Piccole storie del mondo grande

Part 10

Chapter 103,814 wordsPublic domain

— Ho servito la patria, ho dato la mia vita tante volte e adesso mi mandano via. Bella gratitudine, eh? Valeva la pena di fare quest'Italia? Una manica di camorristi al ministero! In confidenza, abbiamo abbattuto la breccia di Porta Pia per mandar via i preti, e i preti sono entrati per un'altra porta: quelli laggiù sono più preti dei preti.

Il signor maggiore, nel dire queste parole, abbassava la voce verso la signorina Y*** e tendeva il braccio verso quella ipocrita gente laggiù.

— Ne vuole una prova palpitante?

— Dica pure.

— Abba Carima!, — pronunciava il maggiore, staccando ferocemente le sillabe e poi si ricomponeva. — Del resto non mi vogliono più? sono diventato inutile? _Je m'en fiche!_ La mia pensione non me la possono portar via: anzi voglio mangiarci un generale all'Italia con la pensione! Ma quando verranno giù i francesi (i tedeschi ci sono già in casa) allora la vedremo! I francesi, quelli vengono giù di certo, faranno come quel tal re che da Susa arrivò sino a Napoli senza sparare un colpo di fucile: come si chiamava già quel re, signorina?

— Carlo VIII, signor maggiore.

*

Questi sfoghi aiutavano molto la digestione del signor X***, tanto più che la signorina Y*** avea in serbo di bei ragionamenti per confortarlo: l'Italia fu sempre ingrata verso i suoi figli migliori e questo si prova cominciando da Dante e venendo giù giù sino a Galileo, al Mazzini.... etc.

*

Da parecchi giorni la signorina è di lieto umore, pare ringiovanita: è venuta una sera con un'elegante mantella di fine pelliccia e un cappellino adorno di un ciuffetto bianco, ben audace.

Il signor X*** si è invece accigliato molto: ha dato tre volte il titolo di ipocrita al cameriere, cosa che non gli accadeva da molto tempo.

La signorina ha trovato un amante? la signorina si fa sposa? la signorina ha avuto un'eredità?

Niente di tutte queste cose. La signorina si è fatta elegante e lieta perchè si avvicinano le ferie natalizie: undici giorni di vacanza, concessi dal regolamento; ma che sono assolutamente di troppi a giudizio del signor maggiore.

— Dunque va via da Milano?

— Me lo domanda? Ma subito: pensi, signor maggiore, che a Reggio ho ancora la mamma ed una sorella con un amor di bambino di cinque anni e una bimba di tre. Le farò vedere i ritratti, proprio carini.

Di fatto la sera seguente la signorina Y*** espose una serie di ritratti:

— Questa è la mamma, questa la Sofia, mia sorella, questa Fifì, questo Totò, il mio nipotino che aspetta che gli porti il panettone. Sa Iddio cos'è che imagina che sia il panettone! Ah, — aggiunse con sincero egoismo, — poter passare quasi mezzo mese a casa propria con la mamma, vicino al caminetto!

— Credevo che voialtre superdonne, come dicono ora, donne istruite, donne emancipate, — borbottò con dispetto il maggiore, — ne faceste a meno volentieri della casa e della famiglia.

— Quando non si può fare in altro modo...., — rispose la signorina Y***, crollando melanconicamente il capo, — allora è buona regola il dire che se ne fa senza volentieri.

— Ecco un esempio di sincerità degno di essere registrato nelle storie.

— Crede lei che le donne dicano la bugia?

Il signor X*** si storse senza rispondere e anzi per impedire a certe frasi poco convenienti di uscir dalla bocca, vi versò dentro un bicchierino di cognac.

— Io, come io, — disse proseguendo con candidezza di sentimento e dolce loquela la donna, — avrei preferito essere una buona mamma che una mediocre maestra.

*

L'antivigilia di Natale la signorina X*** venne al _restaurant_ con molti pacchi. Il maggiore volle veder tutto e passò una serata piacevolissima: sopra ogni altra cosa lo rallegrò una bambola snodata che muoveva gli occhi e faceva: _na! na!_

Ma i giorni del santo Natale furono per il signor X*** neri addirittura. Quando lo stomaco non digerisce, le tinte del mondo si mutano e poi tutta quella gente lombarda con delle facce ridenti come maggi (benchè si fosse d'inverno) che si salutava, che si augurava, che parlava di ben mangiare, di ben godere, di barbera, di tacchini farciti, del Bambin Gesù, dell'Albero di Natale con certe espressioni che eglino parevano ingrassarsi nel pronunciarle!

— La capitale morale! — borbottava sdegnosamente il maggiore, — ed hanno ancora i pregiudizi del Natale come i nonni dei nonni! E poi dicono che hanno fatto le cinque giornate!

Il tavoleggiante sentì tutto il peso dell'umor nero del maggiore.

Quando gli disse: — Domani, signor maggiore, si chiude alle cinque, perchè, sa, è Natale.... — dubitò di essere divorato vivo.

*

La signorina Y*** finalmente è tornata: il signor X*** sta molto meglio di stomaco. Ma una parte del merito è dovuta alla signorina Y***. Oramai è lei che consiglia il pranzo per il signore, anzi dà al padrone l'ordine di alcuni piattini, il giorno prima per il dì seguente. È giunta anche a limitare il numero dei bicchierini di cognac in fin di tavola: ha adottato l'uso della verdura che il signor maggiore non poteva soffrire. Egli era un animale carnivoro, ma si adattò al regime vegetariano docilmente.

Venne marzo.

L'albergo ha un piccolo scoperto che nella buona stagione si apre al publico, e, sopra, lungo il fil di ferro di un pergolato, si attorcigliano i viticci de' glicini e alcuni grappoli timidamente cercano di aprirsi all'etico tepore del marzo.

Sopra, l'esile celeste di questo povero cielo lombardo è come lambito da rosee tracce di sole morente.

V'è un palpito di giovinezza nell'aria. Il signor maggiore lo sente tanto più questo diffuso piacere del tempo nuovo perchè ha pranzato squisitamente. Pensare: un'insalatina tenera tenera di lattuga con delle uova bazzottelle e una salsa squisitissima di acciughe preparata da lei, pacatamente, con le sue bianche mani!

— Impara, ipocrita, — avea detto il signor X*** al cameriere, — impara come si fa a condire l'insalata.

E ne aveva mangiata tanta e con che gusto! Poi la signorina se ne era andata e il signor X*** aveva rotto la consegna: — Porta una bottiglia di Lambrusco! — Uscì col virginia che tirava come un fumaiuolo, col cuore leggero e pieno di spiriti. Un'ondata di risa allegre lo investi: era una frotta di giovanette che usciva da una fabbrica vicina. Il signor maggiore battendo gli sproni come un ufficialetto di cavalleria a diciott'anni, camminò che pareva volesse oscurare coi buffi di fumo la luna nuova che pencolava sopra le impalcature delle grandi case in costruzione nei nuovi quartieri. Evidentemente meditava qualche cosa di nuovo, di audace, di inverosimile.... — Domani! — borbottò fra i denti.

*

Ohimè, domani è scoppiata la bomba, anzi un fulmine a ciel sereno.

La signorina Y*** disse col suo miglior tuono di voce:

— Sa ella, signor maggiore, la bella novità?

— Cosa? È caduto il Ministero? — domandò con tutta pace il signor X*** aprendo il _Corriere_ col quale era tornato in buon accordo.

— Che ne so io! — disse ella. — Ho ottenuto il trasloco, il trasloco a Reggio! Ma pensi che felicità! Potrò vivere a casa mia con la mia buona mamma che è vecchia e mi scrive e mi vuole con lei. Ma pensi che felicità! Io sono una signora a Reggio con cento dieci lire al mese, mentre qui, sapesse ella che stenti dovevo fare, e poi creda che non ne potevo più di vivere a camere ammobigliate....

La signorina Y*** era raggiante di contentezza nel proferire queste parole, tanto che non s'avvide d'una rapida contrazione nel volto del signor X***, il quale però si ricompose subito e disse con grande calma, non in lui abituale:

— Ella non me ne ha mai parlato! Ad ogni modo me ne congratulo....

La signorina cominciò a spiegare come era andata la cosa, quante pratiche avea dovuto fare per riuscire.

— Così che ella è felice...?

— Felicissima!

— E non prova nessun rimpianto a lasciare Milano?

— Nessunissimo. Milano è da vero troppo grande per la mia piccola persona e mi vi trovavo a disagio; a Reggio, invece, ho la mamma, ho i parenti e qui chi conosco io? chi si cura di me? chi mi vuol bene?

— Troppo giusto, troppo giusto, signorina.... — poi cominciò a grattarsi la testa, poi si levò di scatto in piedi facendo tintinnar gli sproni, poi levò dal fondo delle tasche il cronometro con tanta forza che oramai ne strappava la catena.

— _Sacrebleu!_ le cinque e tre quarti, e il generale che mi attende in quartiere: buona sera, signorina!

— E non pranza? — domandò la signorina Y***, levando in su i suoi belli occhi meravigliati.

— Non intende? Mi aspetta il generale....

— Ma allora poteva far a meno di venire....

— Me ne sono dimenticato.

E ganciatasi la sciabola, inquadrò alla signorina Y*** un saluto che rispondeva alle più rigide prescrizioni regolamentari.

*

Il signor X*** non è più tornato al _restaurant_ Il cameriere ha detto alla signorina Y*** che il mattino seguente aveva domandato il conto e lo avea saldato.

— E la causa?

Il cameriere si rannicchiò nelle spalle e allargò le mani, come a dire: se non lo sa lei, io l'ignoro.

— Un bell'originale, in fede mia, — diss'ella.

— Eh, un pochino. Peccato, perchè dava più mancie lui di tutti gli altri avventori.

*

La signorina Y*** è in gran da fare come ognuno può vedere. La padrona di casa la aiuta a riempire i bauli, le valigie, a metter a posto cappellini, gale.

Hanno suonato alla porta.

— Chi è?

La padrona è corsa ad aprire ed ha portato alla signorina Y*** un biglietto stemmato dove è scritto: Capitano cavalier Fabio Raimondi.

— Capitano cavalier Fabio Raimondi? — disse la signorina leggendo, — io non lo conosco; — ma poi ci pensò un poco e si ricordò che Raimondi era il nome spauracchio e così fieramente inviso al signor maggiore. Che voleva adesso costui? Pregò la padrona di riferire che in quel momento non era in grado di ricevere. La padrona fece l'ambasciata; ma tornò dicendo che il signor capitano veniva per parte del signor X***, e che l'oggetto della visita non ammetteva dilazione.

— Allora che venga avanti, — disse la signorina Y***.

E il signor capitano entrò con molto sussiego: un piccolo magro elegante capitano, tutto lucido dalle scarpe di copale al berretto, ai guanti. Aveva l'aspetto di chi deve compiere una seria e difficile missione.

— Le posso offrire il mio baule o questa sedia.... come crede, — disse ella liberando la seggiola meno ingombra, — Come vede, sono su le mosse di partire....

Il piccolo capitano fece cenno con la mano come a dire che non gliene importava niente del disordine e si sedette come chi ha da fare un lungo discorso. Cominciò:

— Ella saprà benissimo quello che accadde al signor maggiore....

— Mio Dio, gli sarebbe successa una qualche disgrazia?

Il signor capitano accennò un tranquillo diniego con la bella mano guantata.

— Ammalato?

— Nemmeno.

Si fermò, poi concentrando nel monocolo tutta la forza visiva, incise queste parole:

— Semplicemente innamorato!

La signorina Y*** diede in un'allegra risata: il signor capitano rimase serio.

— Scusi, e le viene a raccontare a me queste storie?

— Certamente; perchè è innamorato di lei!

Il piccolo capitano sillabò queste parole con tutta calma, e si adattava il monocolo per meglio studiare sul volto della signorina Y*** l'effetto delle sue parole.

La quale signorina a questa confessione, sotto quello sguardo insistente, quasi impertinente, si sentì turbata, poi volle ridere, poi le parve di esser fatta segno ad una celia non degna. Questo pensiero le fece nascere su le labbra queste parole:

— E lei, scusi, che parte ci fa, signor capitano?

Il capitano rimase imperturbabile a questa domanda scortese ed anche la caramella non si mosse. Rispose:

— Una parte da gentiluomo, signorina: vengo in nome del maggiore a domandare se ella acconsente di sposarlo.

La calma, la serietà di quel signore, la novità della cosa finirono per far perdere la direzione delle idee alla signorina Y***. Dopo un po' di silenzio disse:

— Supposto che tutto questo sia vero, per quale ragione il signor maggiore non me ne ha fatto parola quando lo poteva? Perchè una bella sera si è eclissato e non si è fatto più vedere? perchè?

Egli rispose:

— Perdoni, ma ella con tutta la sua penetrazione non è giunta a leggere nel cuore del signor maggiore. Ahimè! solamente quando amano le donne sanno leggere! — sentenziò con intenzione semi-tragica il piccolo capitano, e questa volta gli cadde la caramella dalla profonda cavità orbitale ove era incastrata.

— Ma io non mi sono accorta di niente; mai nulla in lui che non fosse il rispetto che un gentiluomo deve ad una signora per bene.

— Egli è che il signor maggiore, — spiegò il capitano Raimondi, — è uomo di una suscettibilità così morbosa, di un sentimento così esagerato da essere un vero infelice. Veda: quando ella gli ha detto che sarebbe andata via, che era contenta di lasciar Milano, per lui fu come un colpo di spada.

— E avrebbe forse preteso che gli avessi detto che per amor suo non ero contenta?

— No, ma avrebbe voluto che ella lo avesse compreso, che lo avesse indovinato.... che lo avesse.... prevenuto....

La signorina Y*** lo guardò con quell'occhio maliziosamente femmineo che la donna conserva a tutte le età e con tutte le doti di saggezza e di studio; come a dire: “Avete di queste pretese?„

— Sì, sì, capisco, — disse il signor capitano che aveva ben capito, — è un assurdo, ma il povero maggiore è fatto così: sta a lei il mutarlo: egli si sente vecchio, dice che tutto lo perseguita, che le donne non lo vogliono più vedere; mentre invece il signor maggiore è ancora un bellissimo uomo, regge in sella per delle marcie lunghissime, è un patriotta di grandi benemerenze, è ricco, il che non guasta, potrebbe passar colonnello e anche generale se non fosse il suo umore deplorevole, di cui io stesso sopporto le conseguenze con animo pacato perchè conosco le sue qualità eccezionali. Insomma che debbo riferire nel di lei riverito nome al signor maggiore?

All'acuta penetrazione del signor capitano non isfuggì che il silenzio e l'imbarazzo della signorina provenivano solo dalla novità della cosa e dalla mente che non avea nè potea aver ancor ponderato, però aggiunse:

— Se è sconveniente parlare a lei, dica a chi mi debbo rivolgere.

— Io vado a Reggio questa sera..., — disse la signorina Y*** arrossendo e con manifesto imbarazzo.

— Ed il signor maggiore non lo vuol vedere?

— Io non posso certo impedire al signor maggiore di venire a Reggio.... anzi lo rivedrò volentieri....

— E gli dà facoltà di venire a casa sua?

— Non so per quale ragione non dovrei ricevere un amico....

— Allora, signorina, la consiglio di partir subito, perchè altrimenti il signor maggiore rischia di arrivare a Reggio prima di lei.

I TRE CASI DEL SIGNOR AVVOCATO.

Il signor Flavio Semilli, di buona famiglia veneziana, dottore in legge e procuratore, ammogliato con prole, libero cittadino e libero elettore, nell'età non più giovane di trentacinque anni si era trovato un giorno completamente sul lastrico.

Tutto ciò può sembrare un assurdo, specie quando si pensi che il signor Semilli avea anche compiuto regolarmente i suoi studi con ottime attestazioni di frequenza e di lode.

Come avvenne?

Non lo avrebbe saputo raccontare nè pure lui.

Era stato prima vicepretore; poi, per la legge X..., quella pretura era stata abolita e lui privato del posto.

Se ne stette un po' a casa consumando i pochi risparmi e aspettando, come gli avevano promesso, di essere richiamato in servizio. Invece niente! Anche a Roma, esclamava il dottor Semilli, fanno come dice Dante: “lunga promessa con l'attender corto!„

Allora era passato per la trafila di vari impieghi, l'uno più miserabile e precario dell'altro, finchè si era trovato, come abbiamo detto, col vuoto davanti agli occhi e nelle tasche.

Che fare? Cosa semplice: venire a Milano, la città dagli occhi di fata, dove con le grige nebbie autunnali, spinti dal miraggio dell'opulenza lombarda, si trascinano gli affamati del bel dolce paese, nonchè d'altre terre straniere.

Veramente l'avvocato Semilli vi era venuto non con le grige nebbie ma col lieto sole di aprile che faceva scintillare tutta la Madonnina del Duomo: non per ciò la fortuna gli era stata più propizia.

Una barba incolore cresceva oramai troppo lunga su le pallide ed intristite gote; il colletto e la cravatta domandavano al loro signore un ben meritato riposo; le scarpe poi, per il lungo calcare i melmosi e smossi ciottoli della città, aveano subite profonde alterazioni dal loro primo essere, e invano la vernice e le sottoposte pezzette nere di seta cercavano di coprire le ferite mortali. In queste condizioni egli era a pena presentabile; ma lo sostenevano un paio di guanti ancora puliti e riposti ben bene nella tasca interna del soprabito, e poi un bastoncino di ebano vero con la testina d'avorio vero, proprio elegante.

Da due mesi cercava con molta perseveranza se non con eccessivo slancio, e non aveva trovato nulla. La massima evangelica _pulsate et aperietur vobis_, ottima per le porte dei cieli, era di scarsa efficacia per le porte degli uomini di Milano.

Ben è vero che la natura benigna gli aveva infiacchito un poco il cervello (un gran nervoso alla testa, diceva lui) così che più oramai non si accorgeva e non sentiva la irrisione delle promesse, la ipocrisia della pietà, l'insulto delle dure repulse.

Nel giudicare gli uomini era giunto a quel tal pessimismo, il quale, più tosto che un'evoluzione filosofica, segna l'ultimo grado di una ben esperimentata miseria. Si comincia in questi casi a credere non solo nell'innata malvagità del genere umano, ma nella iettatura, nella persecuzione, nella fatalità del destino etc.: cose assai brutte davvero, le quali forse sono un poco nella realtà, ma un po' anche in una specie di dolorosa debolezza che ha subito la molla del volere.

Però, nel nostro caso specifico, il pessimismo del signor avvocato era bonario, venezianamente umile e arguto, senza propositi e senza ribellioni tragiche.

Solo pensando alla moglie ed ai figli, gli occhi si inumidivano e, voltando in su lo sguardo verso la Madonnina del Duomo, così placida, così buona, così lontana, gli venivano alle labbra i famosi versi del Filicaia:

E tu 'l vedi e 'l comporti, E la destra di folgori non armi, O pur gli avventi a gl'insensati marmi?

La Madonnina, lassù in alto, non rispondeva nulla alla fiera apostrofe, anzi, così com'ella si sta, con le mani allargate, pareva dire: “Io non ne ho colpa!„ e nel suo dialetto milanese: “_mi ghe n'impodi no!_„ Miglior consiglio era forse di andare nei caffè a recitare tutta d'un fiato quella sfolgorante canzone.

Il professore, nei tempi remoti della scuola, gli dava dei bei dieci per la forbita recitazione: possibile che quei forti mangiatori di risotto e di busecchie non si fossero commossi a sentirlo cominciare:

E fino a quanto inulti Fian, Signore, i tuoi servi? —

Ci pensò due o tre volte, per celia, s'intende, giacchè un dottore in legge, ex impiegato del governo per giunta, non si abbassa così; però gli parve spediente abbastanza originale ed alla americana da tentarsi soltanto nei casi estremi. “Alla fin fine — pensava — _cosa ghe xe de mal?_„ Con la voce e col gesto avrebbe potuto dare un'intonazione rivoluzionaria conforme ai nuovi tempi anche a quella canzone che fu lodata e premiata dal sacro imperatore.

L'invettiva al Dio superbo ed inerte si poteva benissimo adattare anche a questo secolo di rivendicazioni popolari. L'avvocato Semilli si confortava in queste fantasie, quando gli arrivarono due lettere di raccomandazione, da lui lungamente sollecitate.

L'una era dell'on. X.... per l'avv. comm. on. Y..., deputato moderato, liberale-progressista. Conteneva poche righe scritte dal segretario, ma con la firma autentica dell'on. X....

L'altra, più lunga, era del dotto abate Z..., rivolta all'eccellentissimo e molto reverendo padre V..., una delle colonne del partito cattolico lombardo, uomo pieno di relazioni e di affari.

Le due lettere giunsero assieme come care amiche, e l'avvocato Semilli quando le ebbe lette col cuore in sussulto, non potè a meno di esclamare lietamente: “Due piccioni ad una fava! Adesso almeno io avrò da mangiare e il di più lo manderò ai miei piccini!„

Quel giorno la Madonnina gli parve più raggiante che mai nel puro azzurro e come a lui benevoli gli parvero i cittadini della città superba.

*

Al mattino alle ore dieci l'avvocato Semilli era a fare anticamera dall'onorevole Y.... tenendo, con una mano in tasca, la lettera di raccomandazione ben ravvolta in un foglio di giornale perchè non si sgualcisse: l'altra mano era dentro lo sparato dell'abito sopra i documenti, sopra il cuore che batteva impetuosamente.

Il cameriere, dopo molta attesa, gli domandò la lettera e poco di poi lo introdusse.

Un magnifico e vigoroso signore su la cinquantina lo accolse col più grazioso dei sorrisi e, dopo le prime frasi d'uso, gli indicò una bella poltrona di velluto rosso dove l'avvocato Semilli sprofondò; quindi, deposto il viglietto dell'onorevole suo collega, invitò con bel gesto il visitatore ad esporre le ragioni della sua venuta.

Con la voce in sussulto quegli incominciò e, con le mani guantate, tremanti, apriva i documenti, le nomine governative, i diplomi e comprovava il suo dire.

Il signore lo ascoltava col suo bel sorriso e diceva ogni tanto con un brusco moto di contrarietà: “Ma che disdetta!... oh, poveretto!„ Quando vi fu un momento di sosta, levò la mano, una assai bella mano, in atto di volere egli pure parlare e cominciò:

— Il mio caro giovinotto....

— Eh, non lo sono più, signore! — osservò l'altro timidamente.

— Via!! Quando si è pieni di belle speranze si è sempre giovinotti: se lo lasci dire. Il mio caro giovinotto, il caso suo è proprio desolante, tanto più che cospirano delle circostanze di fatto che non si possono oppugnare. Lei è proprio vittima di una legge, lo capisco, anzi una delle vittime più stritolate. Ma che farci? Lo sa bene: _dura lex, sed lex!_ Ad ogni modo quando andrò a Roma, avrò presente il caso suo: vedrò, sentirò, se per vie indirette, per altri uffici, ci fosse modo di rintegrarla nel suo impiego. Perchè è questo che lei vuole, è vero? Dopo tutto è la via maestra, battiamo questa per ora e poi vedremo il da farsi..., insomma stia certo che me ne occuperò: il caso suo è proprio degno di considerazione....

Per essere esatti convien dire che l'umile postulante (è la parola dell'uso) non domandava tant'oltre, chè fra i molti ostacoli si frapponeva il limite dell'età; ma poi che un rappresentante della nazione così autorevole come quello con cui parlava, l'aveva intesa per quel verso, tanto meglio! Non c'era che da supplicarlo di far presto e perciò suggerì timidamente:

— E se ella scrivesse....

— No, no, e _pour cause_: il guardasigilli è mio buon amico, ma alle lettere non danno che un'evasione convenzionale: hanno già le risposte preparate. Aspetti che vada a Roma, aspetti.... — poi, come cedendo ad un pensiero costante, con fare più sciolto aggiunse: — Del resto, veda, il gran male di noi italiani è quello di mancar di energia, di intraprendenza, di coraggio. Osservi quello che fanno gli inglesi, gli americani! Ma voi non vi volete staccare, Dio mio! dalle gonne della mamma o della moglie: un posticino, un impiego da vivere a miccino e vi basta. Non dico mica di lei, sa? Parlo in generale.... Ma girate il mondo; tentate, esplorate! I confini dell'Italia sono al di là dell'Italia: questo è il mio motto. Avete la colonia eritrea, la spedizione belga nel Congo, le regioni dell'Argentina, le plaghe inesplorate della Patagonia.... Conosce lei quelle regioni?

— No, signore: non le conosco mica se non di nome.