Piccole anime

Part 3

Chapter 33,679 wordsPublic domain

Allora, traballando un poco, Canituccia ando ad accovacciarsi in un angolo del cortile per vedere ammazzare Ciccotto. Vide al vagante lume che lo trascinavano in cortile, che Nicola Passaretti e Crescenzo lo tenevano. Udi i grugniti disperati di Ciccotto che non voleva morire, vide il coltello di Sabatino che lo feri nella gola. Vide che gli tagliavano la testa, in tondo in tondo, al collo, e che la deponevano sopra un piatto con un sostrato di lauro fresco. Poi vide squartarne il corpo in due parti e pesarle sulla stadera; udi le esclamazioni di gioia al risultato: un cantaio e sessanta rotoli. Ella rimase all'oscuro, nel cortile, nell'angolo. Passo il tempo, in quella notte di dicembre gelata. La chiamarono in cucina. Rosaria e Teresa, coi piccoli imbuti, ficcavano nei budelli la carne della salsiccia. Sabatino e Crescenzo badavano ai prosciutti e ai pezzi di lardo, mentre Nicola sorvegliava nel caldaione i lardelli bianchi che si squagliavano, diventando strutto e siccioli. Pasqualina, sopra un angolo del focolare, faceva friggere del sangue nel tegame. Tutti parlottavano vivamente, allegramente, presi dalla gioia di quella carne, di quel grasso, di quella prosperita, infiammati dal fuoco e dal lavoro. Canituccia restava sulla soglia, guardando, senza entrare. Allora Pasqualina, pensando che la bambina non mangiava da un giorno e che era momento di festa, prese un pezzo di pane nero, vi mise su un pezzetto di sangue fritto e disse a Canituccia:

-- Mangia questo.

Ma Canituccia che moriva di fame, disse di no, semplicemente, col capo.

PROFILI

Ella porta quel poetico e soave nome che Leopardi ha amato: Nerina. E in tutta la persona di questa fanciulletta alta e sottile e diffuso un mite riflesso di poesia. La mollezza dei capelli castagni, abbandonata in lunghe anella sulle spalle, lascia libera una fronte larga, bianca e spirituale: fronte pensierosa, come i grandi occhi bruni, egiziani; occhi limpidi e profondi, pieni di calma, a cui un principio di miopia da, talvolta, una incertezza come di sogno, o una finezza elegante di sguardo. Il profilo e corretto, delicato, gia femminile: mentre la boccuccia rimane ancora infantile, labbrucce fresche e rosate, tutte ingenue, senza sapienza di sorriso, che si gonfiano ancora per una stizza, per fare il broncio, per piangere. La voce fiorisce lenta ed espressiva con qualche intonazione bassa di malinconia: una voce che pensa, parlando. Piu volentieri ella ascolta, con la testolina reclinata, gli occhi intenti e ombreggiati dalle ricche ciglia castane, la bocca schiusa. Si lascia andare, stancamente affettuosa, con la testa appoggiata sul petto della madre o del padre, le mani pendenti lungo lo strano abito tonaca dell'adolescenza che ha qualche cosa di misticamente bizantino, nelle sue linee diritte. Ella ama tutte le cose di pensiero e d'immaginazione: le lunghe letture in un cantuccio di salotto l'attraggono irresistibilmente, una conversazione letteraria l'assorbisce, la contemplazione di un quadro se la prende tutta. Una sera la fantasmagoria del ballo _Excelsior_ la inebrio; un giorno, a Venezia, sulla piazzetta di S. Marco, ella si mise a supplicare suo padre, con le lagrime agli occhi, perche non la portasse mai piu via da quel paese cosi bello. Ella ha una intelligenza squisita e gentile, che impara presto le cose dove l'intuizione vale piu del ragionamento e dove il gusto predomina sulla dimostrazione: e spesso questa gentilezza e attraversata da una corrente d'ingenuita, quell'impensato meraviglioso dell'infanzia. Infine ella e una creatura semplice, un po' timida, raccolta in se, serena, tutta spirituale.

* * *

La malia di quel piccolo Ruggero sta negli occhi. Sono occhi di un nero carico, intenso, vellutato, dall'iride larga e carezzevole, dalla cornea azzurrina, dalle ciglia lunghe e quasi femminili; bizzarri occhi che scintillano di malizia; fieri occhi pensierosi, il cui sguardo che si solleva lento lento, pare che arrivi da lunghe contemplazioni misteriose; languidi occhi seduttori che si socchiudono, come in una stanchezza. Questo piccoletto ha la pelle bruna, di un bruno caldo e fiorente, i capelli piantati rudemente sulla fronte, le sopracciglia nere e sottili, la bocca rossa e viva come un garofano: bruno il collo libero nel colletto alla marinara, brune le gambe nude e nervose. Ma il viso delicatamente ovale e divorato da quegli occhioni singolari che vi turbano, tanto sono dotati di fascino. E dietro la singolarita di questi occhi, che a volte sembrano quelli di una andalusa vivace, a volte quelli di un arabo ravvolto nel _burnous_, vi e un bizzarro temperamento di fanciullo. Egli non vuole essere baciato: non bacia mai. Se gli parlate come a un bambino, egli vi guarda serio serio, volta le spalle e se ne va. Di giocattoli non ne vuole. Bisogna fargli un bel ragionamento, logico, tranquillo, parlandogli come a un grande: allora vi risponde, quetamente, certe cose profonde che egli pensa. Non provate a raccontargli delle storie, delle fiabe: e lui che ve ne racconta, che le inventa, forse. Si pianta ritto innanzi a voi, concentrato, guardandosi la punta delle scarpe, coll'indice appuntato all'angolo delle labbra, e vi dice sottovoce, come se parlasse a se stesso, la fiaba, la leggenda. Ogni tanto si degna benignamente di spiegarvi qualche particolare--perche l'orco, _alle volte_, e buono--perche quella era _proprio_ una buona ragazza--e continua, allargando i confini del racconto, inventando, fantasticando, come se creasse. Se lo interrompete, si turba, vi da un'occhiata fra il diffidente e il severo: ricomincia, senza badare a quello che gli avete chiesto. Quello che abbonda in lui e una immaginazione quasi orientale, piena di sogni: e una virilita di volonta inflessibile. Egli vi dice: imparero a nuotare l'anno venturo, quando saro _proprio_ un uomo. E il piu piccolo fra i due fratellini: ma il piu grande, Paolo, e un bambinone biondo e grassoccio, bianco, roseo e liscio come una mela, dagli occhi azzurri e timidi, che parla poco, sorride spesso e se ne sta, placido, placido, lasciandosi proteggere da Ruggero che e il piu piccolo. Ruggero da la mano a Paolo per condurlo a scuola, lo scansa dalle carrozze, lo difende contro il maestro che vuol metterlo in castigo e se lo abbraccia stretto stretto, dicendogli di non piangere.

* * *

Sono due cuginette, non si rassomigliano, ma sembrano una persona sola. Laura ha i capelli di un biondo dorato, in due trecce giu per le spalle: Beatrice li ha d'un biondo cenere, molto dolci alla vista, molto fini al tatto, riuniti in un nodo sulla nuca. Laura ha gli occhi di un azzurrino vivo, un po' severi, un po' socchiusi: Beatrice li ha d'un azzurro latteo, soave, molto aperti e molto sorpresi. Laura ha il viso ovale, una bocca di donna, dalle sinuosita di sfinge che tace e non sorride: Beatrice ha le guancie rotonde e come la bocca ride o sorride sempre, tutta gaiezza, le si formano due fossette. Laura ha un piede piccolo, una gamba elegante, la scarpetta con la fibbia e la calza di seta. Beatrice ha il piede lungo e arcuato nello stivalino alto da bambina. Non si rassomigliano: ma l'una non puo andare senza l'altra, e chi vede Beatrice desidera di vedere Laura. Vestono di rosa -- pallido, di azzurro smorto, sempre eguali: Laura ha un cerchiolino d'argento al braccio, Beatrice un anelluccio, un rubino al dito. Laura e piu seria, piu malinconica, risponde brevemente, con prontezza, con acutezza di donna: Beatrice e piu allegra, piu fanciullona, piu improvvisamente infantile nelle domande. Laura ama la musica e l'ascolta quetamente: Beatrice si entusiasma della poesia. Laura ha piu gusto: Beatrice ha piu calore. Quando stanno insieme, si tengono per mano, o vanno a braccetto, le spalle che si sfiorano, le testoline bionde che si avvicinano. E hanno fra loro motti speciali, intonazioni di voce, sorrisi arguti, sguardi fuggevoli, parolette sussurrate, per cui s'intendono a volo. S'intendono e si completano: e sembrano una fanciulla sola, bella, buona, intelligente, una sola anima poetica che abbia preso due forme: Laura -- Beatrice.

ALLA SCUOLA

Aspettavamo i giorni di tirocinio con una ansieta segreta. I giorni di lezione erano monotoni, spesso tristi. Noi studiavamo senza voglia, malamente, con programmi incerti, con professori troppo severi o assolutamente inetti. Eravamo gia maestre e l'essere trattate da scolarette ci umiliava, ci stizziva. A casa, qualcuna di noi aveva la poverta, quasi tutte una miseria decente--e chi un fratello ebete, chi un padre paralizzato, chi una matrigna tormentatrice, qualche piaga celata con cura, qualche vergogna nascosta con una nobile pieta, qualche infelicita, qualche ingiustizia del destino, a cui la rassegnazione era completa. Non erano allegri i nostri diciotto anni, e le aride lezioni di aritmetica, di pedagogia, di geografia, finivano col ravvolgerci in un ambiente di malinconia.

Ma il tirocinio ci salvava dalla tetraggine, rompendo la monotonia, dandoci un giorno di pausa. Eravamo trenta e ne scendevano tre al giorno al pianterreno, nelle scuole elementari: cosi il turno capitava ogni dieci giorni. In questo benedetto decimo giorno, le tirocinanti indossavano l'abito nuovo se lo avevano, e se non lo avevano, mettevano un colletto pulito, un fiocco di nastro per cravatta: si pettinavano meglio, qualcuna si faceva i ricciolini. Entravano in classe alle otto, dicevano la preghiera, segnavano la _presenza_ sul registro, e stavano li, distratte, con gli occhi trasognati, aspettando le nove per andar giu, mentre le amiche mormoravano:

-- Beate voi che andate al tirocinio!

Risalivano alle due, molto riscaldate in volto, coi capelli un po' arruffati, con gli occhi lucenti, stanche, ma felici, felici di quelle ore passate fra le bimbe, felici di quel primo contatto, di quelle prime lezioni date timidamente, contente di quella nuova dignita conquistata. E narravano alle altre quello che avevano spiegato alle piccine, l'addizione sul pallottoliere, i dittonghi e la maglia di calza: dicevano che le piccine erano tanto carine, tanto intelligenti, alcune tranquille, alcune insolenti, che la maestra titolare lasciava fare tutto alla tirocinante, che insegnare era un po' duro, ma che infine diventava un piacere. Poi venivano i caratteri delle piccole descritti minutamente: Orefice e buona, ma e stupida e si succhia il mignolo: bisogna tenerla sempre d'occhio -- Abbamonte e bellina, ma e zoppa, poveretta, non puo fare la ginnastica -- Chiarizia e insolente, risponde male e brontola, ma e figlia di un segretario municipale, non si puo sgridarla molto. -- Tutte quelle che avevano fatto il tirocinio prima di me, mi avevano detto:

-- Quando andrai giu, Aloe ti fara dannare.

-- Aloe ha un diavolo per capello.

-- Se non ci fosse Aloe, la classe sarebbe tranquilla.

-- Dovrebbero cacciarla, Aloe: e un demonio di malignita.

-- Aloe e terribile.

* * *

Finalmente andai io: traversai il giardinetto della ginnastica e mi fermai innanzi alla porta vetrata della classe, con una certa trepidazione. Sullo scalino una bimba era accoccolata, col capo chinato; ma non piangeva.

-- Che fai qui? -- le chiesi, dandomi un tono d'autorita.

-- Sono arrivata tardi -- rispose a bassa voce, senza guardarmi in volto -- e la maestra non ha voluto farmi entrare.

-- Perche non te ne vai a casa?

-- Perche mamma non ci sta, a casa, adesso.

-- E dove sta mamma?

-- Alla fabbrica del tabacco.

-- Come si chiama mamma?

-- Si chiama mamma -- disse lei, semplicemente, un po' meravigliata.

-- Entra con me in classe; ti faro perdonare dalla maestra il ritardo.

Appena entrai vi fu un movimento precipitoso: tutte quelle piccine -- sessanta forse -- si alzarono, strillando su tutti i toni:

-- Buon giorno, maestra! Buon giorno, maestra!

Credo di essere diventata rossa dall'orgoglio; mi tremava la voce, dicendo alla maestra titolare:

-- Buon giorno, signorina. Fate sedere le piccole: vi prego, lasciate che questa qui rientri in classe.

La maestra fece una smorfietta:

-- Questa qui e Aloe. Vi divertirete bene -- disse.

E volte le spalle, se ne ando a far colazione. Aloe le cavo la lingua, tanto per cominciare. Era una bambina di dieci anni, molto brutta, molto magra, coi pomelli sporgenti, una bocca larga e avvizzita di donna, due occhi grigi e vivi, maliziosi, una criniera nera di ricciolini ruvidi, troppo folti, che pareva le lasciassero il volto esangue. Portava un vestitino di lanetta stinto, le calze di cotone azzurro tutte rattoppate col filo bianco e aveva le scarpe rotte.

-- Andate al posto -- le dissi -- e state quieta.

Ella ando lentamente al banco e stette cinque minuti tranquilla. Ma mentre si diceva l'_Avemaria_, diede un pizzicotto nel braccio a Cavalieri, che si mise a piangere. Cavalieri era una grassottella, bianca e pienotta, coi capelli castagni, la boccuccia rotonda e schiusa; le fossette nelle guance, al mento, nelle manine; una piega nel grasso del collo, una piega nel grasso dei polsi. Era vestita di flanella rossa, calda calda, con un grembiule bianco ricamato, con le calzette di lana rossa: aveva un panierino elegante per la colazione. Passava il tempo a guardarsi le braccia, a guardarsi le mani, a guardarsi i piedi, a guardarsi le pieghe del grembiule, sorridente e rotondetta, gonfiando il bocchino, non capendo nulla, attirando i baci per quell'aspetto di pallottolina bianca, rossa e pulituccia.

-- Aloe, perche avete dato il pizzicotto a Cavalieri?

-- Signora maestra, perche e troppo grassa -- mi rispose, levandomi in volto i suoi occhi di donnina malata e cattiva.

-- Cercatele scusa, subito.

-- No -- rispose, duramente, battendo un piede sul tavolato.

-- Andiamo, Aloe, siate buona: le avete fatto male a Cavalieri, Cavalieri piange, chiedetele scusa.

Allora, senza guardare ne me, ne la piccola vicina, mormoro a bassa voce:

-- Chiedo scusa.

Cavalieri, rabbonita, lo butto al collo le braccia grassocce e la bacio sulla guancia. E Aloe si diede a piangere, tremando tutta, singhiozzando, inconsolabile.

* * *

Per quanto cercassi d'essere imperiosa, non ci riescivo. Quelle creature non ci credevano alla mia durezza, alle mie occhiate burbere, alla voce secca e breve, alle minacce di castighi. Mi sogguardavano, sorridendo; oppure mi chiedevano perdono con certi sguardi supplici -- io mi voltava verso la lavagna, per non perdere la gravita. Non era possibile di farle stare tranquille: ogni momento nasceva un nuovo incidente. In quanto a Parascandolo, una bimba sottile, con certi occhi lionati e un nasino dalle nari dilatate, ella mangiava sempre. Prima aveva mangiato il pane della sua colazione, poi aveva cavato di sotto al banco una arancia e l'aveva mangiata; poi si era messa a rosicchiare certe nocciuole che aveva in tasca.

-- Parascandolo, voi mangiate ancora?

-- Maestra, e un confetto che aveva nel panierino.

Piu tardi:

-- Parascandolo, finitela di mangiare.

-- Maestra, e una noce, me l'ha data Amarante.

E dopo:

-- Parascandolo, dite la lezione.

Ella inghiottiva di traverso, diventava rossa, le venivano le lagrime agli occhi, non si raccapezzava, si tastava le tasche del grembiule, a sentire se vi erano certe sementi infornate che aveva comperate. Invece Edwige Santelia sapeva tutte le lezioni, addizionava a tre cifre, faceva le aste bene inclinate, teneva la penna leggermente, senza sporcarsi le dita d'inchiostro. Stava zitta zitta, senza voltarsi alle piccole compagne, guardandomi fissamente in volto con certi occhi timidi, come se volesse interpretare la mia volonta. Feci una quantita di tentativi per confonderla, per coglierla in fallo, leggermente irritata di quella bonomia monotona. Mi rispondeva sempre bene, con una lentezza e una umilta, senza turbarsi mai. Cosi fu che mi vinse: e in un momento in cui Aloe aveva cavata fuori la spugna del calamaio, impiastricciandosi orribilmente d'inchiostro, le gridai:

-- Aloe, ma non potete star ferma un minuto? Vedete Santelia!

-- Ah! quella e Santelia -- mi rispose, con un accento profondo.

Lei Aloe non sapeva nulla, non aveva il sillabario, non aveva la penna, non aveva l'abbaco, non aveva il quaderno per le aste. Stava ritta innanzi al cartellone delle sillabe, guardandolo con le mani penzoloni, senza aprire bocca. Una viva espressione di sofferenza le si traduceva sulla faccia smorta.

-- Leggete dunque.

-- Non so -- mormorava -- non so.

-- Andate a sedere all'ultimo banco e fatevi prestare il sillabario da Tecchia: essa leggera in quello di Buongarzone.

Perche Tecchia e Buongarzone, una brunettina pallida e una biondina dagli occhi azzurri, stavano sempre accanto, leggevano nello stesso libro, intingevano la penna nello stesso calamaio, avevano una sola cartella. Capitavano alla scuola, tenendosi per mano, serie serie. Quando Tecchia non sapeva la lezione, neppure Buongarzone la sapeva: quando Buongarzone andava in castigo, Tecchia piangeva sommessamente, sino a che non si mandasse in castigo anche lei. Alla ricreazione passeggiavano a braccetto, senza parlarsi. Facevano colazione insieme, senza far rumore, in un angolo di banco, rosicchiando come due sorcetti. Quando Tecchia andava al pallottoliere, Buongarzone restava fremente al banco, cercando di suggerire, di aiutare l'amica:

-- Tecchia -- settantatre e otto?

E Buongarzone soffiava, chinando gli occhi, per non farsi scorgere:

-- Ottantuno.... ottantuno.

Si capivano fra loro, senza dirsi nulla. Ogni tanto scoppiavano a ridere, di accordo, non si sa perche, pigliandosi per mano. Poi, si scambiavano le loro riflessioni:

-- L'abbaco e scucito.

-- Ci vuole il filo bianco.

-- Bisogna domandarlo alla bidella.

-- Non ci sta.

E si guardavano, l'una nell'ammirazione dell'altra, come se le altre bimbe non esistessero, aspettando l'ora dell'uscita, per andarsene pian piano, tenendosi per mano, dicendo di queste cose:

-- Oggi ci _stanno_ i maccheroni.

-- Mammella ha fatto la cicoria.

* * *

Ma l'ora lunga e difficile fu quella dei lavori donneschi. Poche sapevano fare la calza, qualcuna sapeva far l'orlo: e di queste, poche avevano il filo e i ferri e l'ago e il ditale e qualche cosa da orlare. Santelia cuciva gia una camicia. Cavalieri si buco un ditino, ne sprizzo il sangue, lo succhio e non volle piu cucire. Tecchia e Buongarzone avevano la calza e lavoravano, urtandosi coi gomiti, dure dure, come se contassero le maglie. Le altre che non cucivano e non facevano la calza, non potevano star ferme, non potevano tacere. Dovetti andare molto in collera per ottenere un po' di silenzio. Dopo cinque minuti, una vocina timida mi chiese:

-- Maestra, fateci un favore.

-- Che favore?

-- Dite prima, che ce lo fate.

-- Se non so che cosa e....

-- Maestra, ce lo potete fare.

-- Dite dunque.

-- Maestra, vogliamo sapere come vi chiamate.

Dissi in fretta il mio nome e subito un coro di esclamazioni:

-- Oh che bel nome che avete, maestra! Beata voi che avete questo nome.

Ma in questa ora, quella scarna di Aloe, dagli occhi febbrili, fece quante impertinenze possono frullare in una testolina stravagante: straccio un quaderno, tolse una scarpa a Parascandolo, si ficco uno spillo tra due denti che non si poteva piu cavare, sventro il cuscinetto di un banco, ruppe un vetro e si feri una mano. Niente ci poteva: si rideva delle sgridate, si rideva del castigo, andava in un angolo, ballava la tarantella e faceva le castagnette con le dita, si buttava per terra, faceva le capriole. Frenarla non era possibile. In certi momenti mi veniva da schiaffeggiarla: in certi altri mi salivano le lagrime agi occhi. Ella era indomabile.

-- Aloe, se non state un po' tranquilla, chiamo la direttrice e me ne vado su -- le dissi placidamente.

Ella mi guardo, di sottecchi.

-- Se vi fate dare un bacio, mi sto quieta -- mi disse.

-- Che! siete troppo impertinente.

-- Voglio darvi un bacio -- ripete, ostinata.

Infine dovetti farmi baciare. Allora lei si sedette, stette immobile, con le mani in croce, presa da una tristezza grande. Quando me ne andai, quelle piccine mi circondarono, strillando:

-- Maestra, tornate presto! Maestra, non lo dite _sopra_ che siamo cattive!

Aloe se ne ando senza parlarmi.

* * *

Nelle vacanze, vicino alla bottega di uno stagnino, vidi Santelia seduta, che cuciva. Mi riconobbe e si alzo, guardandomi con lo stesso sguardo timido:

-- E papa vostro, lo stagnino?

-- Si, signora maestra.

-- Voi siete passata all'altra classe?

-- Si, signora maestra: ho avuto la medaglia.

-- E le altre?

-- Ce ne sono restate venti, signora maestra.

-- Anche Aloe, nevvero?

-- No, signora maestra: Aloe e morta.

-- Quando e morta?

-- Nel mese di agosto.

-- E di che male?

-- Aveva la febbre e aveva pure la tosse e le faceva male il petto. Poi, e morta.

-- Voi l'avete vista?

-- Si, signora maestra: ci e andata la direttrice e io ci sono andata con Cavalieri. Ha detto alla direttrice: _dite a tutte le maestre che cerco perdono delle impertinenze_. E le scarpe nuove che la mamma le aveva fatte, che non poteva piu mettere, perche se ne moriva, le ha mandate a regalare a Casanova, quella poveretta che veniva a scuola con gli zoccoli.

NEBULOSE

Sulla via che si allunga, diritta, quasi interminabile, sotto i pioppi, camminavano lentamente i due amanti che non si amavano. Lasciavano alle spalle un tramonto di viola: andavano verso un tramonto di un grigio tenue delicatissimo. Ella si trascinava stanca e svogliata, facendo strisciare nella polvere la punta del suo ombrellino, trattenuto mollemente dalle dita: lo sguardo aveva la sola espressione di una grande lassezza. Egli si era calcato il cappello sugli occhi, portava il bastoncino sotto l'ascella e fumava attentamente una sigaretta. Non si parlavano ne si guardavano: andavano freddi e noncuranti, immersi ciascuno nell'egoismo delle proprie riflessioni. Erano due cuori inariditi, secchi, morti, che avevano assaggiata l'amarezza di un'ultima delusione, credendo di amarsi. Attori consumati nel mestiere della rappresentazione, avevano insieme recitata la commedia ignobile della passione, esaltandosi sino al punto da crederla vera: ma l'impotenza delle loro anime li aveva prima condotti all'ingiuria feroce, poi all'indifferenza. Perche odiarsi? Erano due miserabili esistenze, due tronchi colpiti dal fulmine. Ogni tanto, in lei, un senso di nausea, un sussulto nervoso per quest'ultimo convegno, in quella mitezza autunnale, nella campagna malinconica, dinnanzi al triste mare. Un carro carico di botti passo fra loro e li divise: ella fece un moto di disgusto, per quel puzzo di vino, egli si strinse nelle spalle. D'un tratto, lungo la siepe che separa i campi dalla via, in quella luce dubbia del crepuscolo, una piccola ombra scivolo. Era un bambina scalza e cenciosa, che portava sul capo un piccolo fascio di legna.

-- Oh, la piccina! -- esclamo la donna.

I due amanti si posero a seguire la bimba, che camminava senza far rumore, presto presto.

-- Chiamala -- disse la donna.

L'uomo chiamo la bambina con due o tre nomi carezzevoli, ma quella parve non avesse inteso. Allora i due amanti affrettarono il passo, la raggiunsero: la bambina cammino accanto a loro, senza guardarli. Finalmente la donna si pianto innanzi alla bambina, impedendole il passo.

-- Come ti chiami?

Nulla: alzo un paio di occhi selvaggi, li riabbasso e fece per andarsene.

-- Lo vuoi, un soldo? -- domando l'uomo.

E gli mise un soldo nella manina. Il soldo cadde dalle dita aperte, a terra: e la bambina scomparve nella notte.

-- Oh povera! -- mormoro la donna.

-- Poveretta -- mormoro l'uomo.

E si lasciarono, per sempre, senz'ira, in un comune sentimento di pieta.

* * *