Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries

Part 9

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Giovanni, sentendo mancarsi la persona, si sedette sopra i gradini della scala; non era Bettina, ma un raggio di luna — che richiamandogli tuttavia i primi sguardi e le prime parole d'amore della fanciulla e il convegno in quella stessa casa e il bacio, e i desiderii di gloria e di ricchezza, e la speranza dalle mille lusinghe, faceva più profondo col contrasto del passato l'abisso che lo separava da quei dì avventurosi, perchè la gonfia stupidità del governo spagnuolo non aveva saputo scorgere sulla fronte del giovane modesto la luce del genio, e una donna si era fatto giuoco di lui... Ma egli era senza rimorsi, e questo pensiero sciolse alfine il pianto dai suoi occhi — ne aveva tanto bisogno!

L'alba sorgeva; una luce mal certa cominciava a penetrare dalla finestra, dalle fessure della porta, quando una voce — la voce di quella notte — gridò dalla toppa:

— Piangi, piangi la tua sventura! Non t'aveva io detto che il mondo è degl'insolenti? Osasti a Milano? No. Osasti colla Lisa?

— No, gridò Giovanni sorgendo, ma non ho rimorsi.

XVII.

_S'io avessi, Dio me ne guardi, un milione! — Prina e la villa Poniatowski._

Se io avessi un milione da profondere in una villeggiatura, sclamai io lungo e disteso sul promontorio di San Remigio, abbracciando collo sguardo l'ampia e multiforme scena, che di là scorgesi correre attorno, qui io l'eleverei, certo che se per l'arte potrebbe avere molte rivali, poche senza dubbio ne avrebbe per situazione.

Tuttavia, siccome mi pare che per ora almeno non sorgerà nulla per mio conto su quel declivo, dopo d'aver passeggiato un'ora nella compagnia variata dei miei pensieri, me ne andai a visitare la villa del principe Poniatowski, a cinque minuti da Intra, sopra un gibboso declivo dei monti, in una posizione che dopo l'accennata è senza dubbio fra le più belle del lago.

La casa povera per architettura come in generale le ville verbanesi, per quanto ricca di suppellettili e d'agi, è un nulla in confronto della bellezza di un bosco di alte piante, al rezzo delle quali s'asconde, è un nulla appetto della vista che vi si gode da tutti i lati; meno il golfo delle Isole, s'ha davanti la più estesa parte del lago. Dalla palazzina scendendo a riva verso la parte superiore del lago si scoprono gli avanzi della villeggiatura Prina, sui quali è basata in parte la villeggiatura Poniatowski; portici, terrazzi, scale in istile del secolo passato. In un istante mi concorsero alla mente le scene sanguinose del 1814 a Milano; Prina, Foscolo, il parroco di S. Fedele, la plebaglia della piazza e gli assassini che dalle sale dorate, dietro una persiana, miravano compiersi la loro opera. Mi pareva di vedere Prina seduto in riva al lago guardare con terrore la sponda lombarda, tentennando il capo quasi per dire: s'io non avessi mai abbandonato questi pacifici recessi in seno alla natura ed agli studii!....

Prina era uomo onesto e di mediocre ingegno; l'assassinio solo scrisse con lettere di sangue il nome di lui nella storia.

La villeggiatura Poniatowski è una bella scena di Walter Scott.

XVIII.

_Intra non si trova che a Intra. — Perchè delle ommissioni. — Virgilio a Feriolo. — Salute a chi resta._

Eccomi finalmente a Intra.

Gl'Intresi attendono quasi tutti al lavorìo del cotone.

Gli operai d'Intra non esistono che ad Intra. Nelle grandi città spesso la sordida speculazione ammassa in oscure umide stanze centinaia di operai, che con rachitica pazienza tessono la ricchezza del padrone, muti, tristi, come in ragni da cantina. La sera appena il tardo orologio segna la breve libertà, uno ad uno, silenziosi lungo i muri sfilano alle loro topaie. Ad Intra in generale il fabbricante o per studii o per buon senno, per cuore quasi sempre, considera l'operaio qualche cosa più d'un istrumento da lavoro; lo considera come uomo e come cittadino. Industria attiva, intelligenza, non speculazione. Da ciò grandi opificii, ariosi, puliti, a cent'occhi; dappertutto acqua viva ed aria viva; la natura del lago e del laghista fa il resto. Entrate in una di queste fabbriche, ove migliaia di fusi dipannano, attorcono il cotone. Il carbone avvampa sotto le caldaie; il vapore sprigionandosi mette in moto mille ruote addentellate, attorno alle quali cento operai lavorano dodici ore della giornata. Il silenzio del capace opifizio non è rotto che dal cigolìo delle macchine e dalla voce del capo operaio.

Tutto è ordine, moto, lavoro, instancabile lavoro. Ma in quelle lunghe stanze se tu t'appressi agli uomini sentirai un sottile cinguettìo rompere la noia delle ore, e dalle donne una cantilena a mezze labbra, cinguettìo e cantilene, che appena tradotte alla libera aria la sera scoppiano in allegri canti clamorosi. Nell'estiva stagione lungo le case della _Sassonia_, sulla via a Pallanza, a Trobaso, quanti gruppi di belle ragazze inneggianti! Alla domenica quante partite al Pizzo Marone, ai paeselli del lago!

Non è raro trovare a varii deschi di albergo gli operai in baldoria, e nella stessa camera il padrone fare una partita a tarocchi cogli amici.

Ma se gli operai d'Intra non si trovano che ad Intra, gli è che fabbricanti come ad Intra non si trovano che raramente altrove.

Che cosa posso aggiungere sopra Intra? Del nuovo o del vecchio campanile? Gl'Intresi non se ne curano. O del faro senza lucerna? Un marinaio, per le nebbie, isserebbe lassù una campana.

* * *

Il caldo m'è insopportabile. La bella Baveno, al rezzo della quale io vagai richiamando l'ombra di Cavour invano — Cavour villeggiò alcuni anni in questo paesello, — non seppe trattenermi. E neppure la _bucolica_ di G. Prati in onore dell'oste. — Barcaiuolo, a Feriolo!

Ricorrendo sull'ali della memoria la bella valle del Verbano, e sfogliazzando il libricciuolo su cui vo notando le sensazioni della vista, del naso, del cuore e della fantasia, ad un tratto mi si fè palese che io aveva saltato a piè pari nientemeno che il Santuario di S. Caterina del Sasso, la salita al Pizzo Marone e qualche altra rarità, su cui avrei potuto ammanire al lettore un succoso manicaretto, Dio sa con quanta sua e mia soddisfazione. Per fortuna nostra che in quel punto mi soccorse il pensare, che se mai qualche lettore innamoratosi de' miei ritratti volesse un giorno fare conoscenza cogli originali, s'io di tutto gli avessi favellato, nulla più gli sarebbe tornato nuovo..... Se non tenete per buona questa ragione, con poco dispendio e poca fatica potete accertarvi della verità.

Addio, o Verbanesi!

Credo che ci lasciamo amici per la pelle: io vi amerò sempre come un popolo forte, allegro, alla buona e senza maschera, come spero che voi ricordandovi — tutto può darsi — di me, non sdegnerete centellinarne una ciotola di quel rubino alla vostra ed alla mia salute...

Mentre io scoccava sulle dita un sonoro bacio, e raccomandatolo ai zeffiri, lo inviava alle belle Verbanesi, un tintinnìo di sonagli, uno schioppiettìo di frusta e lo scalpitare di cinque cavalli, che mi rammentò il _quadrupedante putrem_ di Virgilio, m'avvisarono che s'avanzava entro un nugolo di polvere la corriera postale tra Arona e Domodossola.

E salute a chi resta.

PARTE SECONDA

=Per le valli d'Ossola.=

I.

_La sentinella dell'Ossola — Un bagno da trent'anni — I romantici a Vogogna — Domodossola — Il mercato._

Fra i monti da cui l'Italia è vallata verso settentrione, non v'ha certamente paese più pittoresco e che porga sì largo tema d'ammirazione e di studi quanto il grandioso bacino a cui convengono tra i contrafforti declinanti dalle Alpi Leponzie sette valli variatissime. Pel poeta, pel pittore e per quelli che corrono le cento miglia per vedere un paese straniero, una natura assai volte meno curiosa, quanti spettacoli!

L'antica mitezza dei costumi pastorali, la vivezza dell'aere che frizza sui nervi, la serena pace che qui si respira, invitano a ritemprare il corpo e l'anima.

L'abitare fra le Alpi rivergina le menti. Come l'antico gladiatore di quando in quando soffregava con oleosi sughi le membra, l'uomo — possibilmente — dovrebbe alcuna volta rinfrancarsi all'eloquente parola della natura, poichè il pensiero umano sulle Alpi, come sul mare, ingagliardisce, inspirandosi a quanto di grande emana dalla loro contemplazione. Lassù fra cielo e terra, il cielo ne attira; le basse passioni si spengono poco a poco e le generose si accrescono di coraggio e di forza.

La sapiente antichità bene avvisò che il cielo si scala solo coi monti.

Io quando incontro su queste nostre Alpi tanti stranieri e nessun Italiano, quasi sto per dire:

— Che peccato che sì belle valli sieno in Italia!!

* * *

Prendendo le mosse da Feriolo, la natura poco prima sì rigogliosa e lussureggiante di fiori, di profumi e di verzura ad un tratto raggrinza la fronte e si mostra severa, trista.

Il monte Orfano nudo, solitario, minaccioso sul varco, è la tomba senza dubbio d'uno fra gli arditi che ruppero guerra agli Olimpici. Sentinella avanzata dell'Ossola, come il Pirchiriano è alla valle di Susa, la sua fronte crucciata vide le orde Cimbriche scendere dal Gries e dal Sempione ed atterrite coll'aspetto barbaro le legioni romane, correre vittoriose ai campi novaresi a disputarvi l'Italia, questo eterno sogno dello straniero. Anche sul Pirchiriano stanno scritti i fati dei Longobardi. Mezz'ora prima dappertutto ghirlande di rose e tralci d'ubertose viti festeggiano l'umana famiglia: qui dall'una e dall'altra parte massi granitici ti pendono sul capo!

I giardini incantati del Vergante e delle Isole Borromee furono una visione ariostesca?

* * *

Ornavasso e Vogogna coi loro neri castelli sono i villaggi principali su cui si passa.

Poco prima di Vogogna, a Migiandone, l'antico ponte della strada del Sempione in una calda giornata d'estate fu preso da vaghezza di bagnare le sue membra polverose sulle fresche bionde acque della Toce; ma, ahi! sventura! colpito da inazione nervosa, sentendosi affogare, invano invocò aita, nessuno il soccorse. Da trent'anni l'infelice attende una mano provvidentemente pietosa che lo sollevi dalla Toce: pensate, che angoscia sarà pel poveretto vedersi passare ogni istante due brutte barcaccie sul muso, alla musica del sacramentare dei vetturali e dei viaggiatori!

Vogogna, mi disse un cotale, fu fabbricata da un pittore paesagista della scuola romantica. I poggi rilevati su cui dondolano le vecchie mura di merlate torri, sopra il fondo verdastro della cortina alpestre, non potevano essere meglio disposti.

Mentre si cambiavano i cavalli, io dava un'occhiata al paesaggio e un'altra ad una graziosa figurina, che da una finestra dell'albergo della Posta minacciava di saettare i passanti collo sguardo acuto, affilato di due begli occhi neri. _Veh vobis!_

Il raggio di fuoco che dall'anima saetta col tuo sguardo accende in ogni cuore desiderii d'amore — a chi non arride il pensiero di cogliere un bacio su labbra non ancor schiuse all'amorose parole?

Ma bada, veh! Bada che da un dì fatale nessuno più legga la bella epigrafe che ora rifulge sul tuo frontispizio:

Onorate la vergine!

Tutte queste belle idee, or che ci penso, mi vennero in capo quando la vettura allontanandosi rapidamente, la visione s'era dileguata... S'io restava a Vogogna, sarei stato così moralista?

Mi ricordo che nelle storie corrono famosi, Giuseppe d'Israele e S. Antonio, per avere resistito al fascino della bellezza muliebre.

Ma se Giuseppe non portava un mantello slacciato? Quanto a S. Antonio, se la bellezza della tentatrice corrispondeva al ritratto lasciatoci dal De-Colonia, è presto spiegata l'astinenza dell'anacoreta.

La virtù è nella lotta.

Dopo Vogogna la valle si stende ampia, piana, verdeggiante sotto un vôlto ceruleo.

Il sole tramontava. Passando sopra un ponte di legno che cavalca la Toce, mi s'indicò il monte Rosa che faceva capolino sopra le altissime vette dell'Anzasca. Il suo capo ancora suffuso dai raggi solari, si confondeva quasi nelle aeree tinte del cielo, come quelle teste alate d'angeli degli antichi cartoni, i contorni delle quali sfumarono.

Nell'Ossola, il popolo al passare delle corriere postali, si ferma e si leva rispettosamente il cappello.

In breve le ferrate zampe dei cavalli risonarono strepitando sul lastrico d'una bella, pulita ed ampia via, che dritta corre come fra due linee di case modeste, allegre, colle persiane dal classico colore verde.

Domodossola è una curiosa cittadina. Da vedute fotografiche — invenzione che fra gli altri meriti risparmia la fatica del viaggiare — molti conoscono, senz'essersi mossi di casa, la piazza del mercato circondata da case di varia fisionomia, tutte a portici irregolari, con pilastri in pietra, colle gallerie dai piani superiori a traforo, coi balconi sporgenti e le grondaie protettrici e i camini a banderuola e le botteghe tutte diverse d'insegna, di porta, d'addobbo, di profumo.

Da questa piazza s'apre verso settentrione una via non meno bella di quella che vi scorge arrivando dal Lago Maggiore. Mi si disse che entrambe si devono alla strada del Sempione.

Appena disceso dalla vettura, entrai nell'albergo. Un garzone, tutto miele e sentimentalismo, avendo senza dubbio scorto sulla mia cera intenzioni ostili al pollame, m'indicò una porticina che dal cortile scorgeva nel salotto. Una tavola stava imbandita verso il fondo, attorno alla quale erano seduti quattro signori, a quella distanza legale uno dall'altro, che è solita fra persone che il solo caso riunisce. Se io fossi un Centofanti potrei dirvi a quante lingue appartenesse il gergo che vi si biasciava. Uno d'essi a capo del tavolo, alto secco e nodato a foggia d'una canna, con un naso adunco come il becco d'un avoltoio, sulla cui gibbosa groppa s'inforcava un occhialetto verdognolo, senza barba, colle labbra sottili, strizzate, dalle vesti che pizzicavano l'originalità, colla fronte e le guancie raggrinzate dall'eccesso del piacere o del dolore, era inglese.

La fisionomia giovialmente serena tra il meditabondo ed il michelaccio, la capigliatura biondocinerina, la ciera rotonda, un certo fare alla carlona e una bottiglia di birra spumante, tradivano nell'altro un figlio dell'Alemagna.

L'accento dimostrava chiaramente francese il terzo.

Ma chi avrebbe saputo dire all'ombra di quale campanile fosse nato il quarto? Egli in dieci minuti vestiva la sua ciera della melanconia degl'Italiani, dell'aggrottato _spleen_ degli Inglesi, della seria bonomia tedesca, dell'alterigia spagnuola, della follia francese. Lo sguardo era dolce, insinuante, ammaliatore; ora fosco, imponente, terribile; la bocca rosea come quella di una bella figlia della Georgia, spesso dal sorriso contraevasi al sogghigno.

Se uno di quegli scultori che sanno dalla pietra ritrarre una forma evocatrice d'infiniti pensieri, avesse visto, guardato, studiato, analizzato tutti quei moti irrequieti, che male rappresentano passioni indecise e lo sconforto del dubbio, ne avrebbe tratto il tipo di questo secolo. Non un pelo di barba sulle labbra, sulle gote, ma le sopracciglia e la capigliatura stranamente folte; quest'ultima ad arricciate ciocche cadevagli nerissima sulle spalle. Era vestito come un signore di buon gusto. Il suo parlare era poliglotta, una vera _olla podrida_ di motti italiani, greci, spagnuoli, tedeschi, francesi, russi, britanni e fors'anche chinesi. Chi avrebbe potuto snebbiare questo mistero vivente?

Quand'io entrai, il loro colloquio era animatissimo tanto che l'Inglese gesticolava come un telegrafo non elettrico.

Anzi mi parve che tutti e quattro parlassero ad una volta secondo la buona usanza parlamentare di quelli che vogliono far prevalere la propria opinione senza ascoltare quella degli altri.

Salutai: il Francese solo accennò.

Mi sedetti senz'altro, tracannai un bicchiere di vino ad onore e gloria della cortesia francese, e mentre il garzone recavami la vittima, che io doveva immolare al mio appetito, ascoltai.

III.

_L'Italia non è che un albergo — 17835 iscrizioni e mezza — Lezioni archeologiche — Varietà di gusti — Apologia del farniente — Terzo primato dell'Italia — Quattro duelli — Che hanno la coda._

_Francese_. Il bello è sempre lontano da casa: del resto anche la Francia non teme confronti. Io viaggio, cioè ho fatto un viaggio in Italia, perchè questo è l'uso d'ogni persona colta: ve lo dico senza velo. Credete voi che tutti vengano qui a sospirare le ore e le ore sotto un arco frantumato, un palazzo polveroso, un'iscrizione che non riescono a compitare, per amore delle antiche memorie? Tutta ipocrisia, miei signori. L'Italia è un grande albergo, a cui conviene il bel mondo europeo, e nulla più. Partii da Marsiglia per Napoli. Ho visto il cratere del Vesuvio, ho mangiato i maccheroni, ho danzato la tarantella e mi son fatto scorrazzare in corricolo. I lazzaroni mettono schifo ed il resto annoia... È un popolo lontano mille miglia da Parigi! A Roma ho veduto S. Pietro, il Colosseo, il Campidoglio ed il Papa. Grandi cose in mezzo a meschinissime. A Firenze, ho cercato nelle sale del bel mondo la tanto decantata favella toscana, ed ho udito biascicare la nostra gran lingua, la lingua del mondo intelligente. A Milano, a Genova, tolti i monumenti, trovai città da provincia; a Torino cera di capitale senza l'imponenza babelica d'una metropoli monumentale. La seria e disciplinata apparenza dei cittadini e della città spiega la loro storia e la loro gloria nella diplomazia e nelle armi. Tutto è ordine. Del resto per chi non è assai ricco ed ama la tranquillità, Torino sarebbe forse la città più _confortevole_ di tutta l'Italia: pare un convento di agenti del governo. Tutte queste città, compresa la scenica Venezia e le cento altre minori, è forse meglio vederle nei diorami del _Palais Royal_.

In poche parole, appena lasciato il suolo francese, m'annoiai mortalmente!

_Alemanno_. Signore, voi avete un adagio, che se non mi sbaglio suona che ognuno ha i suoi gusti. Giacchè parliamo senza circonlocuzioni, vi dirò schiettamente che ho dimorato molti mesi in questo paese, e lo lascio con grande rincrescimento, quantunque la birra sia pessima.

L'Italia per noi Tedeschi è una immensa università, le cui mura son tutte tappezzate di lapidi e di monumenti, per chi sa leggerli.

_Franc._ (a mezza bocca) Grazie mille.

_Alem._ (facendo lo gnorri). Nessuna nazione porta sulla sua fronte così palesi le impronte della sua grandezza....

_Franc._ (da semplicione). Per chi sa leggerci.

_Alem._ (orecchio da mercante). Non tutti sono, grazie a Dio, letterati. Voi vedete là in quel canto quell'inviluppo mostruoso di carte? Sono 17835-1/2 iscrizioni trovate da me in Italia e commentate (mormorio di meraviglia).

_Incognito._ E, se non sono indiscreto, a che queste tante iscrizioni?

_Franc._ Io vi ammiro! Vi ammiro profondamente! — disse con ironico enfasi il Francese, ficcando il naso nel bicchiere e gli occhi in quelli dell'impassibile incognito per ispiare un zinzino di malignità nella sua domanda.

_Alem._ (fermo come torre che non crolla). Queste 17835 iscrizioni e mezza serviranno per note ad una mia opera futura, a cui preparo le basi.

_Franc._ E, se anch'io non sono troppo curioso, quale sarà il titolo di questo lavoro senza dubbio gigantesco? Anch'io sono baccelliere e non si sa mai... potrei anch'io associarmi alla sua pubblicazione (se pure vivrò tanto da vederne il fine!).

_Alem._ Scrivo la storia del pensiero umano comparato nelle razze latine e nordiche.

_Incogn._ L'idea di quest'opera deve avervi atterrito sulle prime. Essa non può essere concepita che da un figlio della Germania. Voi avete mente disquisitrice e rara, strana pazienza...

_Alem._ E lunghi inverni e buona birra.

_Franc._ (per tagliar corto). In Italia cattiva birra e buon vino.

_Inglese._ Sì, buon vino, eccellente. Vino che rallegrerebbe un Inglese corroso dall'umore nero. Lasciando a parte le altre qualità che fanno bella l'Italia, io credo che essa merita una visita per questa volta.

_Franc._ Se io vi ritorno, scriverò la storia comparata dei vini.

_Alem._ Anche quest'opera gioverebbe assai all'umanità, se si considerassero le parole ed i fatti, che sono la conseguenza diretta del vino tracannato da Noè a noi, o per meglio dire, a voi.

_Inglese_ (al garzone). Portatemi del vino piemontese... (mescendo agli altri) Signori... questo vino è buono; e sarebbe incomparabilmente migliore ove non si fabbricasse tuttora come ai tempi di Noè. Ah! l'Italia! Marsala, Lacrima, Chieti, Vin Santo, Canonao, Malvasìa, Caluso, Barolo, e voi classici vini dell'Astigiano! Il vino è la più bella gloria dell'Italia. Le altre non conosco. Dappertutto vidi macchine inglesi.

_Franc._ E stoffe francesi...

_Alem._ Gl'Italiani dormono sugli antichi allori.

_Inglese._ Se pure quegli antichi eroi non furono tanti miti.

_Franc._ Gl'Italiani sono il popolo di cui si piantarono e si piantano maggiori carote. I poeti, più bugiardi dei cavadenti, ne hanno assuefatti di là dell'Alpi a pensare all'Italia come ad un paradiso terrestre. Essi magnificarono il clima, i monumenti e le donne. Sì — voglio concederlo — qualche cosa di bello e di grande v'ha qui... come poco più poco meno dappertutto.... Il clima, se ne eccettuate due o tre spiaggie marine della parte meridionale, è incostante e freddo nella stagione invernale come da noi. A Torino si soffre il freddo assai più che a San Pietroburgo. De' monumenti ho già detto quanto penso: non sono in grado di apprezzare se non quelli che hanno un'insegna... Restano le donne... Qui piego il capo, e confesso di aver scoperto nel loro sguardo una dolcezza che manca al clima, e la grandezza, che non trovai nel resto. Facciamo, o signori, un brindisi a questi avanzi dell'antica imperatrice del mondo, su cui pure (al Tedesco) il signore non avrà mancato di studiare, nelle ore di ozio, senza cercare iscrizioni...

_Alem._ _Miscere utile dulci!..._

_Franc._ (al cameriere). Porta del Bordeaux. Spero che dopo il vino piemontese apprezzeranno anche il mio Bordeaux.

Mentre il Francese mesce ai commensali, chiede all'incognito:

— Non sarebbe ella mai Italiano?

_Incogn._ No, non sono Europeo.....

_Alem._ Nelle linee caratteristiche del suo volto leggo.....

_Franc._ (scherzando) Un'iscrizione?

_Alem._ Una leggenda della Grecia..... del Levante.....

_Incogn._ Non sono nato sulla terra, o signori.

_Tutti._ Oh! oh! questa è graziosa! marchiana!

_Franc._ (a fior di labbra) Oh! mi casca adesso dalla luna.

_Incogn._ Sono nato sopra una nave americana.

_Ingl._ Siamo della stessa razza.

_Alem._ La vostra nazione verrà un giorno a mettere in sesto l'Europa.

_Americ._ Quanto a me dell'Europa non amo che l'Italia. Come nazione, noi non abbiamo avuto pietà delle sue lagrime, perchè non volle mai intensamente con tutte le forze l'indipendenza per conseguire la libertà! Quanto poi a ciò che l'Italia dà al mondo intero.....

_Ingl._ Eh! poverina; se mi eccettuate i cappelli di paglia.....

_Franc._ Non ha di suo che il far niente.

_Amer._ Ecco la sorgente del suo merito a' miei occhi.

_Tutti._ Oh! oh!

_Amer._ Signori, voi tutti veniste in Italia per divertirvi. (al garzone) Mesci Malaga.

_Franc._ Io vi venni, perchè la moda vuole così, ve l'ho già detto, e mi annoiai mortalmente.

_Amer._ Perchè non vi siete divertito?

_Franc._ Perchè? Strade ferrate poche: alberghi molti e cattivi. Mi dicono i ladri in quantità. Da pertutto si vede che Voltaire e Vatel non nacquero in Italia. Ecco l'Italia.

_Alem._ Io mi divertii molto studiando. Se ci avesse della buona birra di Baviera, io l'amerei anzitutto, benchè gl'Italiani non amino i Tedeschi col pretesto degli Austriaci.

_Amer._ Eh! mi sembra che abbiano imparato a far poca distinzione fra gli uni e gli altri.