Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 6
Laveno, un nido tranquillo a fior d'acqua, in fondo ad un golfo verdeggiante, appiedi delle montagne più singolari della costa sinistra del lago — lo zingaro non può dimenticare la bella abitatrice dalle stupende chiome.... senza che io te ne profferisca il nome, m'intendi; parlo di quella gentile il cui sorriso basta a diradare le nubi dalla tua fronte,..... non vo' dir altro — già alla sua presenza il mio labbro non balbettò che le solite nullaggini, ed ella deve avermi in conto d'un ciuco senza basto.
Portovaltravaglia..... non ho scarpe tali da potermi arrampicare e dinoccolare per le ciottolaie dei tuoi monti senza pericolo che dopo un'ora di prova facciano le boccacce.
Ghifa — voghiamo oltre; i signori della villa Morigia non pensano a farmene dono.
Oggebbio — troppo arrampicare troppo scendere.
Luino, graziosissima Luino dai declivi ombrosi! Da Maccagno che se ne sta rincantucciato in seno solitario e queto — Maccagno deve essere stata costrutta da qualche filosofo stoico — alla torre fantastica dell'Agnelli sulla punta di Germignaga, le curve dei tuoi colli sono fra le più vaghe e le più arborate; sicchè dopo la pittoresca Angera, Laveno, e Luino, chi dice tutta la sponda sinistra uggiosa e deserta, mente per la gola con certe _guide_ scritte da chi passò — forse — una volta sul lago...... colla nebbia.
XI.
_Cannero ed Ettore Fieramosca._
Il seno di Cannero v'invita colla pacatezza dell'onde e colla benigna temperanza dell'aure e col riso della sua primavera precoce; l'albergo dei _Tre Re_ spalanca le porte per accogliervi, se non colla splendidezza dei monarchi orientali, colla spontanea cordialità d'un ospite un po' alla carlona, ma che vi regala — a buon mercato — a mense frugali di quel certo rubino che mette in vena, e che vi farà travedere nell'orizzonte la stella dell'insegna. Ma facciamo punto, chè altrimenti qualche maligno potrebbe sospettare che messer l'oste abbia comprato con uno scotto la lode dello zingaro il quale finora non è in debito con quel galantuomo, e lascia gli annunzi alla quarta pagina delle gazzette. Anche i terrazzi co' limoneti m'invitano a passeggiare fra le loro ombre profumate, ma la villa del
«. . . Cavalier che Italia tutta onora»
mi rapisce al caro villaggio.
La villa di Massimo d'Azeglio non ha nulla di monumentale, nulla di peregrino all'infuori della posizione: costrutta sopra uno scoglio che si protende nelle linfe lacustri, n'è bagnata da tre parti; dalla quarta guarda le ripide chine del monte boscato che sta a ridosso della riva cannerese. Da questa ha dinanzi il basso del lago fin oltre Laveno; da quella vede in primo aspetto i colli di Luino e di Germignaga, e, dietro, suffusi dal cilestrino dell'aria, i monti del Luganese; verso Cannero ne ha in vista le case, i vigneti, e nell'acqua i romantici castelli percossi dall'onda — più in là, oltre lago, la fronzute spalle delle erte dell'Alto-Maccagno, su cui fra cielo e terra biancheggiano boscherecci villaggi.
All'intorno sulla spiaggia non case, nè orti; alberi, castagneti — il sito non poteva scegliersi più rimoto. La palazzina disegnava la stessa mano che coloriva a sì vivi tocchi l'Ettore Fieramosca, e se dessa non va distinta come opera d'arte, nulla manca in essa per rendere meglio agiata e confortevole la dimora. Il capace terrazzo a picco sul lago, innanzi alla Casina, orlato di fiorite pianticelle, con quelle vedute, è la cosa meglio acconcia per l'abile paesista e descrittore che, nella meditazione della natura, studia per l'arte i mutabili toni dell'orizzonte e delle spiagge, i contrasti e le armonie. La temperie del clima, la bellezza e la tranquillità del sito, i piaceri del lago e la solitudine che richiama al pensiero le tante memorie di chi è ad una poeta, pittore, uomo di stato e soldato, lo chiamano sovente a far dimora nel suo eremo.
Il rimproccio che tutti fanno a Massimo d'Azeglio ed al suo maestro Manzoni è di essersi arrestato troppo presto in quell'arringo ove colsero sì gloriosi allori — ed hanno ragione. (_Qui, a vero dire, non si sa bene se lo zingaro abbia inteso dire che i due scrittori avessero ragione, od i primi; io, nella mia qualità d'editore, senza cantartene i perchè, do ragione agli ammiratori_).
La brina dell'età non ha smorzato il brio vivacissimo di chi seppe fondere le pagine dell'_Ettore_ ed il racconto del sacco di Roma nel _Nicolò de' Lapi_; chi non ha letto con vero solluchero i troppo pochi frammenti delle _Memorie degli anni giovanili_, scorsi girovagando in Italia fra lo studio degli uomini e delle cose?
Giusti, il suo caro amico, lo sollecitava con amorevole insistenza alla pubblicazione di tre altri lavori a cui aveva posto mano, _Corso Donati_, _L'Assedio di Siena_ e La _Lega Lombarda_. Che il desiderio del grande Toscano non debba essere più soddisfatto?
XII.
_Scoperta del Ticino in Italia — Locarno e Magadino — Diversità di sistema metrico — Il Re Gambrino in Italia._
I Ticinesi, malgrado gli Svizzeri oltremontani, sono Italiani. Della Svizzera non hanno che le leggi. Cielo, clima, favella, istoria più ancora che la stessa giacitura del paese li fanno Italiani. Essi sono liberi, ma il giorno in cui tutta l'Italia sarà libera, essi non si chiameranno più Svizzeri. Allora si accorgeranno che i loro altissimi monti li invitano a scendere nella valle del Po, non a valicarli per discendere fra mezzo ad altre razze, ad altre idee.
I Ticinesi non mangiano che pane italiano e respirano aure italiane. Dippiù, chi direbbe Vela uno Svizzero piuttosto che un compaesano di Canova? I Ticinesi non dicono d'essere Italiani più che Svizzeri, non lo dicono mai: ma ad ogni ora lo provano. Il Ticino non diede i congiurati del Grütli, nè gli eroi di Grandson e di Morat, alla Svizzera, ma diede all'Italia soldati ed artisti famosi. I Ticinesi sono Svizzeri nelle sale del loro governo; ritornati al sole, sono Italiani. Se i Ticinesi non fossero liberi, sarebbero ora con noi. Essi sentono tutto il pregio inestimabile della loro libertà, ed ogni volta che l'Italiano combattè per la sua propria si vide al fianco un Ticinese.
Finchè l'Italia non è libera, il Ticino è svizzero per accogliere nelle sue braccia i nostri profughi.
Il golfo elvetico ha sembianze severe. I monti altissimi sfiancati, a gran tratto nudi, scheggiati, proiettano ombre rotte sul paesaggio. Ma Locarno è in uno dei più deliziosi siti del lago, come ne è una delle più belle cittadine.
La passeggiata al Santuario della Madonna, lassù è piena di belle viste. Peccato che da Locarno si vede poco lago.
Magadino, il villaggio del lago forse più conosciuto in Europa dopo Arona, è forse il meno degno di esserlo per tutto che non è commercio. Dieci case, in cui nove depositi di merci, otto venditori di tabacco, sette caffè, sei spedizionieri, cinque alberghi, quattro pubblici funzionarii, tre uffici, due bigliardi, e dappertutto un odor di formaggio che assassina.
A Magadino capitò un giorno, in una sdruscita barcaccia, di cui pagò il nolo cantando una deliziosa barcaruola, la Poesia. Un soldato, che stava all'approdo, veggendo quella figura divinamente strapazzata, tenendola per qualche affare di contrabbando, la condusse nanti il giudice del distretto. Siccome la poverina parlava un linguaggio inintelligibile per le orecchie _burocratiche_, questi mandò per un mercante che conosceva varie lingue. Il nuovo arrivato le chiese qual mestiere esercitasse.
— Tesso con fiori la trama della vita umana.
— Che diavolo di stoffa è questa! sclamò il mercante passando colla mente in rassegna le tele dell'Olanda, i pizzi del Belgio, e le mussole della Svizzera. Diede di mano ad un _metro_, che stava presso al banco del giudice, e mostrandolo alla poverina, le chiese se avesse inteso favellare di quella misura.
Smarrita da tanta sconoscenza, ella, che pure aveva cantato tante glorie e consolato tanti dolori, fuggì ratta, e da quel dì più non si vide attorno.....
Malgrado il continuo va e vieni di piroscafi, di barche, di vetture, di carri, di bestemmie e di pugni fra vetturali e facchini, noi passammo una deliziosa serata all'albergo del Belvedere, ammirando dal balcone esteriore della casa il bel golfo ticinese riflettere gli ultimi chiarori del sole che tramontava incendiando le nubi che coronavano le vette della Valticino, mentre il _maître d'hôtel_ ne raccontava le avventure dei suoi viaggi.
* * *
Sulla bella via che tende da Locarno a Bellinzona v'ha una graziosa casetta, che si pavoneggia in mezzo ad un giardino senza fiori. La domenica v'è un chiasso da non dirsi di strilli musicali, di danzatori che s'avvolgono in un turbine polveroso, di battimani degli assistenti, in mezzo ad un va e vieni di ciotole di birra; che quella è una birreria, la più bella, la più frequentata di Locarno. Una brigatella di suonatori, ignoro se di mestiere — non posso dire dell'arte — o dilettanti, — nel caso sono pur discreti a dilettarsi con sì poco! — soffiava a tutto polmone negli strumenti più o meno assordanti, inaffiando di quando in quando la gola riarsa con un sorso di spumante birra. I danzatori — i maschi stavano alle femmine in ragione del cento per uno — mescevano di quando in quando birra alle danzatrici, mentre i curiosi in giro e gli altri avventori ai tavoli in giardino, sullo steccato dinnanzi alla casina, gridavano battendo colle ciotole vuote: birra, birra! Io chiusi gli occhi — e, meno l'assenza dell'armonia nei chiasso strumentale — mi pensai di essere in Germania con un _schop_ in mano e l'inevitabile pipa in bocca.
E mi parve di sentire attorno la lingua di Klopstok raccontare la curiosa leggenda di Gambrino, il quale, come Noè il vino, scopriva la birra, e meritavasi così di essere raffigurato tra Schiller e Goethe su tutte le ciotole delle birrerie tenere della gloria alemanna. Vispe e procaci ragazze correvano attorno servendo lo amarognolo liquore, e ritraendone il prezzo e per giunta lo scoccare d'una interrogazione galante o d'un bacio sulle umide mani; una sottile nebbia piena di visioni cominciava ad avvolgere coi veli incerti la sala..... Quell'avventore pensieroso era senza dubbio Fausto. — Quell'altro dalle unghie lunghe e la barba da caprone, se non spirasse la fatua gloria di un damerino provinciale, sarebbe senza fallo Mefistofele — quel tale che parla sì forte di patria e di forche pei tiranni è forse l'ombra di qualche Niebelungo in sessantaquattresimo — là una zingara che studia su fatidiche carte la vostra sorte — qui una canzone di Körner, più in là dal crocchio di studenti una lezione eretica di Strauss.....
Io era ingolfato in piena Germania, e stava per essere anch'io della partita, quando un vicino importuno sclamò:
— Io vi ripeto, che per un bicchiere di vino delle Fracce do tutta la birra e la birreria, colla musica per soprappiù. Che volete? sono Italiano!
XIII.
_La malinconia a Cannobio — Non tutti i cattivi principii hanno cattiva fine — All'indiscreto lettore._
L'aria è soffocante: non un alito di venticello sfiora il lago; ma Cannobio che all'aspetto esteriore presi per la patria della melanconia, è dimora d'una costante brezza, che tutto mi fa fremere deliziosamente. È il più fresco villaggio di tutto il lago, come ne è forse il più freddo nell'inverno.
Cannobio ha un aspetto originale. Adagiato in riva al lago fra una gola di erti monti boscati, presenta una serie di case variatissima. A destra verso la Cannobina, torrentaccio insolente, dieci o dodici antichissime case di pietra, la maggior parte delle quali in semirovina con finestre sfondate, usci disarpionati, tetti cadenti, mentre la spiaggia è popolata di lavandaie e di pescatori. Queste rozze topaie sono divise dal resto da una bella chiesuola, in cui — senza parlare di Bramante che la disegnava, nè del ricco pavimento a scacchiere di marmo — s'ammira una bella tela del Rafaello delle montagne, Ferrari Gaudenzio, rappresentante la discesa dalla Croce. Questo tempio sormontato da una cupola attorniata da colonnette a portico in giro è rivolto verso l'interno del paese.
Dal tempio, che così visto dal lago non è meno bizzarro del resto, corre una fila di case, l'una dall'altra diversa, innanzi a cui s'innalzano antichi platani, che ombreggiano un tratto di terreno irregolare senza spiaggia, ma orlato al lago d'un muricciuolo su cui siedono e si appoggiano al rezzo delle piante foltissime ragazzi e fanciulle ed i faniente del paese. Di queste case una presso la chiesa ha la figura di una casa lombarda del XVI secolo: varie iscrizioni in marmo dormono sul muro grigiastro fatto più scuro dal contrasto dei muri vicini a colori vivi, qua e là un po' scoloriti dalla pioggia, come quelli delle villeggiature della Liguria. Quell'altra ha le inferriate gibbose alle finestre ed i balconi e le persiane e le tende delle case spagnuole. Poi nella ressa che fanno, stringendosi una addosso all'altra, per stare a vista del lago, un altro gruppo di case a portici, a piani sporgenti, slavate, scornicciate dal vento e dal tempo. Ecco Cannobio dal lago. Entrate, se è possibile, girando lungo la Cannobina dalla parte opposta, non lo riconoscerete. Un'ampia, lunga e pulita via adorna di belle abitazioni, una piazza con un bel tempio vi fanno affatto ricredere che il borgo sia un ammasso di trabacche annerite e spiombate come da buon tratto della sponda.
Si direbbe che l'egoistico amore d'una tranquillità assoluta abbia vestito così tristamente la fisionomia esteriore della borgata per tener lungi ogni contatto straniero. Il laghista è generoso, ma poco socievole.
* * *
Passai varii giorni al rezzo dei platani di Cannobio. Tramontato il sole, in gondola. La sera vogava attorno alla rupe profonda di Pino, grazioso paesello sopra un erto promontorio vestito di castagni e che si pavoneggia mirandosi addoppiato dall'onda.
Ritorniamo ad Intra; cerchiamo un barcaiuolo. Una ventina stanno alla spiaggia, parte racconciando attrezzi di pesca, parte dormendo distesi lungo il muricciuolo all'ombra dei castagni. Questo giovane tarchiato dallo sguardo insolente e col frusto di sigaro fra i denti, mi garba assai. Questo vecchio con quella nidiata di ragazzacci attorno è un vero tipo di quegli apostoli che il vigoroso pennello di Tintoretto scolpiva sulla tela a Venezia.
Mentre io me ne stava guardando l'animato quadro, che mi si spiegava dinnanzi, apparì non so di dove una bella creatura, diciottenne, bionda come un'Inglese e tutta spilloni d'argento alla nuca, come la Lucia dei _Promessi Sposi_. Ella venne presso uno schifo legato a terra e vi depose un paniere. Quella testa era stupenda; non era un profilo greco e qualunque pittore l'avrebbe plasmato qual era. Sulla sua fronte non si leggeva un pensiero che non fosse di gioia; il sole le aveva indarno abbronzato il viso, mentre il collo appariva, sotto il fazzoletto rosso, di rara bianchezza..... Non parliamo di grazia del suo collo piegato a leggera curva più grassoccio che magro. Il petto ricolmo palpitava sotto una vestina, che aperta mostrava una bianca camicia raccolta a sottili pieghe. Due scarpe quadrate malfoggiate tradivano un piede snello, irrequieto.
Saltò nella barca con agilità e mi sorrise. Che faccia la barcaruola? Perchè no? Ne ho viste tante ad Intra! E colla maggior grazia del mondo:
— Vorreste, bella ragazza, noleggiarmi la vostra barca?
— _Smorbion_! Mi rispose seccamente, mentre quel certo vecchio del Tintoretto senza nemmeno toccarsi il cappellaccio di paglia con un piglio tra l'arrogante e l'offeso mi si era piantato dinnanzi, tra me e la forosetta.
— Cosa vuole da quella ragazza?
— Ve lo dirò, quando mi avrete spiegata quella parola _smorbion_.....
— Quella parola vuol dir insolente, petulante, cattivo soggetto.
Davvero che quel vecchio animandosi, imporporandosi, mi diventava sempre più interessante; il petto velloso scoperto, gli occhi ancora raggianti di forza, i lineamenti improntati dalle tramontane, m'impedivano affatto di irritarmi.
È inutile dire, che dopo poche parole il vecchio era tranquillo sulle proposizioni da me fatte a quella tosa, e che il cerchio ragunatosi d'allocchi desiderosi di essere spettatori d'una scena di pugilato, rimase con tanto di bocca quando mi vide saltare col vecchio nella barca, ove già stava la bella Peppina.
La Peppina se ne andava a Maccagno: perchè non v'andrò io pure? Una mezz'ora con lei merita una visita a Maccagno. Nella gondola entrambi seduti a poppa, ella non era più così sospettosamente selvaggia. Non vi parlerò nè delle sue belle treccie, nè delle sue scarpe troppo grandi, non del corallo delle labbra, nè degli occhi azzurri come il lago, nè delle sue calzette bianche di bucato. Ma perchè non dirò che un eroe avrebbe desiderato di riposare il capo su quel petto palpitante di vita e d'amore? Nel paniere erano frutta: ne mangiammo assieme; scendemmo a Maccagno, salimmo una lunga erta boscata ed ombrosa in cima alla quale un piccolo villaggio.
Passai qualche giorno a Maccagno fra la pipa, i disegni, i racconti, che la cara forosetta mi narrava sulle sponde dell'ameno Delio, percorrendo i boschi, e..... Che cosa è questo ammiccare degli occhi, garbato lettore?
— Finisci adunque la frase.
— Nossignore. Merita forse che io le faccia vedere i bei granchi a secco che la piglia, quando vuol dar retta alle mormorazioni della più volgare malizia? Se non capisce lo scopo dei miei racconti, peggio.....
— Ho capito. Vorresti darmi ad intendere, che la laghista, popolana, è tanto amabile e generosa, stretta conoscenza, quanto è ritrosa e selvaggia, a primo incontro.
— In verità, che se non fosse mio lettore le direi, in confidenza, che l'è un pesca granciporri... La laghista sotto ogni aspetto è più cara del laghista. Il sorriso del cielo e del paese le persuadono l'amore. Ma teme l'amore e lo sfugge volentieri... Innamorata è la donna — a quanto mi si disse — più generosa del mondo. Quante volte le grazie femminili temperano la volgarità maschile, qui come dapertutto! Le aggiungerò, signor lettore, che se i laghisti non fossero gelosi come tutti gli altri italiani, io vorrei intonare un inno, a grande orchestra, alle gentili abitatrici delle sponde verbanesi.... Torniamo dunque in buona pace alla Peppina. Se m'avesse risposto a Cannobio:
— Signore, questa barca non m'appartiene; io non avrei passato una settimana lassù. Dopo questa, la bella Peppina partiva per Milano lasciandomi a ricordo una folla di pazze leggende, con cui aveva popolato i castelli di Cannero e i boschi di Maccagno.
Che andava a fare a Milano? A cangiare di scarpe, mi rispose sorridendo. Ad ogni modo la fortuna ti sia propizia!
* * *
— Compagno mio, voi mi tenete il broncio, e mi pare di non avervene data cagione. Vi compatisco: il pensiero corre qualche volta laggiù fra le mura della vostra città... Voi non mi rispondete? Mi guardate sospettoso... Sotto il saio sgualcito, fantastico dello zingaro, Dio sa chi potrebbe nascondersi, n'è vero? L'abito abbottonato, una mano sulla tasca, un'educata smorfia di noia sulle labbra... La cera ed il silenzio parlano qualche volta con rara eloquenza. Chi sa quanti sotto queste spoglie non avrebbero sospettato un giornalista ricco di speranze e d'appetito in cerca d'_associati_; un aspirante al Parlamento in giro pel circondario promettendo il ritorno dell'età dell'oro; un commesso di libraio che pretende colla minaccia, o la borsa o la vita, _una firma_ per un'opera mai più vista, a cui posero mano cielo e terra!
— Zingaro, mi pare che voi m'abbiate promesso di guidarmi dal Verbano alla Svizzera per l'Ossola e la cosa va alle calende greche. Sono oramai stanco di asolare. Alla fin fine che m'avete voi fatto vedere? Invero io m'aspettava.....
— Una lanterna magica o un cicerone di piazza?
Se desiderate _vedute_ compratevi delle fotografie. Vorreste forse sapere il nome di tutto ciò che sfila dinanzi agli occhi? Vorrei potervi dire il nome dei signori di questa e di quella villeggiatura; ma per mia disgrazia non oso ficcare il naso oltre il cancello del giardino per aspirare ad aperte narici l'olezzo dei miei carissimi fiori..... Se in quell'istante capita il portinaio, arrossisco come un ladro, tanto più che è difficile che m'inviti ad entrare. Cogli zingari, si è già troppo cortesi quando si lasciano traguardare da un'inferriata. Pensate, se mi capita un grazioso signore, se io con questa maledetta indole oserei dirgli:
— Servitor suo, io sono uno zingaro, ma di quelli che rubano solamente cogli occhi e col naso... mi permetta... scombicchero un libro... farò cenno e lode di lei... Scusi... per mia regola... a che ora pranza? Non voglio disturbarla... — Metterei la mia rispettabile schiena a rischio di farsi gramolare.
Con questo sistema, scrivendo difilato di tutto e di tutti, io, sapendolo fare, avrei scritto un librone in-folio, ed il lettore non l'avrebbe comperato per non saperlo ficcare in tasca. È vero, salto di palo in frasca; ma v'assicuro che ciò è unicamente per darvi agio a respirare. Insomma ditemi il vostro piato.
— Voglio dirvi che voi non mi avete ancor dipinto qualche singolarità in mezzo ad una natura pur singolare per varia bellezza.
— Giuggiole! E dove la prendo io?
— Lo scultore del fango forma una Venere, e voi mi fate viaggiare in lungo e in largo il lago........
— Annoiandovi?
— L'avete detto. Voi non mi parlate che degli alberi, delle montagne e delle onde. Pare che il lago non sia abitato.
— Ma e Manzoni e Massimo d'Azeglio?
— Eh! Si conosceva come gente di casa, quando voi senza fallo eravate ancora cullato dalla balia colla cantilena del ninna nanna.
— Che volete? Conversare dei morti non mi talenta, e dei vivi, quand'anche potessi loro conferire l'immortalità, non ne ho punto voglia. Se alcuno non trova il suo tornaconto, se la pigli col lettore indiscreto. I nomi maiuscoli di quelli che fanno parlare di sè in Italia, è inutile che io li ricanti. Parlare di sconosciuti è cosa poco allettevole per voi e pericolosa per me, chè nella lode non avrei sempre la sanzione dei conterranei del genio incompreso.
Tutto il lago possiede uomini d'ingegno vivace, senza farne però gran caso: tutti i libri di laghisti pubblicatisi vi ebbero pressochè nessun esito. Non avete mai veduto in un frutteto un albero chiomato di fronde rigogliose di fiori e di frutta lasciarsi involare dal vento i più odorosi e le più saporite? Il laghista non legge.
La popolazione industre, laboriosa ama il litro più del libro... Chi oserebbe rimprocciarnela? Lo stesso lord Byron direbbe che hanno ragione.
XIV.
_La tempesta sul lago. — Quando non si fanno cerimonie._
=È cosa curiosa l'amore della vita!= _Un beccaio._
Un'immensa nube nericcia s'addensava sui monti che rinserrano il lago al nord; il lampo di quando in quando guizzando in quell'oscuro vôlto rischiarava un istante i profili rotti delle montagne. L'aria soffocante, un'afa di prigione senza uno spiraglio, nessun tuono ancora.
Verso le supreme cime dell'Ossola le nevi rischiarate dal tramonto, contrastavano coll'orizzonte come luccicanti armature mal celate sotto la bruna cappa d'un antico cavaliere.
Il Mergozzolo, che d'ordinario soffia un alito di frescura sul golfo delle isole, pareva addormentato sui morbidi cuscini della sua verzura. Ma in fondo del lago, dalla pianura lombarda, sorgeva una straordinaria cortina di nubi rossiccie, sanguinose, che toccavano il cielo. Ad un istante, mentre i laghisti mirano le barchette, che s'involano con rapido alternar di remi dal mezzo della tremula pianura, un rombo lontano, crescente, incessante annunziò la tempesta colle sue artiglierie.
Il vento inferiore o _inverna_, si scatenò subitamente sul lago, che si coprì tosto di spuma leggera, di piccole onde e in meno che il dico di grandi cavalloni, i quali emulando i marini venivano ad abbattersi sulla ciottolaia della spiaggia con un lungo stridìo.