Part 1
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MATILDE SERAO
PICCOLE ANIME
MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI DI C. CHIESA e F. GUINDANI
Lipsia e Vienna, F. A. Brockhaus -- Berlino, A. Asher e C. Parigi, Veuve Boyveau -- Napoli, Ernesto Anfossi. Londra, David Nutt, Strand 270.
1890
Proprieta letteraria.
MILANO -- TIP. LOMBARDI VIA FIORI OSCURI 7
INDICE
A UN POETA ..................................................... 009 UNA FIORAIA .................................................... 017 GIUOCHI ........................................................ 033 CANITUCCIA ..................................................... 051 PROFILI ........................................................ 073 ALLA SCUOLA .................................................... 083 NEBULOSE ....................................................... 101 MODA ........................................................... 111 PERDIZIONE ..................................................... 123 GLI SPOSTATI ................................................... 137 SALVAZIONE ..................................................... 151
A UN POETA
. . . . . . . . . .
a un poeta.
_Una volta, io scrissi di un bambino biondo e reale. Mi faceva pensare la stranezza della vita precoce, in cui le care ingenue puerilita erano sacrificate ai doveri inflessibili di un'alta educazione, in cui i soavi sensi infantili erano in urto con la rigidezza del cerimoniale: piccola anima gaia e noncurante che doveva informarsi, troppo presto, a grandi e severi sentimenti._
_Tale l'intenzione d'arte, vivificata da un sentimento tutto femminile di simpatia. Da coloro cui l'astrazione dell'ideale politico intorbida la serenita del giudizio, fu intesa male o non fu voluta intendere: fu detta adulazione, cortigianeria, servilismo, e furono usate altre parole consimili, a cui la volgarita del corso ha tolto ogni valore. Invano io volli chiarire la mia intenzione, invano io volli stabilire una divisione fra la politica e l'arte, fra le teorie umanitarie e l'arte. Come in tutte le polemiche d'idee, senza fatti, ognuno rimase del proprio parere_.
_Allora scrissi: sempre un bimbo mi sorprende e mi fa pensare. Questa impressione e viva ancora oggi, agita anche adesso la mia coscienza. I bimbi sono naturalmente buoni e misteriosamente cattivi: singolari, interessanti, attraenti piccoli tipi, in cui l'umanita assume le sue forme piu leggiadre e piu bizzarre. Pei loro sorrisi che sono tutta una luce e per i morsi che danno a una sorellina piu grande; per la strana scienza che appare nelle loro profonde risposte e per l'istinto di distruzione che li domina; per la carezza dei loro occhi sereni e per la convulsione paurosa delle loro collere infantili; per l'elemosina che fanno e per l'uccellino che spennacchiano; per il bacio che ci danno, spontaneo, affettuoso, e per lo sgarbo con cui ci ringraziano del dono di un giocattolo; per le loro simpatie istintive e per i loro odii irragionevoli: per tutta questa contraddizione i bimbi valgono -- per l'arte -- quanto l'uomo nel pieno rigoglio della sua virilita, quanto la donna nel pieno fiore della sua bellezza._
_E poi questo bimbo moderno, nato da gente inquieta e convulsa, cresciuto spesso in un ambiente di nervosita irritante o di languida malinconia, che vede troppe cose, che assiste troppo alle piccole catastrofi familiari, che impara troppe cose, questo bimbo ha ora acquistato una sensibilita precoce, una intuizione troppo rapida. Talvolta -- e sempre senz'averne coscienza -- un bimbo e cosi sottilmente scettico che ci sgomenta, noi che avemmo un'infanzia molto piu grossolana, molto piu animalesca, ma molto piu allegra. Il bimbo moderno legge troppi libri illustrati ed ha per mano troppi giornali. Quando suo padre parla tranquillamente di suicidio, quando suo zio si burla della religione, egli tende l'orecchio. Cosi il bimbo e piu facilmente infelice. Infelice pel sangue povero che le razze deboli mettono nelle vene delle loro creature; per la tisi, per il rachitismo, per la follia che si ereditano; infelice per l'abbandono e la poverta, uniti insieme; infelice per l'abbandono e la ricchezza, uniti insieme; infelice per l'ambiente di disonesta plebea in cui deve vivere; infelice per l'ambiente di disonesta aristocratica in cui deve crescere; infelice pel padre artista ed egoista; per la madre gran dama e disamorata: per molte colpe nostre, infelice. Il bimbo impara a soffrire, ad amare, a fingere come noi. Ed e talmente unito alla nostra vita, parte di noi piu sorridente e piu sensitiva, che spesso egli ci salva -- e spesso egli ci perde._
_Questo piccolo libro, scritto pei grandi, parla sempre di bimbi, nelle sue storielle. Sono bimbi veri: non li ho sognati, mi apparvero nella loro realta. Vissero meco un anno, un minuto, un giorno, un'ora, faccine smunte o guance colorite, corpicciuoli scarni o pienotti, vestitini di raso o straccetti per cui si vedeva la pelle -- ed erano creature volta a volta ingenue e pensierose, fantastiche e brutali, dolci e acri._
_Voi, o poeta, che foste il piu mite fra i miei avversari, avete un figlioletto gentile e pallido, dai grandi occhioni bruni, pieni di visioni malinconiche, un bambino che avete chiamato Tristano, per cui avete scritto versi tristi e audaci, a cui forse avrete letto questi versi, turbandone la piccola anima, dandole la nostalgia della nobile e pericolosa regione della poesia. Ebbene, a questo bambino che non mi conosce, io voglio dedicare questo piccolo libro._
Matilde Serao.
UNA FIORAIA
Date lilia.......
La bimba camminava lentamente, rasentando il muro, per la via stretta e tortuosa dei Mercanti. Ella non guardava nelle botteghe, non alzava gli occhi a quella lunga striscia di cielo che appariva fra le alte case, non guardava neppure dinnanzi a se. Guardava le pietre, come se le contasse. Camminava, senza curarsi del fango del selciato, degli urtoni che le davano, di qualche rara carrozza che passava. Quando arrivo alla chiesetta del Cerriglio, dirimpetto alla statua dell'_Eccehomo_ vestito di rosso, coronato di spine, con gli occhi pieni di lagrime immobili, la fronte e il petto macchiati di sangue coagulato, la bimba gli dette uno sguardo indifferente e torno indietro, con la stessa andatura rigida.
Era una mendica. Aveva fame, aveva freddo, aveva sete. Aveva le gambe nude, i piedini scalzi che si deformavano nella mota. In quel gelido giorno di febbraio, ella non portava che una camicia e un sottanino lacero e sfrangiato, mantenuto su, alla cinta, da uno spago. Aggrovigliato al collo, un brandello di ciarpa all'uncinetto. Niente altro. La bimba era molto magra, quasi stecchita: dagli strappi della camicia e del sottanino si vedeva una carnagione esangue, cinerea; sotto la ciarpa si vedevano le due ossa clavicolari sporgenti, come se volessero bucare la pelle; s'indovinava la meschinita malaticcia di quei busto legnoso di bambina. Le spalle erano aguzze, curve, come quelle di chi si raggricchia sempre per freddo o per chetare lo spasimo dello stomaco. Un volto serio e grave, con la medesima tinta plumbea del corpo; rugata la fronte breve; corrugate le sottili sopracciglia, troppo grandi gli occhi dalla palpebra bigia, sottolineati di bistro, incavernati, profondi; duro, rigido il profilo, gia formato come quello di una donna; la bocca stretta, chiusa, le labbra pallide, senza fremiti, con due rughe agli angoli. Ella aveva sette anni.
Un giorno aveva avuto una madre scarna, mendica anche lei. Vagavano ambedue per le vie di Porto, cercando l'elemosina. Mangiavano spesso del pane e dormivano in un sottoscala, sulla paglia, la figlia col capo in grembo alla madre. Poi la madre era morta, di tifo: la bambina era rimasta sola, sul lastrico. Non pianse, non grido, usci per cercare l'elemosina, non ebbe nulla: quel giorno non mangio e dormi all'aria aperta, sullo scalino della chiesa di Portanova, arrotondata come un cane.
Per tre anni la vita della bambina non aveva avuto varianti. Ella non sapeva nulla, non ricordava nulla, altro che un lunghissimo giorno in cui aveva avuto sempre fame. Dalla mattina cominciava le sue peregrinazioni. La strada dei Mercanti, lungo budello contorto, era la sua casa, ed ella ne conosceva tutte le viuzze, i vicoli ciechi, gli angiporti paurosi, le botteghe nere, i ruscelli fetidi, i portoncini angusti e bruni, illuminati di una luce fioca e grigia, le scalette smussate. Andava e veniva, senza posa, dalla piazzetta di Portanova, donde era il suo punto di partenza, sino alla cappella del Cerriglio, dove era il suo punto di arrivo. Si fermava a piazzetta di Porto, faceva un mezzo giro e riesciva all'antico Sedile, dava uno sguardo al simulacro del dio Orione attaccato alla muraglia che il popolo chiama Pesce Niccolo, poi saliva per Mezzocannone, bagnandosi i piedi nelle acque azzurre, rosse, violette dei tintori che lavoravano in certi antri lugubri, intorno a caldaie nere, agitandovi un miscuglio misterioso. Arrivata su, non osava andare piu oltre e ridiscendeva ai Mercanti; non dava neppure un'occhiata alla taverna aperta sotto un porticato dove si friggevano pesci e _pastelle_, dove si espandevano le vivezze rosse del _soffritto_ e gli acuti odori delle _pastinache_ in aceto. Voltava a destra per la scaletta lurida di santa Barbara, s'inerpicava fino al famoso biscottaio, ma i biscotti le facevano troppo gola e scappava via: al ridiscendere, si fermava innanzi alla porta dello stabilimento di bagni, guardando una vasca di macigno artificiale, dove non ci era acqua, ma dove si ergeva una _musa_ dalle larghe foglie verdi: continuava la sua via sino al Cerriglio e tornava indietro, sempre col suo passo guardingo, sfiorando i muri, scivolando tra le gambe dei viandanti.
Quelle viuzze nere, quella strettezza, quella miseria, quelle case stillanti umidita, quei cattivi odori, quei portoni sospetti, quelle tinte cupe, quell'assenza di sole, quelle facce usuraie dei commercianti, quelle facce losche dei loro mediatori, quelle facce ebeti di male femmine, quella merce gretta, impolverata, avariata, erano tutto il suo mondo. Sentiva vagamente che di sopra santa Barbara, di sopra Mezzocannone, di sopra il Cerriglio, alla fine di via Principessa Margherita, vi era un altro mondo, ma ella temeva di arrischiarvisi, ne aveva una paura selvaggia. Anche giu nei Mercanti, ella aveva paura delle altre mendicanti che la picchiavano, dei cani che volevano morderla, delle guardie che potevano arrestarla: ma ella era furba a schermirsi da questi pericoli. _Lassu_, il pericolo era ignoto. Quando arrivava a quei limiti, dava uno sguardo sospettoso in su, poi fuggiva, nascondendosi il capo ricciuto nel braccio, come se la perseguitassero.
Chiedeva l'elemosina, ma non gliela davano spesso. Tutta quella gente affaccendata a guadagnare una dura giornata, bottegai accaniti a imbrogliare i compratori contadini, facchini curvi sotto le balle, serve luride e straccione, non badavano a lei. Qualche _galantuomo_ la prendeva per una piccola ladra e si tastava le tasche, dicendole una parolaccia; qualcuno, anche vestito decentemente, era povero, la guardava e si stringeva nelle spalle. A qualcuno faceva disgusto, e la scacciava con un gesto di noia. Ella chiedeva prima a voce alta, quasi imperiosa, un soldo per mangiare, non avendo mangiato il giorno prima, nella tortura dello stomaco che si ribellava: poi la voce si abbassava, diventava supplichevole, ansante, lamentosa, poche e gelide lagrime le scendevano per le guance. Essa continuava ad andare e venire, come per istinto, balbettando parole indistinte, sino a che la voce le si seccava nella gola riarsa: allora chiedeva l'elemosina con la intensita dello sguardo. Verso la fine della giornata, quando non le avevano dato nulla, era presa da una grande stanchezza, il capogiro la faceva vacillare, ella si trascinava sino ai gradini della chiesa di Portanova e vi rimaneva, immobile, accoccolata, come un batuffolo di stracci, donde sfuggiva un sordo lamento. Si rialzava, per girare ancora, fra i lumi che si accendevano, gli operai che ritornavano dal lavoro e l'odore di mangiare che usciva dalle botteghe socchiuse. Allora arrivava a raccogliere due centesimi o una fetta di pane o un osso di costoletta o uno scampoletto di trippa, e scappava a divorarlo, provando un bruciore insopportabile allo stomaco. Ma venivano spesso i giorni in cui non aveva nulla e si addormiva in un torpore malaticcio, senza aver mangiato altro che le bucce di aranci fradici, o masticato i baccelli dei piselli. Il sabato era il migliore suo giorno: al sabato una femmina giovane, col fazzoletto di seta rosso attorno al collo, la gonna corta e legata sullo stomaco, la pianella col tacco alto e il fiocco verde, la pettinessa d'argento nell'alto cocuzzolo dei capelli impomatati, le guance cariche di carminio, le dava un soldo. La giovane femmina stava per lo piu accantonata a un portoncino, le mani nelle taschette del grembiule, lo sguardo vagante, la fisonomia stupida, canticchiando dalla mattina alla sera una canzoncina lenta:
Spina de pesce,
Sta vita desperata quanno fenesce?
Ogni giorno, molte volte, la bimba le passava daccanto. Ma solo il sabato l'altra le dava un soldo: questo per cinque o sei mesi. Poi la donna scomparve. L'avevano buttata o s'era buttata nel pozzo.
In quella giornata di domenica, la bimba si sentiva morire. Ogni tanto le mancavano le forze e si sedeva per terra. Le botteghe erano chiuse, i viandanti frettolosi non le davano retta, dirigendosi tutti alle strade superiori, scomparendo _lassu_: ella li seguiva macchinalmente, con lo sguardo. Entro nella chiesa di Portanova. La chiesa era vuota, le parve immensa e paurosa; ebbe una sensazione di freddo, co' suoi piedini nudi sul marmo; il sagrestano l'acchiappo e la mise fuori. Ella riprese la sua corsa nelle strade spopolate: si vide sola, disperata. Tutti erano andati _lassu_.
Allora, dimenticando la sua paura, spinta dalla fame, dall'istinto, supero la frontiera, e oltrepassato il larghetto di Rua Catalana, sali gli scalini di san Giuseppe. Fu stupefatta: vedeva quello che non aveva mai visto, la strada larga, i magazzini puliti, i palazzi bianchi, i giardini, il cielo. Dimenticava la sua fame davanti a cosi mirabile spettacolo: non vi penso piu dinnanzi a un negozio di giocattoli. _Lassu_ tutto era bello: ed ella segui la folla che si avviava per Fontana Medina, fermandosi ogni momento, eccitata, curiosa, scordandosi di chiedere l'elemosina. Solo le carrozze la spaventavano col continuo loro incrociarsi; ma seguiva il marciapiede. A piazza Municipio, vinta di nuovo dalla stanchezza, sedette sopra un banco, presso il giardino; ma dopo un poco salto giu e corse anche lei verso san Carlo: la si perdette, piccina come era, nella folla che la trascino verso san Ferdinando. Non vedeva niente, annullata fra la gente; aveva caldo, stava bene. Ogni tanto vedeva passare nell'aria un mazzetto di fiori, poi un altro, poi una pioggia di fiori: ogni tanto la folla si gettava da parte, per lasciar passare un equipaggio, dentro una signora bellissima, seduta in mezzo alle stoffe e ai fiori: visioni rapide, fuggevoli, fulgide, che quasi sgomentavano la bambina. Passo il tempo, cosi. Imbruniva: i fiori cadevano piu lenti, il clamore era piu basso, la folla si diradava. Accanto alla bimba passo una leggiadra apparizione di donna, dall'abito nero, succinto e ricco, dal volto bianco e sorridente, dagli enormi brillanti alle orecchie delicate: portava in mano un cestino di fiori, a mazzetti e disciolti. Era una fioraia meravigliosa, che accumulava denari nel fondo del cestino.
-- Signora, signora -- mormoro una voce infantile -- dammi un fiore.
E la fioraia, con un moto gentile e svelto, lascio cadere nelle mani della bimba un manipoletto di garofani. La bimba sorrise, ficco un garofano in un bucherello della sua camicia e volle anch'essa vendere i fiori, poiche ne aveva tanti. Ma da lei la gente non ne comprava. Uno studente le disse: quando sarai piu grande, potrai vender fiori. Un grasso signore si pose a declamare contro l'accattonaggio e contro l'inerzia della questura. La bimba non comprese il senso, ma inteso che la maltrattavano. Neppure _lassu_ erano buoni con lei. Ella era lacera, scalza, brutta: i suoi grandi occhi spalancati mettevano paura, la sua testolina arruffata e selvaggia faceva paura. Ora la fame riappariva feroce, mettendole un fuoco nel petto, straziandola. Si trovava presso la _Boulangerie francaise_, donde usciva un odore di pane e di pasticcini che la faceva svenire. Offriva i suoi fiori macchinalmente, senza poter piu parlare, con un singhiozzo lento che le sollevava il petto. Un soldato passo e compro un garofano: dette un soldo. La bimba entro nella panetteria e compro un panino da un soldo. Le bastava. Voleva andar via. Ricominciava ad aver paura. Quelle carrozze la stordivano, lei che voleva passare dall'altra parte. Prese la rincorsa, abbassando il capo... Nella carrozza una signora gitto un grido e svenne.
Ma sulla via, presso il marciapiede, agonizzava una innocente creatura, con la gambina sfracellata. Agonizzava, giacente fra i garofani che le si erano sparsi d'attorno, stringendone uno sul petto, tenendo il panino nell'altra mano, con la faccia bianca e seria, la bocca socchiusa, coi grandi occhi meravigliati e dolorosi che guardavano il cielo.
GIUOCHI
Era una grande casa di provincia, con un portone sempre chiuso, quello nobile, pei signori, che vi davano un forte picchio col battente -- e un portone sempre spalancato, quello dove passavano i carri di grano, di vino, di carbone, di pasta. Sopra, gli stanzoni vasti, alti di soffitto, con le travi foderate di carta fiorata, coi muri dipinti di giallo chiaro o di lilla pallido. Alle finestre grandi e profonde, invece delle portiere di merletto, quelle strette tendine di mussola bianca, attaccate ai vetri. Mobili antichi e anneriti: scrivanie larghe, coperte di incerata nera, dai cassetti profondi; divani lunghi, angolosi, foderati di lana verde e come imbottiti di spini; armadii larghi quanto una parete, che si serravano con un piccolo catenaccio. Nelle cornici nere e tarlate certi quadri sanguinolenti: la battaglia di Solferino, Mazeppa, Marco Botzari -- e certe incisioni sbiadite che rappresentavano il Tempio di Serapide a Pozzuoli, la Via dei Sepolcri a Pompei. Per ornamento, sui cassettoni, sotto le campane di cristallo, certi santi vecchi, vestiti da frati cappuccini. Il salone aveva le imposte sbarrate, immerso nella oscurita, proibito ai bambini; del resto, chiuso a chiave, aperto solo quando veniva una visita ufficiale.
Dalle otto del mattino alle due del pomeriggio, la casa era tranquilla e silenziosa, perche i bimbi erano a scuola. A tavola il pispiglio era dominato da un appetito formidabile, appetito di bambini sani, grassi, forti: dopo, a dormire sino alle quattro, siesta obbligatoria di provincia. Dalle quattro alle cinque studiavamo quelle poche lezioni per il domani: alle cinque....
Alle cinque era la rottura delle file, la liberta, lo scoppio, la rivoluzione, i diavoli scatenati per la casa. Erano inutili le ammonizioni, le minacce, gli schiaffi: l'uno piangeva e gli altri ridevano, dopo un momento rideva anche lo schiaffeggiato. Le mamme, le nonne, le zie si disperavano, si chiudevano in cucina, si rifugiavano nella cappella. Agli otto bambini di casa -- da sei a dodici -- se ne univano altri sette od otto, piccoli parenti e piccoli amici, che arrivavano condotti dalle serve. Diventavamo un piccolo popolo di creature bionde o brune, insolenti di salute, dalle gambe grassotte, e nude, dalle guance dure e colorite, dai polmoni fortissimi. Piccolo popolo turbolento, sfrenato, che si allargava attraverso la casa e ne prendeva possesso in tutti gli angoli, in tutti i recessi. Avevamo allora per noi i cameroni vuoti dove si stendeva il bucato nei giorni di pioggia; le larghe terrazze sotto il sole, a cui arrivavamo, arrampicandoci per le ripide scalette di legno; la grande loggia del primo piano, piena di maggiorana e di basilico; avevamo la dispensa del cortile dove si conservavano i salami e i formaggi; avevamo i granai, festa della nostra infanzia, dove rotolavamo giu dalle montagne di grano, dove affondavamo nelle montagne di granone, dove mangiavamo l'uva secca e le mele acerbe. Era una corsa attraverso le stanze, un precipizio per le scale e le scalette, un galoppo di puledri sull'asfalto, una tromba rumoreggiante, squillante, ridente, attraverso la malinconia della casa.
Il preferito fra i giuochi, come dappertutto, eri a _capinnascondere_. Con molta gravita ci mettevamo in cerchio nella stanza da pranzo e tiravamo a sorte, quello che doveva _star sotto_. Se capitava a una bambina, faceva il muso e se ne andava borbottando a mettersi in un angolo, col viso rivolto al muro, con gli occhi chiusi per non vedere; se era un maschio, faceva il disinvolto e il sicuro di se. Dopo esserci assicurati che quello _sotto_ non poteva vederci, partivamo in punta di piedi, in gruppi di due, di tre, per nasconderci: ed era una ricerca muta e nervosa, inquieta e taciturna, di un nascondiglio impossibile. Bisognava trovare presto e bene: avere astuzia e audacia; avere fantasia e attivita. Vi era il giuocatore egoista, che trovato un nascondiglio per se, ne cacciava gli altri, col pretesto che facevano rumore e che lo _scoprivano_; vi era il giuocatore immaginoso, che si ficcava negli armadi, fra le materasse, senza respirare, sorridendo in quella soffocazione; vi era il giuocatore incerto, che girava tutta la casa, senza trovare un cantuccio soddisfacente; vi era quello audace che si metteva semplicemente dietro una porta, dietro una poltrona, a due passi da quello _celato_, con la magnifica certezza di non essere _scoperto_, per le troppe probabilita di essere preso; e vi era finalmente quello sciocco, che si ficcava stupidamente sotto un letto. Quando tutti erano nascosti, si sentiva un griduccio lontano, stridulo, prolungato:
-- Vieni.....i!
Allora quello _sotto_ si moveva con precauzione, non allontanandosi molto dal suo _posto_, guardando a dritta, a sinistra, camminando a piccoli passi. Palpitavano i piccoli cuori nei nascondigli; dove erano nascosti due l'uno diceva all'altro:
-- Non ci trova, no; e troppo scemo.
Finalmente quello _sotto_ si risolveva a lasciare il _posto_ e la stanza da pranzo: allora si schiudevano le porte, gli armadi, si scostavano le sedie, le scrivanie, e i _nascosti_ fuggivano, al _posto_, strillando la loro vittoria. Mentre quello _sotto_ ne perseguitava uno, invano, gli altri sbucavano da tutte le parti, gridando, felici di non essere stati presi, correndo al _posto_. Allora quello _sotto_ se ne andava tranquillamente a guardare sotto i letti e trovava il bimbo sciocco, accovacciato, che non aveva osato fuggire e che si faceva prendere come un sorcio in trappola, chinando il capo e allungando il muso; noi gli dicevamo, ridendo:
-- Stupido, perche ti sei messo sotto il letto? E non potevi scappare, quando _lui_ e passato?
-- Sapevo questo, io, che _lui_ mi trovava -- borbottava lo scemo, andandosi a metter _sotto_.
Ma le partite piu interessanti erano quando colui che stava _sotto_ era molto furbo -- Michele, per esempio, che poi e diventato medico. Allora noi ci riscaldavamo, facevamo un complotto nell'anticamera, per trovare un nascondiglio assurdo. Michele, dalla sala da pranzo, diceva con voce canzonatoria:
-- Posso venire?
E noi, in coro, impazientiti:
-- Non ancora, non ancora!