Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 4
Chi non ha inteso parlare dei contrabbandieri del Lago Maggiore? Una volta — le date sono inutili — c'erano, e tomi indiavolati da tenere in sussulto le tre finanze; quistioni economiche che si risolvevano sovente con schioppettate, legnate a josa ed altre galanterie da ambe le parti. Molti contrabbandieri — non quelli che arrischiavano al gioco la pelle — arricchirono; la leggenda susurra che molti finanzieri si rimpolparono: ora chi ne seppe ammassare li gode; i tipi drammatici scomparvero ed il Verbanese non è ora più tenero del contrabbando di quanto lo sia ogni abitante di confine.
Del resto — quà in un orecchio che nessuno ci senta — messa lontano la quistione del peccato — chi non si sente solleticare dalla tentazione del frutto proibito? Chi non è sotto qualche aspetto contrabbandiere? L'amante vorrebbe farla alla barba del Bartolo o del marito; il poeta introdurre di soppiatto un'idea birbona che _minerà l'edificio della tirannia_, e molti scrittori e librai arricchire l'opera e lo scrigno, malgrado la _proprietà letteraria_ — avvenire..... Oh! s'io potessi, senza che voi ve n'avvedeste, contrabbandare qualche imaginosa fantasia da cacciare lo sbadiglio dalle vostre labbra!
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Non v'è mai capitato no di condurre un bimbo a compra di balocchi pelle strenne di capodanno?
In mezzo a tanti cavalli, soldati e generali e cannoni di legno, eroi dal capo di cartapesta, asini col pelo, e pupazze cogli occhi vivi di cristallo, pallottole, racchette, cerchi, palloni volanti, archi e freccie come al tempo in cui Amore saettava, tamburi per rompere la testa ai vicini, trombe da chiamare in casa l'emicrania, fischietti e scuriade ed altri amenissimi trovati per assordare il mondo e rompere le scatole a chi li ha in casa, in mezzo a questo caos babelico il piccino non sa che scegliere; l'uccello dalle penne dorate par vivo; ma il cane abbaia...... la carrozzina corre in giro da sè stessa..... Così avviene a me in cerca d'un romitaggio ove riposarmi qualche giorno. Sesto-Calende, malgrado il nome romano, le memorie d'Annibale, l'antica abbadìa, i barconi che scendono il Ticino che vi sgorga dal lago, non mi rattiene. Di contro, a Castelletto su Ticino, ho perduto mezza giornata fantasticando, attorno al castellaccio, sui casi della Bice del Grossi. Angera, la città del sole — da non confondersi con quella di Campanella — mi rammenta un proverbio laghista, alla cui sola memoria mi sento bagnare la camicia. Ispra, quasi sul piano, in fondo ad un seno deserto, colla prospettiva di ampio tratto di lago e del Vergante..., ma il mausoleo alla contessa Castelbarco inspira troppo mesti pensieri.... Lesa tranquilla in placido golfo.... Belgirate ariosissimo.... Veh! Dimenticavo di notare come sia impossibile vedere la sponda destra del lago senza guardare ed ammirare l'ampia e solidissima strada al Sempione che si stende, a seconda dei seni e dei promontori, come un orlo bianchissimo tra la verzura della pendice e l'azzurro dell'onda. Non ultimo vanto di Napoleone è quest'opera degna dei grandi secoli di Roma. Al pari di Roma egli lasciò dovunque traccie di quel genio che volava sì alto sull'ali dell'aquile vittoriose da obbliare come gli uomini di quaggiù fra le altre miserie hanno un cuore. Tuttavia non v'ha, credo, Italiano che, malgrado il ricordo dell'ingratitudine sua verso la madre, la quale pure sola lo amò senza tradirlo mai e gli perdonò senz'amarezza di rimproveri, non abbia dimenticato Campoformio al racconto della passione di Sant'Elena.
VII.
_Lesa e Manzoni. — Ciarle letterarie. — La calma._
Oh! quante volte ai posteri Narrar se stesso imprese, E sull'eterne pagine Cadde la stanca man!
— Anche voi discendete qui? Mi chiese un biondo Alemanno che m'aveva udito susurrare a mezze labbra la bella lamentazione del Manzoni alla morte di quel fatalissimo.
— E perchè no? Risposi a quella simpatica fisonomia. Voi scendete per...?
— Vedere quel poeta i cui allori furono invidiati dal nostro grande Goethe.
— Manzoni? qui? Allora ad un tratto mi parve che l'aure ripetessero in flebile armonia gl'inni, i cori e le scene dell'Adelchi e del Carmagnola, gli episodii dei Promessi Sposi.... A terra!
Mentre da Belgirate ricorrevamo verso la vicina Lesa, l'Alemanno si meravigliò meco che gl'Italiani ignorassero dove dimorava l'immortale cantore. Il poverino ignorava che Manzoni aveva da non pochi anni pubblicate le opere sue migliori senza che gl'Italiani le avvertissero, quando Goethe, scopertone per caso il genio, gli schiudeva colle sue lettere l'immortalità. Ignorava che pochissimi illustri Italiani debbono la loro fama all'entusiasmo od alla riconoscenza de' paesani, e moltissimi la devono agli stranieri. Beccaria crebbe tosto in rinomanza per Voltaire, Morellet, Catterina II. Il Tedesco credeva che in Italia si leggessero avidamente gli scritti della nazione come in Germania. Non sapeva che qui, all'infuori de' compilatori e degli altri racapezzatori di libri, tristo chi aspetta un pane dall'arte!
Quantunque io avessi detto più che non era forse necessario sull'ingrato tema, il dabben giovane insisteva con mille interrogazioni sulle abitudini del cantore; sicchè per troncarla, gli sfoderai ad un tratto che anche in Germania Mozart, il divino Mozart era morto miserabile. Quelli, a dir vero, erano altri tempi, meno gonfi di civiltà....... Intanto eravamo pervenuti alla prima palazzina di Lesa: ivi soggiorna sovente, nell'estiva stagione, il cantore di don Abbondio. La cera di quell'abitazione è pacata come la figura di fra Cristoforo. Venne ad aprire un vecchio senza livrea. — Il conte è in casa? — Egli ne introdusse senza fare motto. Annunciatici come desiderosi di sue novelle, e, se era possibile senza suo disturbo, di avvicinarlo, il servo che ne aveva uditi coll'indifferenza di chi sente spesso la medesima canzone, entrò lemme lemme nelle stanze interne. L'emozione era tanta che m'impedì di pensare ad ogni altra cosa, anche a dare uno sguardo alle semplici supellettili che arredavano l'abitazione. Ma ecco sentiamo nel salotto vicino una pedata: è il servo che ritorna forse a dirne....... Ne apparve fra la mite luce della stanza la veneranda dolcissima fisionomia del poeta. Ci movemmo balbettando verso di lui. Palpitavamo di religiosa riverenza. Il nostro cuore batteva con sussulto: anche noi vedremo, parleremo con lui!
Non so il come, ma cinque minuti dopo ogni nostra esitazione era dissipata: nella fuggevolissima ora scorsa al suo fianco, ne parlò del lago, delle sue passeggiate, delle cose presenti, senza entrare in quelle disquisizioni critiche, dove sogliono annegarsi i letterati. Con un semplice motto chiuse la bocca agli elogi dell'Alemanno, senza quell'affettata modestia, sotto l'usbergo della quale certi professori di lettere sogliono cicalare due ore difilate delle loro scoperte Americhe nell'arte.
Alessandro Manzoni ne accordò — quanto non speravamo — una stretta a quella destra che vergò le pagine ove armonizzano concetto e forma, ragione e fantasia, la vera essenza del genio! Dio solo sa poi quanto ne rincrebbe di non poterlo degnamente contraccambiare!
Noto qui come, imperversante l'austriaco in Lombardia, fra gli assenti la _Gazzetta ufficiale di Milano_ richiamasse _certo Manzoni Alessandro_. Napoleone, conquistata l'Italia, mirava anzitutto ad amicarsi gli uomini di merito che il fulgore della sua stella non aveva abbagliato. Ma gli Austriaci sprezzavano apertamente ogni cosa italiana — eccetto l'oro.
Manzoni donò all'Italia un libro, il quale, come tutti i veri capolavori, è ad una miracolo di mente profonda, di cuore appassionato, e un'azione buona. Da lungo tempo sdolcinate affettazioni d'idilii in cui attori e natura portavano la parrucca, epilettiche convulsioni di novellaccie di cui non era italiana nè l'origine, nè l'inspirazione, nè la veste, aspirazioni evirate alla luna, all'indefinito, avevano fatto dimenticare come lungi dai salotti profumati, e dalle barocche capanne dei Titiri incipriati, vivea attorno alle città, nei campi, attiva, oscura, un'immensa famiglia intenta al lavoro. Il poeta comprese il valore del popolo, d'una gente che dà il pane ed il soldato, le antitesi crudeli della forza, della necessità col diritto. Colla dignità vereconda d'un'arte cristiana, senza le basse adulazioni di chi fa un Marcello d'ogni villano, bussa alle porte del povero, ne illumina le poche gioie, ne conforta gli stoici dolori, ne mostra le virtù tutte sue ed i vizi non del tutto suoi. Colora colle tinte della verità il quadro, dipinge con sicura potenza di tocco scene gigantesche, e ti presenta i _Promessi Sposi_, in cui l'arte che tutto fa non si scopre — un libro fra i pochi che gl'Italiani possono leggere due, tre e quattro volte senz'annoiarsi.
Poichè il merito dello scrittore italiano venne cresimato oltralpi, i _Promessi Sposi_ (che altrove avrebbero fruttato strepitose ovazioni e più strepitose somme) divennero malgrado la sonnolenza apatica degl'Italiani il libro più popolare della loro letteratura narrativa.
Da Manzoni, Grossi, Azeglio, Cantù, Carcano. Grossi ed Azeglio però per vivacità di colore e scioltezza di disegno precedono tutti gli altri. Carcano è il poeta delle più soavi effusioni di cuore, il poeta della vita intima. Dopo questi buoni un temporale di mediocrità — non auree — che a passo di lumaca sulla falsariga maestra regalò all'Italia una moltitudine di buoni curati, di perseguitate, di Don Rodrighi e d'Innominati in diciottesimo, la quale ebbe per effetto di disviare sempre più dalla letteratura nazionale gl'Italiani.
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Manzoni, Rosmini, D'Azeglio sono tre nomi che spargono una bella luce sul Lago Maggiore. Niuno dei tre nacque sulle sue sponde; ma chi passando innanzi a Lesa, a Stresa, a Cannero non ricorderà la loro dimora, le opere per cui il loro nome corre illustre?
Mi ricordo che la prima volta in cui m'apparì Arona, tosto mi corsero alla mente le lettere di quell'anima sì altamente innamorata della natura ch'era il Foscolo, nelle quali, scrivendo all'amico Bottelli, si lagna spesso che i tempi incerti e l'indole irrequieta gli tolgano di riposare ancor lui in mezzo a tanto sorriso di cielo e di terra e d'onde.
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=Chi dona al volgo, inimicizia compra.= _Prov. ital._
Le chiacchere col buon Tedesco mi fecero nascere molte riflessioni sopra alcune qualità negative — almeno in questi tempi — degli italiani.
Credo — vorrei ingannarmi — che la gente italiana considerata nelle masse, fatta astrazione delle individualità, sia appetto delle nazioni più colte dell'Europa, Francia, Inghilterra e Germania, quella che si dimostra più apatica per tutto quanto sorge dalle arti.
Non illudiamoci col passato. Tanto le individualità sotto ogni aspetto non patiscono confronto, quanto le moltitudini sono incuranti, senza alcun entusiasmo o slancio per tutto che non solletica la fregola animale dei sensi.
Spogliamoci una volta di quel falso amore di patria che pretende un primato in ogni cosa.
Un dì — giova sperarlo ed augurarlo come grande ventura per la nazione — conquistata da senno l'indipendenza e la libertà, sotto le rugiade feconde della pace, rigermoglierà fra gl'Italiani raccolti finalmente ad un solo focolare la religione delle arti; allora forse le sapranno onorare con quella riconoscenza a cui hanno diritto. Esse sole mitigarono colle divine illusioni della speranza l'acerbità di grandi dolori; per esse eterne le glorie, sacre le sventure della nazione.
Mercede al genio fu quasi sempre sola la coscienza. Onoriamo la memoria dei nostri grandi: sbattuti dai tempi fortunosi e dall'ingratitudine non s'avvilirono. Siamone alteri — Se uno dimenticò che il dolore e la miseria avvivano lo splendore del vero merito, cento elessero il soffrire.
Siamone superbi — nessuna nazione può forse menarne sì giusto vanto.
Ma non dimentichiamo mai come finora fummo ingrati verso di loro.
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=Arco sempre teso si rompe.= _Prov. Ital._
M'inganno, o tu non hai sentito il cuore battere così tranquillamente come oggi. Ho spinto la mia barchetta nel bel mezzo lago fra il golfo di Feriolo e quello di Laveno: i remi giacciono stillanti in fondo ad essa — quasi immobile fra la calma delle onde. Il corpo abbandonato a poppa sul tappeto, sorreggendo il capo con ambe le mani, puntati i gomiti sull'orlo della navicella, guardo l'acqua che s'increspa leggermente attorno alla carena, l'ampia pianura che riflette gli albori del tramonto — e sto pensando — a niente — o meglio al tutto.
Una brezza sottile sfiora con ali delicate l'onda e mormora un mondo di cose. L'ascolto confusa colla voce delle campane stormenti a riva — poi il tintinnare cessa: il cielo è sereno, l'aria tranquilla, tutto è pace, armoniosa tranquillità — e allora sento più distinto il sommesso ciarlìo della brezza.
— Tranquillità! Voi vi anelate nell'intimo dell'anima, mentre il vostro orgoglio fa della vita una continua battaglia! Un dì trovate la quiete che bramaste — il dì che per voi si schiude una tomba. — Nel giovin cuore avvampa la fiamma d'amore con slanci al settimo cielo — o trova ripulsa, ed erompe un grido disperato — o corresponsione, e dopo qualche tempo l'amore non è più che un'affinità simpatica di traspirazione. Dall'amore aspira alla gloria. Avversa fortuna, impotenza d'ali, impazienza la negano — o l'ottiene — morto. Deluso, la patria gli stende le braccia come la donna che sola si ama senza sazietà e senza rimorsi.... Ne ha — forse — ricchezze ed onori che galvanizzano il cuore sfibrato.... Ma dove la quiete che pure la natura v'insegnò ad amare? — Non nei trasporti dell'amore — non nella lotta contro l'invidia dei consorti Farisei — non nelle allucinazioni delle notti studiose — non nel tripudio dei baccanali. Bada, veh! a quanto ti dicono le onde sfiorate: fuggi la tempesta; — gli ombrosi declivi dei colli: quiete; — il cielo sereno: purità di desiderii....
Ma che sarebbe degli uomini se tutti li compenetrasse questo soave linguaggio della natura?
La tempesta è adunque necessaria nell'armonia del tutto?
VIII.
_Origine storica di Belgirate, senza documenti. Le isole Borromee._
A Belgirate, cinque minuti oltre Lesa, passeggiai due ore ammirando quelle graziose palazzine a vari colori che difilano lungo il lago, sulla punta che si protende dalle colline nell'onde. In capo della fila sta la villa Conelli; in fondo in serrafila la Fontana Pino, e fra una casa ed un'altra stanno giardini, dove gli alberi hanno più frutti che foglie, e le aiuole più fiori che erbe.
Sentite quanto trovai in antiche pergamene sull'origine di Belgirate.
Pare che il grazioso villaggio se n'andasse una calda notte d'estate in cerca d'un sito per adagiarvisi. Capitano in testa e retroguardia in coda difilava lungo la strada del Sempione. Quando si trovò sull'estremo lembo del Vergante, sentì ad un tratto il venticello del Mergozzolo ed i zeffiri dell'_Inverna_ sibilare armoniosamente nei boschi superiori emulando l'usignuolo; l'onde tremole baciare la sponda, diffuse sui sassolini mormoranti; tale una voluttà profumata da mille fiori penetrare dalle finestre nell'animo, che gli archi, le torri, i comignoli al soffio di quella frescura fremevano, i rosai stendevano le loro braccia in atto di desio ai cantori dei boschi, e le case stanche dal viaggio sentivano proprio crescersi le radici sotto ai piedi..... Allora un prolungato ah! di soddisfazione fece echeggiare la sponda d'Ispra, la fila si fermò, le ondine ed i silfi del lago danzarono sulla spiaggia; essa si trovò così bella, così lieta, così arieggiata dall'aure tutte del lago, che spossata dal piacere si adagiò sul girare della punta, e così fu Belgirate. Ogni giorno dell'estate e dell'autunno, al tramonto, allora che il sole indora le cime dei monti di Varese, la fila delle graziose palazzine è passata in rivista da uno stato maggiore di signorine villeggianti, di cui più d'una può sconfiggere un esercito senza colpo ferire.
La leggenda dice, che un buon albergo il quale in quella tal notte ramingava colle case vagabonde, essendosi fermato per istrada ad aggiustare un conto un po' elastico con un Inglese, giunto tardi e trovato ogni posto occupato, fu costretto ad andarsene altrove con non poco dispetto degli ammiratori dei fiori, degli usignuoli, del venticello, delle palazzine e delle signore.
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Bellissima fra le isole! Ti porto impressa nel cuore.... _U. D. Horn._
Da Stresa, elegante villaggio appiedi al Monterone, grandiosa vista di tutto il golfo di Feriolo, la baia di Napoli del lago, e del lago sino a Luino; in prospetto le Isole Borromee, la Bella e la Madre dalle terrazze fiorite; Pallanza, Suna, e dieci villaggi a mezzo i monti dell'Intrasca.
Stresa manca d'un viale per la ragione forse che ognuno ne ha nei propri giardini, i quali sono straordinariamente folti di verzura e di fiori come a Belgirate, Baveno e Pallanza.
L'Isola Bella è una ricca collezione di piante disposte sopra varie gradinate adorne di marmi; il palazzo contiene oggetti d'arte preziosi; il tutto forma la più graziosa villeggiatura in cui i patrizii Lombardi abbiano profuso tesori.
Se non garba a molti il manierismo dell'architettura e quel vedere ad ogni tratto la natura sopraffatta dalla mano dell'uomo, per tutti l'Isola Bella vista dalla parte prospiciente Pallanza, dove un folto bosco di piante variatissime rompe la monotonia delle linee, ed una serie di grotte ove mormora e gorgoglia l'onda del lago rileva affatto la massa, è spettacolo ammirevole.
Io vorrei condurvi, o bella lettrice, a questa peregrina villeggiatura, approdare con voi alla scalona, visitare le ampie sale del palazzo, raccontarvi la storiella del pittore Tempesta che le adornò di tanti quadri dipinti nella sua dimora nell'isola, ammirare con voi pitture e scolture, e rigirati i viali ombrosi del giardino, cogliere un bel fiore; e — con vostra buona venia — adornarvene la capigliatura.
Ma il profumo quasi eccessivo, la vista amenissima, il sorridere del cielo e dell'onda, la magnificenza della magione e la musica degli uccelli, potrebbero di leggieri all'ombra di un ananasso o d'un palmizio farmi credere d'essere un Nabab delle Indie, e voi, o lettrice, un amabile Urì..... e allora..... chi può prevedere tutti gli effetti di un sito incantato sulla mente e sui sensi del vostro compagno?..... Via, non temete, i miei polsi non battono frequenti, i miei sguardi sono tranquilli, il sangue mi serpeggia pacifico nelle vene, e voi non vi accorgerete punto che io sogni di essere un Bassà.
L'isola Madre colla modesta sua casa, co' suoi giardini a terrazzi senza ornamenti, più vasta della Bella, quasi in mezzo al golfo, piace ad alcuni forse più della Bella, ove la natura sta più come ornamento che non base. Gian-Giacomo Rousseau poteva farne il soggiorno della sua Eloisa. Nell'una e nell'altra roseti e palmizi, magnolie e liane, camelie e pini e mille pianticelle di diverse patrie, che questo sole con mite temperie cresce ed affratella.
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Il pittore che vuol dipingere un paesaggio a vividi colori ritragga l'isolotto dei Pescatori. Chi vuol conoscere come l'uomo possa amare uno scoglio a costo di starvi accatastato l'uno sopra dell'altro, entri in quella stretta viuzza dell'isolotto dei Pescatori. Barche rattoppate, reti al sole, sulla ghiaia, lungo i muri; pannolini e vesti a scacchi sciorinate alle finestre; portici oscuri, viottoli angusti, barconi di legno; una marmaglia di ragazzi che chiassano, scorre, sguizza, s'arrampica sulla spiaggia, sulle scale, sulle gondole; donne dalle fisonomie robuste ed abbronzate, intente alle chiacchere ed alle bisogna della vita; una chiesuola, un campanile che si drizza nell'orizzonte disopra a quelle case che gli fan ressa d'attorno per ispecchiarsi ancor lui nell'onde; un po' di spiaggia verso il nord, pochi alberi, poca verzura.
Il lago qualche volta, la primavera o l'autunno, sdegna la solita sponda, gonfia, copre la spiaggia, lambe i piedi delle case, batte alle porte, entra nei pianterreni. Ecco l'isolotto scomparso, e tutte quelle casupole diguazzando nell'onda tranquilla hanno un aspetto nuovo, originale, come un quartiere di Cannareggio in Venezia.
Il contrasto tra lo scoglio dei Pescatori e la grandiosità dell'isola Bella è sorprendente. L'aspetto dell'isolotto colle umili casette, colle sue barche fracide a riva, co' cenci all'aria, in quel cielo serenamente allegro, collo specchio dell'acqua che l'ingrandisce, con quella scena di verzura su cui si stacca vivamente non è quello della miseria certamente. Se l'isola Bella col suo grande palazzo ti fa conoscere l'opulenza del ricco, l'isolotto è un quadro animato dell'attività instancabile del povero che lotta spensierato colla fortuna — la quale, a quanto pare, non incappò mai nelle reti di un pescatore.
IX.
_Don Bussolini da Mergozzo; capitolo in cui si dimostra chiaramente come i più beati sieno i poveri di spirito._
=O mente vaga, alfin sempre digiuna!= =A che tanti pensier? Un'ora sgombra= =Quel che 'n molti anni appena si raguna.= _Petrarca._
Quest'oggi fui al lago di Mergozzo, limpido nappo che si stende per un miglio alle falde del monte Rosso, sulla strada che da Pallanza corre all'Ossola. Mergozzo poi è una terricciuola sulla sponda del lago, che da lei prende nome, la quale non ha nulla che possa attrarre il viaggiatore curioso di monumenti o di spettacoli grandiosi della natura: dopo le scene del Verbano si rimpicciniscono ben altre bellezze che non quelle della piccola conca.
Mentre io passeggiava, rincrescevole che il povero zingaro nulla trovasse da far suo, passando presso la canonica del paese, casa di mesta apparenza anzi che no, vidi accosciato in atto di dolorosa meditazione un uomo dai quarant'anni sulla gradinata della porta. Egli teneva la lunga e scarna cera tra le mani affilate e smorte, e lo sguardo fiso nella terra, e quando gli passai accanto mormorò in tuon di lamento:
— Eh! tanto gli è morto!
Ritornai sui miei passi per meglio osservare l'incognito; il quale vestiva come un prete dei monti, di panni grossi e non troppo lindi; il cappello dalle tese rilevate e dagli orli spelati giaceva accanto a lui, come ad uomo che per soverchio calore del capo non lo possa tollerare sulla fronte. Quando io gli fui dinnanzi, ei levò gli occhi come smarrito, tolse di terra il cappello, si drizzò e voltosi a me salutando, mentre due grosse lagrime calavano sulle gote ispide, disse:
— Sento che il poverino non è nemmeno morto qui, in paese! Lontano dalla sua parrocchia!
Egli mi teneva forse per qualche terrazzano: nondimeno quand'egli seppe che io non era del paese e che anzi ignorava appuntino di chi parlasse, aggiunse:
— Non è del paese..... tanto peggio o tanto meglio per lui. Ma, la senta, io ho un grande bisogno di sfogare con alcuno il mio dolore, e se il mio presentimento non m'inganna, non la vorrà deridere la fiducia d'un pover uomo.... Esciamo dai borgo.... la veda; io arrossisco, col mio abito, di piangere così in mezzo alla strada... E sono anch'io un uomo, alla carlona, ma un uomo, e il pensiero che quel caro Don Bussolini sia _morto così male_ mi strozza la parola in bocca.... Ed io non sapeva niente, io che sarei calato dalle mie montagne a salvarlo, io che conosceva quell'anima così bisognosa d'un cuore in cui versare la piena di tanti dolori! Ma io non ho saputo niente!
Queste parole sgorgavano con tale accento di dolore, che io — ignaro dell'esser suo e dei fieri casi di Don Bussolini, me ne stava ad una commosso e confuso per non sapere, come avrei desiderato, porgere conforto a tanta ambascia.