Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries

Part 2

Chapter 23,617 wordsPublic domain

Un ultimo fischio e il correre si rallenta gradatamente, il convoglio penetra nei campi, ritorna a riva, entra sotto una tettoia, ove cento voci — Arona, Arona! — ti fanno accorto che sei finalmente giunto alla sospirata sponda di quel Lago Maggiore che nella fantasia t'apparve certamente come una regione incantata a cui sorrida eternamente cielo e primavera, abitata dalle più avvenenti ondine, dai più amorosi silfi.

Io vi confesso candidamente di non avere mai fatto questi sogni, e per la zinganesca mia esperienza che mi ha dimostrato i giudizi assoluti essere sempre in alcuna parte erronei, e il male dai mille aspetti mescersi con disuguale misura al bene, e perchè rifuggo dalle imaginose aspettazioni, le quali per lo più al contatto della realtà risolvonsi in dure delusioni. Mi pare quindi profittevole....

— Cosa fa il signore? Scenda, il convoglio non procede mica oltre....

— Benissimo; grazie. Parmi profittevole, diceva, di usare nel giudizio delle regioni che si percorrono, anche coll'intendimento di studiarle oltre l'epidermide, quella mite benevolenza che ogni onesto desidera praticata verso il campanile della sua parrocchia. Quanto al bello, al buono, quantunque spesso il miracolo non faccia il santo, il fidarvisi è la meglio; quanto al brutto ed all'incivile giova il credere che la virtù sta di casa dove meno si crede, e che tanti paesi, tante usanze... E poi gli uomini la pensano così diversamente! Aprite un libro di proverbii — li dicono la più bella eredità che le generazioni si tramandino, la sapienza delle nazioni — sentite che armonìa di opinioni:

Chi sta bene non si move, e Non diventan porri che i trapiantati.

Pietra mossa non fa musco, e Chi vuol far roba, esca di casa.

Chi disse donna, disse danno, e Senza donna a lato l'uom non è beato;

e cent'altri grossolani e dilicati, che vanno d'accordo che gli è un gusto ad appaiarli!

— Signore — disse in quella una _guardiastazione_, la stessa che m'interruppe già una volta — questa è l'uscita; e m'indicò la porta. Se questo dabbenuomo non mi cacciasse con tutta quella buona grazia di cui è suscettibile un guardiano di via ferrata, io vorrei, o compagno, dimostrarvi come la bellezza oggettiva abbia meno cultori di quanto è voce.... ma non c'è verso, egli m'insegue sino all'uscita.... Quest'insistenza mi desta un dubbio: ch'egli abbia inteso un motto delle nostre chiacchere più o meno estetiche, e voglia risparmiarne lo spettacolo poco architettonico della stazione? Chi lo sa? Dopo la _democratizzazione_ del sapere, chi può giurare che sotto il saio dell'artiere non s'asconda la giornea del professore?

III.

_Arona — Le illusioni ed i doganieri. — Una cipolla fra le rose._

Chi tosto giudica, tosto si pente. _Prov. ital._

Orta! — Angera! — Gozzano! — Varallo! — Domodossola! — Albergo della Posta! — Reale! — d'Italia! — A me il sacco! — Zolfanelli! — Sigari! — Ecco le strida che invariabilmente accolgono il viaggiatore all'uscire dallo scalo della ferrovia d'Arona: vociare che mette in non lieve imbarazzo il viaggiatore che non ha meta prefissa al suo vagare.

Per mia fortuna, fra tanti vetturali, facchini, camerieri e ciceroni _pro domo sua_, una voce che partiva dal mezzo di una folta ispidissima barba, tuonò al mio orecchio, mentre mi sforzava di attraversare quella ressa di rompiscatole, il nome dell'ottava meraviglia del mondo e l'unica di Arona, _il S. Carlone_, e mi fece così risovvenire di un monumento intorno al quale aveva sentito nella prima adolescenza tante mirabilia. Si vada adunque al S. Carlone! Senza dare risposta ad alcuna delle insistenti domande — unico modo di liberarsene, a meno però vogliate farvi in dieci per non far torto a nessuno — mi avvio verso la cittadina, dando occhiate a destra ed a sinistra, come quegli che senza soffermarsi troppo vuole spendere poco e vedere molto.

Appena uscito dalla casona dello scalo, un bel giovinotto, dall'assisa di doganiere — ad Arona vi sono più doganieri che mercanti — con un garbo da farmi strabiliare, (poichè a me un doganiere era sempre parso il rappresentante della prepotenza legale, dei pregiudicii economici, la barriera che impedisce il bacio cosmopolitico dei popoli) mi fece ricredere pienamente, avvisandomi che se io desiderava imbarcarmi sopra un piroscafo, il _S. Gottardo_ stava per salpare, aggiunto poi per soprassello che io avrei potuto girare e rigirare in lungo ed in largo il lago senza la noia del passaporto. Malgrado il desiderio di accettare l'invito della tintinnante campanella del _S. Gottardo_, io non volli partire senza visitare l'interno della città pittoresca — al di fuori — ed il famoso monumento al suo cittadino, benchè sapessi che vi sarei ritornato più d'una volta nelle corse ch'io aveva in animo di fare lungo le spiaggie verbanesi.

Il _S. Gottardo_ diede l'ultimo tocco di squilla, si staccò con tutta facilità dallo scalo, e descritta una vaga curva, partì avvolgendosi, come d'un velo per difendersi dal sole cocentissimo, nei vapori della caldaia fumante.

Serbatomi per la vetta del colle di S. Carlo il giocondo spettacolo del lago, come un ghiottone serba ultimo il manicaretto più sapido, entrai in città.

* * *

Eccomi in Arona! Salve, città dei Borromei!

Seduta a riva del lago, pare tuttavia che tu ne sdegni la paternità, poichè ti volgi innamorata con occhi desiosi verso i clivi fiorenti di Oleggio Castello, lasciando al ceruleo nappo l'ammirazione della poco graziosa tua parte diretana. Almeno ne' calori della state le pendici superiori inviassero alle tue viuzzole il conforto delle aure profumate dei loro laureti!

Attraversando la città, contai trentacinque osterie, trenta preti e ventisette accattoni. Era il meriggio caldissimo, ed io passava correndo per involarmi all'afa soffocante che, uscita dai canali sotterranei delle vie inferiori, mi inseguiva minacciosa, quando una frotta di creature che facevano ressa attorno ad una casa di modesta apparenza m'impedì di proseguire oltre.

Erano ventisette accattoni.

Voi che avete da accarezzare — in tasca — un _sovrano_, se vi avviene d'incontrarvi in quella turba, è d'uopo lo consigliate d'addivenire ad una transazione costituzionale dividendo il potere, salvo a voi suo ministro di farvi forse rompere le invetriate dai malcontenti — o senza transigere coll'_esigenze della situazione_, corriate attraverso ai chiedenti senza ascoltare quelle voci supplichevoli che sono pure una rampogna....

Io mi arrestai. Qui più d'un ciarlone vi direbbe ch'egli, arrossendo quasi dell'eccellente salute, intenerito alle lagrime, divise la borsa coi mendici.... Io che non voglio farvi il torto di credere che mi stimereste un cicino di più, quando vi dicessi che ho dato a quegli infelici un obolo — che il più delle volte è un soldo asciutto come il sistema decimale — non vi dirò nemmeno d'aver fatto alcune considerazioni economiche sulle trentacinque osterie ed i trenta preti, e tiro innanzi, cioè mi fermo, poichè la porticina di quella casa s'aperse e v'apparve....

Chi non l'avrebbe desiderata amante? Che bell'occasione di miniarvi un ritrattino sì sorridente da mandarvi in visibilio! Ma quest'oggi, dopo quella certa meditazione sulla fallacia dell'apparenza, temo che i colori della mia tavolozza diano troppo nel duro, nell'angolare; per non ripetere adunque su tutte le varianti le forme serene di tanta bellezza, lascio alla vostra fantasia di pennelleggiare co' rapidi suoi tocchi una di quelle soavi figure che le donne invidiano e gli uomini rispettano.

Intanto i re della miseria, coi loro nodosi scettri nella destra, avvolti nei pidocchiosi palli onnicolori, mi avevano circondato, levandosi dalle nuche capellute un frusto di berretto spelato, e succhiavano con avido sguardo la borsa che teneva la fanciulla nelle mani.

Io pure salutai riverente quell'apparizione che avrebbe potuto inspirare a Vela una vivissima idea della carità cristiana, ed ella.... ma che? Al vedermi estatico contemplarla, sorrise di guisa che tutto ne fui scosso. Era derisione? Chi lo sa? Malgrado mio, nella limpida innocenza di quel volto primaverile, quel sorriso — non ridete — m'apparve come una cipolla nel bel mezzo d'un mazzolino di rose, quale io vidi farne dono per celia ad un appassionato cultore di antitesi.

Ella porse agli accattoni le sue monete; una moneta ad ognuno che venisse ad invocarla un mattino di venerdì a quella porta: indi rinchiuse la porta senza strepito, senz'impazienza, quasi a tacita promessa di non negarne giammai l'accesso al mendico. Io, mentre si recitava attorno un _pater_ ed un'_ave_ per conto della fanciulla — a cui auguro ottengano un buon marito — dimenticato quel certo sorriso e la cipolla relativa, intonava fra dolcissimo pianto un inno alla pietà che ove fosse stato inteso da lei, forse io avrei fatto più lunga dimora in Arona....

Ma ecco attraverso l'iride d'una lagrima la rosea fisionomia imberbe del doganiere. Gli racconto la commovente istoria; un'irresistibile curiosità mi sprona a ricercare chi sia quell'angelo che profonde le ricchezze di questo mondo per la beatitudine dell'altro, vero prestito ad usura — se ancor vi fosse usura. — Mi appaga ed aggiunge che i mendici convengono nella città dai dintorni una volta almeno per settimana.

— Dunque, diss'io, ella dà loro tanto da alleviare i dolori di chi non ha sulla terra che la speranza del cielo e la compassione dei generosi — per una settimana? Oh tremila volte benedetta! Oh santa! Oh terra fortunata!

— Signor sì, se per essere da tanto basta regalare un quattrino, antica moneta milanese!

E imperturbabile, colla logica orribile dell'aritmetica, mi dimostrò che Iddio avrebbe dovuto fare per quegli sgraziati il giorno di cento ore senz'accrescere i bisogni del ventricolo, onde procurarsi lo stretto necessario per campare in ragione d'un quattrino ogni due ore; o, supposto che nelle ventiquattro ragranellassero altrettanto, ch'essi potessero stare, come i ragni, sei giorni senz'alimento.

— (Mefistofele gabelliere!) Dunque muoiono di fame sei dì per settimana?

— Morrebbero se altri non li soccorresse senza l'ironica ostentazione di chi dà quello spettacolo poco costoso. Tutto è apparenza! La saluto.

— Tutto è apparenza, anch'esso lo sa! Ora comprendo quel certo sorriso, la cipolla fra le rose! E come sì giovane e sì presto senza le confidenti illusioni della verde età?

Ma se n'era andato pe' fatti suoi — o per quelli degli altri, più facilmente — il che ne torna perfettamente uguale; sicchè la mia domanda dovette cercare una risposta nelle considerazioni dell'influenza che il mestiere aveva potuto esercitare sopra di lui. Ed io non ebbi a meditare gran fatto per accorgermi come in esso s'avvezzino a guardare ogni cosa attraverso la lente prosaica, spassionata che conta i fili della stoffa e stabilisce un prezzo alle creazioni delle arti — tanto che sarei quasi tentato di supporre che il famoso dilemma di Amleto _essere o non essere_ sia stato suggerito a Shakespeare da qualche doganiere pensatore.

Povere le illusioni coi doganieri! La donna, quest'angelo che ecc., ecc., non è per essi che un portamantello addobbato più o meno di raso; un ritratto, pegno di un soave affetto ricambiato ed infelice, su cui scoppiarono pianti sconsolati e baci frenetici, perde tutto il valore sotto gli occhiali del perito; una treccia di capegli, oh sacrilegio! può essere considerata concime; che più? il libro a cui pose mano cielo e terra, vale per essi secondo il peso, la legatura, i fermagli..... Se nelle lotte letterarie i _realisti_ potevano contare sull'aiuto dei doganieri, le nebulose fantasticherie alzavano i tacchi come altrettanti contrabbandieri.

Scrivete la storia della dogana; narrerete quella dell'incivilimento. Narrate quante castronerie stampate ed illustrate giungono d'oltre Alpi, quante di queste, con veste nè forestiera nè italiana, cambiato il titolo con quello di originale italiano, si spargono a sollucherare la frega del forestierume, e non del buono certamente, ed a fare più sonnolenta ancora l'indifferenza italiana per il pane casalingo — narrerete le nostre, e anche un tantino le altrui miserie letterarie. Enumerate i gingilli, le festuche, i ciondoli, le minuterie e quella multispecie farragine di coserelle utili e disutili, strane e curiose che la moda ne manda da lontano, e che accettiamo senza desiderio di procurarcele da noi stessi — e narrerete che gli Italiani non solo non le sanno fornire, ma neppure battezzare colla loro lingua. Contate le armi che valicano le Alpi o varcano i nostri mari ad offesa o per aiuto — i quadri e le statue ed i manoscritti e gli oggetti che per arte o memoria i nostri antichi meno vanitosi di noi e più generosi raccolsero con religioso studio e con principesca magnificenza, e che ogni anno, senza ritorno o cambio, lasciano la terra che li aveva creati e venerati; — avrete irrepugnabili argomenti della floridezza e della decadenza delle genti. Possa l'indipendenza e la libertà far salire nel futuro a bosco i tanti bruchi che formano la speranza della nazione artistica!

A proposito delle nazioni, la questione sanguinosa della loro indipendenza è sciolta dai doganieri — quando si ritrarranno ai confini naturali. Tuttavia, penso, se in quest'età meravigliosa in cui ogni dì annienta un secolo di tradizioni senza che si possano prevedere i prodigi della domane, la famiglia umana si confondesse in un fratellevole amplesso — concedetemi un istante l'ipotesi stranissima — dove, domando io, dove n'andrebbero le miriadi dei doganieri che incorniciano i mille regni?

Proporrò il quesito alle disquisizioni degli economisti, degli umanitari, e di quanti s'avvisano di riformare la commedia comico-seria del mondo — a meno che in questo frattempo si scopra mezzo di rilegarli (parlo dei doganieri, è chiaro) nel mondo dei miti in compagnia di tante altre anticaglie.

È tempo di fare ritorno alla nostra cittadina, da cui mi fece digredire il mal vezzo di camminare balenando corpo e mente, peccato di cui farò penitenza d'or innanzi col correre per qualche giorno la carreggiata della strada _maestra_, senza neppure guardare colla coda dell'occhio quanto m'invitasse a varcare la siepe ed a visitare ciò che non è nel programma tracciato sul nostro portafoglio. Ritornando adunque alla cittadina, dirò che nelle successive visite appresi che non solamente poche città hanno relativamente tante caritatevoli instituzioni quant'Arona, ma che io avrei preso un solenne granciporro se l'avessi giudicata dalla scena di cui io stesso era stato testimone.... tanto è vero che tutto è apparenza!

IV.

_Viaggio al naso del S. Carlone. — Angera. Dalle corti d'amore al mormonismo._

La più bella passeggiata nei dintorni d'Arona è la salita del poggio su cui s'erge il monumento a S. Carlo, che per la mole il popolo suole chiamare il _S. Carlone_. Esso appare da quasi tutto il bacino da Taino a Belgirate, ed è bello vedere dal lago quel titano disegnare sull'azzurro del cielo la sua figura tranquilla.

Ammezzo la salita incontrai un cortesissimo Bavarese che si recava pure lassù, per giudicare co' proprii occhi se la colossale statua della _Bavaria_ nel Valhalla presso Monaco la cedeva in fatto d'arte alla rivale italiana: ammirai la suscettibilità del Tedesco, il quale, poichè d'improvviso ne apparve sulla vetta il _S. Carlone_, dopo attento esame, colpito dalle mirabili proporzioni di tanta effigie, e dalla dignitosa e ad una soave espressione dell'immortale che benedice alla sua patria, confessava candidamente che se il monumento italiano era condotto meno splendidamente del bavarese, di contro per valore artistico e per situazione gli era di gran lunga superiore. Gloria adunque al Crespi che lo disegnò!

Anch'io volli sedermi nell'interno di quel naso famoso; e quel dovermi arrampicare per un camino oscuro e pieno di schifosi ragnateli e di pipistrelli svolazzanti, spingendomi in su colle mani e coi piedi per certi piuoli di ferro — pericolosa ginnastica che meriterebbe all'ascensore almeno un'indulgenza — mi suscitò il dubbio che il Santo abbia suggerito all'artefice questa paurosa scala, onde ognuno pensando alla probabilità di rompersi se non altro il collo, sia richiamato ai giovevoli pensieri della morte dal tripudio fascinatore della natura che festeggia attorno lo sguardo. Chi lo sa!

È vero che il dabbenuomo che dal vicino collegio vi reca una lunga scala per salire sul piedistallo e di là ad un buco — non posso assolutamente dirla una porta, nè una finestra — ripete a tutti che per privilegio concesso dal Santo nessuno mai si ruppe il surriferito osso del collo. Chi sarà il primo? Non io senz'alcun dubbio, avendo dopo la fortunata mia discesa giurato di non cimentare mai più la buona fede del dabbenuomo sulla validità del suo privilegio. Del resto — senza danno del privilegiato — direi che di lassù la vista non corre più lungi gran cosa che dalla vetta del poggio.

Sotto e sopra il quadro che ti si para distoglie assai presto dall'osservare il monumento, se non dal pensare a chi raffigura, quantunque meritamente S. Carlo sia il personaggio storico-religioso più popolare nella Valle del Po, per non dire in tutta l'Italia.

La collina del Vergante che alla mia sinistra abbraccia il lago declinando a Belgirate, tutta verzura e fiori, è sì vaga nelle sue curve; alla destra i facili poggi di Dormeletto e di Borgoticino corsi dalle vaporiere fumanti mi traggono col pensiero ai giardini liguri; il cielo e le onde quete sorridono con tanta armonia, che — se uno zingaro potesse gonfiare vesciche — direi che la natura canta sì bene le glorie dell'immortale che la melodia v'assorbe interamente a scapito del soggetto!

Volete voi una scena pittoresca, una scena degna delle sponde del Reno? Guardate là — in prospetto d'Arona. Il castello d'Angera tutto fiero de' suoi sette od otto secoli, irto di merli che sfidano i denti adamantini del tempo, la fronte rugata dal fulmine, sta accoccolato senza barcollare, pensoso come un veterano, sopra una rupe sfiancata sotto cui si acquatta il villaggio, quale un pulcino sotto l'ali della chioccia. Lo direste un quadro _dal vero_ — vi sfido io a contraddirmi! — del medio evo, in cui appare con vivissimo contrasto la schizzinosa protezione del feudatario e la mormorante docilità dei vassalli. Il palazzo conta cinquecento anni.... Quant'acqua corse giù pel Ticino!

— La torre però non novera che tre secoli circa, m'hanno detto.

— E' bastano per formare un abisso fra noi e quei dì. Quante antitesi! Asili infantili e giochi di borsa; manicomii e crinolini; vetture, congegni, libri e legislazione a vapore; corrispondenza elettrica d'idee e di passioni, e.... tutto quel resto che voi sapete e che taccio per non romperla in viso alla modestia: mentre allora! Il po' di buono che quella tempra d'omacci aveva noi l'abbiamo cresciuto, raffinato, sublimato coi lambicchi del progresso....

— Meno le lettere, le arti, e l'amore della famiglia....

— Eh! Eh! La non mi conta nulla per le lettere questo turbinio di _riviste_, di giornali e di romanzi? E per le arti l'è forse cosa da smorfie la fotografia? Quanto al culto della donna, la verginità sospettosa delle idee dei nostri babbi semplicioni ha fatto luogo con altre credenze all'analisi razionale, la quale — a dirvela in un orecchio — tende in ciò dritto al mormonismo...

— Messere, m'accorgo che non siete ammogliato...

— Quest'aria frizzante mi persuade di parlare liberamente — ad essa la colpa. Il tempo delle corti d'amore, dei tornei, dei trovatori non è più; e lo sanno le donne. L'uomo ha capito che cantare e farsi sbudellare per l'incerta virtù d'una bella — sovente brutta — sarebbe un vero sciupìo di tempo.... E chi giura adesso sulla virtù di una donna, se non quegli che giura ancora sull'amor patrio dei tanti sollecitatori d'impieghi? — Io però sacramenterei tuttavia per l'onestà d'una donna con quella buona fede che invoco invano in me per i mercanti di parole d'ogni colore: che ciò stia fra parentesi.

Quanto ai trovatori con qualche piccola variante, se non la chitarra, hanno cambiato metro; ma neppure quegli antichi cavalieri della bellezza giungerebbero al delirio platonico di accontentarsi, dopo la lizza, di portare i colori della signora. — Se io vi dicessi che uno dei meglio famosi poeti del giorno, che cantò tutti i santi del cielo e della terra, fu trovato poco tempo fa ginnocchioni innanzi all'arrendevole fantesca della sua bella rigorosa? — Oh?! — Sentite gli echi: Oh! oh! oh! —

Per fortuna questi due ciarloni, nostri compagni di viaggio nella testa di S. Carlo, di piuolo in piuolo scomparvero giù del camino.

Nel mirare dietro le torri del vecchio castello i monti di Varese, e più in là sfumanti nell'azzurro dell'aria quelli del lago di Como; attorno in semicerchio le vaghe colline di Lesa e di Arona dalle curve chiomate fra cui spicca nel verdoscuro della vegetazione qua e là una casa, un campanile, una chiesuola; dappertutto scoprendo varietà, sotto e sopra, nelle sponde e nei diversi toni dell'orizzonte e delle acque, compresi il perchè anche agli abitatori delle rive marine il lago inspira amore di sè.

L'oceano se placido t'infonde quella malinconiosa riflessione che compenetra l'uomo all'aspetto d'ogni cosa infinitamente grande — riflessione da cui sorgono meditazioni profonde di cui a tutti non è dato l'assaporare l'intima voluttà — se burrascoso t'atterisce; il mare imponente nel golfo di Napoli come sulle sparute scogliere di Gibilterra o contro le dighe d'Olanda parla sempre — come Giove fra gli Olimpici — troppo grandiosi verbi perchè tutti li comprendano.... ma il lago riverbera sempre colla varietà de' suoi aspetti la vivacità, la piacevolezza; se una tempesta si scatena la notte sulle sue onde, essa ti fa prevedere come l'indomani le piante ritemprate dall'acquazzone saranno sfavillanti ai primi raggi del sole colle foglie ancora gemmate, e le frutta ed i fiori — se la grandine li risparmiò — più coloriti. Dopo la burrasca marina — tremo al solo rammentarne le orrende scene — scendi alla ghiaiosa spiaggia, e trovi fra gli scogli tuttora echeggianti dei sinistri ululi dell'aquilone il fusto d'una pianta divelta, sfrondata da un colpo di mare, una tavola — che servì forse ad una lavandaia — che t'evoca dagli abissi il naufrago disperato che un maroso divelse da essa, mentre la folaga pare s'aggiri turbinando per scoprire sui fiotti il cadavere che il mare ributta. Sulle sponde dell'oceano mediti, su quelle del lago sorridi: là l'eternità, qui la vita.

V.

_Il Monterone. — Studi fisiologici sopra i cinque sensi. — Il lago a volo d'uccello. — La prima idea._

Mentre c'incamminiamo verso la vetta del Monterone per facili ed ombrosi sentieri, compagno mio, facciamo quattro chiacchere.

Tu hai da sapere — prima ancora di descriverti le veramente inudite meraviglie di Intra e Pallanza — che ieri nelle ore pomeridiane mi sono rannicchiato fra alcuni scogli dell'isoletta di S. Giovanni, e godendo ad una la frescura vespertina dell'inverno ed il rezzo di alcune piante protendentesi ad ombrello sopra il mio capo, me ne stava pensando come fra tutti i libri il meno intelligibile sia l'uomo, questa edizione _princeps_, direbbe un bibliofilo, che fa sì splendida mostra nella biblioteca della natura. Dopo di avere scartabellato nella mia mente tante pagine non sempre terse, confortevoli, del misterioso volume, finii per domandare a me stesso quale dei sensi maggiore relazione avesse coll'anima.