempre e questa sera non vuole! — disse Elvira, la sorella.
— Ah, è un po' capricciosetta la signorina! ha il nervoso questa sera, allora la cureremo! Vuol far la romantica, legge i romanzi, le poesie sentimentali, Romeo e Giulietta, Paolo e Virginia! Io vorrei sapere chi glieli procura quei libri! Bistecche e vin buono, se no si prende quel bel colore di pappina fredda. I romanzi li leggerai quando sarai nonna e avrai tempo da perdere, cara figliuola. Che ne dice lei, signor studente? — Così parlò il padre dell'Ida e che cosa ne provasse Furio io non lo dirò perchè ognuno può imaginarlo. Fremeva freddo contro quel padre il quale ignorava i più semplici diritti dell'anima e dileggiava quella santa creatura ne' suoi sentimenti più puri.
Ma oimè, chi intenderà, chi difenderà la giovinezza sublime dalla sterile sapienza dell'età virile e dalla lugubre tirannia dei vecchi? Gli uni e gli altri hanno l'anima che già è morta a metà, e non lo sanno! La loro sapienza aiuta a morire, non a vivere; e la gioventù ha una sua sapienza innata di ben altro valore perchè in essa si contengono le leggi della vita! Chi difenderà la nostra giovinezza? Così Furio pensava, e contemplando il pallido e muto volto dell'Ida, fissando quegli occhi in cui si leggevano mirabili istorie d'amore e parevano domandare a lui soccorso, il giovinetto inghiottiva lagrime amare di ribellione e di sdegno.
Più tardi lo accompagnarono nella stanza che avevano allestito per lui, dove avevano messo tutto ben in ordine e la servetta che era entrata poi per portar l'acqua, disse segretamente e con grande significazione:
— Quello lì è l'altarino della signorina. Sapesse come prega!... Non le mandi più quei libri: la vuol far morire? La poverina prega e piange per dimenticarsi di lei, e lei invece è venuto fin quassù! Ah, l'ha fatta bella! Lo so poi io sola quello che dovrà patire quando sarà andato via lei! — Così disse la graziosa servetta, alla quale l'essere villana, non toglieva di essere esperta e confidente dei segreti d'amore.
Sopra un tavolo c'era un altarino con quattro candelieri, la madonna dell'Addolorata, la corona e due abitini e, sul piano coperto di bianco e di pizzi, il libro da messa.
Furio contemplò a lungo quasi piangendo, e si addormentò col libro delle preghiere che leggeva l'Ida, come se in esso si fossero contenute le immortali storie di Ofelia e di Giulietta.
*
Venne la mattina: nella notte durante il sonno degli innamorati la luna avea cacciato le nubi: risplendeva per i rossi pampini il sole e cantavano le allodole.
*
Furio prima di partire ebbe la buona ventura di trovarsi solo per un momento con l'Ida nel giardino, dove le foglie delle rosette di ogni mese cadevano sull'erba bagnata delle aiuole.
— Quello che io ho bisogno di sapere per il mio avvenire è se tu mi ami! — così disse Furio dando audacemente del tu per la prima volta, e l'Ida non rispose.
— Per tutto il mio avvenire, odi bene, e anche per l'eternità, mi ami? — replicò Furio.
— Sì, — sospirò allora l'Ida e si appoggiò ad un albero come se quella parola che le era sfuggita dalle labbra, le avesse smagate le forze.
Gli occhi di Furio a quel monosillabo meraviglioso lampeggiarono, afferrò, strinse la mano dell'Ida, la quale cadeva inerte sotto il suo tatto, e con una voce che consacrava tutto, il passato ed il futuro, disse:
— Allora eternamente!
L'Ida lasciò cadere in giù quella sua primaveril testa chiomata e si scostò come adorando la magica parola che la sua vita per la prima volta udiva dall'uomo, e parve anch'ella dire: “eternamente!„
*
Eternamente?
Furio quando uscì dal collegio e si buttò ebbro nella vita, trovò che oltre all'Ida divina, c'era anche la fatale Emma più divina, e l'orgogliosa e culta Olimpia, divinissima. Poi passarono gli anni, e si racconta che Furio prendesse anche moglie, ma da allora smarrì il concetto della divinità femminile.
E dell'Ida?
Tutto è silenzio, ma io credo che abbia sparso molte e amare lagrime e mi fu raccontato che la sua cara giovinezza sfiorì per solitari anni senza nozze, ma fedele a un ineffabile fantasma antico d'amore: e poichè questa è una storia che non si rinnova come la placida luna, così è ben degna di essere tramandata alla memoria per esaltazione ed onore delle piacenti donne, le quali troppo acerbamente e spesso da' novellatori e filosofi sono biasimate per il facile oblio e per l'incostanza negli affetti d'amore.
IL CINABRO RIVELATORE.
Donna Felicita, dama di chiaro lignaggio, di molta mondana esperienza e ancor piacente nel candore dei capelli e nella non inelegante pinguedine senile, scese con tutta precauzione dall'oscuro e stretto bugigattolo della vettura da piazza, appoggiandosi con una mano alla mano di suo nipote, il signor avvocato Paolo, e con l'altra mano alla fine mano guantata di Irma, la fidanzata del detto signor avvocato.
— Signora, che orrore: nevica ancora, nevica! — sclamò Irma, ritraendo il piccolo capo nel folto bavero di pelliccia che aveva frettolosamente alzato.
— E a larghe falde, signorina, a larghe falde che è un piacere! — rispose donna Felicita allegramente, ma invece di far presto a salire i quattro gradini e ripararsi sotto la tettoia esterna della stazione, volse lo sguardo al cielo nero per cui danzavano le falde bianche e larghe come farfalle morte che cadessero giù: e anzi pareva che quel turbinio non le incutesse alcun senso di “orrore„ come avea detto la signorina, tanto più che si era nel bel mezzo dell'inverno, cioè nel tempo in cui è dolce e bene che cada la neve.
La mamma di Irma, che si chiamava la signora Lucrezia, scese ultima dalla vettura, per diverse ragioni, e anche perchè aveva uno scialle, due ombrelli e una borsetta da portare.
— Qua, qua a me, signora, che le do la mano io, — disse donna Felicita. — I nostri due giovanotti hanno già dimenticato che cade la neve.
— Come si fa, come si fa? sono fidanzati, bisogna compatirli, si vogliono tanto bene, — disse la signora Lucrezia con una voce umile e col fare confuso; — la mia Irma poi.... è diventata anche più nervosa: ha un gran convulso, e poi? Non ha più appetito, poverina, e, con buona licenza, bisogna che si purghi.... ogni tanto.
— Oh, povera signorina! — compassionò donna Felicita, e così a braccetto le due rispettabili dame avevano attraversato la sala d'ingresso della stazione, semideserta, ed erano giunte davanti al guardiasale.
— Ehi, giovanotto, vogliamo perdere la corsa? — disse donna Felicita al nipote.
Il nipote scese dal settimo, anzi dal terzo cielo, in cui era salito in una breve conversazione con Irma, e, dopo non facile ricerca, riuscì a trovare i due scontrini verdi del ritorno che il guardiasale riconobbe e bucò con due _tic tac_ secchi.
Però si oppose all'ingresso della signorina Irma e della signora Lucrezia.
L'avvocato Paolo fece per andare a prendere lui i due biglietti d'ingresso, ma Irma intrecciandogli le dita lungo la persona:
— Non mi abbandonare, nè pure un istante, — mormorò; e alla mamma: — te ne supplico, va tu a prendere i biglietti!
La mamma trotterellò e solo allora la vigile guardia permise a tutti l'ingresso.
La nobil donna, signora Felicita, sprofondò nel divano di velluto rosso della sala d'aspetto, essendo ella piuttosto pingue: la signorina Irma le si sedette accanto piegando appena la sponda del divano, essendo ella assai esile. Poi, lasciata cadere la mantellina di grave pelo, perchè lì si soffocava, disse con graziosa voce:
— Signora, io non dimenticherò mai quanto le devo per essere venuta a Parma da noi....
— Oh sì, signora, le siamo tanto, tanto riconoscenti, — fece coro la signora Lucrezia.
— .... in casa nostra, — proseguì Irma non badando alla madre, — e mi permetta, signora, che le dia un bacio e le offra queste violette per mio ricordo.
E così dicendo levò dalla borsa, che aveva portato la mamma, un superbo ed artistico mazzo di viole di Parma, che donna Felicita accolse assai graziosamente.
Arrivò il treno lampo. Il guardiasale annunciò la partenza per Torino.
Il treno era lì, fumido, lucido, fremente. Solo la cortese violenza del conduttore che chiudeva gli sportelli, potè separare le due mani intrecciate di Irma e di Paolo.
*
Appena il treno fu in moto e si trovarono soli nello scompartimento, Paolo precipitò su la zia e domandò con ansia:
— Ebbene?
— Ebbene, cosa?
— Cosa te ne pare, cosa ne dici adesso che l'hai conosciuta?
— Che furia! Tutti così alla vostra età: fa il piacere, stendimi il _plaid_ sopra, sono assai stanca.
— Ma una parola, almeno una sola parola! — supplicò Paolo.
— Vedi, caro, io sono stanca: domani dopo colazione, intendiamoci bene, tu vieni da me e ne parleremo: ecco tutto.
— Mi dirai almeno che è bella, che è deliziosa!...
— Oh sì, sì....
— Come sì, sì? Affascinante! Hai bene osservato gli occhi profondi? E le mani, zia! Ah, tu non ami e perciò non osservi....
— Finissime....
— E poi bisogna sapere, bisogna conoscere lo spirito....
— Ah, senza dubbio....
E la signora si appisolò o parve assopirsi tacitamente: nè al nipote ci fu più verso di levare una parola di bocca dalla nobile dama.
All'avvocato Paolo non rimase altro conforto che fumare convulsamente un paio di verginia e guardare la neve che adesso correva dietro turbinando, mentre il pensiero avea ripreso il biglietto di andata verso Parma.
Donna Felicita non si destò che sotto la tettoia della stazione di Torino.
Erano oramai le undici di notte, e quando Paolo aprì lo sportello di casa della nobile zia, si sentì dire ancora una volta:
— Ricordarsi: non prima delle dodici.
*
Le cose erano andate così.
Irma e Paolo amoreggiavano da quattro anni: si erano lasciati due volte: due volte si erano ricambiate le lettere con un eterno addio. Due volte Paolo, a onor del vero, avea riscritto ed era tornato a Parma, supplicando Irma di perdonargli. Il perdono era stato concesso e l'ultimo perdono era stato suggellato da parte di lui con una promessa di matrimonio.
Come mai Paolo, giovane di mondo, spregiudicato la sua parte, fornito di larghi mezzi, bel giovane, indipendente, vivente a Torino, avesse finito per legarsi con la signorina Irma di Parma, la città delle violette, dei duchi e delle mondane duchesse, sono di quei misteri della passione che ognuno può spiegare a suo modo; e che io non voglio indagare. Basterà dire che egli era convinto di conquistare la felicità per tutta la vita terrena.
Suo padre, vecchio gentiluomo, abbastanza originale, e che viveva quasi sempre in campagna, aveva da lungo tempo lasciato il figliuolo libero, liberissimo delle sue azioni. La mamma non c'era più, che potesse dare un consiglio. Non rimaneva che donna Felicita, la quale voleva bene al nipote con quel misto di saggezza e di mondanità che hanno le vecchie dame per i nipoti. Donna Felicita era del resto assai navigata nelle varie acque della vita, aveva avuto una giovinezza molto brillante e ora vivea una vita che si sarebbe potuta chiamare epicurea, parte dell'anno nel suo comodo palazzo in Torino, parte in villa, lasciando che le cose del mondo seguissero il loro corso che ella, senza far professione di sociologia, avea riconosciuto essere costante anche attraverso le varie rivoluzioni e i molti turbamenti sociali e politici.
Fu a lei che, prima di ogni altra persona, Paolo rivelò il suo fidanzamento.
— Fai benissimo: era ben tempo che ti accasassi, — disse la zia.
E fu anche due mesi dopo che Paolo pregò la zia di venire con lui a Parma a conoscere la fidanzata. La nobile signora acconsentì dopo lunghi dinieghi, ma ad un sol patto: cioè che la cosa fosse senza impegni da parte sua.
Paolo allora fu costretto a dare prima tutte le spiegazioni: la signorina Irma non avea gran dote, anzi, forse, non aveva dote perchè avea molti fratelli e una sorellina: del resto famiglia onoratissima: il babbo consigliere di Prefettura, commendatore, patriotta: di Irma poi non ne parliamo.
Donna Felicita, per colmo di prudenza, volle scrivere una lunga lettera alla signorina Irma dicendo _primum et ante omnia_ che la famiglia di Paolo lasciava liberissimo il giovane delle sue azioni, e che ella venendo a Parma non rivestiva nessuna veste nè ufficiale nè ufficiosa. Veniva non come zia, ma come buona amica di Paolo; ecco tutto.
La signorina Irma rispose alla sua volta con una lettera profumata di mammole dove le cortesie più squisite erano scritte nella più aristocratica e cuneiforme delle calligrafie. Però in mezzo alle fini espressioni di gentilezze la signorina Irma metteva bene in chiaro alcune circostanze di fatto: cioè che nè lei nè la sua famiglia avevano sollecitato in alcun modo l'onore di un matrimonio: che il babbo anzi aveva ceduto a malincuore per ragioni troppo lunghe a riferire, che infine il signor nipote era liberissimo di sciogliersi da ogni impegno anche dopo la data parola, e questo diceva non solo in nome dei suoi genitori, ma in nome proprio. In altri termini faceva capire che rinunciando alla sua indipendenza cedeva solo all'amore per Paolo, non alla lusinga di migliorata condizione sociale. Avvertiva inoltre che la nobile dama venendo a Parma, non incorreva in alcuna compromissione: non poteva tuttavia negare il vivissimo desiderio di conoscere la zia di Paolo anche in veste di semplice amica perchè ne aveva sentito dir tanto bene dal nipote; e di poterle baciare la mano come ora gliela baciava per lettera protestandosi con ogni segno di deferenza sua devotissima serva Irma.
Per quali ragioni poi Paolo, che era così convinto della felicità cui andava incontro, aveva voluto che sua zia conoscesse di persona Irma e gliene dicesse il parer suo, anche codesto — dico — appartiene alla psicologia; ed io me ne dispenso, visto che i novellieri al dì presente ne fanno così grande e sagace uso che io temerei del confronto.
Messe così le cose a posto, donna Felicita si avventurò al viaggio.
Di mano in mano che il treno si accostava all'ondisona riviera del Po, non lungi dalle cui rive Parma eleva la tristezza delle nere mura ducali, l'eccitazione di Paolo veniva aumentando.
Per tutto il viaggio non aveva fatto che parlare di Irma e diceva cose che la zia sapeva a memoria per averle ascoltate in altre condizioni e in altri tempi; ma che pure fanno tanto piacere ad udire alle signore anche se sono zie.
— Tu dici, zia, che la mia è una passione cieca: no! la mia è una passione ardente, ma più pratica che tu non creda. Irma non ha dote, ma questo non conta nulla....
— Perfettissimamente!...
— .... ma Irma è un'intelligenza dominatrice, ed è quello che ci vuole per me. Io, capisci, voglio darmi alla politica: io ho bisogno per moglie non di una bambola che deva poi guidare, ma di una donna che sappia cooperare al mio avvenire: lei scrive benissimo, è di una coltura sorprendente come tu potrai assicurartene. È affascinante: cosa sono questi ritratti? Niente: una pallida immagine: la vedrai, la sentirai, e finirai coll'innamorartene anche tu....
Così erano giunti, erano rimasti tutto il giorno in casa di Irma, ed erano partiti come è detto.
*
A mezzodì Paolo entrò nel salotto di donna Felicita. Lo rodeva una sorda impazienza. L'ostinazione della zia a non manifestare i suoi entusiasmi se non a mezzogiorno preciso, lo aveva messo di molto malumore.
Ora donna Felicita, seduta su la sua poltrona, era riposatissima delle fatiche della vigilia.
— Adesso prenderai il caffè con me, vero?
E con una calma che contrastava con l'agitazione del giovane, versava dalla chiavetta della macchina l'aroma nero bollente nelle tazzette di porcellana.
— Tu non ci vuoi lo zucchero, vero?
— Ma insomma, zia, deciditi, — scoppiò Paolo, — che impressione ti ha fatto Irma?
— Buonissima....
— Ma lo dici con una calma, con una calma disperante....
— Ma come vuol che lo dica?
— Con più entusiasmo.
— Buonissima, buonissima, — ripetè la zia senza accelerare però le vibrazioni della sua voce.
— Vero che è bella? vero che è un fascino? e hai notato che prontezza di parole? che scioltezza di mente? che senso moderno delle cose?...
Il giovane, con crescente calore, enumerava tutte le qualità fisiche e morali della fidanzata, e ad ognuna la vecchia dama faceva cenno di sì sorbendo a sorsi piccoli la sua bevanda favorita.
— Ammetterai dunque che io ho trovato la mia felicità....
— Questa è un'altra questione, il mio giovanotto; la felicità è nelle mani di Dio e.... di Irma.
— E allora?
— Allora è, caro, che è superfluo parlarne; al punto poi in cui sono le cose, superfluissimo....
— Ma insomma, dubiti della sua onestà, del suo amore per me? — domandò Paolo con un fremito segreto nella voce e nel gesto.
— Perchè vuoi che ne dubiti? sarebbe scortesia gratuita il solo pensarlo.
— E allora?
— Allora, caro, è che i miei vecchi occhi, non innamorati, hanno osservato alcune piccole cose a cui tu non hai e non potevi por mente nella tua triplice qualità di giovane, di uomo e di innamorato. Io che non sono nessuna, ohimè, di queste tre belle cose, ho potuto osservare alcune inezie che in una signorina non fanno difetto, ma che in una fidanzata non sono presagio di grande felicità coniugale.
— Spieghiamoci.
— Spieghiamoci pure, solo mi dispiace che noi due finiremo col disgustarci, ma l'hai voluto tu.
— Avanti!
— La signorina Irma porta la _lorgnette_.
Paolo si mise a ridere:
— Ma se è graziosissima con la _lorgnette!_