Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries

Part 7

Chapter 73,859 wordsPublic domain

Sulla strada che orla il lago il turbine avvolgeva la polvere in altissimi spirali, in cui tratto tratto sparivano le vetture, le persone, gli animali fuggenti qua e là. A riva, le lavandaie malgrado il loro affaccendarsi a raccogliere i panni sciorinati, a gettar sassi su quelli che erano stesi a terra, videro una miriade di lini variopinti preda del vento svolazzare sulla strada, sulle case, sul lago. L'aria era tutta polvere, fiori divelti, foglie, profumi, cappelli di paglia, non senza qualche ombrello vagante a grado del turbine, divelto Dio sa da quali manine!

Alla calma era successa di repente la più disordinata agitazione; era un correre generale, aria, gambe, remi. Lo sbattere delle persiane e delle invetriate che andavano in frantumi precorse d'un istante un lampo vivissimo ed un rumoroso tuono, che fu per la tempesta come nella battaglia il primo fuoco dei bersaglieri avamposti.

L'uragano è precipitato; la schiuma dei fiotti vola a larghe falde nell'aria per ricadere sopra la nostra gondola in finissima pioggia. Col vento in poppa, con mezza vela in asta l'_invernone_ ne cacciò in poco d'ora dalle coste amenissime d'Intra fin presso Cannero. Allo svolto del monte, che si protende sul lago tra Cannero e Cannobio sotto al sasso Carmeno, il lago cambiò fisionomia. Un violento aquilone si abbatteva dalle gole del S. Gottardo sul lago. Una terribile lotta s'impegnò tra la tramontana e l'invernone. Le onde risospinte, mozzate, sbattute non avevano più direzione. Il lago era tutto bollente d'ira e di schiuma, mentre il cielo era tutto fuoco, ed i monti echeggiavano sordamente alle incessanti scariche dell'elettricità. Di quel lago sì variamente bello di monti e colline verdissime, d'onde azzurre del sereno del cielo nulla più appariva.

Il vento sibilava sinistramente nelle pinete; le strade deserte dalla popolazione chiassona; le onde emulanti il furore del mare, mentre la grandine ed una pioggia a rovesci formavano una fitta cortina, fra cui apparivano in lontananza i paeselli a riva, a mezza costa, le isole in mezzo ad una tinta grigiastra. Dappertutto la forza, la maestà del temporale: la grazia era scomparsa.

Il gondoliere abbassò ad un tratto la vela e fu in tempo. Le onde mentre alzavano alta la prua si gettavano da poppa sulla gondola. In quel tramestio il vento ne cacciò — i volti impallidirono — fra le torri dei castelli di Cannero, mura liscie, nere, senza porte, a picco nel lago da cui sorgono.

Il loro aspetto tra il castello feudale, la prigione ed il covo di pirati è sinistro. Quando questi solitarii avanzi del delitto guardano dalle oscure occhiaie la ripa vicina, le piante rabbrividiscono. Più d'una divenne paralitica.

Il vento entrando nella fessura dei muri, dalle finestruole, dalle fuciliere strideva orribilmente. Al barcaiuolo omai sfinito parve di sentire in quelle abbandonate stanze risa di scherno, che gli diacciarono le ossa.

Mi assicurò che erano le ombre dei cinque fratelli pirati già re di quello scoglio. Per nostra fortuna l'aquilone in quel momento abbatteva il suo rivale: dietro al castello verso Cannero potemmo gettarci sopra una piccola spiaggia in faccia all'isolata torre della Malpaga. La barca tratta da quella furia di vento girò sopra se stessa rapidamente, passò innanzi alla torre, quando un'onda la sollevò in alto per stritolarla un momento dopo sulla scogliera. La notte era discesa cupa, oscurissima: in quella tenebrìa non si sarebbe potuto scorgere anima viva!

Il barcaiuolo, tremante, accennava al chiarore dei lampi una frotta di spazzacamini già naufragati poco lungi presso Cannobio, che diguazzando cercavano colla rabbia della disperazione di salvarsi sopra i frantumi della barca. Quei volti gonfi, dai capelli verdastri, erano orribili. La caliginosa tinta lottava invano colla pallidezza cadaverica: gli occhi roteavano con sguardi di desiderio, di terrore nell'agonia. Un piccolo ragazzo fra i naufraghi era giunto ad impadronirsi d'un remo. Suo padre gli chiedeva aiuto, una mano per salvarsi. Il ragazzo attese che il padre fosse vicino, e con un colpo della rastia gli fracassò le cervella. L'annegato calò a fondo e ritornò a galla presso il figlio: afferratolo pei piedi lo sbalzò dal remo. Ogni frusto della barca era l'oggetto d'una lotta. Avviluppato nella vela, legato, soffocava il vecchio arruolatore di quei neri operai, invano chiedendo aiuto: una dozzina di ragazzi stringeva colle braccia convulse il corpo galleggiante di chi li nutriva.........

Intanto presso Pino appiedi a quel crocifisso, che stende invano le braccia ai naviganti, succedeva una scena poco dissimile. Uno schifo, su cui due fidanzati, urtava in quella roccia e tutto spariva.... In quella notte l'annegata veggendo il suo caro dormire fra l'alghe in fondo al lago, leggiera si spiccò alla superficie e dopo mille tentativi inutili, colle mani sanguinose potè appigliarsi ad uno sterpo, che sorgeva in una fessura della roccia.

Lo sterpo è sufficientemente robusto: ancora un istante e la bella è salva, quando ad un tratto il suo corpo è strettamente avviticchiato. Prega la misera, prega, supplica, assicura, giura che lo farà salvo fra un istante: ma tutto è vano.

Ella sente smarrirsi le forze, sdrucciolare sull'ammuffata roccia, lo sterpo sbarbicarsi per il soverchio peso..... la brutta morte s'appressa nuovamente inevitabile.

Allora un pensiero d'inferno balena alla sua mente..... quella mano, che ha fra le dita l'anello nuziale, abbranca ratta un'affilata pietra... Il fidanzato non è più, ma il suo corpo non si è staccato dal funereo amplesso: le braccia, il petto non sono più animati, il volto pallente, la lotta è cessata, ma il nemico resta e implacabile, spaventoso. Ogni sforzo della bella è inutile, lo sterpo si sradica sempre più, ed ella si sente tirare al fondo dell'abisso fra le sue bestemmie all'amante, fra le convulsioni degli sforzi per guadagnare la vita.

Mi svegliai madido di freddo sudore ad una bella aurora, che su tutto il lago spargeva fiori e perle, dopo queste orrende visioni dell'amore della vita, che mi richiamavano ancora confuse le parole a doppio senso del barcaiuolo a me che lo interrogava nella tempesta, se m'avrebbe condotto a riva a nuoto:

— Eh! in queste occasioni non si fanno cerimonie!

XV.

_Treffiume o Trafiume — Dammi amore e ti do un mondo._

Un bel mattino, di Cannobio m'avviai verso Trafiume di buon passo. L'aria frizzante della valle Cannobina, in cui io m'innoltrava, raffrescandomi tutta la persona, faceva sì ch'io corressi per quella stradicciuola come se avessi le ali ai piedi. Io non correva punto a deliberata meta; correva perchè.... correva!

Chi potrebbe tentare l'enumerazione di tutti i moti dei quali non è ben nota la causa efficiente? Un giorno berresti un fiasco di lacrimacristi, al domani ti spinge una vera necessità di seppellirti lungo e disteso nelle lamentazioni di Young. Quel dì io avrei piuttosto bevuto alla vostra salute un sorso di lacrimacristi e lasciato ad altri il piagnone inglese. Come pensare a tante melanconie quando il cielo è sorridente, fresca l'aura, più verdi le piante, più garrule le rondini, e lo stesso torrente ha voce più armonica? La valle Cannobina triste per avarizia di natura era meno uggiosa. Con queste divagazioni mentre sto per passare sopra un antico ponte, eccomi là in fondo tra i castagneti Trafiume.

Perchè _Trafiume_ s'egli non è a mezzo le acque? Dove sono gli archivii del comune? Le antiche pergamene? Il biricchino a cui io moveva queste domande per appagare il mio onestissimo desiderio di condire al lettore la passeggiata con un cicino di storia secondo i buoni costumi della buona letteratura... Dove mi trovo? Ecco cosa mi tocca con questo benedetto divagare e saltare di palo in frasca! Ah! Eccomi sulle rotaie. Il monello andava a scuola a Cannobio, ove studiava nientemeno che la storia, l'aritmetica, la geografia e la lingua italiana, ed a prova palpabile degli studii portava accollato al dosso un certo zibaldone di libri, o cartellone che vogliate, di tale mole, che il _puer sudavit et alsit_ non fu mai appiccicato sì a dovere. Quel professore in erba mi disse adunque che il villaggio in discorso era Treffiume.

— Caspita! Tre fiumi? Dove sono questi fiumi? Il monello mi guardò estatico, poi di trotto che il fastello dei libri gli saltellava sul dosso, partì in mezzo ad un nugolo di polvere, piantandomi sul ponte a fare conversazione con una antica statua di pietra.

Disperato di non trovare la sospirata etimologia, mi avanzo oltre il paesello nella vallea pensando se non mi sarebbe dato di essere il Colombo dei tre fiumi di Treffiume.

Oh! eccomi chiusa la via: il torrente s'allaga nell'uscire da un oscuro e cavernoso canale fra due roccie ertissime congiunte lassù da un ponte, che da un tempietto valica l'orrida forra.

Una provvidenza di barchetta mi attendeva, ed io meno confidente di Colombo, quando salpava coi legni Ispani per la patria delle contraddizioni e dei _rewolvers_, m'avventurai in quel quasi sotterraneo canale a mille doppi più periglioso della Manica.

A dritta cento sassi screpolati, scagliosi, tentennanti sul tuo capo: a sinistra una roccia spossata di stare lassù abbracciata al monte e che aspetta forse una sola parola dell'eco per abbandonarsi nelle braccia della legge di gravità, e sotto al fragilissimo schifo un gorgo profondo.... Scilla e Cariddi! Eppure la voluttà vertiginosa del pericolo m'invita oltre la soglia della forra, ed io, compreso da religiosa temenza, susurro al gondoliere: voga! voga! Ed egli voga, ed i vivi raggi del sole non osano entrare con noi in quella misteriosa stanza, in cui certo fra l'ombre ed il mormorio delle acque amoreggiano.....

Ma che? Il navicellaio è scomparso, e dall'onde una dolcissima figura nuotando silenziosa, conduce con una mano lo schifo, ed io ammiro quelle forme divine su cui le chiome diffuse e l'onde fanno dubbioso velo..... or eccola a prua, assisa, che con mano sicura, spingendo ora a destra ora a sinistra, m'addentra nell'umido laberinto. Io la guardo..... con occhi sì desiosi di una sua novella che valga a snebbiarmi il cervello, che essa mi sorride e mi dice che s'io bramo conoscere la sua storia, devo seguirla nelle sue stanze........ Il rauco fragore della cateratta, a' piedi della quale siamo giunti, si mesce al dolce suono delle parole dell'ondina....... Ella m'indica il profondo dell'abisso invitandomi a seguirlo. Io, palpitando con mille moti di terrore, di ansietà e d'ammirazione, l'ascolto e la fiso estatico........ La corrente lene lene ne conduce con essa, mentre la ninfa dello speco, appoggiato il gomito sulle ginocchia, ne fa sostegno al capo, e.....

— Ricusi? Vieni laggiù con me ed io quante gioie ha amore tutte ti darò. Ancora ricusi? Sei tu ambizioso? Io ti farò re di queste onde, e non avrò altra cura che di foggiarti corone d'alghe intrecciate ai fiori delle spiaggie. Sei tu avido di novelle e di leggende? Tu poserai il capo sulle mie ginocchia, e ti racconterò un mondo di cose che ignori e ch'io ti farò amare. Sei vago di nuove acque? Ti condurrò nel lago, e di là pel Ticino e pel Po nell'Adriatico, nelle lagune popolate di tante memorie di gloria e d'amore! Vieni... vieni... io t'amo! Io ti farò colle mie mani un trono di conchiglie a mille colori più vaghi dell'iride, e quando ti sarà caro rompere il corso tranquillo dei dì, noi, lasciata la nostra reggia e spintici a galla, proveremo la nuova ineffabile voluttà d'abbandonarci ai fiotti, scendendo veloci nei gorghi e rimontando sui cavalloni in un letto di molle schiuma, mentre i canneti e i boschi lungo le rive ne susurreranno i segreti delle loro ombre. Oh! vieni, affidati a chi ti legherà sì strettamente a sè coll'amore, che tu non avrai più cuore di respingerla! Tu tremi?.... Io non sono bella per te!

E la bellissima in atto di cordoglio copriva il volto colle palme e la persona colle treccie copiose. Vergognoso ed in una arse le vene di inusato foco, io mi gettai a' suoi piedi onde non mi sfuggisse... era troppo tardi!... Collo sguardo e co' dolci nomi e colla persona spirante bellezza singolare continuava a farmi invito... e lungo la strada a Cannobio io rivedeva di quando in quando quella strana apparizione fra le onde riottose del fiume; e mentre il piroscafo m'involava a quelle acque, io la vidi ancora nei fiotti schiumanti seguire il solco scintillante della nave, con mille invocazioni.....

Se voi andrete a Treffiume a visitare l'orrido di S. Anna, e vi toccherà in sorte di vedere fra quelle misteriose ombre l'ondina assetata d'amore, Verbania, la regina del lago, ditele che senz'amarla non è dato allo zingaro di dimenticare il primo essere che volesse farlo felice di tanti doni in cambio di solo amore!

. . . . . . .

XVI.

_Storia d'una pentola._

=Il mondo è di chi se lo piglia.= _Prov. Ital._

La tenebrìa notturna avvolgeva siffattamente Cannobio in una sera dell'inverno del 1627, che, eccettuati i gatti e i debitori morosi, nessuno vedeva oltre la punta del proprio naso. Una tramontana che s'era impregnata d'un nembo di atomi nevosi sulle diacciaie delle Alpi, arrotava con tanta furia il suo staffile sibilante nei chiassuoli, sulle poche insegne delle botteghe, e sulle impannate sconnesse delle finestre, che chiunque avesse fatto capolino dalla porta socchiusa, al sentire l'acuta trafittura sulla cera e sulla persona, avrebbe senz'altro rinchiuso in fretta, e sclamato sotto la cappa del focolare:

— Brrr! la non è sera d'andare attorno.

Eppure in quella tenebrìa, con quella tramontana, con quel gelo, due creature, che non erano gatti, e si tenevano amendue in credito l'una verso l'altra, stavano intese a stretto ed animatissimo colloquio sotto il portico di una casa verso il lago.

Chi erano quei due? Due ladri? Due pazzi?

Erano due amanti: basta la parola.

Volete provare l'amore, l'amicizia, le passioni umane? Mettetele alla prova delle privazioni corporali. Quanti che ti si dicono amici per la pelle, quando minaccia aquilone o la temperatura è discesa alquanti gradi, ti passeranno dallato fuggendo senza fare cenno per tema di essere colti dalla bufera, o di levare la mano di tasca per stringere la tua, o per scoprire il capo! Vuoi conoscere, bella lettrice, se il tuo vagheggino t'ama? Fallo aspettare le ore e le ore sotto un portico, un albero, o meglio in piazza, al vento ed al sollione. Dopo due, tre ore, secondo il tuo buon cuore, arriva od apri la finestra... Eccolo là! Non si lagna? Chiede anzi perdono a te stessa? Via concedigli un sorriso: l'uomo è in gran parte tuo. — Che più? Chi accetterebbe la gloria a patto d'un serio mal di denti?

Ma Giovanni Branca avrebbe resistito ai freddi della Groenlandia anche per udire solo la voce della vezzosa Bettina. La quale alla sua volta e per essere caldissima di gioventù e discretamente innamorata, non rifuggiva qualche volta dall'uscire sotto il portico a fare quattro ciancie col Giovanni.

La sarebbe poi la magna indiscrezione la nostra, se cogliessimo al volo le parole sommesse degli amanti, facendo capolino dai massicci pilastri degli archi di quella casa? Con questa frescura la curiosità non si soddisfa a troppo buon mercato; ma chi sa? Due parole possono rivelare qualche gran mistero: una tresca od un idilio; seduzione, gelosia, rapimento e chi sa quant'altre saporitissime cose. Zitti adunque: è l'amante femminino che parla.

— Giovanni! disse con timido accento la fanciulla tuttora incerta; tu non m'ingannerai?

— Come lo posso io? perchè ingannarti? Vieni, e tu vedrai se i miei sogni, come tu li chiami, non hanno ombra di verità.

— Ma se lo zio s'accorgesse della mia assenza? Sai quanto è burbero con me!?

— Ho avvertito l'Angiolina. La fantesca dirà che tu sei andata a casa di tua cugina..... Ma, te ne prego, non perdiamo un istante... Tu esiti ancora?

— Elisabetta! se alcuno ti vedesse, povero il tuo onore!

Giovanni, malgrado la notte oscurissima, vide il volto della bella impallidire, e sentì la mano palpitante di lei sciogliersi dalle sue.

— Bettina, io credeva che tu m'amassi! La voce di Giovanni era sì scorata, rivelava sì intenso dolore, che la fanciulla sentì venir meno il proposito di non accondiscendere al desiderio del giovane, e dato uno sguardo alla via buia sclamò:

— Ebbene, sia; ma io non t'accordo che dieci minuti. Rientrò guardinga nell'abitazione, e dopo pochi istanti in cui al povero Giovanni pareva gli si dovesse dal gran battere scoppiare il cuore, ne uscì avvolta in un mantello, mentre la vecchia fantesca rischiarava il passo con una lucerna, facendole schermo dal ventare colla mano. Il giovane all'apparire subitaneo di una lunga striscia di luce, che dalla porta socchiusa dritta saettò nella strada, e sentendo la Bettina, che gridava più forte che non era necessario:

— No, Marta, non ho bisogno di lume; siamo a due passi; sta in casa... avrebbe voluto gettarsi in un androne per non essere scoperto, se pure ei fosse stato in tempo: la vecchia lo avrebbe quindi scoperto senza fallo, se, appena essa fu sotto il portico, amore — gran contrabbandiere è amore! — non avesse con un buffo spento la lucerna... La sferza della tramontana, che con mille diverse orribili voci fischia attraverso alle piante brulle ed ai comignoli, assai più delle parole della padroncina, persuase eloquentemente la vecchia, che il meglio era ritornare ad accocolarsi al focolare. La fante sospirando: granchè questa gioventù! rientrò, richiuse, mentre la giovinetta si slanciava nelle dense ombre della via, ove, a pochi passi, il tutto suo Giovanni la raggiungeva.

Entrambi, senza dir motto, sulla punta dei piedi, brancolando fra le mura ineguali e sporgenti, evitando le fossatelle e più gelosamente i passanti, dal portico sulla sponda del lago, giunsero all'ultima casa di Cannobio verso la valle. Giovanni, schiusa la porta, con mano trepidante introdusse l'amica nella stanza a pian terreno, poi serrate prudentemente le imposte delle finestre, per una scaletta angusta la trasse in un'ampia cameraccia al primo piano di quell'antica abitazione, dove in pochi minuti le vampe di un bel fuoco illuminarono le pareti stinte, quasi nude, ed intiepidirono l'ambiente.

Ma l'una per la corsa affannosa e per quella certa trepidazione che non iscompagna mai la fanciulla che si trova per la prima volta sola in balìa dell'amante, l'altro pei mille sentimenti, che gli tumultuavano nell'animo, non che le punture del freddo, sentivano il sangue più bollente rifluire dal cuore al capo con insolita ardenza.

Il giovane, messo innanzi alla Bettina un piatto di ciambelle, a cui ella fece il più bel viso del mondo, tolse da un cofano antico una grossa pentola, la quale invece di coperchio aveva sovrapposta una sì curiosa scattola pure di rame con certi congegni non mai visti, che la ragazza guardava l'ordigno con occhio stupito, e cessava un momento di masticare. Dai congegni della piccola caldaja una funicella correva all'asse di un arcolaio.

Bettina, quando Giovanni pose dinnanzi a lei l'arcolaio, scoppiò in una solenne risata..... Il giovane, gettato con ira il cappello in un canto, proruppe:

— Da te io non m'aspettava questa maniera di conforto..... Ma tu hai ragione, tu ignori che questa ruota rappresenta a' miei occhi un mondo d'innovazioni.

Le fiamme avvampano crepitando sotto la caldaia, e già il vapore si sprigiona con veemenza, quando ad un tratto il giovane ottura il foro, da cui si sviluppa fumante... La giovinetta meravigliata si ritrae un passo dal focolare e vede la ruota dell'arcolaio girare rapidissima sopra il suo asse

— Dunque non saremo più costretti a filare, n'è vero, Giannino?

— Qua, francamente: che pensi della mia scoperta? Tu sola la conosci.

La Bettina per dire la verità pensò in quel momento, che se l'invenzione di Giovanni _la liberava dalla noia del filare_, suo zio, il più intollerante ed intollerabile zio del mondo, non le avrebbe permesso tuttavia di starsene ad udire le novelle colle mani in mano — ed avrebbe voluto dirgli:

— Caro Giovanni, a dirtela tonda, se tu non trovi che questi ordigni, il nostro matrimonio non si farà mai più.... Ed io dovrò essere la moglie d'un mercante d'arcolai? — E l'avrebbe forse detto, se la fronte di Giovanni non fosse stata sì pallida, se gli occhi non avessero interrogato con tanto desiderio... uno sguardo al soffrente fece svanire il pensiero che le balenava in mente. E poi il giovane, se non era un Apollo, poteva tuttavia dirsi una bella e maschia figura d'uomo, e s'egli invece di ritrarsi soletto a pensare le ore e le ore, si fosse mostrato meno restìo ad intervenire ai chiassosi convegni dei coetanei, per l'ingegno non comune e la piacente arrendevolezza dell'indole, egli sarebbe stato in breve tempo l'amico di tutti. Ma il Branca era sì timido! Bettina, se non di ferventissimo amore, lo amava come le donne amano quelle nature tenere, affettuose e pazienti, che s'accontentano di poco o nulla e non sanno mai chiedere.

— Cosa penso io, o Giovanni? Penso che ti amo!

Il Branca fu ad un pelo di cogliere un bacio su quelle labbra tanto eloquenti; ma egli s'era promesso di spiegare alla Bettina quante speranze avess'egli fondate sopra la sua invenzione. Ella si sedette presso al focolare, e Giovanni così prese a dire:

— Che sia sempre benedetto il momento, in cui io ti conobbi... Sì, perchè questa mia invenzione, da cui attendo onore e compenso, non sarebbe, se il pensiero costante di trovar modo di possederti non avesse tutte occupate le facoltà della mia mente. Io non ti spiegherò come il vapore che emana dall'acqua bollente, compresso, abbia una forza movente, nè con quali congegni io sia riuscito a servirmene.

Fatta questa premessa, di cui la Bettina gli seppe grado perchè le risparmiava una noiosa litania di nomi e di cose, delle quali non avrebbe capito un acca, il Branca cercò di farle comprendere come la sua invenzione applicata ad un mulino, risparmiasse tempo e fatica.

— Questo tuttavia parmi non sia ancora tutto il frutto che io posso sperare dal trovato..... Mille progetti, mille idee tuttora incerte vagano nella mia mente. Mi recherò intanto a Milano: io presenterò al vicerè la mia macchinetta: i dottori verranno consultati, e se Dio vuole, otterrò un privilegio. Allora la mia sorte non sarà più dubbia; avrò un nome, ricchezze, e tuo zio si lascierà facilmente persuadere, che io ti piaccio più che Menico, il mercante di vino, a cui non sarà dato di possedere te così bella di gioventù e di grazie, come non giungerebbe mai a comprendere egli sì trivialmente positivo, la tua anima sì delicatamente sensitiva. Allora, proseguì il giovane avvicinandosi alla fanciulla, a cui buona parte delle parole del giovine suonavano come una musica dilettosa, di cui sentiva con piacere l'armonia senza comprendere il concetto — e prendendone nelle sue ambe le mani, allora io non chiederò più nulla a Dio per la mia felicità, poichè Bettina, quella Bettina che io amo...

— Più della tua pentola, n'è vero? interruppe la ragazza.

— E di me stesso, sarà mia, tutta mia.

— Sì, Giovanni, per sempre! Ma lascia che io ritorni....... Senti l'orologio della torre? È un'ora che io son qui.....

— Un istante! Ma no — tu hai ragione, ed io non mancherò alla mia promessa. Verrà presto il giorno in cui potremo amarci e dirlo e provarlo, senza tema di offendere Dio e l'onore. Mio malgrado..... Addio.

Giovanni prese la lucerna, accompagnò l'amica per le scale alla porta di strada, depose il lume sull'ultimo gradino, e fatto più ardito dalle soavi parole di lei, con ineffabile affetto le disse sommessamente:

— Bettina, ti ricorda che un giorno io ti chiesi un bacio, e tu mi rispondesti che io non l'aveva pure meritato.......... corsero quasi due anni, ed io, se è possibile, imparai ad amarti con maggior desiderio e rispetto..... E sì che fra le purissime gioie d'un affetto corrisposto, io soffro sovente crudeli torture.....

— A cagione mia?