Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 3
La fantasia volò coll'ali della memoria ai momenti fuggitivi, in cui una voce armoniosa colla parola che nega e promette m'avea scosso tutte le fibre del cuore; alle notti tumultuose in cui le briose note de' balli vertiginosi m'avevano tratto nella ridda quasi allucinato; alle sere in cui il _Barbiere_, il _Tell_, la _Lucia_ ed il _Rigoletto_ versavano un fiume di melodìa nel mio animo, ed il rincrescimento che il tempo m'involasse sì presto quei divini concenti in mezzo a cui dimenticava le miserie e le prose della vita per slanciarmi ebbro di poesia nei mondo delle illusioni.... Oh! l'udito è pure il prezioso senso! Mercè sua comprendo l'espressione più viva del mondo: tutto parla; beato chi sente!
Sennonchè tosto mi ricorse al pensiero come la voce dell'amata s'era fatta dopo poco tempo aspra, sarcastica; poichè ella troppo presto dimenticando quanto m'era costata la felicità effimera di pochi dì, mi piantava colla solita sua buona grazia un pugnale nel bel mezzo del cuore. È vero che non corse gran tempo che la civetta pietosa — s'era forse già annoiata del mio successore — volle svellerlo; ma il modo fu così gentile, delicato, che la tarda carità invece di guarire la ferita non fece che inasprirla. Strida da una e dall'altra parte, smanie e stridori di denti...... ancora mi suonano nell'aria orrende parole....... Lo credereste? A questo punto mi giunsero da ogni parte cigolì di ruote, e una miriade di stonazioni venne a grandinarmi intorno dal non lontano teatro di Intra dove si torturava non so quale delle opere più faticose di Verdi, con tanto strazio che dalla pietà e dal terrore mi si rattrappivano i nervi.... Benedetto l'udito, senso preziosissimo; ma tu non sei certo l'eccellente.
Non aveva finito ancora questa frase che le rose, i gelsomini, le acacie, i limoni, i millefiori del giardino botanico di Rovelli m'inviarono una nebbia di sì acute fragranze ch'io allargando le nari per meglio aspirarne gli effluvii, imparadisato chiusi gli occhi e credetti d'essere volato all'olimpo di Maometto, in mezzo alle urì, sulla sponda d'un lago d'acqua di rosa.... O incostanza della fortuna! Un alito di vento involò ratto l'olezzo; sparì l'acqua di rosa, ed il lago senza moto, senz'aura, apparve come una conca immensa stagnante da cui emanava un fetore orribile di pesci imputriditi. Dubitai che la bella Verbania l'avesse abbandonato colle sue ninfe, m'alzai e pervenni presso la foce del fiume che bagna la Sassonia.... La Sassonia, qui? Gnorsì: gl'Intresi costruirono presso l'antica città un sobborgo a vie spaziose, allineate che corrono fra case più allietate dal sole e dallo spiro lacustre che non le catapecchie della vecchia parte: nel centro una piazza e nel mezzo di essa il teatro, il più bello di tutto il lago. Ora questo sito una volta non tanto lontana era una vera ciottolaia, un campo di sassi... capite? Gl'Intresi, pratici quanto gli altri popoli appiedi delle Alpi della lingua nazionale, d'una ciottolaia fecero una Sassonia, con grave sfregio della patria degli oficleidi e dei tromboni!
Ma che volete? Io non poteva a nessun conto adagiarmi all'ombra di quelle mura senza che ne dovessi tosto sloggiare per sfuggire alle ammorbanti evaporazioni delle molli erbette,... A che serve il naso, sclamai scappando indispettito, se per l'olezzo d'un fiore ne tocca assorbire cento esalazioni ingrate o perniciose? Sì, senza dubbio, l'odorato è l'infimo dei sensi — me ne rincresce assai pei mercanti d'essenze!
Ignoro se il correre per quelle spiagge sassose — stavo per dire sassoni — od il desiderio di trovare una soluzione lungi dalle praterie della parte suburbana d'Intra, mi condussero in un albergo vicino allo scalo dei piroscafi in Intra. — Compagno mio, tu sospetterai forse ch'io sia di quelli che giudicano di una terra dal modo con cui vi soddisfecero l'appetito: ti giuro in nome delle costolette che mangiai in quell'osteria, che per quanto male io possa dire del paese, io sarò sempre in credito.
Accetto senz'esitazione l'invito dell'appetito, m'assido ad un desco, e mentre il cameriere lo apparecchia, fiuto a larghe nari il prosaico odor d'arrosto che dalla cucina di sotto saliva in quella sala. Dalla finestra io poteva vedere lo scalo affollato dai soliti fannulloni, il lago, e di là le capricciose curve dei monti di Laveno. Sennonchè fra lo zingaro ed il resto v'era una povera melensa creatura, magra, ossuta, spelata, che attelata ad una sbilenca carrettella stava menando i denti in un sacco di fieno più paglia che fieno. È innegabile che l'appetito riceve un notevole stimolo dalla vista di chi trinca allegramente — in grazia dell'asino il vostro compagno in attesa di meglio cominciò a mordere in una pagnotta del suo colore.
Mezz'ora dopo quell'io che mi rammentava poc'anzi con sdegno di quel gastronomo, il quale sclamò al finire della mensa lussuriosa: felice chi ha fame! quell'io stesso usciva dall'albergo satollo ed indignatissimo sulla volgare ed animalesca indole del gusto; e sì che se non aveva assaporato i manicaretti più delicati, l'appetito m'aveva fatto golosi anche i cibi più anacoretici: l'asino malsazio coglieva colle labbra penzoloni gli ultimi frusti del pasto insufficiente.... Quel certo gastronomo l'avrebbe — a pancia tesa — invidiato con ragione, poichè il senso del gusto poco su poco giù desta gli stessi stimoli e dà la stessa soddisfazione all'uomo ed agli altri animali — non razionalisti. Nella stessa sera di quel giorno incontrai due tomi; mi vollero secoloro a cena, cena largamente inaffiata dai vini meglio spiritosi del Piemonte.
Alla domane mi svegliai tardi, e col capo indolenzito; la prima parola pronunciata da me fu per chiedere dell'acqua.
. . . . . . .
«Non so veramente quanto le dissi — forse quanto le diceva da un anno — ma troppo mi rammento com'ella all'inesperto amante, accomiatandolo, dicesse all'orecchio una parola per cui il povero giovinetto nell'uscire da quelle stanze, tentennante come un ebbro, fu lì lì per ruzzolare lungo le scale.
«Domani! Rinuncio a descrivervi le vertiginose aberrazioni della mente in quelle eterne ventiquattr'ore; vi basti il sapere che quello era il primo amore e che d'amore non aveva pur anco conosciuto altro che i tormenti..... Quelle furono ad una le più dolci e le più affannose ore della mia vita: temeva di vedere giunto l'istante e lo sospirava... povere illusioni d'un cuore ardente! . . . . . . . . . Alla fantasia che guidava pei campi eterei i sogni immacolati dell'amore virginale, in quell'ora fatale si spennarono le ali possenti, e cadde giù turbinando nelle melmose plaghe della materia....»
Salve, o del cielo primigenia figlia, O dell'Eterno coeterno raggio, Se tal nomarti senza biasmo io posso, O sacra luce!
_Hosanna in excelsis!_ Eccoci sul Monterone!
S'io fossi il re del mondo, avrei tanta fede da trasportare questo quadro incantevole nei giardini della mia reggia. Il bacino splendidissimo del Verbano, e le in esso ripetute sponde; i monti torreggianti dell'Ossola e dell'Intrasca co' loro cappucci di neve; là in prospetto la punta di Pallanza tutta fiori e verzura, e dietro le scheggiate vette della Cannobina; qui sotto colli fioriti tempestati di villeggiature, e le isole incantate; a sinistra le coste ondeggianti d'Ispra su cui spicca l'eremo di Santa Catterina nell'oscura tinta del macigno; dietro il lago d'Orta in cui il Monterone bagna le nordiche pendici; ed attorno le minori conche di Mergozzo, di Varese, di Bardello, di Monate, di Comabbio; un cielo sereno, freschissime aure — tutto in tanto mirabile contrasto armonizza a formare una scena, la quale — se vi molce l'animo la onniloquente bellezza della natura — adorerete genuflessi.
Se tu credi d'esser poeta e qui non inneggi, non tentare più oltre le muse — la tua cetra non ha corde.
Che tu sia adunque benedetta, o fonte vitale di tante aspirazioni, o vista! Per te la creazione è quasi opera nostra: per te nessuno è compiutamente infelice. Tu ne ravvivi nell'aspetto sereno de' nostri cari l'amore della famiglia e della patria: per te innanzi ai monumenti il cuore palpita di entusiasmo e di emulazione. Divina figlia del sole, come il sole dài gioia agli umani — orrendamente infelice quegli a cui tu non distrai il pensiero dall'idea fissa, eterna, del suo dolore!... No, no, Milton come Tamiri ed Omero, Tiresia e Fineo, furono cantori immortali — ma chi vorrebbe la loro gloria a patto di dover dire coll'angoscia del britanno:
... il giorno a me non riede: io non veggo Nè i dolci raggi del mattin che spunta, Nè quei del sol che cade; io più non veggo Di primavera i fior, nè rosa estiva, Non più scherzosi armenti, non più mandre, E non più volto d'uom, divina imago, Ma folta nube invece e buio eterno Mi cinge intorno, e dai piacer che dolce Fanno la vita, mi divide; invano Del bel saper, delle grand'opre sue Apre natura il libro; è per me tutto Oscuro, vôto, cancellato, e chiusa M'è a sapïenza una gran via per sempre!
Nessun senso, come la vista, ti mette in comunicazione con Dio.
Dopo d'averti dato il mondo visibile nell'immensa serie delle sue cose, l'occhio armato di lente scopre all'anima esterrefatta i misteri della creazione microscopica, dai quali nei muschi, nelle mucilagini, nelle ninfe, negli insetti effimeri nati ora per morire adesso, nei milliformi atomi ti si rivela una storia impensata, un nuovo mondo infinito, nè più nè meno di quello che scopri nelle miriadi dei globi celesti... cose ed anime che fanno presentire con delirosa vertigine l'incommensurabilità dell'invisibile, del non sensibile!
Dunque, mentre ti dà il sensibile, lo sguardo ti fa intuire l'ignoto.
Perciò nessun senso più divino della vista.
Chi visitò i luoghi più famosi per la magnificenza, o la serena bellezza, od il terrore da cui natura li ha improntati, avrà trovato senza dubbio una folla di visitatori che profonde in punti d'esclamazione quanto sente, o crede, o finge di sentire. Di questi, quelli che sentono con palpito le parole del creato, raro è non tacciano; i secondi si svaporano in iperboliche frasi di romanzo. I terzi sono però i più curiosi: senza la buona fede dei secondi, non volendo ammettere in se stessi la negazione delle facoltà più sensitive, s'abbandonano a rompicollo alle declamazioni d'un lirismo che in nessun modo può sollevarsi da fior di terra.
A cavaliere di un bel poggio fra le deliziose colline — bellissime fra quante vedere si possano — che adagiate lungo il Po, formano una catena lussureggiante di verzura in prospetto di Torino, sta un antico convento di cappuccini. Di lassù ampia, variata, stupenda la vista: il Po, Torino incastonata fra i suoi viali, un campo che è un immenso giardino, e in fondo, in giro, le Alpi, dalle marittime alle pennine in tutta la loro maestà. Un cotale con cui era salito lassù, dopo una fiumana di asmatiche declamazioni lardellate di citazioni storiche a fascio, da Annibale a Napoleone per Carlomagno, tacque ad un tratto — la vena era esaurita. Terminava l'inneggiare asserendo che chi non avesse ammirato addovere quel quadro e la stessa cornice, meritava di subire almeno almeno la sorte di Fetonte.
Dopo qualche istante, a mezze labbra e facendo lo gnorri, gli susurrai:
— Che Creso sarebbe il possessore di questo campo fertilissimo cinto dall'Alpi ed irrigato da dieci fiumi!
— Veh! la prima idea che mi venne in capo quando m'affacciai a questo spettacolo...
— E poi dicono, pensai tra me, che la prima idea non è la più giusta!
Non so se questa sarà pure la prima idea che frullerà in capo a voi infaticabili amatori della natura, sul culmine del Monterone, ove la prospettiva compensa generosamente la fatica — prospettiva che non la cede per nulla in estensione ed in varietà a quelle più rinomate dei monti della Svizzera: — io però a conforto della maggior parte di voi, vi ho serbato fino a quest'istante una sorpresa la quale non influirà poco sui giudizi che darete della grandiosa scena... Vi dirò adunque che certo Cobianchi Intrese ha eretto nel mezzo di amenissima alpe un eccellente albergo... non vi dico altro...
Buon viaggio; buon appetito non v'auguro... ve n'accorgete quando sarete giunti lassù. Ammirato il quadro, refocillato lo stomaco addovere, discenderete giurando che chi visita il Verbano e non il Monterone gli è come s'andasse a Roma senza vedere il papa — e che il Cobianchi, considerato il benefico influsso della sua ospitalità, merita almeno di essere insignito cavaliere... della tavola rotonda.
VI.
_I piroscafi. — Una donna che mangia. — Gli stranieri. — I laghisti. — Primato mascolino. — Il concertista di Cannobio. — I contrabbandieri. — Rivista di sponde._
=Tanti paesi, tante usanze.= _Prov. ital._
Sul Lago Maggiore come sul Lemano e sul Reno nella stagione propizia al girovagare chi viaggia sui piroscafi ha il destro di conoscere a certi tratti singolari la nazione della maggior parte dei compagni.
Il S. Gottardo da pochi minuti aveva lasciato l'approdo d'Arona, quando io mi feci sulla tolda fra un ducento viaggiatori d'ogni età, pelo e colore, che parte in piedi, parte seduti, stavano guardando la città dei Borromei che spariva dalla vista. Un terzo della tolda era occupato da una catasta di cassette, bauli, valigie di cuoio e di stoffa ricamata, di gabbie di uccelli, di scattole e di fagotti d'ogni colore.
Una mezza dozzina d'Inglesi s'era installata sulla coperta, attorno ad un tavolo, al miglior posto; coprirono il tavolo e gli scanni vicini di libri-guida, di album, di cannocchiali, di buste da sigari e di abiti in gomma — e si cinsero cogli ombrelli, le sacca ed i bastoni da alpi, d'una insuperabile bastita.
Una signorina — ancora ne fremo! — doppiamente graziosa perchè bella e bionda, mi stava seduta dinnanzi; la personcina, in cui l'armonia delle forme pareggiava la gioventù freschissima, semplicemente vestita, suffusa dal tocco potente del nostro sole, s'inquadrava sì bene nell'orizzonte sereno che io finii nella mia ammirazione per crederla una fattura di Frate Angelico, il soave dipintore delle vergini e dei cherubini. E da quegli occhiacci quanta poesia, quanto candore — un poema sull'innocenza! Nel crescendo della mia meraviglia, dopo di aver passato in rassegna l'Eva di Milton, Ofelia e Zuleika e quante deità femminili aveva plasmato la fantasia de' meglio famosi poeti britannici, non m'avvidi punto che Intra — a cui mirava qual meta — mi passò dinnanzi come l'ombra di veloce rondinella, o per dirla più giusta, appunto come se il battello non l'avesse avvicinata. Non adirarti, Intra mia più buona che bella, in questo istante leggo in quegli occhi troppo vaghi pensieri perchè io possa pensare a te....!
Il piroscafo s'era allontanato dallo scalo clamoroso della città industre; il cameriere apparecchiò un desco e la _divina_ vi sedette. Ritornò poco dopo portando un gigantesco piatto di costolette mezz'arroste e di patate fritte, un piatto per tre — anche letterati; — la _bella_ mangiò tutto. Il cameriere ritornò più volte con thè, latte, butirro, pane arrostito, salame — tanto da sfamare tre librai; — quella donna divorò, tracannò tutto, fino all'ultimo bricciolo, all'ultimo centellino....
Perchè non aveva pensato di mettersi al travaglioso — non posso dire dilettoso — _asciolvere_ (e pranzerà tuttavia?!) prima di giungere ad Intra?
Se tutte le donne inglesi mangiano di quella fatta, comprendo con quanta ragione Byron diceva che una donna bella _non deve mangiare_.
I Tedeschi — se non sono studenti — circospetti, immoti, con una serietà bovina guardano fantasiando le spiagge. Benchè non trovino nella cucina lombarda dei piroscafi la zuppa alla birra di Manhein e le salsicce di Gottinga, pranzano a bordo, ma per tratto caratteristico scendono a maggiore agio nella sala, accontentandosi quanto al paesaggio di goderne quel po' che difila dietro le ovali finestruole.
I Russi, quei Russi che, se non m'inganno, cent'anni fa Alfieri diceva barbari vestiti all'europea, oltre alle qualità negative degli Alemanni hanno nel loro contegno un certo che d'austero che s'attaglia mirabilmente alla robusta loro struttura. Ma come ogni singolarità nazionale va elidendosi al frequente contatto delle nazioni, alla crescente preponderanza delle mode di Francia e d'Inghilterra, anche quelle barbone che parvero ad Alfieri una fra le cose meno spiacevoli di quelle regioni della pelle d'oca vanno sparendo. E se la buon'anima sua rivedesse quelle capitali, non riconoscerebbe _l'antico accampamento di allineate trabacche_, tanto quella nazione seppe progredire nella conquista della civiltà, malgrado i secolari pregiudizi, la massima corruzione delle classi elevate e la retriva ignoranza del popolo.
Ma che è mai questo chiasso?
Quel tale, malgrado le rimostranze del pilota, vorrebbe stare in piedi sulla barriera a poppa; il suo compagno canterella una canzone di Béranger pipando, sdraiato sui sedili, senza curarsi un'ette di chi gli sta d'intorno; la signora, sfidando gli sguardi indiscreti, s'è arrampicata lesta come un gatto per la scaletta di ferro sul ponticello fra i tamburi delle ruote, non pensando alla difficoltà di scendere senza compromettere.... il crinolino! Chi non sa ora — anche senz'intendere l'epigrammatica canzone, ed il nasale cinguettìo dei compagni — che quella famiglia è francese? Amabili e spensierati figli della Francia, chi non vi perdona volentieri l'avventata vostra leggierezza, in grazia del coraggio con cui la vostra nazione guida le sorelle nella via del progresso civile? Volere o non volere, essa dà al mondo grandi lezioni — senza pedanteria, senz'annoiare i discepoli.
Le strade ferrate, i telegrafi elettrici e forse più rapidi mezzi di comunicazione cancelleranno un giorno le poche qualità salienti che ancora distinguono le varie nazionalità; sarà un bene od un male?
* * *
A prua stava un centinaio di popolani seduti sopra zane e cestoni di frutta, d'ova e di polli; uomini abbronzati, secchi, temprati al gelo ed al sollione, alle fatiche ed alle privazioni; donne membrute, faccie poco leggiadre, di bel petto, risolute, e tanto nullatementi quanto procaci per verun verso; qualche ragazza avvenente, tra 'l montano e 'l marino, di nera capigliatura, di cera maliziosa; ragazzi vispi, di contorni gentili che presto la rude educazione e l'aria mordente rompe a forti linee. In un crocchio regnava una donna — dove non regna la donna l'uomo imbestia — la quale rintuzzava con tanto brio le più o meno (e meno anzi che più), spiritose frecciate che i compagni le saettavano a bruciapelo _sulla preminenza dell'uomo_ sopra il bel sesso, che da quel punto in poi io non lo chiamerò più il sesso debole. Un tale — ignoro se sinceramente o per mascherare la tendenza del cuore — non le scoccava dardi, ma pistolettate, avresti detto, del genere più mascolino, come: _La donna è una scopa_, _un serpe avvelenato_, _l'origine eterna d'ogni male_, ecc.; — senonchè quella furbacciona gli rispose interrompendolo con un'occhiata sì dolce, sì promettente, che la pistola fece cecca, l'uomo s'ingarbugliò, i compagni risero, ed io compresi una volta ancora essere molto più facile dire cose d'inferno della donna che sottrarsi all'impero, alla seduzione delle sue grazie.
Arrivati a Meina, la brunotta disse: addio, compari, non vado più a Intra; ho cambiato pensiero, discendo qui. Discese nella barchetta di traghetto; — già vi stava rincantucciato a poppa il sere — a cui i compagni, ridendo a smascellarsi, gridavano: Eh! Pero, anche tu hai cambiato strada.... Non hai più paura del serpe? — La bella, puntati i suoi piedini sullo scanno di contro, guardò ghignando i coristi, e voleva dire: Avete un bel gridare cose da chiodi di noi; con un capello vi tiriamo sempre a' nostri piedi.
Siccome non conosco il resto della storia, resto a bordo, augurando mille gioie a quelli che hanno cambiato pensiero — benchè _il primo sia sempre il migliore_!
Appoggiati alle cabine del ponte, silenziosi, indifferenti al chiasso che si faceva sul piroscafo ed allo scorrere delle vedute lungo il lago, alcuni frati mendicanti....
— Zingaro mio, accoccane loro una delle tue, delle più saporite... Non risparmiare questi fannulloni che in nome di Dio s'ingrassano a spese del povero....
— Zitto là: anzitutto i frati in quistione non erano punto grassi; poi — se pure non l'ho detto ancora o non m'hai compreso — io non pretendo incastonare a mezzo di una passeggiata per godere e darsi bel tempo, quelle rancide quistioni di frati, carabinieri, trovatelli e compagnia, che oltre all'aria pedantesca di volere ad ogni passo riformare la società, spirano una tale afa di noia da farti dormire lì su due piedi.
Zin, zin, ziroziro! Zitti tutti quanti! Largo ai concertisti di Cannobio!
Fra le due ruote del battello, presso gli spiragli della macchina motrice, un vecchiotto segava un violino: attorno a lui col becco rivolto in su, una nidiata di ragazzini da sette ai dieci anni _accompagnavano_ il padre con violini e viole, — serii, malinconici, per non poter saltellare liberamente cogli altri putti; — ma nessuno avrebbe potuto guardar quella povera bimba accollata ad un grosso violoncello, stare tutt'occhi ed orecchi per dare il colpo di arco a seconda dei movimenti dei piedi paterni — e pestava sì forte il dabbenuomo che evocò dal loro antro vulcanico gli affumicati attizzatori dei fornelli del piroscafo — colpo d'arco che era dato tuttavia or troppo presto or troppo tardi — e le manine di lei impotenti a comprimere sulla tavoletta le corde, per cui ad ogni vibrazione il cattivo strumento si doleva con un zirlo acuto d'essere caduto in mani sì innocenti; nessuno dico avrebbe potuto guardare quella graziosa figurina ed i fratellini ed il babbo fornire quella musica faticosa, senza porgere loro una moneta ed un mesto sorriso... Zin, zin, ziroziro!
E quando il ziro ziro finì, la ragazzina diede un lungo sguardo sugli astanti quasi per leggere sui visi altrui l'approvazione, mentre il povero padre si dimenava in mezzo alle sue creature per armonizzare — Dio sa come — i loro strumenti. Ma tutti i cuori erano perfettamente d'accordo per compiangervi, perchè tutti gettarono nel cappellaccio del _maestro_ un soldo: anzi credo che Verdi stesso di cui avevano scorticato il brindisi della Traviata, presente avrebbe dimenticato le giuste suscettibilità dell'autore. Raccolti i soldi, risonarono — una sinfonia, del papà, il caos. Zin, zin, ziro zin!
Il concertista di Cannobio è un artista?
L'artista è creatore — e qual creazione più originale della sua sinfonia? Chi potrebbe meglio rappresentare il disordine? L'effetto poi corrisponde al merito — lagrime, risa e soldi. Mi direte che il vecchietto non ha genio — ma se il genio, come disse quel valentuomo di Bouffon, è una lunga pazienza, chi può contrastarglielo?
* * *
Il laghista ha un carattere suo proprio, come quello che dipende in gran parte dalla posizione della sua terra. Vicino alla Lombardia, egli ha l'abbondante loquela, lo scherzo facile, l'arrendevolezza dei Lombardi; appiedi delle Alpi ama il lavoro, ed è schiettamente ruvido ed armigero come i Pedemontani; sull'acqua, ed è industre, bramoso d'arricchire come i Liguri. Quanto ai difetti, egli ama appassionatamente il suo bel paese — compresi i campanili — e lasciata in disparte la smania di considerare la città vicina, il villaggio della stessa costa inferiore al natale, esso ha ragione. La via ferrata, i piroscafi, la nuova strada al Ticinese faranno con eloquenza assai maggiore della mia comprendere che le sponde del Verbano su per giù non sono che una grande famiglia sotto un medesimo tetto.