Piccole anime

Part 4

Chapter 43,483 wordsPublic domain

Il bimbo stava fermo innanzi alla vetrina di Natali, guardando le bambole vestite da ciociarine, i fantocci vestiti da arlecchino e le scatole dove annidavano le casettine dipinte e gli alberetti di trucioli verdi. Diceva alla serva:

-- Se avessi quattrini, comprerei quel _fratello Girard_ che fa le capriole con le mani e coi piedi: forse costa cinque lire e mamma non vuole mai spendere piu di venticinque soldi. Comprerei anche quel sorcetto che si da la corda e corre per la casa: la palla elastica non la voglio, perche e brutta, perche ne ho avute tante....

Allora, accanto a questo bimbo snello e pallido, di una bellezza pensierosa e sentimentale, si fermo una bambina. Era una ragazzina di sarta: portava uno scatolone ovale, coperto di pelle nera, con una larga correggia passata al braccio. Lo scatolone poggiava sul fianco e la faceva piegare tutta da una parte. Vestiva di nero, un nero stinto, dove diventato rossastro, dove verdastro: portava un cappellino di paglia nero, vecchio, circondato da un brutto nastro. Ella stessa era bruttissima, capelli rossi, viso macchiato di lentiggini, occhi senza ciglia, naso rincagnato. Essa, invece di guardare i giocattoli,

guardava il bambino, ascoltando i suoi discorsi. D'un tratto il bambino si accorse di lei e le disse:

-- Quanto sei brutta!

Quella trasali, ma non rispose, e resto li, incantata, a contemplare quel bel bambino, dal labbro orgoglioso.

-- Sei brutta, vattene! -- disse il bimbo, facendole dei versacci.

Ella se ne ando pian piano, sbilenca sotto il peso dello scatolone, e si perdette nella folla di quella serata estiva. Anche il bimbo si avvio, dando la mano alla serva che lo rimproverava delle cattive parole, dette a una povera creatura. Egli s'indispettiva e rispondeva soltanto:

-- E brutta, e brutta, e brutta.

Si ritrovarono di nuovo, sul marciapiede. Sembrava che la bambina avesse aspettato: e seguiva passo passo il bambino, fingendo di guardare in aria o nelle botteghe, quando egli si voltava. Ogni tanto con uno sforzo e con un sospiro si rialzava lo scatolone sul fianco e correva dietro al bambino, senza mai perderlo d'occhio. Fino a che egli si accorse di questa persecuzione e batte i piedi in terra, per la rabbia: si pianto sul marciapiede e quando la ragazzina fu obbligata a passargli innanzi, le dette un pugno in un fianco. Ella se ne fuggi, con le lagrime negli occhi, sorridente e beata.

* * *

Batte il sole di settembre sulla piazza di San Marco: e il pomeriggio silenzioso e chiaro. La piazza e deserta. Sotto le Procuratie passeggia qualche ozioso, con le lenti azzurre: intorno ai tavolinucci del caffe Florian, due o tre veneziani sonnolenti guardano nel fondo delle loro tazze, con gli occhi socchiusi. L'ombra del campanile si allunga, bizzarra, sulla piazza. I colombi dormono sul cornicione del palazzo reale, sulle braccia delle statue; ogni tanto se ne stacca uno, fa un volo rotondo, per aria, senza toccare terra, e ritorna al suo posto. A un tratto si ode un largo fruscio, un batter d'ali sordo e precipitoso, e tutto lo stormo dei colombi vien giu. In mezzo ad essi una bimba, con una gonnelluccia corta e uno scialletto che le avvolge il busto, cava dalla tasca manate di granturco e ne lascia filtrare i grani fra le dita. I colombi formano intorno a lei un circolo fitto, fitto, pizzicandosi, beccandosi, per arrivare al granturco: lei sta nel centro, piccola, con una testolina minuta, con una grossa treccia fulva, mezzo discinta sul collo. Mentre cadono i grani ella guarda i colombi, fissamente, con certi occhi verdini, glauchi. Quando non trova piu nulla nella tasca, un'espressione di malinconia le si diffonde sulla faccia. I colombi restano ancora un poco, cercando gli ultimi granelli, pigolando, beccandole le scarpette: poi, a gruppetti di tre, di quattro volano via, se ne vanno sul campanile. Pochi ostinati restano, cercando ancora: e questi qui se ne vanno ad uno ad uno. Ella li vede partire tutti sino all'ultimo, seguendoli con l'occhio, nel volo largo.

MODA

E utile qui dire, che nessun bimbo puo essere assolutamente brutto; che nessun bimbo ispira una completa ripugnanza. Se sono malaticci, hanno la dolcezza di una malattia; se sono rachitici, hanno la malinconia attraente di un corpo condannato; se sono precoci, hanno quel sapore strano e acre delle piccole anime, gia troppo grandi. Infine potranno avere il naso camuso o gli occhi piccoli o la bocca grande -- ma avranno sempre qualche cosa bella: o la guancia rotonda o la delicatezza della pelle o la morbidezza dei capelli, o avranno, nello insieme, tanta grazia soave, tanta freschezza, tanta gioventu che vale come bellezza. Vi sono uomini brutti e vi sono uomini ripugnanti: ma Dio volle che non vi fosse infanzia senza sorriso e senza fascino di amore.

Cosi, io credo la piu facile, la piu deliziosa cosa per una madre, vestire il proprio bimbo. Vi deve essere una gioia minuta, ma molto acuta, nel preparare le leggiadre ed eleganti cose che renderanno piu bella la propria creatura; credo che debba essere una delle contentezze piu intense della maternita, questa cura assidua e immaginosa, di adornare graziosamente questo essere piccoletto e bello.

Quando, per la via, s'incontra una mammina col bimbo, se ella e piu elegante del suo bimbo, bisogna diffidare un poco di quella madre. Quando il bimbo e addirittura goffo, trascurato, non riparato contro il freddo, allora il senso della maternita e molto debole in quella madre. Quando il bimbo ha un abituccio gramo, simile a quello ricco della madre, vale a dire _combinato_ coi ritagli--allora questa madre ha il cuore deplorabilmente inaridito dalla vanita e guastato da una feroce avarizia. Invece ho conosciuto una madre, ancora giovane, ancora bella, che vestiva sempre la lana, mandando fuori la sua creatura vestita di seta; che non aveva piu vanita per se; che rientrava da ogni passeggiata, riportando un nastro, un cappellino, una mantellina per la sua creatura, che passava le ore a fantasticare qualche cosa di nuovo e di bello, sempre per la sua creatura; che si tormentava, se ne vedeva un'altra meglio vestita; che quando le dicevano: _come e graziosa oggi la vostra creatura!_ impallidiva di gioia, sorrideva e soggiungeva subito:

-- Ora, ora, le sto facendo un altro vestitino, piu bello ancora, con cui vedrete come sara carina.

E non dite che questa sia vanita riflessa. O ditelo che sia e rallegratevene. Perche molti vestitini fatti in casa, molti sottanini di maglia, molte camiciuole ricamate, molti colletti smerlati, sono il pericolo evitato, sono il peccato sfuggito, sono il dramma scongiurato.

* * *

La moda e sempre semplice per i bimbi e per le bimbe. Quei corpi piccini sono cosi puri di linee o cosi graziosamente grassotti, che non hanno bisogno di tutte le balze, di tutte le pieghe, di tutte le arricciature di cui abbiamo bisogno -- o fingiamo di avere -- noi altre donne. Una bimba di sette anni, che porta la gonna sgheronata, i _pouffs_ sui fianchi e il grosso ciuffo dietro, e sicuramente una stonatura. Intanto se ne vedono spesso, di queste bambole troppo bene vestite: e il modo di renderle ridicole e molto infelici. Se per noi altre persone grandi e una serie di problemi difficoltosi, entrare nelle vesti, poi affibbiarle, poi respirarci, poi camminarci, poi sedersi, poi salire in carrozza -- caso gravissimo, quasi sempre con risultato di stringhe rotte e di nastri scuciti -- figuratevi quanto possa essere misera una bambina, dentro una di queste armature medievali, che scricchiolano a ogni movimento. La tunica liscia, lievemente assettata, abbottonata sul dorso, che cade sopra un gonnellino rotondo, a pieghe larghe e profonde, e sempre l'abito piu bello per le fanciullette. Cosi mentre rimangono libere nei loro movimenti, quella linea semplice, allungata, le veste benissimo.

Per i bimbi nulla di meglio di questa tunica che cade sui calzoncini assettati e abbottonati al ginocchio: e per loro un orgoglio, la cintura di cuoio giallo, con la fibbia di acciaio, messa molto giu. Vi sono certe maglie di lana nera o azzurro molto cupo, come una tonacella, sul gonnellino di lana bianca, che sono una cosa incantevole a vedersi. E per confessioni infantili che io raccolgo, comodissime, perche si prestano a qualunque corsa e a qualunque capriola.

Anche per confessioni, i bimbi maschi preferiscono i calzoncini corti, al ginocchio, a quelli lunghi: quelli lunghi impacciano, seccano, si sporcano facilmente. Poi nascondono le calze che sono una vanita infantile, poi nascondono a meta gli stivalini, che sono la piu forte vanita infantile. Certo il bimbo tiene assai ai calzoncini, umiliato sempre profondamente dalle gonnelle femminili: ma vuole le calze colorate, stirate sulla gamba, e gli stivalini alti, coi lacci o coi bottoni. Tanto piu che questo insieme da loro una grande sveltezza e li fa apparire piu alti. Un vestitino di velluto marrone, con bottoni dorati -- o di raso nero coi bottoni di madreperla, a pallottoline, le calze dello stesso colore dell'abito, gli stivalini neri: ecco una figurina seducente.

Le bimbe possono essere vestite di bianco piu facilmente e con minori pericoli, perche sono piu pulite. Se ne incontrano per il Corso, tutte in bianco, con le mantelline in felpa bianca, e un berretto di pelliccia bianco: sembrano gattine freddolose, rosee, cogli occhioni bigi. Maschietti e femminucce non possono soffrire quei colletti di tela insaldati, duri come il cartone, che fanno una riga rossa sulla pelle del collo. E una moda inglese: ma serve per quei bimbi inglesi, serii, riflessivi e stecchiti che sono gia _gentlemen_ a sette anni. Il colletto deve essere morbido, largo -- o deve essere una folta arricciatura di trina, che lasci ogni liberta di azione al collo. Cosi la cravatta non deve avere un nodo corretto che abbisogni di spilli per reggere, ma deve essere a nodo facile e artistico, a cappi svolazzanti: del resto, un bimbo, col nodo della cravatta che gli e arrivato sulla spalla o sulla nuca, e anche grazioso -- come e grazioso vedere le agili ed inquiete dita della madre che glielo rimette al posto, ogni cinque minuti.

Per i bimbi da dieci a dodici anni, una consolazione sono le ghette, specie quelle caffe e latte, con una fila di bottoncini: se le sognano la notte, come mi narrava il mio amico Nini, in tutta confidenza. Mentre per le bimbe di dieci anni, i guanti sono un desiderio segreto, ma non quelli di pelle, difficili a mettersi, e di cui saltano via cosi presto i bottoni: sibbene quelli di filo o di seta, che s'infilano presto e sono senza bottoni. In questo modo, quello che essi preferiscono, e quello che va loro meglio. Essi non si curano dei gioielli, ed e certamente un'abitudine barocca quella di metter loro al collo catenine d'oro con medaglioni, di dar loro degli anellini, degli orecchini di brillanti. Quella carne fresca e tenera non ha bisogno di questi ornamenti. Essi non amano i profumi, e basta unicamente che quella pelle sottile sia cosparsa di polvere di riso, senza odore: basta che la biancheria odori di ireos o di lavanda. Tutti gli _Champacca_, gli _Ylang -- Ylang_, i _White -- rose_ che eccitano e deprimono i nervi squisiti di noi altri grandi ammalati, non arriveranno a superare quella bonta di odore giovane, che ha la faccia e il collo dei bimbi.

Quello che essi piu odiano e il parrucchiere, che taglia loro i capelli sino alla cute, col pretesto che debbano crescere loro piu forti; e infatti, un bimbo con la testa pelata, e brutto quanto infelice. Quello che essi odiano, e la pomata, che impiastriccia e insudicia i capelli. Bisogna che la madre o la sorella grande o la zia zitellona abbiano il senso artistico di quelle onde brune che cadono sulle spalle, di quelle ciocche pioventi sulla fronte, di quelle forti trecce battenti sugli omeri, di quei riccioli che sfuggono a un berretto messo alla sgherra. Un bimbo che esce pettinato dalla sua casa, puo essere bello; ma quando ritorna dal Pincio, la sua spettinatura e bellissima. Come semplice riflessione, ho da aggiungere che e odioso tagliare la frangetta sulla fronte delle bambine e far arricciare dal parrucchiere i capelli dei bimbi.

In quanto ai cappelli dei bimbi, possono essere grandissimi o piccolissimi, messi di traverso, buttati indietro, purche non vi siano sopra ne piume, ne fiori, ne veli -- basta un semplice nastro, un fiocco di seta. Purche siano di feltro, molle, o di panno o di paglia flessibile in modo da resistere ai colpi; purche abbiano l'elastico che si passa sotto il mento; purche non imitino le forme pretensiose dei cappelli materni o paterni: saranno sempre belli.

Per le bambine delicate e infermicce si fa una eccezione, dando loro quelle cappottine chiuse che riparano dal freddo e mettono il visino gracile come in una bomboniera. In quanto ai piccoli marinari, alle piccole scozzesi, ai piccoli bersaglieri, e inutile dire che e una prova la piu completa di goffaggine che possa andare per le vie. Per un minuto i bimbi se ne contentano, dopo sono impacciati, annoiati, nervosi: e un grande torto sovraccaricarli, essi che sono la semplicita -- dare una tesi ai loro abiti, mentre chi li porta e la chiarezza -- renderli pensierosi, essi che sono la gioia.

PERDIZIONE

Mentre la bionda mammina placidamente ricamava un orlo di camiciuola e Mario, seduto sul tappeto, intagliava certi soldatini dipinti di rosso e di azzurro sulla carta, entro improvvisamente il giovane padre, tutto allegro:

-- Su, Mario, su fantoccetto mio, fatti vestire da mammina ed usciamo: ti conduco a spasso.

La mammina aveva lievemente aggrottate le sopracciglia e non si era mossa: Mario era balzato in piedi, abbracciando le gambe di papa, strofinandosi contro i calzoni:

-- O papuccio mio bello, o piccolo papa caro -- ripeteva, ridendo, avvinghiandosi come un serpentello.

-- Andiamo, Tecla, vesti Mario: si fa tardi.

-- Veramente vuoi condurlo a spasso? -- chiese ella, sorpresa, senza alzarsi.

-- Figurati, ho due ore di liberta, un vero miracolo! Questa creatura non esce mai con me.

-- Se lo conduci al Pincio, avra freddo.

-- Non lo conduco al Pincio. E vero, burattinello mio, che non te ne importa niente del Pincio?

-- Non me ne importa, papino, purche tu mi conduca e la mammina mi metta l'abito di raso.

-- Ai Prati di Castello ci fara umido -- osservo la madre.

-- Non lo conduco ai Prati -- non lo vuoi far uscire, il bimbo? Sei gelosa eh?

-- Ma che! -- fece lei, dando una spallata.

E alzandosi lentamente, con una grande svogliatezza andando e venendo senza fretta, aprendo tutti i cassetti e tutti gli armadi, senza trovare nulla, la mammina bionda vesti Mario. Il quale ritto, in camicia, sul letto, agitava le gambe aspettando le calze e gli stivalini, scherzando con suo padre, buttandosi giu sul letto, facendosi solleticare, ridendo sempre, baciucchiando il suo papa bello che si abbandonava, ridendo, sul letto, anche lui. Piu d'una volta, mentre gli tirava su le calze, gli allacciava gli stivaletti e gli abbottonava il vestitino, la bionda mammina si era chinata sul collo di Mario, come se avesse voluto dire qualche cosa in segreto al bimbo. Ma il papa era sempre li, fermo ad aspettare, sorridente. La mammina sbaglio tutta la fila di bottoni e dovette ricominciarla. Mario fremeva d'impazienza, dimenandosi: il papa aveva gia il cappello in testa e mammina cercava ancora un fazzolettino da dare a Mario.

-- Gli do il mio, Tecla, se gli serve.

-- Non mi serve, andiamo, papa piccino.

-- Non gli comprare giocattoli -- disse sottovoce la mammina al papa.

-- Non dubitare, non glieli compro.

E allora la mamma diede un lungo bacio sulla fronte del figlioletto, come se volesse far parlare alle labbra una lingua sconosciuta. Essa usci sul pianerottolo e guardo il padre ed il figlio che scendevano le scale, saltellando e chiacchierando:

-- Mario? -- chiamo ella.

-- Che c'e, mamma?

-- Senti una cosa.

-- Dilla di lassu, mammuccia.

-- Se hai freddo, ti do il cappottino.

-- Non ho freddo. Addio, mamma.

* * *

Sulla porta del baraccone, dove si entrava a vedere la vasca dei coccodrilli e il gabbione delle tigri, a Mario era venuta meno la curiosita ed il coraggio. Guardava il suo papa con una faccia fra la paura e il desiderio, ma stava fermo, in mezzo all'esedra di Termini, non osando entrare.

-- Sono grossi i coccodrilli, papa?

-- Si, pauroso mio.

-- Grossi come Nanna, la cuoca?

-- Piu lunghi e piu schiacciati.

-- Andiamo via, papa. Raccontami tu i coccodrilli e le trigi. Mi comprerai un giocattolo a via Nazionale, coi quattrini che dovevi spendere nella baracca.

-- No, gioia mia, ne hai troppi di giocattoli.

-- O papa, che dici! Alessandro, alla scuola, se sapessi quanti ne ha, di belli, di complicati, con le macchinette dentro, per far camminare! Ci ha la ferrovia, con tre vagoncini, e dentro vi sono i viaggiatori e sulla caldaia vi e un macchinista, tutto nero, poveretto! Poi ci ha un _giuoco di cavallo_, coi saltatori, coi cavalerizzi che girano, girano. Capisci, si da la corda, papa. Avevi tu giocattoli, quando eri piccolo piccolo, come me?

-- Pochi, Mario.

-- E le impertinenze le facevi?

-- Meno di te, biricchino.

-- Gli scappellotti te li davano, papa?

-- Si, caro.

-- E ti facevano male?

-- Qualche volta, Mario.

-- Vedi, papuccio, quando mamma mi da uno schiaffetto, non mi fa mai male. Io piango forte e strillo, ma non e vero niente. Ora non me ne da piu mamma.

-- Le vuoi bene a mamma?

-- Si, papa piccolo: ma voglio piu bene a te.

-- Non lo devi dire, questo. Perche vuoi piu bene a me?

-- Non ti vedo che a pranzo, papa mio! E la mamma, la vedo sempre. Se mi compri un giocattolo, dico che voglio bene lo stesso a tutti due.

-- Brutto bugiardone! Non preferisci prendere una granita da Singer?

-- Si, papa; la granita di amarena che e rossa.

Poi quando ebbe lentamente presa la sua granita per farla durare di piu, Mario volle comprare le paste per portarle alla mammina che, poveretta, era rimasta in casa e non aveva avuto granita. Volle portare il pacchetto, infilando il dito nel nodo dello spago.

-- Papa, quando saro grande, potro mangiare una granita ogni giorno?

-- Ti faranno male allo stomaco.

-- No, no, non mi faranno niente. Papa, io voglio essere corazziere.

-- E se rimani piccolo? Tu sei ancora il mio pupazzetto!

-- Oh dammi da mangiare, fammi diventare alto e grosso, papa. Se resto piccolo, non mi vogliono per corazziere, papa.

Ma la grande vetrina di Natali lo sedusse. Tacendo, con gli occhi intenti, con la bocca socchiusa, guardava quei giocattoli meravigliosi. La manina stringeva quella del padre, come se volesse comunicargli i tuoi fremiti. E il visino era cosi pallido di desiderio, gli occhi buoni supplicavano tanto, che il padre non seppe resistere ed entro con Mario nella bottega per compargli un giocherello.

-- Sono contento che tu mi abbia comprato questo _paese_ -- mormorava Mario, salendo in carrozza, per tornare a casa. -- Quante saranno le case?

-- Venti, forse.

-- Ed io ti daro venti baci piccoli, e se vi e un lungo campanile, te ne daro uno grosso grosso. Sono piu contento, perche questo e un giocattolo con cui posso giuocare a casa. Venerdi mamma m'ha comprato un cerchio di legno e una palla elastica. Che n'ho da fare, in casa, del cerchio e della palla? Guastano i mobili e possono rompere gli specchi.

-- Ti servono al Pincio, mummietta mia ragionevole.

-- No, no, mi servono a villa Pamphily. Venerdi ci siamo stati, con mamma. Io ero annoiato di stare in carrozza chiusa, con mamma, ma essa m'ha detto: quando siamo li, scenderemo.

-- Non eri mai andato in carrozza chiusa, Mario?

-- Mai, papa.

-- E lassu hai giuocato col cerchio e con la palla?

-- Si, mentre mamma discorreva con Riccardo.

-- Con Riccardo?

-- Si, papa.

-- Che faceva Riccardo?

-- Passeggiava, papa. Per un pezzo sono stato con loro, ma non mi davano retta e sono corso innanzi, con la palla: poi la palla e andata in un viale di contro e, per cercarla, non ho piu trovata la mamma. Se mi perdevo, papa, mi avrebbero mangiato i lupi, in quella foresta.

-- Si... forse. E... la mamma?

-- L'ho riacchiappata vicino alla carrozza, che mi aspettava.

-- Dopo quanto tempo, Mario?

-- Dopo cinque minuti, papa.

-- E troppo poco.

-- Allora dopo cinque giorni, papa. M'ha sgridato ed io ho pianto. La colpa era del cerchio e della palla e li ho bastonati. Riccardo e salito in carrozza con noi. Allora hanno abbassate le tendine e non vedevamo piu la strada. Siamo scesi a Ripetta, papa, ma prima Riccardo ha baciato mamma sul collo. Perche lo ha fatto, papa?

-- . . . . . . . .

-- Noi siamo andati via e lui e rimasto in carrozza. Ma perche lui bacia la mamma sul collo? Lui non e il mio papuccio bello; lui non e Mario, la mummietta bella, per baciare la mamma. Digli che non lo faccia piu, papa.

-- Glielo diro, figlio mio.

* * *

La madre aspettava il bimbo sul pianerottolo, tendendo l'orecchio al rumore dei passi.

-- Sei solo, Mario?

-- Solo. Papa m'ha comprato il _paese_, mamma, e le paste per te.

Ella tremo tutta, impallidendo. Il bimbo, ritto innanzi a lei, la guardava, con gli occhi lucenti.

-- Dove e tuo padre, Mario?

-- E andato a dire a Riccardo che non ti baci piu, mamma.

-- Figlio mio! -- grido lei, piombando a terra, con le braccia aperte.

GLI SPOSTATI