Piccole storie del mondo grande

Part 13

Chapter 134,071 wordsPublic domain

Ma dopo un poco sentì il respiro diventargli grosso, e capì che sarebbe stato assurdo arrivare di corsa alla fornace. Studiò dunque il passo, ma dalla mente non gli si partiva il cagnaccio, e ogni altro pericolo scompariva davanti al ribrezzo che quello gli incuteva. Certo era una cosa quasi inverosimile: il cancello di notte è chiuso, la bestia dorme; ma il timore era più forte della ragione, e quel feroce mastino lo vedeva balzare su Ninì.... e gli si gelava il sangue e chiudeva gli occhi quasi per non vedere la orribile sua fantasia.

*

Ma ad un certo punto scorse in fondo in fondo un lumicino: il lume ingrandiva rapidamente senza rumore.

— È lui! è lui! — disse il signor Alberto, che si sentì rinascere. — Il poverino è tornato addietro: meno male!

Si mise in mezzo alla via levando tutt'e due le braccia.

La bicicletta squillò per allontanare lo strano viandante, che si dovea vedere assai da lontano.

— Son io, son io, Ninì, — urlò il signor Alberto, quando il riflesso della lampada l'ebbe investito.

— Oh, papà! sei tu? — disse il ragazzo con gran sorpresa, e balzò di sella.

Il brav'uomo se lo ricoverò convulsamente fra le braccia e non cessava dal baciarlo e andava ripetendo tutto contento:

— Meno male che sei tornato indietro.

— Indietro? — disse Ninì con voce offesa.

— Chi te lo ha detto? Sono andato sino in città, ho chiamato il dottore, e fra pochi minuti vedrai la carrozza: siamo partiti insieme.

— Ma davvero? ma tu hai volato, figliuolo, — e non sapeva persuadersene, e gli pareva un miracolo. — E hai avuto paura? — domandò poco dopo avviandosi verso la villa.

— Io paura? Di che? Delle ombre?

E si mise a ridere allegramente.

— Racconta, racconta....

— È presto raccontato, — disse il ragazzo: — giunto in città, sono subito andato alla locanda, la _Corona di Ferro_ che tu hai detto, e il dottore entrava proprio allora con il maggiore di cavalleria e degli altri ufficiali; gli dò la lettera, e lui la legge....

— E che faccia ha fatto?

— Oh, una brutta faccia; ma dopo mi guarda e si mette a ridere. Io, puoi capire, stavo serio serio. “È lei il figliuolo del notaio?„ “Sissignore!„ dico io. “Ed è venuto proprio lei da Sant'Abate?„ “Sissignore!„ (Avevo, pensa, la mia macchina appoggiata ad una colonna ed era diventata tutta bianca, ed ero anch'io diventato tutto bianco di polvere). “È venuto solo?„ “Sissignore.„ “Quanto ci ha messo!„ (Che curioso eh, papà?) Io gli dico: “Ventinove minuti.„ “Bravo bambino!„ dice allora il maggiore e gli altri che stavano a sentire, e giù, mi battono la mano su la spalla che mi facevano quasi cadere. “Bene, — dice il dottore, — domattina, carino, alle sette sono lassù; dillo pure al babbo, che stia pur sicuro che verrò lassù, bravo bambino! Dirai che intanto mettano su la gamba delle compresse fredde.„ “Il papà mi ha mandato perchè lei venga subito„, dico invece io. Il dottore mi guarda, ma si vedeva che aveva poca voglia di muoversi e stava cercando delle scuse. Diceva: “ma adesso non posso, è impossibile!„ Ma gli ufficiali si misero a ridere e a beffarlo e gliene han dette tante, che io mi sarei vergognato, e a me, invece, mi hanno colmato di finezze, mi hanno fatto fare un uovo sbattuto; un tenente mi ha voluto offrire una ciliegia nello spirito, un altro mi voleva dar del cognac, e oramai litigavano fra loro se il cognac mi avrebbe fatto bene o male e poi mi domandarono se volevo fare il soldato.

In quella erano giunti alla Villetta Rosa, e in lontananza si scorgevano i due fanali di una vettura e si udiva il tintinnio di una sonagliera.

Era il medico che arrivava a portar soccorso alla buona nonna.

*

Dopo alcuni giorni la nonna era in via di completa guarigione, e ciò — a detta del medico stesso — era avvenuto per la speditezza della cura, di che il maggior merito andava al caro bambino.

Non è dunque a dire quanta gratitudine gli sapessero tutti e in ispecial modo la nonna. E perchè ancora ella si stava molte ore all'ombra, nel giardino, su di una sediuola a sdraio, così si faceva raccontare più e più volte il viaggio notturno, e non si stancava mai di sentirselo ripetere.

— Noi, caro figliuolo, — disse una volta, — si stava in gran pensiero, sopra tutto per quel brutto cagnaccio della fornace: ci fu un momento che si ebbe, non so nemmeno io come, paura tutti e tre.

— Ebbene, nonna, — disse il giovanetto guardandosi attorno con sospetto che altri l'udisse, — ho avuto una gran paura anch'io. Non te l'ho mai detto, ma adesso te lo voglio raccontare, ad un patto però: che tu non fiati!

— Ti ha toccato il cane? — domandò con paurosa sollecitudine la nonna.

— No, ma io ho avuto paura lo stesso; e non l'ho, pensa, neppur visto, e se non fosse stato un maledetto cane piccolo che mi corse dietro, non mi sarebbe venuto nè anche alla mente e sarei passato davanti alla fornace senza accorgermi. Ma quando ho pensato al cane della fornace, è stato come se me lo fossi veduto addosso: non fui più buono di andare avanti, le gambe mi tremavano, vedeva tutto confuso e mi pareva di sentire il cane che ringhiava: “se passi ti mangio! se passi ti mangio!„

— E allora? — domandò la nonna.

— Allora non lo so nè anche io. Io volevo tornare indietro, ma avea una gran vergogna di confessare a voi altri d'aver avuto paura. E poi ho pensato che potevo dire una bugia: che mi si era sgonfiata una gomma, che mi si era storta una ruota. Ma tu capisci che non era vero. Vedila là! è possibile che si rompa?

— Va avanti, — disse la nonna.

— La bugia era peggio della vergogna, e allora ho detto fra me: Ebbene il cane mi mangerà! ma tu, nonna, non puoi pensare cosa mi sentivo di dentro! Ah, la paura come è brutta! Però all'improvviso mi è venuta un'idea: se io ci riesco a passare il cancello prima che il cane se ne accorga, sono salvo, non mi arriva più. E allora mi sono buttato su la bicicletta, ho messo la testa in giù da non vedere più niente, da non capir più niente, e via via, che avrò fatto due miglia in un lampo. Quando mi voltai indietro la fornace non c'era più. Non puoi pensare che piacere ho provato allora. Poco dopo mi sono incontrato con un gran baroccio di strame che riempiva tutta la strada: i buoi muggivano e quel suono mi faceva un bene che non puoi credere. Mi sono messo a gridare: “Hanno paura i buoi? devo smontare?„ “No, no, che stia pur su. I buoi non hanno paura. Avanti la bicicletta!„ mi rispose la voce di un uomo che non si vedeva, e pareva venire dall'alto del carro. “Perchè delle volte le bestie hanno paura,„ dico io, contento di parlare finalmente con un uomo. “Anzi grazie: è da buona educazione,„ mi disse quell'uomo, e quando gli passai di fianco sento che dice: “Guarda, guarda, è un bambino!„ e poi forte: “Oh, non avete paura a andar in giro di notte?„ “Io paura?„ e mi metto a ridere. “Dove siamo?„ gli domando: “È lontana la città?„, “Eccola là,„ mi risponde. “Si vedono i lumi.„ E difatti si vedevano i lumi: ecco le prime case, i fanali a gaz, la gente che andava a spasso ancora sotto il viale, mentre io credeva che fosse almeno la mezzanotte. Guardo l'orologio, e sai che ora vedo? Le otto e mezzo: ci avea messo appena ventinove minuti. Ma che paura, la mia nonna bella! Però non dirlo al babbo che non lo deve sapere e non lo saprà mai.

Così il giovanetto terminò il suo racconto, e la nonna a baciarlo e a lambirgli i capelli, biondi e morbidi, con tenerezza infinita....

— Mi hai salvato tu la gamba, tesorino biondo, — dicea.

— No, nonna mia. È stata la bicicletta. Vedi? — e le additava lì presso con orgoglio la lucente macchina, — non si è mosso un dado, non si è spezzato un raggio, e ho corso, sai!

IL PRIMO VIAGGIO D'AMORE.

Per capire questa storia, bisogna sapere che una volta c'era uno scolaro di liceo, il quale era stato allevato in collegio dove avea imparato poco e male il libro della vita, ma in compenso avea scritto dei versi e avea letto una quantità grande di romanzi sui quali avea sparso una non minore quantità di lagrime e di sospiri.

Grave errore, in verità, buttar via per vani fantasmi un umore così prezioso e che ha tanto peso nelle bilance della vita!

Ma a diciassette anni le sventure sembrano un'invenzione dei filosofi; e anche la morte sembra una parola retorica, fatta per tesservi intorno di bei melanconici ed eroici concetti.

Soltanto dopo avere camminato molto nella vita si vedono distintamente i contorni di queste supreme realtà!

A diciassette anni Furio non vedeva che la faccia pallida e gli occhioni dell'Ida — una signorina sedicenne, la quale con la mamma e con la sorella maggiore abitava, per la stagione dei bagni, l'appartamento di fronte a quello di Furio.

La vedeva quando c'era (un fotografo amico delle signore aveva arrischiato dopo molte suppliche la presentazione del giovanetto), ma più specialmente quando non c'era.

Nei pomeriggi lunghi estivi partiva dall'appartamento di fronte una voce da mezzo soprano che cantava con la titubanza di chi teme di far soffrir l'aria:

Alfredo, Alfredo, Di questo core Non puoi comprendere Tutto l'amore.

Ma verrà giorno In che il saprai.... Com'io t'amassi Confesserai....

La ripresa “Ma verrà giorno„ era così straziante che Furio non poteva più star fermo; si cacciava le unghie nella carne, poi correva su all'ultimo piano e bussava alla porta di Cecco.

— Oh, Cecco, Cecco, per carità suonami quella romanza del _Guarany_!

Cecco era un suonatore di contrabbasso, randagio e beone, il quale a quell'ora pomeridiana smaltiva il vino del desinare in placidissimi sonni.

Destato a quel modo, è facile pensare come accogliesse l'importuno innamorato; le frasi più gentili erano:

— Va a morir d'accidente _te_ e quella spuzzetta.

— Non dire: è così ideale! — e pur con molte preghiere e promesse che la sera gli avrebbe pagato da bere, lo induceva a levarsi su e prendere il suo stromento.

Allora la voce del contrabbasso cominciava dopo un _zum zum_ profondo:

Sento una forza indomita Che ognor mi tragge a te,

con quel che segue e con tanta passione che vibravano i cuori e anche i vetri delle finestre.

*

Finì l'estate: l'Ida partì.

Oh, piccola Ida, tu portavi con te tutto il cuore di Furio, e avevi anche con te i fiori e la verdura, il mare e il cielo, perchè quando tu partisti tutto si ottenebrò intorno a Furio.

Ma anche l'Ida dovea essere ben grave di tanta ricchezza o dovea aver rimorso di averla rubata, perchè quando si trovò sola nella sua stanzetta, al suo paese che non rivedeva da due mesi, pregò tanto la Madonna e pianse anche lei tanto, come Furio.

Furio le mandò la _Storia di una Capinera_, _Paolo e Virginia_, _La Capanna dello Zio Tom_, le tragedie dello Shakespeare con molti indici convergenti verso Giulietta e Romeo: libri onesti, come ognuno può vedere, ma che avrebbero fatto molto piangere; anzi erano segnati i passi dove l'Ida presumibilmente si sarebbe dovuta commovere.

Ma questa comunione di anime lontane per mezzo della posta e del pensiero altrui non bastò più a Furio e la passione gli montò così al cervello che diceva fra sè: “Vederla ancora una volta e poi morire!„ Anche i suoi genitori ne erano impensieriti.

L'Ida non abitava lontana: un'ora di treno e un'ora o due di carrozza: a Montiano, un nome pieno di fascino, che agli orecchi di Furio suonava come dovea suonare il nome di Provenza a un rimatore del trecento.

Non abitava lontana, ma la lontananza è in relazione con la facilità dell'andarvi.

Come allontanarsi da casa sua? come presentarsi a casa di lei specialmente se c'era il babbo? Il quale era un uomo nero, che avea visto solo una volta su la rotonda dello stabilimento, e non gli avea rivolto una parola in tutto il tempo che erano stati in circolo. È anche vero che Furio pure non avea detto allora una parola e le guance dell'Ida impallidivano ed arrossivano ad ogni momento.

Come affrontare, dico, quell'uomo così severo e che pareva avesse letto tutto nell'animo dell'adolescente e della figliuola? con quale ragionevole pretesto?

*

Il pretesto venne, ma era tanto sottile che era ben audace cosa l'affidarvisi!

Cecco, il sonatore di contrabbasso, un bel giorno gli disse:

— Uhi! poeta! la sai la nuova? sabato andiamo a Longiano per la festa del Cristo: siamo in dieci sonatori, se vieni anche tu c'è il viaggio gratis fin lassù, ti faccio passare per il fattorino dell'orchestra.

Furio a tale notizia fu preso dalle vertigini, perchè bisogna saper, due cose: che Longiano è un castello su di un bel colle che è vicino ad un altro colle ove è Montiano: ove dimorava la sognata fanciulla.

Secondo: bisogna sapere che per un giovanetto che dai suoi genitori ha per i minuti piaceri un franco la settimana, non è facile trovarne dieci per fare un viaggio. I genitori di Furio erano gente da bene, ma povera gente, v'erano degli altri fratellini, e il babbo, che era medico, faceva anche troppo a mantenerlo in collegio: nè Furio, benchè avesse letto molti romanzi, avea imparato a metter le mani nel portafogli del babbo o far cattive azioni. Dunque anche il denaro, che è cosa tanto volgare rispetto all'amore per l'Ida, costituiva una difficoltà.

Le parole di Cecco fecero sparire la tetraggine dal cervello di Furio, per la quale andava curvo e pensoso come un filosofo: la mente lampeggiò: si risovvenne che le signorine prima di partire si erano fatte il ritratto da quel fotografo amico.

Furio balzò in casa del fotografo: parlò, pregò, si disperò affinchè gli consegnasse i ritratti che li avrebbe portati lui. Quegli nicchiava.

— Ma dove mai vuoi trovare un pretesto più ragionevole? — fremeva Furio, mentre colui riponeva, ancor incerto, nella busta le dodici fotografie, sei dell'Ida e sei di Elvira, la sorella maggiore, — io vado alla festa del Cristo, e siccome sono tuo amico, così tu mi hai detto: “senti, Furio, giacchè vai a Longiano, fa una scappatina a Montiano, così mi risparmi la posta e mi saluti le signore„, non ti pare?

Il fotografo crollava la testa:

— Tu hai perso il cervello dietro quella signorina; ma a me vuoi far perdere la clientela, il mio ragazzo! — e pur tuttavia gli consegnò la busta.

*

Poi Furio saltò in casa di Cecco e disse:

— Vengo, vengo, sai! ma lo trovo poi un posto?

— Se te l'ho detto che ci penso io!

— Quand'è così, basta, Cecco: vengo, oh, se ci vengo! ma non dirlo agli altri il segreto...., non svelare a nessuno....

*

Tutte le trombe dell'avvenire suonavano agli orecchi di Furio una fanfara gloriosa di assalto alla baionetta.

*

— Mamà, mi attacchi i bottoni alle ghette? mamà, avresti una borsetta da viaggio? mamà, avresti un ombrello?... mi dai la catena d'oro del babbo?

— Ma dove vuoi andare, figliuolo?

Furio esitò, poi confessò la sua passione che era anche troppo nota.

— Non spendo niente però, mamma, vado gratis con Cecco e con i bandisti.

— Non far sciocchezze, figliuolo, lo sai che tu adesso devi badar a studiare, a farti un avvenire. Se lo sa il babbo!...

— Già, che cosa dirai al babbo se questa sera non mi vede a cena?

— Dirò.... che sei andato via a trovare la nonna.

Così rispose la mamma, la quale per Furio rappresentava (oh, povere mamme!) qualche cosa di eterno, di eterna e immancabile difesa, sempre e per qualunque male; mentre l'Ida era cosa fuggevole e tanto divina che tutti, in suo pensiero, gliela doveano contendere.

*

Ora bisognava pensare a vestirsi in modo da far bella figura, ma pur troppo la volontà di Furio non era pari ai mezzi, ed è facile capire perchè. Egli aveva bensì la sua assisa di collegiale, ma non corredo di abiti borghesi. Ben si sa che per un collegiale è grande ambizione nelle vacanze pavoneggiarsi con un bel vestito civile. I genitori di Furio in quell'estate, cedendo alle preghiere e alle promesse, avevano accondisceso a fargli fare un abituccio da estate. Era di una lanetta chiara e leggera che per l'agosto poteva andar bene, e aveva fatto buon servizio per tutta la stagione, fedel compagno sì al mattino come alla sera in cui la più parte della gente galante vestiva di scuro. Ma verso i primi di ottobre con quell'arietta fresca che odorava di pioggia vicina, il servizievole abito era troppo eloquente testimonio di onorata povertà! La catena del babbo, la borsetta da viaggiatore, le uose, il colletto e la cravatta nuova furono ammennicoli che non valsero a rimediare il difetto dell'abito. “Avessi almeno un soprabito da mezza stagione!„ gemeva il giovinetto, e fu per un istante in procinto di prender con sè il grave cappotto nero del collegio. Ma bisognava staccare alamari, filettatura, e invece urgeva l'ora della partenza. Convenne dunque far di necessità virtù e così vestito come meglio potè, Furio, poco dopo, era pronto per la partenza.

— Mamà, mi dai un po' di soldi? — chiese timidamente, e avutili, scappò di casa facendo le scale a quattro gradini per volta, e quando fu in istrada diede un'occhiata a quelle finestre da cui poche settimane innanzi al raggio delle stelle e della luna la bianca, la cara fanciulla cantava: “Spirto gentil de' sogni miei„ e “Alfredo, Alfredo, di questo core„ con quella voce innamorata che gli faceva venire i brividi come squillo di tromba e destriero di battaglia.

Povera finestrella! era chiusa! Ma si aprirà un altr'anno quando verrà l'estate e lei tornerà al mare. Ma fra quest'anno e quello venturo c'era un abisso: l'ultimo anno di collegio. Il terribile professore di matematica, il rettore prete del collegio, il preside, i prefetti crudeli passarono alla mente di Furio come una visione terrorizzante.

Ohimè, nel vasto mondo dove c'era l'Ida, c'era anche il preside e c'era il collegio: combinazioni inverosimili e pur vere!

*

Ci faceva una magra figura Furio nel carrozzone di terza classe fra quei sonatori che strepitavano come indemoniati, mentre egli, guardando il cielo grigio da cui gemeva la pioggia, pensava, come a un sogno, che quella sera avrebbe veduto l'Ida: forse avrebbe potuto sfiorare con un bacio le labbra di lei. Cose da impazzire!

Scesero a Savignano che piovigginava.

Montarono tutti in una giardiniera scoperta, tirata da due cavalli magri. Pioveva ora davvero e tutti si erano stretti sotto l'ombrello di Furio, cantando a squarciagola.

Uno a cassetta suonava imperterrito l'inno di Garibaldi con la cornetta e spaventava i cavalli che, per la pioggia, per lo spavento delle grida, per il gran peso, non volevano andar più avanti.

— Ferma! ferma!

C'era una casa di contadini.

— Ma non ce l'abbiamo più il vino! — dicevano i villani.

— Ma sì che l'avete il vino novo in quel botticino là; to', si sente! — e con quella libertà che si concede in Romagna, erano scesi, avevano invaso la tinaia e batteano con le nocche i tini e le botti.

— Ma quello è del padrone!

— Oh, che credete che i suonatori che vanno a sonare a Longiano non abbian da pagar da bere?

E bevvero, bevvero tanto che la pioggia cessò e dopo i cavalli, spaventati al suono delle trombette che squillavano tutte, presero la corsa per la salita, e così fu l'ingresso trionfale a Longiano.

Verso ponente nereggiava da lungi un colle e sul colle un castello.

— Ecco là Montiano! — disse Cecco piano a Furio; e a Furio balzò il cuore come se in quel punto avesse veduto l'Ida.

Come scesero, Furio domandò piano e segretamente ad una donna quanto c'era da Longiano a Montiano.

— Tre miglia e più e strada cattiva, — rispose quella stupida e parlava forte e indicava, così che tutti potevano udire, una viottola che calava giù nella valle e riappariva poi in un'erta tutta di petto vicino a Montiano.

Adesso tutti sapevano che andava a Montiano.

— Oh, che va a Montiano che è notte? Ma a che fare? Come? Non sta qui a cena con noi? Vi sono le lasagne e i galletti in padella! E il formaggio fresco, olà! Ehi, ehi, a Montiano non c'è mica osterie e poi vien giù ora un acquazzone! — così dicevano i suonatori a gran sconforto di Furio: ma lo videro precipitar giù per la viottola senza ombrello e col cappello di paglia in mano affinchè il vento non lo portasse via. — Bel matto! Ehi, l'ombrello! — gli gridarono dietro. Ma Furio era scomparso.

— Ma ci ha la morosa a Montiano, — avvertì Cecco.

— Contane tante! — e levarono il braccio, come a dire: “se ci ha la morosa, si posson ben lasciare le lasagne ed i galletti e pigliar la pioggia„.

Mentre le gambe di Furio correvano, il cervello farneticava. Per la valle non c'era nessuno; certi bagliori di sangue sopra il castello di Montiano rompeano le nubi livide e gravide, da cui scendeva la pioggia all'insaputa di Furio.

“.... Bisognerà ben domandare dove stanno di casa, perchè io non lo so. E allora tutti si imagineranno che io vado a trovar l'Ida, e chi sa quante altre malignità penseranno mentre il nostro amore è così puro! Domattina tutto il paese saprà che è arrivato un giovane che non era del luogo e ha chiesto della famiglia X***; ma si leggeva negli occhi che invece domandava dell'Ida.„ A Furio anche pareva che tutti gli abitanti, anche i monelli, ad un gran circuito da Montiano, dovessero sapere chi era l'Ida e la ragione per cui egli correva sotto la pioggia.

Poi c'era un altro pensiero: “Io busso. Apre il babbo e mi domanda: Chi è lei? cosa vuole? Sono venuto a portare i ritratti. Ma di notte? in campagna? non c'era la posta? C'era, ma siccome i suonatori, etc., etc.; così il fotografo mi ha detto: Senti, caro Furio, giacchè vai a Longiano, fammi il piacere, porta questi ritratti, etc.; è una passeggiatina ed eccomi qui....„

Indubbiamente c'era la concatenazione logica in tutto questo discorso, ma ci voleva un po' di tempo per farlo capir bene anche perchè era una cosa complicata; e sopratutto ci voleva molta buona fede per credervi.

Oh se ci fosse stata solo la mamma, la signora Sofia! lei sì che era una gentilissima signora, e avrebbe subito compreso la ragione della sua venuta! Però sopra di ogni altro dubitoso e molesto pensiero aleggiava un'idea ridente, ineffabilmente gioiosa. L'Ida gli avea detto: “Addio per sempre!„

Dunque non lo amava! sì che lo amava, ma non glielo avea mai detto e non avea risposto niente alla sua lettera d'amore, una lettera molto lunga ove si conteneva il più genuino stillato di una giovanetta anima sensibile ed inesperta come quella di Furio. La avea però accettata quella lettera e tenendola con le dita tremanti, pareva che la poverina paventasse tutto l'ardore, tutta la passione, tutto il pericolo che si sprigionava da quella busta. Ma che stenti...., ma che preghiere disperate perchè l'accettasse! Questo era avvenuto lungo il viale che conduce al mare; e Furio, correndo sotto la pioggia, raccontava a sè stesso quell'episodio del suo dolce amore: “andavamo avanti noi due pel viale: io dicevo tremando che accettasse la lettera, lei tremando diceva di no. Diceva senza voltarsi: “La mamma, signore, ci guarda!„ Io diceva: “Ida, si fermi!„ Lei si fermava ed io diceva due paroline alla mamma che ci avea raggiunti, per farle capire che noi si parlava di cose indifferenti, non di amore, anzi che non ci amavamo: poi dicevo piano: “Ida, andiamo„ e lei si moveva. Non potevamo andar piano. Tutto il viale ci passò in un momento: se fosse stato lungo dieci volte tanto non ce ne saremmo accorti. Io parlai tanto che lei prese la lettera e la nascose nel seno. Dopo non parlò più: anch'io non dissi più niente.... La sola risposta dell'Ida è stata questa: “Addio per sempre!„ Perchè? quale mistero?

“No addio per sempre, anima mia, no, ecco io torno, ecco io vengo: oggi tu deciderai della vita mia, del mio avvenire: mi dirai se mi ami! Sì tu mi ami, perchè io ti amo senza fine. Tu sei la felicità e sei passata vicina alla mia anima, e la mia anima ti vuole....„

Furio si asciugò il sudore perchè era giunto nel paese e cercava come Renzo una persona di buon augurio per fare anche lui la sua domanda, e com'ebbe scorto un vecchietto che gli veniva incontro con un grande ombrello, se gli fece dappresso rammentandosi involontariamente delle lezioni di storia greca dove avea imparato che gli Spartani aveano un gran rispetto per i vecchi, e gli disse:

— Di grazia, signore, dove starebbe la famiglia del signor X***?