Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 5
— Io vo' raccontargli come uno splendido ingegno ed un bel cuore possano perdere miserabilmente un uomo, quando agli studi non abbia conforto e direzione, e gli slanci del cuore ardente, appassionato, non vengano temprati dai consigli dell'amicizia.
Don Bussolini era il più bell'ingegno che io m'abbia conosciuto in vita mia; aggiunga a ciò una perduranza nello studio piuttosto unica che rara, una memoria straordinaria e la più semplice indole del mondo.
Noi stringemmo dolcissimi nodi di fratellevole affetto nel seminario; egli sempre il primo a sciogliere un problema, a trovare il motto, a comprendere coll'acutissima intuizione i passi più difficili, più oscuri dei Greci e dei Latini; e se noi studiavamo per guadagnarci un tozzo di pane o per aprire una carriera all'ambizione, se noi studiavamo quel tanto appunto che era strettamente necessario per essere promossi la fin d'anno, Bussolini studiava invece per dissetare l'ardendissima brama d'istruirsi, di sapere quanto più poteva. Tutta la polverosa biblioteca del seminario di Novara era volume a volume passata fra le mani del giovine curioso, e ancora quando alcuno di noi magnificava quella raccolta di opere, egli sorrideva....
Alfine egli fu crismato sacerdote; pensate che festa! Non v'era tra quegli studiosi un solo che al Bussolini non profetizzasse la più luminosa carriera, poichè quanti dignitari della Chiesa erano venuti nel collegio, tutti aveva fatti stupire con quella strapotente facoltà intellettiva. La parrocchia di Mergozzo era vacante, Bussolini vi fu nominato, e con grande sua gioia, poichè la tranquillità di quella sede, la picciolezza della popolazione e la facilità del ministerio fra gente onesta ed arrendevole, gli promettevano largo campo a' suoi studii. Egli fu accolto da quella popolazione come un fratello ed in breve amato come un padre. Chi non lo avrebbe amato? A trent'anni, nell'età delle passioni, egli non aveva che una cura, un amore, una passione, lo studio. D'altronde la semplicità elegante de' suoi modi, la generosità del suo cuore sapevano cattivarsi la comune stima. Un bel dì, invitato già da lunga pezza a visitarlo nel suo novello eremo, giungo a Mergozzo; m'accoglie colle maggiori dimostrazioni d'affetto.
— Senti, Giuseppe: non ti pare che io sia più giocondo dell'usato? In verità i suoi occhi sfavillavano di tanta luce, che io stetti un istante sopra il pensiero che egli avesse ricevuta la mitra vescovile.
— Ho trovato finalmente, Giuseppe, quella luce, che io andava da tanto tempo cercando... A furia di brancolare fra le tenebre, giunsi alle sfere irraggiate del sole della verità, della poesia.... ed io da tanti anni sentiva mormorare attorno questo nome.... Dante.... questo nome, che è la lingua, la coscienza, il ciclo intellettuale dell'Italia; sentiva, dico, questo nome, che mi suonava all'orecchio come un verbo misterioso senza presentire quanto tesoro io vi avrei scoperto di civile sapienza, d'arte squisitissima? di sublime poesia! Vedi, Giuseppe, io non mi accorsi della vita del mio pensiero, se non quando Dante m'iniziò nei mondi dell'infinito.... Ma la mia ragione fu quasi per vacillare, allora che da ignaro che io era della vera bellezza, mi vidi ad un tratto trasportato sì presso al Verbo, che i miei occhi abbarbagliati da tanto fiume di raggi male reggevano allo spettacolo nuovissimo che mi si schiudeva innanzi. Dante m'insegna a parlare la favella della mia nazione; Dante mi scopre i nemici di Dio e della patria; Dante mi narra con parole di fuoco le ire umane e le giustizie divine, e mi fa piangere con ineffabile dolcezza sui casi di Francesca, della Pia e della Piccarda; Dante è ad una Omero e Colombo, Raffaello e Rossini!
E mi condusse, fra altri parlari consimili, alla sua abitazione. Io pure aveva letto il poema del cantore immortale, ma l'ignoranza della storia dei tempi di mezzo annebbiandomi buona parte di quella stupenda narrazione, faceva sì che io non ne potessi assaporare i pregi più reconditi. Il poeta mi divinizzava: il filosofo m'atterriva.
Quando noi fummo nel suo studialo, egli diè mano ad un grosso zibaldone di carte, su parte delle quali era scritto _storia_, ed erano commenti storici ai poema; su altre _teologia_, e chiarivano le astruserie di questa scienza in que' tempi; su altre _arte_, che parlavano dell'antiche e delle nascenti; _lingua_, e mostravano le origini latine e provenzali ed il successivo fondersi di buona parte dei vernacoli di tutta Italia, mirabili studi filologici che diceva base ad ogni sapere di filosofia; e su altri manoscritti altre denominazioni che non mi ricorda.
Quindi mostrommi sopra uno scaffale una ventina di edizioni della Divina Commedia commentata dai più rinomati bibliofili, e sopra lo scaffale un'erma del poeta, cinte le tempia da corona di lauro, e sotto l'erma, in lettere d'oro: _Onorate l'altissimo poeta!_
Così scorse quel giorno. La domane, accomiatandomi, con indefinibile slancio d'affetto, proruppe fra le mie braccia: Beppe, io sono felice!
Comprendete voi, o signore, quanto quella parola dovesse poi suonarmi amara? Felice! Se per essere felice non v'ha che un mezzo solo, dimenticare la terra, pascersi di larve, Bussolini lo era! In quell'istante, o per vago presentimento di sventura, o perchè conoscendo io l'ardenza del carattere dell'amico mio, temessi si lasciasse trasportare dall'entusiasmo oltre i limiti dello studio ragionato, risposi:
— Bussolini, guardati dalle passioni: se tu eccedi nella misura, il disinganno ti sarà atroce, forse mortale!
— Disingannarmi? E come se la mia passione è tutta pel vero, pel bello, per Dio! Ma a che più rimembro questa storia, o signore, a voi cui forse nulla cale dell'amico mio, di me e di queste melanconie? Non v'è uggiosa questa rimembranza? No? Ebbene, quando farete ritorno a' vostri, raccontate ai giovani studiosi di gloria il doloroso racconto.
Parecchi anni lavorò Don Bussolini attorno ad un nuovo commento della Divina Commedia, di cui conosceva omai a menadito ogni fase, ogni allusione, e quando io ritornai a Mergozzo credetti debito d'amico l'eccitarlo a scendere nella lizza della repubblica letteraria, pubblicando l'opera sua. Io fidava che l'ansietà febbrile del successo, gli sdegni per la critica superficiale, la dolcezza della lode, gli eccitamenti a migliori forme, avrebbero di leggieri tratto a più vasta sfera l'ingegno inteso in troppo ristretta cerchia d'azione. La battaglia sarebbe stata la vita per Don Bussolini. S'egli si fosse animosamente gettato da giovinotto fra la turba che di letterarie ciancie assorda il mondo, in quel caos di sistemi e di idee e di parole senza idee, in quel tramestìo di genii e di volgo, le potenze sue intellettive sarebbero sfuggite a quel soverchio concentramento, che invece d'affinare il pensiero colla meditazione, lo svia spesso nell'esagerazione. Avrebbe incontrato l'indifferente sogghigno dell'ignoranza plebea che crolla le spalle alla favella che solleva il pensiero dalla materia a più confortevoli aure; avrebbe forse incontrato l'invidia; sarebbe caduto, e allora, morto il poeta, rinasceva all'altare il sacerdote. O avrebbe vinto o sarebbe stato una gloria di più all'Italia. Invece!!
A' miei eccitamenti rispose che da qualche tempo sentiva crescere nell'anima il bisogno d'espandersi.
Scrisse a diversi librai: risposero i tempi volgere sì nefasti alle lettere, il mondo curarsi sì poco dei libri, che se Dante istesso fosse rinato con un nuovo poema, assai difficilmente avrebbe trovato un editore... Per quanto dura, era verità. Il giornale ammazzò il libro. A chi legge libri poi gli oltremontani ammaniscono un quotidiano pasto di oscenità al massimo buon prezzo. Seppi che Don Bussolini, ignaro di ogni cosa di questo mondo e anzitutto delle miserie di chi vuole lottare contro all'indifferenza e l'avarizia speculativa di certi editori, restò talmente sopraffatto da questa inaspettata rivelazione di cose che non aveva trovato nei libri, che stette molti giorni come uomo trasognato.
So questi suoi affanni, e vengo a consolarlo. La veda, per ingegno io in paragone del mio amico era la formica presso l'elefante; ma io dalla prima gioventù aveva imparato assai sul gran libro della società umana io sono sempre stato uomo, e lui invece quando di poeta... Ma, Gesummaria, di questo anche troppo le dirò!
Trovai Don Bussolini chiuso in casa, mentre per l'innanzi egli soleva studiare passeggiando, perocchè lo spettacolo della natura, egli diceva, invece di distralo, armonizzava felicemente in lui collo studio. Allo stropiccìo dei miei piedi si volse, s'alzò in furia dal tavolo a cui stava tutto intento sopra un librone, e gettatemi le braccia al collo, avvinghiandosi affettuosamente alla mia persona, sclamò:
— Benedetto il mio Beppe! Tanto ti aspettava!
— Delusioni, non è vero, o Bussolini?
— No, non delusioni, ma una scoperta, che per me si è una vera America della mente. Siedi e ascoltami attentamente. Io non so se gli editori abbiano o no ragione: so però che io non ho acquistato un nome, per cui mi si debba aprire un varco nella ressa che assiepa il tempio della gloria! Ma ora il mio buon genio mi additò un mezzo portentoso, irrepugnabile, per cui il mio nome volerà ben oltre i confini della povera Mergozzo!
E mi spiegò come il poema dantesco contenesse in se stesso quasi un altro poema, quando si trovasse il modo di scoprire il senso recondito in ogni terzina capovolta, rifusa, senza però nulla togliere, od aggiungere delle parole, conservando così e numero e dizione: aggiungeva poi che ogni terzina era strettamente legata alla susseguente pel senso, cosa che ad evidenza dimostrava, che l'Alighieri aveva impresso ne' suoi canti questa doppia espressione, manifesta fattura del vate divino, e non frutto di un casuale gioco di parole. La Divina Commedia, contemplata da questa faccia, non era, al dire del Bussolini, creazione meno gigantesca per concezione e profondità di pensieri.....
Poco tempo dopo ricevo novelle dell'amico mio; sì grande per lui la necessità di trovare un essere che comprendesse il suo trovato, i suoi studi, che egli partiva per Milano. Ivi bussò alla porta di quanti avevano fama in capitolo.... mi scriveva:
— Beppe, è venuta l'ora da te profetizzata! A Milano non trovai che un'anima sola, la quale si sia commossa al mio racconto. Quest'anima benedicila con me; mi ha ascoltato senza ridere della mia favella selvaggia; — sì, ho capito di non conoscere il gergo dei sapienti! — Quest'anima mi ha dette poche e confortevoli parole. È Manzoni.
Torino, Parigi, o signore, risero come Milano di Don Bussolini. I sapienti non hanno che il loro orgoglio invece d'un cuore; adunque?
A Londra, Rossetti, blandendo l'infelice strapazzato, lo fece di leggieri travedere Dante sotto la sua gotica lente.... Ahi! come il rividi! Dove l'occhio sfavillante e scrutatore? Dove la serena fronte? Dove l'amabile sorriso? La mente tentennava. Disperato delle voluttà dei mondi intellettuali, da cui lo aveva precipitato con sì amaro disinganno l'altrui glaciale indifferenza, l'infelice con reazione che gli costò senza dubbio orrende torture, si gettò nelle braccia della voluttà della materia.....
Alcune volte, imbandito il desco per sè e due _incogniti_, rinchiuso nel salotto, favellava con Dante e Beatrice, amaramente dolendosi di essere stato ingannato dagli uomini.....
Che più?
Rilegato per un anno nel convento d'Arona, quella mente, che forse avrebbe splendidamente sfolgorato in altra condizione, derisa, in odio a se stessa, vacilla, non è più!.....
Don Bussolini moriva poco dopo in Isvizzera, miserabile, senza conforto nè di patria nè di amici.
Signore, l'ingegno è adunque alcuna volta una maledizione?!
. . . . . . .
X.
_L'_acqua_, canto in prosa. — Se l'acqua del Verbano fosse vino. — L'arca di Noè e la nautica. — Le guide. — La capitale del lago. — Pallanza. — Laveno. — Ghifa. — Portovaltravaglia. — Luino._
=Le onde non hanno forse un'anima?= _Byron_.
— Dove indirizziamo la prua?
— Dove ti pare; al largo. Quest'oggi desidero l'acqua, lo specchio del cielo. V'ha sulla terra cosa alcuna più bella dell'acqua? I fiori? Ecco, il vento solleva in minutissima polvere il maroso e distende al raggio del sole un vaghissimo iride contesto di rose, di garofani e di viole. Al fondo del mare i recessi delle ninfe stanno ornati di perle e conchiglie a tutt'i colori, dal languido della rosa al vivido del garofano, dall'azzurro dell'ortensia (ne ho visto delle azzurre), al candido del gelsomino.
V'ha forse cosa più necessaria dell'acqua? Sei ammalato? Acqua. Vuoi forza, elasticità muscolare? Acqua. E tu, come il globo, che sei? Per quattro quinti acqua. Chi fece la terra? L'acqua. Chi la nutre, la feconda, la sana? Che cosa è il vino? Acqua.
Altri cantò a lungo le piante, gli angioli, i fiori e l'asino: perchè non canterò io l'acqua, questa madre della natura? La voluttà del correre su dorata quadriga e sollevare colle ruote corruscanti la polvere del corso più lieto di dame, può forse paragonarsi a quella del sorvolare con agile schifo sull'ali del vento le onde cristalline di un lago, d'un bel lago? Voga, voga, gondoliere: vedi come la brezza, scherzando, arriccia la mia capigliatura, come un'innamorata al suo caro? Che mi guardi dal cadere?... Lasciami specchiare in questo cristallo sì terso: forse scoprirò nel fondo qualche bella ondina amoreggiare fra i canneti con un silfo. Può mai la bella affidare le membra purissime a più soffice letto? Oh! come tranquilla la sorregge! Come l'onda increspata lambe amorosa e ricerca i tesori del seno ed avviticchia pudica il corpo candido colle treccie copiose!
Oh l'acqua! E i fisici poterono affermare, sacrileghi, che dessa non è un elemento, come credettero i nostri padri? Dove vi fermerete, o insolenti, colle vostre scoperte? L'acqua è il primo elemento: trovatemi un poema che di lei non parli.
Omero canta l'onda ch'egli sentì morire in un flebile lagno sui ciottoli delle sponde greche. Virgilio le bricconate d'Enea in faccia all'oceano, senza il quale come sarebbe egli fuggito alla passionata Didone? Come sarebbe venuto a fondare quella Roma che... ecc., ecc.? Senza l'acqua avrebbe potuto Dante fare il più tremendo augurio a Pisa? Ma lasciamo da parte Dante: questo poeta s'intende che è stato letto, chiosato, commentato da quanti sanno leggere... Dante. Per la stessa ragione omettiamo il Tasso, l'Ariosto e gli altri poeti italiani. Shakespeare, obbedendo a questo irresistibile impulso dei poeti, trasportò la Boemia sulle sponde dell'oceano, forse per consolarla colle libere aure marine del paterno reggimento degli Absburgo. Byron ad ogni pagina canta la tempesta del mare e della mente: senza il mare egli non avrebbe attraversato a nuoto l'Ellesponto, e non avrebbe scritto le più belle pagine del _Childe-Harold_, e non avrebbe anzitutto avuta la soddisfazione di far annegare il suo maestro di scuola nel _D. Giovanni_.
L'acqua fa le vendette dei discepoli e dei popoli. Barbarossa annegava nel Cidno. La Beresina puniva il novello Cesare. Senza l'acqua, Mosè non avrebbe scampato dalle ugne di Faraone gli Ebrei, questa razza così degna d'ammirazione sotto l'aspetto politico, religioso, universitario ed artistico. Se questo è il più tremendo prodigio delle antiche scritture, delle nuove, dice un Intrese, il più notevole è senza dubbio quello delle nozze di Cana......
Senza l'acqua, senza il mare, Venezia non sarebbe giunta la prima al Cattaio, e Costantinopoli non si troverebbe in bocca al mare dei Russi. Senza il mare Colombo non avrebbe scoperta l'America — che non si chiamerebbe America; — senza il mare, che sarebbe la flotta inglese e la fama di Nelson? Che sarebbe stato di Gama, di Cadamosto, di Marco Polo, di Diaz, di Magellano, di Cabotto? — Certamente lord Franklin non sarebbe perito di fame e di freddo nei deserti polari.
Il mare è la sorgente delle immagini più sublimi dei poeti e Gian Paolo Richter, quel gran pensatore, come avrebbe potuto asserire, che l'idea della vita avvenire è per l'uomo quale un punto nell'immensità dell'oceano allo stanco navigatore, se....
L'acqua (e con questa faccio punto) fornì al divino Petrarca l'immaginoso paragone:
«O felice colui, che trova il guado «Da questo alpestro e rapido torrente «Ch'ha nome vita, ch'a molti è sì a grado!
Ma tutto ciò è un nulla.
Laghisti del Verbano, che sarebbe del vostro bel paese, se i campi cilestrini del vostro lago non fossero cristalline onde acquose, ma spumanti fiotti..... di Barbèra?
Oh! da quanto tempo, o Verbano, tu saresti una conca asciutta come il palato dei tuoi intrepidi bevitori!
* * *
È fama, che gli antichi imitassero il cigno nella costruzione delle navi. Da due ore m'arrovello per iscoprire il prototipo delle barche verbanesi, e mio malgrado non trovo che il rospo. O gondole veneziane dalla chiglia tagliente, dal felze bruno, dalla prua addentellata, rimontate il Po ed il Ticino!
Sento ora esservi tradizione che l'arca di Noè siasi fermata sopra un alto monte del lago, sopra Intra — l'arca venne copiata; il lenzuolo che coperse le vergogne dell'inventore della vigna venne issato a cima di un coso che non è più bastone e non è ancora albero; un palo lungo lungo a timone; ecco la nautica tradizionale del Verbano. La ripida discesa del Ticino spiega la mancanza di chiglia nei barconi che commerciano con Milano e Pavia; ma le veliere e le barchette che fanno il _cabotaggio_, malgrado i bei modelli introdotti dai villeggianti, sono sempre conformi all'arca di Noè.
* * *
Compagno, la sbagliate grossa, se credete che io vi vada tessendo una guida. A che una guida, quando il vostro sguardo è tratto soavemente senza ombra di sforzo al bello? Quando la natura si apre liberamente a voi dinanzi? Quale necessità di registrarne le varietà, quando l'armonia v'allaga di arcane dolcezze il cuore? A che una guida?
Nessuno si fida delle indicazioni date per gli alberghi o altro simile, perchè ciò che oggi è buono può essere pessimo domani. Quindi non tutti ignorano che gli scrittori di questa sorta di libri, _qualche volta_, per poche lire lodano, col dovuto rispetto alle discipline letterarie, il più furfante bettoliere, e d'una trabacca pidocchiosa fanno un castello.
Dopo queste premesse il lettore può pensare se la mia indole girovaga e selvaggia poteva acconciarsi, armonizzare con quelle ispide cifre statistiche! Di più, io sapeva troppo bene che per quanto mi fossi arrovellato per soddisfare i lettori, io non avrei secondato i loro capricci variabili secondo le ore della giornata. I lettori laghisti variano di brama secondo il paese, la villeggiatura ed il giardino..... ed ogni tulipano vorrebbe un inno!
Ma se tu hai desiderio di conoscere più ordinatamente il paese, leggi la Guida di L. Boniforti. È l'unica che lessi senz'annoiarmi, anzi con piacere.
* * *
=Non fu mai gloria senz'invidia!= _Prov. Ital._
— Pallanza! Pallanza! Chi ha bagagli per Pallanza!
Io che da varii giorni vagava pel lago e non era ancora sceso alla sua capitale politica, vistomi sorridere amabilmente da tante pianticelle fiorite che mi stendevano amorose le braccia, tosto mi lasciai vincere, e dissi fra me: _vada per Pallanza_, e scesi dal piroscafo _S. Gottardo_.
— Oh! scusate.... già mi dimenticavo di salutare, prima d'andarmene, il capitano, persona squisitamente cortese.
Disceso a terra m'avviai a sinistra, ammirando case, palazzine e giardini, e così senz'avvedermene fui a Suna, la quale facendo lo gnorri va avvicinandosi a Pallanza, di modo che fra pochi anni Pallanza divorerà Suna o Suna mangierà Pallanza.... seppure — sempre nel futuro — mentre le due sorelle si confondono in un amplesso, non arriva dalle spalle Intra e ne fa un boccone. S'io fossi Intra o Suna — perdonatemi la superba supposizione — io risparmierei Pallanza. L'essere proprio adagiata sull'estremo lembo della collina che dal Monte Rosso declina nel lago abbracciando a sinistra il golfo, proprio in faccia alle isole (quella di S. Giovanni non può risolversi a lasciare la sponda pallanzese), attorniata da vaghissimi giardini; l'essere risparmiata nell'inverno dalle staffilate che la tramontana sferra senza pietà sopra Arona, Intra, Luino e Cannobio; di più la torre antica de' Barbavara, e anzitutto la sua posizione centrale, dovrebbero farle perdonare di essere il capoluogo della provincia.
Così pensava io dondolandomi attorno ai giardini graziosi e coltissimi, che cerchiano la cittadina verso il promontorio di San Remigio, quando eccomi dinnanzi uno di quei tali, che i Toscani dicono sì incisivamente uomini-colla. Era di Feriolo, ed aveva stretto conoscenza con lui visitando le cave del granito. Vedermi, riconoscermi ed impadronirsi della mia persona fu un istante.
— Che ne dice di Pallanza?
— Molto bene, benchè finora i giardini e le palazzine alla nostrana ed alla svizzera m'abbiano distolto dall'entrare in paese.
— Eh! cosa vuol vedere in paese?
— Le case, le botteghe e chi vende e chi compra, le donne, e se ve ne sono i monumenti.
— L'ha visto quel povero vescovo di pietra nell'acqua, sul porto? Ecco i monumenti.
— Ho capito: Pallanza non è la sua passione. Eppure ho sentito che vi si trova spirito socievole più che altrove, e da quel po' di storia che ho scartabellato parmi che i Pallanzesi, quantunque ora siano annegati nel nugolo dei forensi e degli amministratori politici, abbiano indole fieramente tenace d'amor patrio. Signor mio, dopo d'aver visto i giardini qui attorno, io non mi curo gran fatto di vedere le manifatture, se vi sono, le carceri che vi sono, ed i monumenti che non vi sono. Mi pare però cittadina appropriata a contenere la sede politica del governo del lago; tanto più che, seppure gli operai non _lunediggiano_, parmi che il commercio non ingombri soverchiamente le vie.
— Mi scusi, signore, ma la è in grande errore.
— Ciò è possibile. Nulla di più facile anche colla migliore volontà del mondo, che il dare giudizi poco retti, quando si viaggia. E dove vorrebbe stabilire questa capitale del lago?
— Senta. Arona ha già troppi intoppi. Ferrovie, telegrafi, poste, dogana, piroscafi e dieci altre confraternite governative. Di Belgirate non parliamo. Con tutti quei fiori, con tutte quelle fate ammaliatrici del bel mondo, Temi non avrebbe la testa a segno; Pallanza è troppo ilare; Intra è troppo chiassona; Cannobio troppo triste; Luino e Laveno....
— Ma dunque?
— Quale è il paese più serio del lago?
— Ho capito, dissi fra me ridendo, e poi a lui: la è dunque di Feriolo?
— O cosa c'è da ridere? Feriolo non è mica da meno.....
Per fortuna mia una gentile persona di Pallanza m'incontrava in quel punto, del resto chi sa dove si finiva.
Del resto se gl'Italiani credono una sola città potere essere la metropoli della nazione, Roma, perchè, disse — a morale della favola — il Feriolese, i laghisti non possono optare per quella città che crederanno meglio atta a farne la sede del governo?!
* * *
Il piroscafo scorre, guizza sulle onde, e la scena varia ad ogni istante. Intra, la città del cotone e dell'allegria, salve! Verrò a te quando mi talenterà passare la serata fra la cricca solazzevole dei tuoi begli umori ed una dozzina di fiaschi. Verrò a te, e s'io corro adesso oltre le tue mura, pensa che la più lunga strada è la più prossima a casa. Tu mi dirai forse: chi ama non aspetta — ed io a te: chi aspettare puole, ha ciò che vuole. Intanto che tu mediti queste scappatoie, si maturano le mie nespole.