Piccole anime

Part 5

Chapter 53,259 wordsPublic domain

Suo padre e un giornalista, sua madre una maestra di lingue straniere. Il bimbo ha otto anni, ma pare che ne abbia dodici per le strane cose che sa, per le singolari risposte che da. Egli e gia stato a Venezia, a Firenze, a Napoli, non gli resta piu nessuna impressione di paesaggio per la sua gioventu: egli si stringe nelle spalle quando gli nominano il Vesuvio o la gondola. Ha dormito in tutti gli alberghi, da quello di primo ordine, servito come un piccolo principe ereditario, divertendosi a suonare ogni momento il campanello elettrico, a quelli di quart'ordine, stanze fredde ed incomode, senza tappeti, col letto stretto e duro. Questo bimbo ha gia pranzato in tutte le trattorie, ha preso il gusto delle pietanze complicate e degli intingoli piccanti: egli sa chiamare il cameriere e ordinargli del vitello alla salsa di tonno e una maionese di arigusta. Prima di entrare egli dice al papa: Papa, se abbiamo quattrini, voglio la pernice coi tartufi. E il papa gliela fa portare: mentre il giorno seguente si pranza a casa in fretta, con un semplice arrosto di capretto, circondato da molte patate. Il bimbo e gia stato in tutti i teatri e ha inteso l'_Aida_, il _Lohengrin_, il _Faust_ e il _Poliuto_: egli ama l'_Aida_ per i morettini, il _Faust_ perche vi e un bel diavolo, ma tollera appena il _Lohengrin_ perche vi e il cigno, e non puo soffrire il _Poliuto_ perche non vi e nulla di tutto questo. Ama molto la Durand e la Singer: delle altre non si cura. La prosa lo interessa meno della musica, ma ci va per le attrici. Negli intermezzi il padre lo mena sul palcoscenico: questo bambino e amico della Marini, la Tessero lo ha baciato, la Campi gli ha donato dei confetti ed egli ha fatto una passione per la Pietriboni. E un bimbo che non ha mai sonno, a mezzanotte; e quando rimane in casa, invano la serva cerca di narrargli le favole: egli e nervoso, non puo dormire. Ha imparato a leggere sopra un giornale e sa gli pseudonimi di suo padre. Non sa scrivere ancora bene e gia compone brani di cronaca. E un bimbo che ha sempre male allo stomaco, perche in casa sua ora si pranza all'una, ora alle otto, ora si beve il Bordeaux, ora il vinello acido. Egli conosce gia il modo di licenziare un amico importuno e impara quello di burlare i creditori; ha assistito a un sequestro, mentre sua madre, pallida, piangeva, e suo padre era scomparso. Sono gia due o tre volte che suo padre se lo abbraccia strettamente, e baciandolo, gli dice sottovoce di essere buono, di non dare dispiaceri alla mamma: e una di queste volte il papa e tornato a casa, disteso in una carrozza, svenuto, insanguinato, col braccio trapassato da una palla. Durante la malattia, niente pranzetti, niente scarrozzate, niente teatri: ma una miseria crescente, i creditori feroci, la madre sfinita, il padre torbido e rabbioso. Questo bambino, in fine, sa che suo padre e scettico e ha udito una quantita di discorsi ironici sull'amore, sulla patria e sulla virtu--e mi ha detto, un giorno, seriamente: Tutto sta in un buon colpo di rivoltella.

* * *

L'unica figliuola di un albergatore ricco: non ha la mamma. Il padre, che l'adora, l'ha affidata alla cameriera maggiore che se la porta dapertutto, in cucina, in cantina, nelle soffitte, negli appartamenti, al salone di ricevimento, sempre con lei. La bambina -- dieci anni -- vive in questo grande andirivieni, tra una folla che si rinnova sempre. Ha una stanzetta che e un amore e uno studiolo col pianoforte, ma se la gente e molta, bisogna finire per cedere anche il suo quartierino, e la bimba con la cameriera passano, di stanza in stanza, dormendo ora qua ora la, accampate, salendo dal primo al quinto piano. La bimba finisce con istudiare un quarto d'ora la sua lezione di pianoforte, nel salone, tra il chiacchiericcio inglese, tedesco, francese. I viaggiatori le sorridono, le parlano, la baciano, ed ella ha imparato a non infastidirsi, a sorridere macchinalmente, a fare la riverenza, a dire: "J'aime beaucoup la France, monsieur." Tutti questi visi estranei, indifferenti, sempre in arrivo, sempre in partenza, le passano innanzi come una fantasmagoria, e lei ha gia imparato a ricondurre un viaggiatore fino alla porta, a mandargli un bacio di addio e a stringersi nelle spalle, quando e partito. Ella sa pranzare a tavola rotonda, rifiutare una pietanza, piegare il tovagliolo: ella sa tutte le magagne del cuoco, le costolette dall'osso appiccicato, il burro che serve tre volte, gli avanzi di carne che formano l'infarcitura del timballo, il lesso di quattro giorni che diventa polpetta in umido, il bianco mangiare fatto con l'amido, i pasticci economici di crema di castagne, e sorride della buona fede dei viaggiatori. Ella vede le gradazioni di rispetto dei camerieri per la vecchia principessa col seguito, per la coppia felice di sposini ricchi, pel banchiere tronfio e pel deputato chiacchierone: ha imparato a disprezzare i miserabili che vogliono una stanza al quarto piano, con finestra sul cortile, che non pranzano a tavola rotonda, che non pigliano caffe nell'albergo e portano nella valigia una quantita di steariche, per non consumare quella dell'albergo, che costa una lira. Ella vede e sente una quantita di cose, dagli usci socchiusi, passando pei corridoi, entrando improvvisamente nel salone, alla fine del pranzo o di notte: disordini equivoci di camere, signore in camiciuola che si pettinano, signori in maniche di camicia che si tingono i mustacchi, camerieri che baciano furtivamente le cameriere, signori arzilli, scricchiolii di porte, sbagli di numero, ombre che attraversano i corridoi di notte, dialoghi sommessi. Lei china gli occhi, impallidisce e sorride. Quando si sta in famiglia, col padre, con lo zio, coi cugini, ella sente i discorsi brutali d'interesse, i progetti avidi di guadagno, le _combinazioni_ migliori per scorticare la gente, e tutto l'odio, il disprezzo che ha l'albergatore pel viaggiatore. E due cose l'hanno maggiormente colpita, a dieci anni: la figura di quella grande signora biondissima, che stette tre mesi, spendendo e spandendo, ricevendo tutta Roma, buttando il denaro dalla finestra, facendo accorrere i camerieri tutti quanti, che non saldava mai il conto e contro la quale suo padre era furioso, che poi lo saldo in un modo strano, mandando a chiamare l'albergatore, trattenendolo mezza giornata e rimandandolo tutto sorridente -- e quel signore magro e pallido, che stette mezza giornata, bevette due bicchieri d'acqua, non parlo con nessuno e a mezzogiorno si ammazzo aprendosi le vene.

* * *

Marito e moglie abitano la stessa casa, per convenienza, ma sono divisi. La moglie abita a terreno, il marito il primo piano, il bambino al secondo. Pranzano tutti tre insieme, ma la signora legge un libro e il signore legge un giornale: il bimbo sta in mezzo, guarda ora la mamma, ora il papa, coi grandi occhi meravigliati, e pranza silenziosamente. Il bimbo ha una _gouvernante_ e un precettore giovane: ogni tanto la madre si degna di assistere alla lezione, in vestaglia di pizzi, con le pianelle ricamate d'oro, e trova che il figliuolo studia troppo, spiegando al precettore, sottovoce, le ragioni per cui non si deve studiar molto. Il bimbo guarda di sottecchi. Quando, ogni tanto, le prendono questi impeti di maternita, ella vuole con se suo figlio, dalla mattina alla sera: il bimbo vede la madre che si dipinge gli occhi, che si sparge di polvere le braccia e il collo, che si distende delicatamente il rossetto sulle guance. Talvolta, per ischerzo, la mamma _fa il viso_ al bimbo, che ride, solleticato, turbato da quei profumi. La madre, per condurlo fuori, lo trova goffo, mal vestito, e presa dalla furia materna, gli annoda alla vita una larga sciarpa femminile, gli mette al collo una cravatta meravigliosa, di trina, e se lo porta, cosi vestito, in carrozza, su e giu per molte ore, col freddo, senza paltoncino, mentre a lui si fa il naso rosso e vengono le lagrime agli occhi per la noia. Lei saluta tutti, mostra il suo bimbo, lo bacia spesso, gli domanda se vuole un dolce, se vuole un giocattolo, fa la commedia della madre amorosa. A Villa Borghese, nel viale della fontana, fa fermare la vettura e apre conversazione coi giovanotti, che le dicono certe cose piccanti che la fanno ridere brevemente, mentre il bimbo ascolta, cercando di comprendere. Spesso, ella sale un momento da una amica, lascia il bimbo in carrozza e si trattiene un'ora; la povera creatura aspetta, con gli occhi imbambolati, annoiandosi, e il cocchiere che sa tutto, borbotta certe frasi brutali. Poi, per quindici giorni la madre dimentica il bimbo, dandogli un bacio distratto al mattino, facendogli uno sgarbo nelle ore di nervosita, gridando alla cameriera di portarlo via, se piange. In certe ore, al bimbo e assolutamente proibito di entrare nel salotto della madre. Non ci si va: dice la _gouvernante_, sorridendo. Per favore la madre si fa vedere dal figliuoletto, in abito da ballo, scollacciata, ma invano il bimbo tende le braccia a quella bella figura: essa ha paura di guastarsi l'acconciatura e parte, senza abbracciarlo, dicendogli di star quieto. In certe epoche un terremoto di feste scuote la casa: sarte, sarti, camerieri, balli, fiori, porte sbattute; non si pranza piu, non si dorme piu: poi la signora si abbandona a un riposo assoluto, non vede nessuno, e nervosa, pare mezzo pazza. Il padre e fuor di casa tutto il giorno, talvolta tutta la notte. Ogni tre o quattro mesi padre e madre hanno una lite tremenda, spaventosa, innanzi al bimbo, con ingiurie plateali, mobili rotti, svenimenti e minacce di separazione completa. E il bimbo sente in anticamera, in cucina, tutto quello che i servi dicono del padre e della madre.

SALVAZIONE

Dopo il forte momento della passione -- nelle placide ore di conversazione, quando le confidenze sgorgano, in una espansione spontanea, quando l'intimita sa essere amichevole e amorosa, Flavia parlava volentieri dell'infanzia propria, di quel giocondo tempo, tutto sole, tutto baci, tutto confetti. Questi ricordi la esaltavano, e come se sognasse, guardando lontano, con la voce tremante di emozione, narrava ancora di quante dolcezze l'aveva circondata l'amore materno. Poi, una improvvisa malinconia spegneva quell'eccitamento, la voce si faceva fioca, ella mormorava, vagamente:

-- La mamma... la mamma...

Quasi volesse sottrarsi a questa mestizia, prendeva le mani di Cesare, lo guardava negli occhi, dicendogli:

-- Dimmi di te, amore, dimmi di te.

Cesare sorrideva, fumando ancora la sua sigaretta, nella beatitudine dello spirito appagato e tranquillo.

-- Io sono stato un bimbo molto robusto, molto chiassoso e molto violento, amore. Ecco tutto.

-- E niente altro?

-- No, cara, niente altro.

-- Allora... -- diceva lei, crollando il capo -- dimmi del tuo bambino.

Cesare si faceva serio per un istante e la fissava, come diffidente. Ma vedeva negli occhi di Flavia tanta umile curiosita, tanto interesse affettuoso, che il suo sospetto si dileguava. Allora, col suo sorriso orgoglioso di padre felice, egli le parlava del suo bimbo, che si chiamava Paolo come il nonno, che non voleva essere piu chiamato _bebe_, perche era grande, perche aveva dieci anni.

-- Ed ha i capelli molto biondi, come te? -- chiedeva Flavia, profondamente attenta.

-- Molto biondi e ricciuti. Va in collera quando gli dico che ha il parrucchino: e molto sensibile al ridicolo, non puo sopportare che si scherzi con lui. Impallidisce, non piange. Va in un angolo e pensa: se gli parliamo, non risponde. Le sue malinconie sono quelle di un uomo.

-- Forse e gracile -- mormorava lei, impietosita.

-- No, e sentimentale; troppo, forse. Bisogna che io gli faccia perdere questa sensibilita squisita: se no, sara molto infelice. Se si abitua ad amar troppo, a desiderare troppo, a soffrire troppo per la mancanza di quello che ama e di quello che desidera, povera la mia creatura!

Un silenzio regnava, angoscioso. La conversazione, arrivata di nuovo alla passione, aveva perduto la placidezza e la soavita. Cesare tentava di ricominciare il discorso del bambino, ma anche questo si faceva scabroso: poiche a ogni momento, parlando di Paolo, appariva accanto la figura della madre, della giovane moglie tradita. E per rispetto alla donna che non amava piu, per delicatezza verso quella che amava, non poteva pronunziare il nome della moglie innanzi all'amante. Taceva. D'improvviso, Flavia si rizzava in piedi, gli veniva accanto, e con quella sua dolcezza femminile piena di lusinghe, che ottiene tutto, gli diceva:

-- Perche non mi conduci il bambino?

La prima volta che Flavia gli fece questa strana richiesta, Cesare ebbe un moto di ripugnanza e le rispose vivamente:

-- E una follia.

Ma Flavia non si scoraggio. Ogni tanto, quando la tenerezza di Cesare per lei fluiva piu larga, ella si faceva tutta buona, tutta pia, per chiedergli di condurle il bambino. Invano egli taceva o cercava di mutar discorso: Flavia vi ritornava, ostinata nel suo desiderio. Fino a che Cesare, infastidito che ella non comprendesse l'indelicatezza di questo capriccio, le rispose:

-- Del bimbo dispone la madre e non vorra mandarlo da te; dovresti intenderlo.

Una scena spaventosa ne segui, in cui, volta a volta, Flavia si accuso per questo amore colpevole e ne accuso Cesare, pianse, si dispero, si contorse le mani, maledisse la sua esistenza sbagliata e il minuto odioso in cui aveva incontrato Cesare. Egli dovette consolarla; ma ella non si chetava, sfogando tutto il dolore lungamente compresso di una posizione falsa, avvilendosi sino a confessare i propri rimorsi, rimpiangendo tutto un ideale di famiglia, di pace casalinga, di onesta, a cui aveva rinunziato per Cesare. Egli dovette abbracciarla, mormorarle vaghe parole di conforto incerte e puerili -- poiche quanto ella diceva, era vero -- carezzarla sui capelli come una bimba malata, cullare questo dolore per addormentarlo, e infine prometterle che le avrebbe condotto, un giorno, presto, il bambino.

-- Me lo lascerai qui, solo, con me, amore?

-- Te lo lascero, cara, purche tu non pianga.

-- Me lo lascerai, per un'ora?

-- Si, cara.

-- O amore mio bello, o gioia mia! -- fece lei calma, estatica.

* * *

-- Paolo -- disse il padre, spingendo avanti il bimbo -- ecco qui la bella signora che voleva vederti.

Il bimbo levo gli occhi neri in faccia a Flavia e sorrise lievemente. Ella congiunse le mani, in un gesto di meraviglia:

-- Quanto e bello, quanto e bello! -- disse sottovoce.

E all'orecchio del padre:

-- Cesare, digli se vuol darmi un bacio.

-- Paolo, vuoi dare un bacio alla signora?

-- Si -- disse il bambino.

E con un atto gentile e delicato, le prese la bella mano gemmata e gliela bacio.

-- Come un cavaliere cortese: bravo, Paolo! -- disse il padre, insuperbito, mentre Flavia seguitava a contemplare il bambino. -- Carino mio, vuoi restare con la signora mentre io vado qui vicino?

-- Ritorni presto, papa?

-- Ritorno presto, nino mio.

E poiche il bimbo era presente, quei due non osarono toccarsi la mano; scambiarono solo una rapida occhiata. Flavia si chino, prese per mano Paolo e se lo porto in salotto, presso un balcone aperto, come per guardarlo meglio. Egli se ne stava ritto, nel suo costumino di velluto oliva, tenendo stretto fra le mani il berrettino di velluto.

-- Hai tal quale gli occhi di papa tuo -- mormoro Flavia, pigliandogli una mano e carezzandola lievemente.

-- Si, ma la bocca e come quella della mamma -- disse il bimbo, con un tono di orgoglio.

-- Non ti piace di rassomigliare a tuo papa? -- e la voce non era sicura.

-- Papa e bello: ma la mamma e piu bella ancora; ha i capelli lunghi lunghi e le mani piccole piccole. Non la conoscete, voi, la mamma?

-- . . . . . . . no.

-- E perche non la conoscete?

-- Non so -- fece lei, chinando il capo, mentre gli occhi le si gonfiavano di lagrime.

Paolo la guardo curiosamente e tacque. Ella si levo e gli ando a prendere dei confetti. Egli rifiuto gentilmente, ma guardando i confetti come un bimbo educato, che non osa accettare quello che desidera.

-- Perche non li prendi?

-- Non sta bene; grazie.

-- Ma se ti piacciono, prendili, Paolo. Te l'hanno insegnato a scuola?

-- No, me l'ha insegnato mamma. Io non vado a scuola

-- E chi ti fa lezione?

-- Mamma. Essa non potrebbe stare sola, dalla mattina sino alle tre. Cosi la lezione me la da lei, sino a mezzogiorno.

-- E a mezzogiorno?

-- Facciamo colazione, mamma ed io.

-- Soli soli?

-- Il papa non ci e mai, a colazione. Ha troppo da fare, ha molti affari, molti affari.

Un breve silenzio.

-- Prendi i confetti, Paolino.

-- Sono troppi -- disse Paolo, come ultima svogliata difesa.

-- Li dividerai con qualche amichetto tuo.

-- Io non ne ho.

-- Con chi giuochi tu, dunque?

-- Con mamma, quando essa ne ha voglia.

-- Non ne ha voglia sempre?

-- No.

-- E perche?

Il bambino la guardo e tacque. Un'indicibile, rapidissima espressione di terrore attraverso il volto di Flavia. Ma il bimbo non sapeva nulla, non doveva aver compreso quella domanda.

-- Cosi non ti diverti molto? -- riprese ella sospirando, come per sollevarsi da una grande oppressione.

-- Si, mi diverto. Mamma ricama, suona il pianoforte, e io guardo le immagini dei libri, giuoco con quei pezzetti di legno da far case, o guardo la gente che passa nella via.

-- Sempre soli?

-- Gia: dovrebbe esserci papa, ma egli ha molti affari, molti affari.

-- Chi te lo ha detto, di questi affari?

-- Mamma.

-- Ah!

-- Essa mi racconta anche le favole, quando io mi annoio. Ma sono troppo tristi, le sue favole, e mi fanno piangere. Ne sapete voi, di quelle favole che fanno ridere?

-- No, caro. Te le raccontera di sera, le favole?

-- Si, di sera. Io vorrei andare in teatro dove papa una volta mi ha condotto, con mamma. Ma ora papa non puo accompagnarci piu e andiamo a letto presto. Egli viene a casa molto tardi, di notte, molto di notte, e cammina pian piano, nell'altra stanza, per non farci risvegliare. Ma la mamma e sempre sveglia e sente: qualche volta sono sveglio anch'io -- Ecco papa -- mi dice lei, sottovoce. Poi, quando papa entra, a darmi un bacio, noi chiudiamo gli occhi e fingiamo di dormire.

-- E ti bacia, papa?

-- Si: e se ne va via in punta di piedi, come e venuto.

-- Non da un bacio alla mamma?

-- No -- disse il bimbo, facendosi pensieroso.

-- Tu, dunque, dormi nella camera della mamma?

-- Si: prima non ci dormivo. Ma papa ando a fare un viaggio di un mese, e mamma, che aveva paura di dormir sola, fece portare il mio lettuccio in camera sua. Dopo, ci sono restato.

Flavia si arrovescio nella poltroncina, come se svenisse. Il bimbo la guardava co' suoi occhi buoni e meravigliati. Ella non parlava, non trasaliva, non si moveva, e Paolo cominciava ad aver paura di questa bella signora tutta pallida. Egli stringeva macchinalmente il berretto e desiderava che suo padre tornasse, per andarsene. Poi, Flavia si scosse, levo la testa, e tanto dolore le si dipinse nella faccia, che il bimbo le tese le braccia come a sua madre, dicendole:

-- Che hai?

Uno scoppio di pianto la vinse, mentre baciava quel bel bambino affettuoso, tutto sorpreso da quest'impeto. Le lagrime bagnavano le guance, il collo di Paolo.

-- Non piangere, signora, non piangere cosi. Non sara niente.

-- Non piango, no, non piango piu. Dammi un bacio, come alla tua mamma.

Egli le butto le braccia al collo e la bacio.

-- Addio, caro, resta un minuto qui. Ora papa tuo verra e ti portera via. Io debbo uscire.

-- Debbo dire alla mamma che sono venuto qui?

-- Perche?

-- Perche papa mi ha detto di non dirglielo.

Ella penso: poi, come se gittasse via l'ultimo dubbio:

-- Diglielo alla mamma, che sei stato da Flavia.

Per un minuto la bella mano si poso sui riccioli del bimbo, come per benedirlo.

* * *

E mai piu Cesare e Flavia si sono incontrati.

*_FINE._*

NOTE DI TRASCRIZIONE

I seguenti refusi nell'originale sono stati corretti:

[1] _Monotamente_ e stato corretto con _monotonamente_;

[2] L'espressione _dello piccola bastarda_ (nell'originale), e stata corretta in _della piccola bastarda_.