Piccole storie del mondo grande
Part 1
ALFREDO PANZINI
Piccole Storie del Mondo Grande
LEUMA E LIA IL CUORE DEL PASSERO LE OSTRICHE DI SAN DAMIANO NELLA TERRA DEI SANTI E DEI POETI LE VICENDE DEL SIGNOR X*** E DELLA SIGNORINA Y*** I TRE CASI DEL SIGNOR AVVOCATO LA BICICLETTA DI NINÌ IL PRIMO VIAGGIO D'AMORE IL CINABRO RIVELATORE LE VIOLE
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 13.º migliaio.
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PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Milano, Tip. Treves — 1920.
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DEDICATORIA
ALLA MIA CARA MAMMA FILOMENA SANTINI VEDOVA PANZINI.
Queste novelle, mia cara mamma, siano dedicate a te, anche perchè un poco di merito ce l'hai tu.
Non che tu le abbia emendate o mi abbia incoraggiato a scrivere: anzi!
Ti ricordi? Le mattine d'estate, quando suonava la campanella, tu piano piano uscivi dalla tua stanza — i cari bambini dormivano ancora o sognavano la spiaggia del nostro bel mare — con lo scialle nero in testa e il libro della messa: alzavi il saliscendi della porta della mia stanza e mi trovavi già curvo su le carte e sui libri. Tu dicevi: “Guarda che bel sole (e il sole, sorto da poco, filtrava dalle persiane verdi), monta in bicicletta, va a fare una bella passeggiata, invece di star lì a ammuffire tutto il santo giorno„, e te ne andavi scuotendo il capo con mestizia e commiserazione.
Nè devi ancora esserti dimenticata che qualche mio scritto fece inavvertitamente, per opera tua, conoscenza con le fiamme del focolare. Allora te ne rimproverai, ma oggi...! oggi, chissà? Forse, meglio: alle fiamme purificatrici i fantasmi della passione e del pensiero: nel mondo e fra gli uomini le sane e forti opere. Certo tu non pensavi, ma intuivi così, cara mamma!
Anche per quello che riguarda l'arte non ebbi da te troppi ammaestramenti. Tu, in fatto di romanzi e di letture, sei rimasta, caso mai, fedele alla vecchia scuola: cioè i gran romanzi, in uso molti anni fa, pieni di avventure che ti conciliano piacevolmente il sonno dopo il desinare del mezzodì. Quanto al pane dell'anima, sei contenta delle semplici parole di Cristo che sono ne' tuoi breviari, da te postillati con parole buone di speranza, di perdono e d'amore. La nuova arte che scruta sottilmente le passioni e le tempeste dei mortali, è passata vicina alla tua ignoranza: e tu non ti sei accorta di queste superbe conquiste dell'ingegno.
Dunque non grande conforto, come vedi, io ebbi da te a questi miei studi e a queste tormentose e pure affascinanti fatiche dell'imaginare e dello scrivere.
Però se tu, cara, avrai la pazienza di scorrere queste belle pagine — belle per la onorata veste dell'arte tipografica — vi troverai qualche cosa di te, e capirai perchè a te le volli dedicate.
Queste novelle — ancor che umile frutto di quella passione e di quella nobile malattia del pensiero che spesso distrugge la vita scorza a scorza — non sono opposte a quei principi umani a cui è stata conformata la tua vita. Vi troverai l'amore e la venerazione per le cose e per le opere semplici e generose: vi troverai anteposta la coscienza e la verità alla fortuna e il disdegno di ogni proficua viltà; e questo è avvenuto non per alcun merito mio o per deliberato proposito di far opera morale (tanto più che la morale, proseguita da sola, ha in arte un ben tenue valore: inoltre — affermano i savi moderni — la morale è fenomeno mutevole di sentire secondo il mutare della società e della storia), ma perchè tali principi mi furono da te inspirati, e in questa maniera di sentire e di operare tu, benchè non dotta di filosofia e di lettere, mi fosti naturale maestra del pari che il Maestro mio venerato e grande di Bologna (tu ne conosci il caro nome, spesso ripetuto sotto il nostro umile tetto!).
Certo con tali principî la conquista materiale della fortuna non è stata agevole, anzi...! e non lo sarà, a quel che pare, nè meno per l'avvenire!
Vero è che non sarai tu a farmene rimprovero.
Ma il sole splende su tutti e non fa pagare i suoi raggi, e poca terra ricoprirà noi come i conquistatori della fortuna e della vita!
Troverai anche in queste novelle accenni a care persone che più non sono e che molto amammo e che tu nutri fede di rivedere.
Per queste ragioni accetta l'offerta di questo libro e vivi a lungo sana e consolata per mio conforto.
_Milano, ne l'aprile del 1901._
ALFREDO PANZINI.
LEUMA E LIA.
Da sette anni l'onorevole Astese non vedeva il dottor Leuma, anzi — a rigor di termini — non sapeva nè pur più dove fosse: se in questa vita o nell'altra.
Ma secondo ogni verosimiglianza dovea essere in questo mondo perchè non fu mai detto che i dottori muoiano come una persona qualsiasi.
Ora è certo che l'onorevole Astese, se avesse avuto a pena una settimana libera, si sarebbe messo subito alla ricerca di quel caro compagno di Leuma. Oh, lo avrebbe sì ripescato e avrebbe con lui rinnovato alcuna cosa della giovinezza, oimè, della giovinezza così da poco tempo fuggita e pure già così lontana. Oh, potersi riposare all'ombra o al sole con Leuma e provare il gran piacere di dire delle sciocchezze senza la paura di perdere di gravità, e portare anche i mattoni a quelle gran fabbriche di castelli in aria di cui Leuma era maestro architetto! Ma, oimè, se Leuma era vivo, li sapeva ancor fare i bei castelli, cioè era ancora viva la sua giovinezza del cuore; o era morta come era morta in lui?
Morta in lui? Che ne sapeva mai lui, Astese? Quando mai egli aveva avuto tempo di fare queste profonde analisi di se stesso?
Ma della giovinezza di Leuma si ricordava bene!
Erano stati compagni di collegio a Venezia per alcuni anni: egli era fra i grandi e Leuma fra i piccini; un pallido, meditabondo giovanetto con una grande anima che si apriva allora piena di sussulti in un esile corpo; ed egli, Astese, ne riceveva le prime confidenze, e lo amava con quella idealità e pur non so quale tenerezza di sensi come spesso avviene in collegio, e lo difendeva dalla protervia de' compagni. Poi lo ricordava per alcun tempo, fuor del collegio, ventenne, bellissimo. Come si era trasfigurato con la libertà! Ebbro di entusiasmi, con i capelli lunghi, i fiori su la bottoniera, nitrente verso l'avvenire come un puledro. “Signori, — pareva dire — Venezia è da vendere? Il mondo va male? lo trasformerò io: I segreti della gloria e della fortuna sono nel taschino del mio _gilè_.„
E poi?
Scomparso!
*
Astese non aveva mai avuto nessuno dei fremiti e dei sogni di Leuma, anzi si divertiva a contemplarne lo spettacolo in Leuma: talvolta anche si aggrappava, per così dire, alle gambe di lui; ma a pena si sentiva un po' lontano da terra, lo pregava di tornar giù e fare il piacere di mettere il piede sul sodo.
Eppure a trentasei anni Astese si era fatta — si può dire dal nulla e senza sforzi eccezionali — una posizione invidiabile: avvocato quasi celebre, pubblicista autorevole, in fine, deputato.
Anche io come molti altri mi sono chiesto in che mai consistesse il segreto di tanta fortuna, e non ci sono riuscito. Se lo sapessi dire, come diventerebbe prezioso questo mio libro, e come ne approfitterei io stesso! No, non lo so dire. Ecco: forse ne' suoi occhiali d'oro che ridevano sempre su lo scarno e arguto suo volto sbarbato, e parevano dire: “Noi, dopo aver bene esaminato, pigliamo il mondo sul serio per quel tanto che basta a non diventare scettici o filosofi pessimisti.„
In pretorio, quando cominciava a parlare, diventavano di buon umore anche i giudici: eppure Astese non era un _farceur_!
Nell'ultima battaglia elettorale glie ne scrissero e dissero d'ogni colore gli avversari: una sola dimenticarono, cioè questa: “Signore, siete antipatico!„ Eppure Astese col suo naso, col suo collo ricordava lontanamente il cammello.
Astese non era un artista e non era un uomo di genio: eppure i suoi articoli erano letti e citati.
Sì, è vero: vi sono piccole qualità preziose: un motore minuscolo produce di più che tutto l'impeto di un uragano. Esistono nel mondo morale, come nel mondo fisico, gli infinitamente piccoli da cui si genera la fortuna nel commercio della vita.
E la potenza di adattamento all'ambiente non la si conta?
Ah, sì! Quando la scienza ci avrà fornito il mezzo per apprendere la forza di adattamento, noi almeno, poveri inseguitori di farfalle e di ideali, impareremo di gran cose!
*
— Ah, onorevole, come dovete essere felice voi! senza moglie, senza figli, senza fastidi: un mondo di quattrini: un portafogli in prospettiva! — sospiravano gli amici.
— Taci, — rispondeva Astese in tuono lugubre. — Sai tu cosa v'è qui dentro?
io mi sento simile al saltambanco che muor di fame, e in vista ilare e franco trattien la folla.
“Io allegro, io felice, io? — ripeteva poi talvolta a se stesso, specie nel silenzio mattutino della sua stanza. — Felice tu, miserabile?„ e si appuntava con volto tragico il dito contro la specchiera: ma poi gli veniva da ridere, guardandosi. “Va là, _mato anca tì_!„ concludeva vestendosi in fretta e facendosi “_ciao_„ nel suo inestinguibile dialetto veneto.
*
— In prima non c'è più posto, onorevole.... Le carrozze sono tutte occupate da una compagnia di americani che vanno a Roma a vedere il Papa....
— Allora favorisca dirmi dove posso montare....
— Se crede, faccio attaccare una carrozza, onorevole.... — gli andava dicendo dietro il capostazione.
— Manco per sogno: monto in seconda....
E il capostazione stesso gli aperse uno sportello di seconda classe con un: — qui, passi qui: c'è posto; — e sospinse su l'onorevole Astese, che era proprio lui ed era assai impicciato perchè avea il _plaid_, la sacca da viaggio, il portafoglio curiale, il bastone, l'ombrello, la spolverina e la testa fuori di posto che è il peggio bagaglio. Era stato chiamato a Modena per una grossa causa di fallimento. Era giunto al mattino: avea perorato, avea quasi vinto. Avrebbe così potuto dire come Cesare: _veni vidi vici_: cosa che ad Astese accadeva di frequente. Questa volta interruppe la vittoria un telegramma del Presidente del Consiglio che lo chiamava d'urgenza a Roma per il voto di fiducia.
— Parto, ma giuro, signori, — diceva ferocemente ai clienti che ritti sull'andana lo ossequiavano, — giuro che fra tre giorni, al mio ritorno, se non pagano, porteremo via anche i chiodi. Cosa? Non ci sono i danari? Oh, li faremo venir fuori noi....!
Lo schianto del treno, partendo, lo fece cader giù sul divano. Poco dopo, i chiodi, la ferocia, la causa fuggivano via dal finestrino insieme al fumo della sigaretta. Queste gravose cose egli dava ad intendere che le portava seco; ma nel fatto le lasciava presso i clienti.
Quando i vapori della concitazione avvocatesca cominciarono a dissiparsi, vide uno che lo guardava come se lo volesse conoscere.
Diede un gran salto e gridò:
— Tu sei Leuma, tu sei!
— Tu sei Astese, — disse un bel signore giovane, il quale aveva un'elegante barba nera e quadrata. Ma nel dire queste parole le gote arrossirono e gli occhi, assai dolci, presero un'espressione di imbarazzo e quasi di timidezza: rossori e timidezze che quella barba virile avea la missione di nascondere.
Ma Astese non se ne accorse: gli si buttò a dosso, lo baciò con certe espressioni d'amore, famigliari su le lagune di Venezia, che gli erano rimaste in fondo della memoria dal tempo del collegio; le quali se convenivano a Leuma, quando era adolescente, disdicevano a Leuma con quella barba nera.
Leuma sorrise e si vedeva che cercava di parlare anche lui a pena fosse cessata la tempesta delle domande e delle carezze.
Allora un sottile scoppio di risa si udì, benchè fosse assai sottile e come represso, il quale però ebbe la virtù di fermare le parole di Astese e fargli volgere gli occhi dalla parte da cui veniva quel riso motteggiatore. Gli occhi di Astese si incontrarono in due altri occhi incantati su di lui come su di un saltimbanco, ed appartenevano al volto di una giovanetta di fine e commovente bellezza.
I quattro occhi si fissarono per un istante, e quelli dell'onorevole Astese si sarebbero certamente corrucciati e le parole avrebbero detto: “Signorina, lei è un'impertinente!„ ma quegli occhi esprimevano una meraviglia così pura e quel volto era così adorabilmente giovane, che Astese non increspò il sopracciglio nè disse parola.
La signorina capì nondimeno d'aver fatto male, si voltò subito dalla parte del finestrino e pareva molto confusa: e un signore di mezza età che le sedeva di fronte, le battè su le ginocchia e fece segno col capo, come a dire: “Via, così non sta bene!„
Leuma approfittò del silenzio per dire: — Amico mio, noi siamo arrivati oramai.... È un peccato doverci lasciare....
— Arrivato? lasciarci? ma nè pur per sogno, — disse Astese.
— Ma io non posso proseguire, — disse Leuma con imbarazzo.
— Ma mi fermo io, tesoro. Il Ministero farà a meno del mio voto: non sarò certo io quello che terrà su la baracca....
— Già, tu sei deputato.... non ci pensavo nè meno più, — disse Leuma; e lo disse timidamente, come se questo pensiero lo ponesse in condizione di evidente inferiorità.
— Ma perchè se sapevi che io ero deputato e tante altre cose di me, non mi hai mai scritto? e io che ti cercavo per mare e per terra!
— Perchè? — rispose Leuma con non so quale amarezza — perchè io sono rimasto troppo ignoto.... Tu invece....
Il treno intanto frenò di botto: ed egli, Astese, raccoglieva le sue cose, che urtate e mal prese, balzavano dai sedili come malvagi spiritelli.
Scesero che ne ebbero a pena il tempo, e il treno avea ripreso la sua corsa verso le tenebre che velavano oramai l'emisperio d'oriente, mentre l'occidente si incendiava al passaggio del sole. Era una piccola stazione perduta nella pianura, e quando si spense il fragore del treno, ben si sentì il canto dei grilli e si sentì odore del trifoglio falciato, il quale metteva nell'aria un'indistinta frigidezza di verde e di viole.
Allora Leuma, levando il braccio, disse sorridendo:
— Io ti presento, Astese, mia moglie e il mio buon suocero: non l'ho fatto prima perchè tu me ne hai tolto il tempo; — e indicava ad Astese il signore e la signorina che erano nel treno e che pur essi erano discesi, nè Astese vi avea posto mente. — E questi è il mio amico, l'onorevole Vittorio Astese, di cui vi ho parlato tante volte; — proseguì quando Astese si fu levato dal profondo inchino che per la sorpresa gli avea fatto cadere gli occhiali dal naso; un naso sottile e gibboso che gli tagliava il volto olivigno: un naso dove gli occhiali aveano una base resistente a tutte le scosse oratorie. E pur questa volta erano caduti.
A quel residuo di vanità che rimaneva ad Astese a dispetto della sua grande saviezza, parve che la signorina, o per dir più propriamente, la signora rimanesse a bastanza indifferente davanti all'onorevole personaggio; ma guardava ogni tanto verso un viale di alti pioppi dal cui fondo ora spuntava una timonella e si udiva la sonagliera del cavallo.
Quando arrivò la timonella, caricarono le valigie, presero posto e si avviarono di bel trotto pel lungo viale ove i raggi del tramonto traversando l'una spalliera dei pioppi, saettavano l'altra di languide frecce.
Astese, seduto davanti alla sposina, si era acquetato e pareva come assorto nella strana combinazione che lo metteva di fronte a quel volto infantile, invece di trottare verso Roma per recare aiuto al cadente Ministero. Ma ecco si scoprì la facciata di una villetta. Davanti al cancello v'era una signora con una fantesca che avea un bambino in braccio: il bambino, appena vide la carrozza, cominciò a alzar le mani, e subito la sposina spiccò un salto dalla carrozza giù verso il piccino senza badar a nessuno. “_Ocio, che la no casca!_„ le disse dietro l'onorevole Astese, spaventato a quel salto mentre la carrozza era ancora in moto. La signora, che era la suocera, accolse l'amico di Leuma con belle parole e con quell'accento emiliano pieno di umili inflessioni che hanno sol di per sè un suono di natia gentilezza italiana. Ella non d'altro si meravigliò se non che Astese fosse deputato, giacchè i deputati se li imaginava mica giovani e neanche così alla buona.
— Ma scusa, — disse finalmente Astese fermando Leuma per un braccio, quando furono saliti al primo piano nella stanza ospitale destinata all'amico, — anche quel bambino è proprio tuo?
— Sì....
— Ma quant'è che hai preso moglie?
— Quasi due anni fa.
— E la tua signora quanti anni ha?
— Oramai diciannove.
— _Ma se la xe una putela...._
— Te lo dirò poi, — disse Leuma sorridendo, — ora fa il comodo tuo; — e posò un largo lume a petrolio, che cominciava ad annottare.
Era una stanzetta intatta con il soffitto a vôlta, dipinta d'azzurro, secondo lo stile di un sessant'anni fa; proprio la stanza degli ospiti.
Astese guardò attorno i mobili dalle antiche sagome, disposti in ordine e sgombri: parevano dire: “Sì, signore, proprio la stanza degli ospiti.„ Spinse l'occhio fuori della finestra e vide molta pace e molto silenzio intorno alla villa. Sotto vi dovea essere un giardino e si distingueva un'ombra di donna e una voce che chiamava: “_Pi, pi, pi!_ a nanna!„ Saettarono alcune ombre, piccine, convergenti in un sol punto; le galline che andavano a letto.
Frattanto in abbondante acqua cominciò a detergersi dai sudori della concione e dalla polvere: alzò il ciuffo di una capigliatura sottile e sfumata: adattò una cravattina bianca ad una camicia di batista, un soprabito nero su la camicia, sì che avea preso un aspetto più conforme all'alto suo grado.
E così sporgendo il ciuffo e il naso che sorreggeva le lanterne degli occhietti vivaci, apparve nella sala da pranzo ove la famiglia era raccolta sotto una bella lampada presso una tavola candida e fiorita di bellissimi fiori. Leuma gli andò incontro e la sposa allora sorrise vedendolo.
— Benedetta, che la ride finalmente! — disse Astese — non deve mica aver paura di me; non glielo porto mica via il suo sposo! Ma sai — e si rivolgeva a Leuma — che io ci pensavo a questo caso, cioè che una delle tante fate di nostra anzi di tua conoscenza ti avesse rapito e sottratto alle delusioni del mondo?
Il complimento ebbe la virtù di fare a pena sorridere Leuma, ma Lia rimase seria. Allora Astese, accorgendosi che quel tasto rispondeva poco bene, pensò di prendere in braccio il bambino, a cui rivolse molte domande:
— Come stai? Vuoi bene al papà? La fai arrabbiare la mamma? Vuoi fare l'avvocato quando sarai grande? Ih, come sei cattivo!
Il bambino aveva per un po' guardato quella faccia nuova, poi scoppiò in un disperato pianto che sconcertò l'onorevole Astese.
— Dia, dia a me, onorevole, — disse la sposa ridendo, — perchè il piccolo fagiolino le può rispondere con delle sorprese; lui non distingue mica un onorevole dalla sua mamma, vero, cocco? — e se lo prese sottraendo l'abito del signore da possibili guasti.
La signora suocera entrò sorreggendo trionfalmente fin su la tavola una gran fiamminga, e disse:
— Minestra di tagliolini fatti in casa: roba alla buona, signor deputato: favorisca la sua tondina.
Fuori delle finestre aperte c'erano gli alti pioppi che stavano a vedere; e saettò allora dalla densa verzura un trillo di rosignolo che salì, poi si franse e cadde come gemme in alabastro.
— Avete anche i rosignoli, avete?
— E le lucciole, — disse Lia; — vedrà quante: fra poco andranno tutte a spasso per il grano.
Il pranzo fu rallegrato da squisite vivande dichiarate con breve chiosa dalla signora suocera, e dalle più felici arguzie di Astese, tanto che il signor suocero non si poteva in cuor suo persuadere che una persona tanto per bene e cordiale fosse uno di que' signori che, a suo giudizio, mandano a perdizione la patria.
E quando il pranzo fu finito, Astese, benchè la giovane sposa si schermisse, volle sapere tutta la storia. Ma gli convenne molto pregare e anche disse:
— Veda, sposina, questo mio povero amico di Leuma che da tanti anni più non vedevo, io lo credevo perduto: ora invece lo ho ritrovato e mi pare che abbia trovato anche la felicità.
E rivolto a lui, aggiunse con tuono lievemente patetico ed enfatico, forse più per l'abuso dell'arte sua che per deliberato volere:
— Sotto la barba nera che ora ti ricopre il mento, io non riconosco più il volto soave dell'adolescente che allora eri. Ma gli occhi sono sempre gli stessi, e anche la bella parola. Ti ricordi che i compagni di collegio ti burlavano perchè parlavi l'italiano? Ti ricordi nella corte presso i sicomori fioriti che passeggiavi su e giù solitario, meditando sui versi del Prati? e piangevi che volevi essere libero perchè ogni notte le fate ti portavano un sogno e tu mi assicuravi che il tempo fuggiva? E avevi quindici anni! Io ridevo. Ma avevi ragione tu, sai? Il tempo fuggiva. Povero piccino; io ti amava allora e ti confortava; ma tu adesso hai trovato un conforto ben maggiore e un affetto più sicuro.
Così disse Astese, ed all'evocazione del ricordo antico Leuma sorrise da vero melanconicamente e — Tristi tempi, in fondo — mormorò. — Giovanezza tradita!... — Poi lambendo con la mano la testa della sposa, proseguì: — Le cose che tu sei curioso di sapere, sono semplici; il tuo amico che aveva mezzo mondo da conquistare e poco tempo da perdere perchè la gloria e le fate, che tu hai ricordato molto a proposito, gli dicevano di fare presto, il tuo amico si è trovato un bel giorno nella necessità di conquistare la carica di segretario comunale qui, in questo comune. Quanto poi al tempo, mi era venuto tanto in uggia che l'avrei fermato volentieri come quando si butta per terra un orologio che ci secca col suo tic-tac. Cos'hai adesso? — e questa dimanda era rivolta a Lia.
— Niente: perchè parli così? — disse Lia che gli teneva stretta la mano e lo spiava nel volto.
— Così per ridere, figliuola: così per spiegare a questo mio amico come talvolta vanno le cose del mondo.
Del resto la concitazione e il sarcasmo nella voce di Leuma furono una cosa tanto fuggevole che Astese non se ne sarebbe nè meno accorto senza la interruzione di Lia.
— Dunque, — proseguì Leuma, — io divento segretario comunale del paese. Allora qui avevamo un ginnasio, una di quelle tante fabbriche di spostati che abbondano in Italia. Adesso, grazie al cielo, lo abbiamo abolito.
— Il nostro Leuma, onorevole, — avvertì pianamente il suocero, — è assessore....
— Puoi dire che è lui il sindaco.... — corresse la suocera.
— Via, via, — interruppe Leuma sorridendo, — finiamola con questa storia: il sindaco è il conte Losti....
Il suocero si accontentò di alzare le spalle.
— Non ci creda, sa, onorevole, — disse la suocera, — il sindaco vero è Leuma.
— Be', andiamo avanti: dunque ti dicevo che avevamo un ginnasio con tre professori, professori così per dire, e una ventina di scolari in tutto. Io era a pena in paese da sei mesi, quando mi vengono a pregare di supplire il professore di quarta classe che avea preso il volo per altri lidi. Un avvocato può supplire a tutto: io poi sapevo di lettere, quindi ero indicatissimo come professore. Accettai. Vado a scuola, e indovina un po' chi vedo fra i quattro scolari? Una certa signorina, anzi una certa bambina che si chiamava a punto Lia....
— Così che tu hai sposato la tua scolara? — disse Astese.
— Proprio così.
— Adesso comincia il bello, conta, conta su.
— Cosa vuol contare? — disse Lia; — la storia è finita e il bambino ha sonno: io ho sposato lui e lui ha sposato me.
— Ma i particolari, sposina. Ma scusi, la storia senza particolari non val nulla.
— Il particolare più importante è questo: lui ha voluto bene a me e io — disse ella arrossendo — ho voluto bene a lui, e adesso punto e basta. Vero che hai sonno, piccino? vero che è la tua ora d'andare a nanna?