Piccole anime

Part 2

Chapter 23,641 wordsPublic domain

Infine decidevamo di ficcarci due o tre nel gallinaio, spaventando le galline; un altro paio dentro l'_arca_, dove s'impastava il pane, tenendone un po' sollevato il coperchio per respirare; e qualcun altro saliva sopra gli armadii, a rischio di rompersi il collo: la piu piccola, Adelina, si andava maliziosamente a ficcare dietro Mariagrazia, la serva che filava e non si moveva piu per non _scoprire_ Adelina. Allora quel furbo di Michele stava un poco a pensare, poi direttamente, come se qualcuno glielo avesse detto, andava al gallinaio e ne prendeva due pel collo, apriva l'_arca_ e ne prendeva un altro paio, diceva a quelli sull'armadio di scendere: e noi restavamo mortificati, chiedendogli:

-- Come ci hai trovati? chi te lo ha detto? Quella birbona di Concetta, la cameriera?

-- Ho capito -- diceva lui, modestamente glorioso.

-- Ma me, non m'hai chiappato -- gridava Adelina, spuntando di dietro a Mariagrazia.

-- T'avevo vista, ma non t'ho voluta prendere -- diceva lui, sdegnoso e trionfante.

Sino a che un giorno, a questo malizioso e dispettoso Michele, pensammo di giocargli un tiro. In un granaio pieno di quadri vecchi e di mensole del primo Impero, vi era un canestrone rotondo, alto tre metri, come due botti di vimini, una sovrapposta all'altra. Ci si metteva la biancheria sporca. Per entrarvi dentro lo facemmo traboccare per terra, e vi entrammo, in sei, come nella bocca di un forno: poi premendo sul fondo, lo facemmo rialzare e restammo immobili, in fondo a questo pozzo rotondo. Ridevamo fra noi, perche certo Michele non ci avrebbe mai trovati. Stavamo allo stretto, uno addosso all'altro, ma felici di aver burlato Michele. Appena Adelina si lamentava che le doleva un piede, qualcuno le mormorava:

-- Zitto, bestia! ci farai scoprire.

Passava il tempo. Michele non veniva.

-- Non ci trova, non ci trova -- dicevamo sottovoce, ridendo.

Poi, cominciammo a seccarci. Poiche Michele non ci trovava, era meglio uscire di la e andargli a dire che era uno scemo, uno scemone, che gliel'avevamo fatta. Ma che! Noi premevamo sul fondo e il canestrone rimaneva ritto, con le sue pareti alte come quelle di una torre: non sapevamo rovesciarlo piu, per uscirne. Le pareti contro cui battevamo per farlo voltare, scricchiolavano, ma noi pesavamo troppo sulla base. Prima ci guardammo tutti spaventati: poi Adelina pianse e strillo: poi piangemmo e strillammo tutti. Dopo un quarto d'ora di questa desolazione in fondo al canestro, vennero a liberarci Mariagrazia e Concetta, le serve, che rovesciarono il canestro e ci trassero fuori, esse ridendo, noi piangendo. Ma il piu terribile dell'avventura fu questo: che quell'infame di Michele era venuto piano piano nel granaio, aveva capito che noi eravamo nel canestro e se n'era andato placidamente, prevedendo la nostra impossibilita di uscirne, a far merenda con un pezzo di pane e una fetta di prosciutto. Egli pel primo e poi tutti i parenti si burlavano di noi, anche lo zio cancelliere che era cosi serio, anche zio Gabriele che era paralitico. Fu una sconfitta famosa.

La _mosca cieca_ veniva dopo. Tutto lo studio era di stringere bene il fazzoletto sugli occhi a quello che stava _sotto_ e poi domandargli:

-- Ci vedi?

-- No.

-- Di': quanto voglio bene a mamma, non ci vedo.

Ed egli giurava, e cominciava a brancolare, mentre noi scappavamo, facendo scambietti, capriole, accovacciandoci, sfuggendo come anguille: fra le risa convulse scoppiava il grido:

-- Ci vede, ci vede! il giuoco non vale!

Poi, egli ne acchiappava una che si dibatteva, tenendola stretta:

-- Chi e? Chi e?

-- E Clelia.

-- Bravo, Peppino, bravo! e Clelia!

Clelia andava _sotto_. Ma alla semplice _mosca cieca_ noi ne preferivamo una piu complicata, quella con la spazzola. I bimbi e le bimbe si prendevano per la mano e facevano un circolo attorno a Clelia, ritta in mezzo, bendata, con la spazzola in mano. Dopo aver fatto due o tre giri in modo da confondere le idee di Clelia, ci fermavamo, tenendoci sempre per mano. Allora ella si accostava a una e cominciava a passarle delicatamente la spazzola sul viso, sul collo, sui vestiti. La spazzolata si inchinava avanti, si piegava indietro, si inginocchiava per non farsi riconoscere e fremeva di non poter ridere, per non fare sentire la sua voce, e si contorceva tutta, mentre gli altri erano convulsi di risate taciturne. Dopo avere molto spazzolato, Clelia pensava un poco e diceva:

-- Ha il nastro nei capelli: e Cristina. E tutti scoppiando:

-- Ma che Cristina, che Cristina! Giro, giro, giro!

La ronda ricominciava, si arrestava di nuovo, Clelia faceva passeggiare la sua spazzola sopra un altro viso, lungamente, producendogli il solletico. Si moriva dal ridere, allogandosi per non farsi udire. Finalmente Clelia, trionfante, esclamava:

-- Ha il grembiule di mussola: e Matilde. Ma stanchi di questi giuochi, ne inventavamo una quantita, parodiando i _grandi_. Giocando alle _visite_ si udivano questi dialoghi:

-- Come sta il vostro bambino?

-- Benissimo, ma ha sette anni e vuole succhiare ancora. E vostro marito, Carluccio, come sta?

-- E troppo impertinente: lo mettero in collegio.

Si giocava all'_ammalato_. Adelina si stendeva sopra due sedie, Manuelita faceva la mamma disperata, Cesarino, con un paio d'occhiali fatti di buccia d'arancio e con voce burbera, diceva:

-- Questa bambina sta male, ha mangiato troppe ciliege e troppa crema. Le darete due once di olio di ricino...

-- Io non lo voglio! -- strillava Adelina.

-- E allora tu muori. Poi un poco di brodo, poi un pollo arrosto, poi un merluzzo allesso, poi un biscottino....

-- Ne voglio cinque! -- strillava Adelina.

-- Figlia mia, figlia mia, mi fai disperare -- diceva Manuelita.

Si giocava alla _chiesa_, facendo l'altare con un tovagliolo sopra una panca, il ciborio con un organino ritto sulle pieghe. Ferdinando si metteva un berretto di carta e una pianeta tagliata da un giornale: poi usciva, con Carluccio dietro, per dire la messa. Noi eravamo le divote, inginocchiate, leggendo in certi libretti nostri, battendoci il petto. Spesso due divote chiacchieravano fra loro:

-- Io ho piacere della messa di don Ferdinando, perche e breve.

-- E si capisce tutto. Sta dicendo il rosario?

-- No, mi racomando alla Madonna Addolorata.

-- Pregate per me!

-- Indegnamente.

Dopo, seduto dentro un quadrato formato da quattro sedie, Ferdinando faceva il confessore nel confessionale: la penitente veniva tutta compunta:

-- Padre, ho detto molte bugie.

-- Hai fatto male, figlia: quante ne avrai dette? ventimila?

-- Piu assai.

-- Un milione?

-- Oh padre! Ho anche rubato certi pezzettini di zucchero, dalla zuccheriera.

-- Ora lo dico a mamma -- esclamava Ferdinando, levandosi in piedi.

All'imbrunire, quando ci era venuta la stanchezza e la malinconia, ci riunivamo intorno a Mariagrazia.

-- Mariagrazia, dicci un _conto_! Un _conto_. Mariagrazia, vogliamo il _conto_!

E Mariagrazia, prendendosi Adelina e Peppino sulle ginocchia, lentamente, senza guardarci, con noi che la guardavamo negli occhi, ci raccontava la fiaba del _Re serpe_ o quella del _Re porco_ o quella della _Schiava Saracina_ o il _vero fatto accaduto_ di Fra Giovanni.

CANITUCCIA

Nella penombra, seduta sulla panca di legno, sotto la cappa nera ed ampia del focolare, Pasqualina, con le mani sotto il grembiule, recitava il rosario. Non si udiva che il _pissi pissi_ delle labbra sibilanti le preghiere. La cucina tutta affumicata, con la larga tavola di legno verde -- bruno, con la madia oscura, con le sedie a spalliera dipinta, senza un punto luminoso, s'immergeva nella notte. Il fuoco, semispento, covava sotto la cenere.

Un zoccolo di legno urto contro la portella chiusa. Pasqualina si alzo ed apri. Teresa, detta la _capa de pezza_ perche aveva servito le monache in un monastero di Sessa, entro con la secchia dell'acqua sulla testa: si curvo un poco, perche era alta, magra ed ossuta. Pasqualina l'aiuto a deporre la secchia per terra, e Teresa rimase un momento immobile, ma senza ansare, malgrado il peso enorme che aveva portato sul capo. Poi disciolse io strofinaccio che le era servito da cercine e lo stese sopra una sedia, perche era bagnato fradicio. Ed era bagnato il fazzoletto di cotone che portava annodato sul capo e bagnati i cernecchi arruffati dei capelli grigi.

Intanto Pasqualina aveva acceso una di quelle lucerne di ottone a tre becchi, col lucignolo di bambagia che bagna nell'olio, tenendo in alto, sospesi con catenine di ottone, lo spegnitoio, le forbici da smoccolare e l'attizzatoio. Poi aveva aperto la madia, tagliato un lungo e grosso pezzo di pane bruno raffermo, ci aveva aggiunto un pezzetto di cacio forte e aveva dato a Teresa la cena.

-- E Canituccia? -- chiese.

-- Non l'ho vista.

-- E tardi e quella malandrina non torna.

-- Mo' verra.

-- Tere, ricordati che domani, a tredici ore, devi andare a Carinola a portare quel sacco di granone.

-- Gnorsi.

Senza mangiare, Teresa mise il pane e il cacio nella tasca profonda del grembiule. Rimase ancora un poco, con la bocca semi -- aperta, tutto il volto inebetito, senza nessuna espressione, neppure quella della stanchezza.

-- Me ne vado. Felice notte a signoria.

-- Felice notte.

E se ne ando lentamente verso la via della Croce, dove in una stanzuccia l'aspettavano quattro marmocchi con cui dovea pranzare.

Pasqualina resto sulla soglia e chiamo:

-- Canituccia!

Nessuno rispose. La sera di una giornata di febbraio era discesa. Pasqualina si arrovellava a guardare nella oscurita. Chiamo di nuovo a distesa:

-- Canituccia, Canituccia!

Allora, borbottando improperi, scese per la viottola che dalla porta di casa, tagliando in due parti l'orto, conduceva al portone. Li guardo verso la via di Carinola, verso la traversa della Madonna della Libera, verso la unica via che taglia in due parti il piccolo villaggio di Ventaroli. Canituccia non si distingueva.

-- Sara morta ammazzata, quella tignosa -- mormoro.

Un gemitio sommesso le rispose. Canituccia era seduta sullo scalino del portone; accovacciata, col capo quasi tra le ginocchia e le mani nei capelli, lamentandosi.

-- Ah, stai qua? E non rispondi, che tu possa essere impiccata? Di? perche piangi? T'hanno bastonata? E Ciccotto dove sta?

Canituccia, una bambina di sette anni, non rispose e si lamento piu forte.

-- Perche sei venuta cosi tardi? E Ciccotto?

Di la verita, hai perduto Ciccotto? -- e la voce rabbiosa di quella vecchia zitella contadina divenne tremenda.

Canituccia si getto per terra bocconi, con le braccia aperte, singhiozzando. Aveva perduto Ciccotto.

-- Ah, scellerata, assassina della casa mia, figlia di mala femmina, che non sei altro! Hai perduto Ciccotto? E tieni. Hai perduto Ciccotto? E piglia. Hai perduto Ciccotto? E afferra.

La caricava di pugni, di calci e di schiaffi. Canituccia si dibatteva, si avvoltolava, strillava, ma senza piangere. Quando Pasqualina si fu stancata, le dette uno spintone e disse con voce arrantolata:

-- Senti, malandrina, io ti tengo in casa per carita: se mo' non ti parti e non vai cercando Ciccotto per la campagna, se non lo riporti a casa, ricordati che ti faccio morire crepata sulla via, come una figlia di cagna che sei.

E Canituccia, strillando ancora per le busse avute, coi piedi scalzi, rialzando il suo cencio di panno rosso, si avvio verso la strada della Libera. Camminava guardando a destra ed a sinistra, nelle siepi, nei campi coltivati, chiamando Ciccotto a bassa voce. Lo aveva perduto, tornando a casa: non si era accorta che Ciccotto non la seguiva piu. Ma nella notte non distingueva nulla. Camminava macchinalmente: fermandosi ogni tanto a guardare, senza vedere. I suoi piedi nudi, diventati color di polmone pel freddo di una intiera invernata, non sentivano piu il terreno che si faceva glaciale, ne le pietre dove inciampava. Non aveva paura della notte, della campagna solitaria: non voleva che ritrovare Ciccotto. Udiva solo le parole di Pasqualina, che le dicevano non avrebbe mangiato se non riportava Ciccotto. Aveva una fame acerba e intensa che le torceva lo stomaco. Se riportava Ciccotto, avrebbe mangiato. Questo solo pensava, questo solo. E chiamava, chiamava, camminando rapidamente fra le alte siepi, punto minuscolo che si agitava in quella calma notturna:

-- Ciccotto bello, Ciccotto mio, Ciccotto di Canituccia tua, dove stai? Ciccotto, Ciccotto, Ciccotto, vieni da Canituccia! Se non ti porto a casa, mamma Pasqualina non mi da da mangiare. O Ciccotto, o Ciccotto!

Era uscita sulla via maestra che mena a Cascano, a Sessa, a Sparanisi. Nella oscurita la via biancheggiava, e la piccola ombra di quella bambina desolata prendeva contorcimenti strani sulla terra. La voce le si affannava. Correva all'impazzata, ora, chiamando Ciccotto con tutte le forze. Due volte, disfatta, disperata, sedette per terra: due volte riprese la corsa. Finalmente, nel campo di Antonio Jannotta, udi come un piccolo grugnito, poi un piccolo galoppo, e Ciccotto venne a lambirle i piedi col grugno.

Ciccotto era un porcellino bianco -- roseo, con una macchia grigia sulla schiena, grassottello e rotondetto. Canituccia grido dalla gioia, prese nelle braccia Ciccotto e se ne torno indietro, con l'ultimo sforzo delle sue gambe di bambina Rideva, parlava, si stringeva al petto Ciccotto per non farlo scappare, e Ciccotto, con le corte gambe pendenti, grugniva tranquillamente. Canituccia correva di nuovo, pensando che avrebbe mangiato. Di lontano vide la figura di Pasqualina sul portone e a tiro di voce le grido:

-- Ho trovato Ciccotto, ho trovato Ciccotto bello!

Ben presto raggiunse Pasqualina e le consegno trionfalmente il porcellino. Pasqualina, all'oscuro, sorrideva. Rientrarono in casa e Ciccotto fu portato nel suo stabbiolo, dove mangio e si addormi immediatamente. Canituccia, ansante, aveva seguito tutte quelle operazioni. Aveva fame anche lei come Ciccotto. Segui Pasqualina in cucina, guardandola coi suoi grandi occhi selvaggi che non sapevano chiedere. Poi sedette sullo scalino del focolare, senza dir nulla. La contadina si era seduta sulla panca ed aveva ricominciato il suo rosario. Pregava monotonamente[1] e senza fervore. La bambina, curva per non sentire lo spasimo dello stomaco, seguiva con gli occhi quella preghiera. Non pensava neppure piu: aveva semplicemente e unicamente fame. Solo dopo mezz'ora, quando la _Salve Regina_ fu recitata, Pasqualina si alzo, apri la madia, taglio un pezzo di pane, raccolse in un piattello certi fagiuoli freddi e dette il pranzo a Canituccia. Costei, seduta sempre sullo scalino del focolare, mangio avidamente. Aveva una testa piccola, con una faccia minuta e bianca, tutta macchiata di lentiggini, con certi capelli ispidi, un po' rossi, un po' giallastri, un po' castagno sporco: una testa troppo piccola sopra un corpo molto magro. Portava una camicia di cotone bianco tutta toppe, un corpetto di teletta marrone e per gonnella un panno rosso, tenuto su alla cinta da una cordicella. Si vedevano le gambe stecchite: si vedeva il collo nudo e magro, dove i tendini parevano corde tese. Mangiava con un cucchiaio di legno nero. Dopo ando a bere alla secchia.

-- Vattene a dormire -- disse Pasqualina, che aveva preso la conocchia e filava.

Canituccia apri la porticina della dispensola, dove si conservavano le mele, butto via il panno rosso, si sdraio sopra un paglioncino gramo, si tiro un cencio di coperta gialla sui piedi e si addormento. Pasqualina filava e pensava con una certa diffidenza a Canituccia. Questa servetta era la figlia bastarda di Maria la _rossa_: Maria, dai capelli ardenti e dalle labbra di garofano, aveva peccato prima con Giambattista, il calzolaio; Giambattista era andato a fare il soldato e Maria era divenuta l'amante di Gasparre Rossi, un signore. Poi anche Gasparre aveva abbandonata Maria, malgrado si dicesse che Candida, detta per diminutivo Canituccia, fosse figlia di lui. E certo che quella Maria, dopo essere stata un mese a Sessa, aveva lasciato Canituccia e se n'era andata, chi diceva a Capua, chi diceva a Napoli, a far vita disonesta. Gasparre non si era voluto curare della bambina abbandonata, la quale venne su in casa Zampa, Pasqualina e Crescenzo Zampa, fratello e sorella. Ma il volto bianco macchiato di lentiggini ricordava sempre la sua mamma, la _rossa_, e Pasqualina, zitella, casta, magra, dalle mani nodose e rosse, dai denti gialli, dagli occhi neri di carbone, che non si era maritata perche Crescenzo le aveva negato la dote, fremeva di terrore isterico, pensando alle follie amorose di Maria la _rossa_, e diffidava della piccola bastarda[2].

Cosi, il giorno seguente, temendo che Canituccia non perdesse di nuovo Ciccotto, con una funicella lego da un capo il piede di Ciccotto, dall'altro lego la vita di Canituccia, perche non avessero a separarsi. Il porcellino sgambettava dietro la bambina per andare al pascolo. Passavano la giornata insieme, nei campi, cercando le prime erbe. Molte volte Canituccia attirava Ciccotto verso un posto dove aveva visto l'erba che poteva piacergli: qualche volta Ciccotto trascinava Canituccia verso un campo verde. A mezzogiorno la bambina mangiava un pezzo di pane. Erravano insieme nel pomeriggio di primavera, sino all'imbrunire. Non si lasciavano che alla casa, quando Ciccotto andava a dormire, e Canituccia, dopo avere ingoiato una minestra di cicoria fredda, o pochi ceci, o un po' di cotenna col pane, andava anch'essa a dormire. Certo Pasqualina non era piu avara e piu feroce di altre contadine, ma ella stessa non era agiata e non mangiava un pezzetto di carne che la domenica. Batteva qualche volta Canituccia, ma non piu che le altre contadine battessero le proprie creature.

Piu tardi, nell'estate, Canituccia e Ciccotto stavano piu lungamente insieme. Se ne andavano all'alba a cercare granone, fichi e mele primaticce cadute dagli alberi, poiche Ciccotto era diventato forte, grande e grosso, mentre Canituccia rimaneva magra e debole. Talvolta Ciccotto correva troppo per la bambina e questa si sentiva trascinare, spossata sotto il sollione bruciante, sulla terra secca e screpolata.

-- Aspetta, Ciccotto, aspetta, bello mio -- diceva, sfinita.

Poi Ciccotto si metteva a dormire e la bambina si stendeva per terra, lungo i solchi del grano mietuto, con gli occhi chiusi, sentendo sotto le palpebre la vampa bruciante del sole. Si rialzava stordita, con le guance rosse e la lingua gonfia. Ora non ci era piu bisogno della funicella, perche Ciccotto si era fatto ubbidiente: solo che Canituccia si era provveduta di un lungo ramoscello per regolare il cammino di Ciccotto e non farlo andare sotto le ruote dei carri che passavano per la via maestra. Ritornavano alle ventiquattro. Ciccotto lentamente, Canituccia un po' piu innanzi spinta dalla insaziabile fame che le mordeva lo stomaco. Una volta aveva provato a rubare certe sorbe acerbe nel campo di Nicola Passaretti, ma le sorbe erano amarissime e Nicola l'aveva picchiata come una piccola ladra. Anzi Nicola ne aveva detto a Pasqualina Zampa, che aveva anch'essa battuta Canituccia. La bambina se n'era andata pei campi con Ciccotto, piangendo e dicendogli:

-- Pasqualina m'ha battuto perche sono una ladra.

Ma Ciccotto aveva scosso il capo e si era messo a pascolare. Pure, ogni tanto, quando nella mente chiusa di Canituccia sorgeva una idea, lei ne parlava a Ciccotto. Quando se ne tornavano a casa, gli teneva questo discorso:

-- Mo', andiamo alla casa e Ciccotto se ne va alla stalla e mamma Pasqualina gli da la cena e poi mamma Pasqualina da la minestra a Canituccia, che se la mangia tutta tutta.

E la mattina:

-- Se Ciccotto non corre, se se ne sta sempre vicino a Canituccia, Canituccia lo porta alla Montagna Spaccata, all'_arbusto_ di don Ottaviano il parroco e gli fa mangiare tante tante mele, mentre Canituccia si mangia il pane.

Quando venne l'autunno, Ciccotto si era fatto molto grasso e un po' pesante. Una volta, con un colpo di testa, butto a terra la bambina che si rialzo, si allontano e gli scaglio una sassata. Ma fu l'unica loro lite. Canituccia mangiava sempre meno e Pasqualina era sempre piu aspra con la figlia della _rossa_, poiche la raccolta era stata cattiva e la casta zitella aveva un terribile sospetto, che suo fratello Crescenzo avesse preso una relazione amorosa con Rosella di Nocelleto: erano spariti dalla dispensa due caciocavalli e un prosciutto: poi Crescenzo aveva comperato al mercato di Sessa, per tre lire, un anello d'oro. Nella casa, Pasqualina diventava sempre piu rabbiosa e avara. Se la prendeva con Teresa la serva, con Giacomo l'ortolano, con Canituccia, con tutti. L'ultima domenica, don Ottaviano non aveva voluto darle la comunione per i tanti peccati di pensiero.

Poi pioveva sempre e ogni giorno Ciccotto e Canituccia ritornavano a casa bagnati fradici. Canituccia si metteva il panno rosso sul capo, ma rimaneva con la sola camicia attorno alle gambe, camminava nelle pozze d'acqua e fango, sferzata dalla pioggia, dicendo a Ciccotto:

Corriamo, Ciccotto bello di Canituccia, corriamo, perche piove e ho tutto il corpetto bagnato, Corriamo, perche a casa ci sta il fuoco e ci scalderemo.

Ma spesso il fuoco era spento e Canituccia andava a dormire, ancora inzuppata dalla pioggia. In quel mese di novembre, dissero in Ventaroli che Maria la _rossa_ era morta a Capua di una tifoidea, e il parroco, dopo la messa, aveva portato l'esempio nella predica, facendo arrossire Concetta di Raffaele Palmese e Nicoletta di Peppino Morra che avevano qualche rimorso sulla coscienza. Dissero a Canituccia che la madre era morta, ma lei non capi nulla e stette ad ascoltare come una stupida.

In quel mese, pero, Ciccotto era diventato cosi grasso e grosso, che non si poteva piu menarlo a pascolare molto lontano: passeggiava gravemente. Invano Canituccia lo chiamava: esso non aveva piu forza. La prima volta che lo lascio per andare alla montagna a far legna, Canituccia nel bosco gli raccolse una quantita di ghiande e gliele porto in uno strofinaccio. Prima di uscire per correre alla fontana, per portare il mangiare a Crescenzo nei campi o per altro incarico, essa andava a dare un'occhiata a Ciccotto. Ritornando, prima di entrare in cucina, andava di nuovo a salutarlo. Si sgomentava un poco a vederlo cosi grosso, tanto piu di lei, che era sottile come un manico di scopa.

Una sera, nel dicembre, venendo dalla fontana, trovo don Ottaviano il parroco, Nicola Passaretti e Crescenzo che discutevano vivamente: questi tre andarono poscia a visitare Ciccotto e parlarono di nuovo. Lei non comprese. Ma la sera del giorno seguente venne da Carinola Sabatino il macellaio e a Teresa si aggiunse Rosaria, la serva di Gasparre Rossi. Vi era una grande agitazione nel cortile e nella cucina: sul focolare una grande caldaia sopra un fuoco vivissimo: tutt'i grandi piatti, tutte le catinelle, tutt'i secchi disposti: in un angolo la stadera: sulla tavola coltelli, coltellacci, imbuti: Pasqualina, Teresa, Rosaria con le gonne succinte e i grembiuli bianchi. Sabatino andava e veniva con un'aria d'importanza. Canituccia guardava tutto e non capiva. Poi chiese sottovoce a Teresa:

-- Che facciamo stanotte?

-- E venuto Natale, Canitu. Ammazziamo Ciccotto.