Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 17
Questa fu la prefazione che Antonio Guenza, di ritorno dall'armata di Spagna pieno l'animo d'intollerante audacia e le tasche di doppioni d'oro, pose alle sue opere future.
Ad Arivasco, se non erro, havvi ancora una sua casa colle mura perforate da fuciliere.
Salì poi in valle Formazza, ove regnò assoluto signore.
La tradizione popolare, che conserva memoria vivissima di quell'uomo strano, lo raffigura piuttosto come superbiaccio che voleva imporre ossequio e timore che non uomo d'animo perverso. Nessuna contrattazione facevasi senza che il capitano avesse dato il suo beneplacito. Con lui non si scherzava punto: armato di stocco e di pistole, quando gli talentava uscire per le viuzzole dei casolari, i ragazzi correvano a nascondersi sotto il grembiale della mamma, e gli uomini s'affrettavano a cedergli il passo e ad inchinarlo.
Tuttavia non mancò l'animo ad un certo Anderlin di tenergli bordone nella contesa di alcuni confini avvenuta fra lui e il capitano, il quale non amava punto si discutesse sulle proprie pretese. L'Anderlin, dopo d'avere recisamente negato al capitano la trasposizione del Dio Termine a proprio danno, sapendo per fama che manesco e prepotente uomo gli fosse, si teneva in guardia d'insidie, quantunque non apertamente minacciato. Una volta, stanco ed assetato, egli entra in una bettola a Foppiano... all'unico desco sedeva il Guenza! Tornare addietro sarebbe stato vigliaccheria, restare peggio: egli osò! Il Guenza, appena vide l'Anderlin avanzarsi verso di lui, levò di sotto certa pistola, e la pose sul tavolo, come una minaccia. L'Anderlin, salutato l'ospite e il capitano alla maniera paesana, sedè in faccia al Guenza pacatamente, e gli disse:
— Sor capitano, quell'arnese lì mi pare inutile sul tavolo, tanto più — aggiunse in tuono di celia — che non supplisce nè ad un fiasco, nè ad un bicchiere.
— E se potesse servire a castigo di un impertinente?
— Allora, capitano, converrete che vi starà bene anche il castigo del prepotente, non è vero?
L'alpigiano trasse di sotto una pistola a due bocche, luccicante, e coi congegni della piastra sì forbiti da non lasciare dubbio sugli effetti dell'acciarino, e la pose allato alla ciotola che aveva recato ser l'oste, come una posata. Sulla cera del capitano lampeggiò un istante ira mal repressa: ficcò negli occhi all'alpigiano uno sguardo acutissimo, che questi sostenne senza batter palpebra.
Dopo cinque minuti in cui corse alla mente del capitano un mondo di pensieri, fra cui il più insistente era quello di sparare con destrezza l'arma sua a bruciapelo sull'Anderlin mentre quest'ultimo badava, facendo tuttavia il Gianni, a non lasciarsi sorprendere dall'avversario; dopo cinque minuti che parvero un secolo, il capitano prende la pistola — Anderlin fa lo stesso — la disarma, la ripone nella cinghia della durlindana, ed offre a trincare alla propria salute.
L'Anderlin respirò liberamente ed accettò.
Dopo qualche tempo l'Anderlin inerme incontrò nella salita delle casse il capitano che scendeva. Il passo stretto, il precipizio lì sotto: se l'Anderlin non cede la destra e non arresta i suoi muli, il capitano è obbligato a ritornare indietro o ad aggavignarsi alla parete montana, cosa poco dicevole all'orgoglio di un capitano di S. M. cattolica. Il capitano anche senza fare uso delle armi poteva spingere a rifascio le some nel burrone e ridurre l'Anderlin a mal partito. L'Anderlin fermò le cavalcature, e salutò il Guenza senza timidezza, e questi, passandogli allato, gli disse:
— Buon dì, Anderlin: sapete cosa penso io adesso di voi?
Rabbrividì l'onesto mulattiere a queste parole che potevano celare un disegno mortale contro di lui senza difesa; tuttavia rispose:
— Che, se non bene?
— Penso che voi siete la più stimabile persona della valle. Buon viaggio.
Dunque il Guenza, a cui sarebbe stato facile trarre a mal fine l'avversario, non era d'animo feroce; bensì in mezzo a quelle timide genti adoperava il prestigio della fama delle prime prove, e il timore che incuteva l'erculea persona a tenere soggetta al proprio arbitrio quella popolazione.
Dopo la sua morte nacque dal pensiero poco valoroso della libertà acquistata dal caso, l'adagio: è passato il tempo del capitano Guenza.
Ultimi discendenti dal capitano vivono tuttora, io spero, due ottimi vecchi, celibi pacifici, che mi ricordo d'aver talvolta veduto intenti a faticosi lavori, uno e l'altro poco distanti d'età dal sedicesimo lustro. Per ampiezza di pascoli e per le case capaci, essi sono i meglio agiati abitanti del casolare di Wald.
IX.
_Ascensione del Retihorn — Il segreto della costanza in amore — Quando ci rivedremo?_
=Lo monte che salendo altrui dismala.= _Dante_.
Questi montanari vogliono che dopo il Gries, dal cui vertice apparisce la meravigliosa scena delle più celebrate vette Elvetiche, nessuna delle piramidi che accerchiano la loro pittoresca valle presenti dal culmine aspetto più grandioso del Retihorn, o Monte Giove come lo dicono gl'Italiani. Il quale, come parmi d'avervi già detto, s'aderge alla destra della Toce, al dissopra del casolare di Wald.
Partito con alcuni compagni poco dopo il meriggio, m'avviai su per l'erta, sul sentiero che vi conduce all'altipiano di Vannino. Questa ascensione può fornirsi senza straordinaria fatica in una giornata: preferii tuttavia di spendervi mezzo il dì precedente, onde poter a mio bell'agio godere del giocondo spettacolo dell'aurora da quel supremo cigliare.
In due ore giungemmo alla parte superiore dell'altipiano di Vannino, il quale si adagia verso l'occidente ed il mezzodì fra le petrose muraglie dello Stafelclogberg e le rapide chine del Reti. Il sentiero da Wald ai pascoli si rigira, salendo, nella folta oscura boscaglia che copre le falde inferiori di quest'ultimo monte, ed è fra i meno scoscesi della vallata. Rifocillatici poco lungi dal laghetto da cui ha sorgente il Lebenduner, ripigliammo l'erta che di qui in su è faticosa assai. I compagni, arditi cacciatori di camosci, verso il calare della notte, trovata una tana cavernosa fra i nudi macigni, decisero d'allogarvisi alla meglio onde passarvi la notte.
La luce mancava di grado in grado: io mi assisi e mi guardai attorno.
La cortina dello Stafelclogberg, verso la valle, è formata di roccie repentissime quasi inaccessibili, le quali colle loro creste addentellate e fantastiche formano un cinto grandioso a quell'altipiano, il cui rivo smeraldo contrasta singolarmente con quelle triste mura.
Sulle cornici, fra le fessure nè i funerei pini, nè l'olezzante rododendro che spesso rallegra l'orlo delle diacciaie: lo Stafel non ha una zolla. Il vento che sprigionandosi dal Gries si precipita nella convalle superiore fra Vannino e Morasck, viene a rompersi contro queste pareti.
Una densa nube vaporosa s'era innalzata dal profondo della valle di Formazza, avea coperte tutte le anfrattuosità, i valloni superiori; era il levare della notte. Le creste superbe dello Stafel si disegnavano tuttavia nell'orizzonte su cui svaniva via via il morente chiarore degli ultimi crepuscoli riflessi dalle nevi eterne, e quelle due statue giganti, uomo e donna, che da tanti secoli stanno ritte su quei vertiginosi cocuzzoli, parevami si movessero. Un irresistibile desiderio mi punse di sapere se quelle strane figure non fossero animate; l'immobilità non è sempre la morte. Chi mi provò mai con irrefragabili prove che animali, piante e pietre non avessero coll'anima una propria passione? Perchè le loro variate nature non possono costituire anche nelle qualità dell'anima, una concatenazione non meno armonizzante della materia e più meravigliosa?...
Ditemelo voi, fantasmi del giorno e della notte! Non è forse vero che voi siete due prototipi dell'amore coniugale? Voi felici! Se vi sorprende il capogiro, se deve cessare questa comunanza di posizione e di pericoli, se vi sfascerete, cadrete entrambi di lassù nelle ciotolaie di Vannino... O costanza veramente... di pietra!
E come vi venne fatto di serbare per sempre il fuoco dell'amore? Deh! vi prenda pietà dei mortali a cui spesso amore suona smanie e dolori, lagrime e tradimenti. Eccomi ai vostri piedi: a me per la prima volta genuflesso dinnanzi alla creatura di Dio, tu, donna beata, palesa il divino segreto, ond'io possa tutta la mia vita rendere coll'amore invidiata anche agli angeli. Tu mi guardi incerta: non temere ch'io lo divulghi... io sono uomo e l'egoismo ti deve essere arra sufficiente della mia discrezione. Via, dimmelo... io ti prometto di rinunziare a tutte le brame del mio avvenire... anche a quella di far correre i miei lettori per mari e monti sull'ali della fantasia. Come potrò io eternamente amare eternamente amato? Dimmelo, ed in quell'inno di gioia che sarà la mia vita io ti renderò grazie riconoscenti. Bella regina d'amore, chi t'avvinse sì strettamente all'amante?
Le mie ginocchia su quelle scarne rupi s'erano indolenzite a modo che io stava per rinunciare alla scoperta, quando la gentile impietosita susurrò questa fatale parola: — il dolore!
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La leggenda del paese susurra invece che quelle anime petrarchesche conservarono intatto l'amore perchè non fecero sciupìo del tesoro d'affetti nell'ebbrezza dei sensi.
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Intanto essi nella sdegnosa loro solitudine, paiono ridersi del furore degli uragani, delle volute che precipitano dai loro piedi, e dei fulmini che solcano i loro granitici troni. La beatitudine della loro unione non vale il pericolo?
Stanco della faticosa salita, dopo d'aver visto le tenebre sorgere dagli abissi e coprire tutte le valli, sentendo che i miei compagni russavano saporitamente, salutai i due fantasmi dello Stafel, m'acconciai anch'io alla meglio e il sonno, come avviene a tutti, mi sorprese senza che me ne avvedessi sul nudo macigno fatto meno ingrato dalla spossatezza. Sennonchè a mezza la notte un vivo bagliore attraversando le palpebre mi scote, uno scoppio tremendo che pare faccia traballare i monti e sfasciare i picchi mi sveglia affatto.
Cupa, densissima oscurità rotta di minuto in minuto da sfolgorantissimi lampi: funebre silenzio interrotto solo dal fragore del tuono. Il temporale si abbassava e noi eravamo a mezzo le nubi. I lampi spesseggiavano vivissimi; il tonare assordante minacciava il finimondo, ed io m'aspettava ogni istante un fulmine spezzasse la roccia che ne pendeva sul capo. M'era seduto sopra una pietra tutto intento al guizzare delle saette, come quel pittore che nella tempesta s'era fatto legare all'albero d'una nave per meglio avvisarne le fasi. L'uragano nel massimo furore era disceso sotto ai miei piedi, mentre sopra il capo scintillavano le stelle: scena unica!
Dopo la tempesta sul mare, la tempesta sulle alpi non ha spettacolo che la pareggi. La grandezza del luogo, il rapido alternare dei lampi che s'incrociano; gli echi che con mille diverse voci dalle caverne sonore addoppiano lo strepito; la furia del vento che urta, ammonta, sperde le nubi infiammate; il contrasto della scena infernale colla serena luce del cielo stellato; la solennità della solitudine; gli abissi a tratto a tratto rischiarati dal profondo all'imo; il pericolo d'essere incenerito; tutto t'empie l'anima di novissimo terrore, poichè il tutto ferma una satanica apologia della forza strapotente! Le sinistre voci del tuono e dell'aquilone non mi dimostrano forse che nella natura stessa la forza trionfa sopra il debole senza difesa? Chi difende il pino dall'ira del fulmine che lo schianta in mille schegge? Mentre imperversa la procella, chi difende dal lupo insidiatore le atterrite pecore? E se l'avoltoio, l'aquila od il _lammergeier_ mostruoso si precipitano sul piccolo agnello, potrà egli senza difesa respingere l'assalto? Tutte le più utili e graziose creature sono deboli, indifese, quasi affidate al soccorso dell'uomo. Lo schifoso ragno vive molti giorni senza cibo: un rovescio di pioggia abbatte la farfalla dall'ali curiose: la spina resiste al rovaio, alla grandine, al sollione; il vento sfoglia, sfronda, sterpa ogni gentil fiore. Invece con quale studio geloso la natura armò i prepotenti d'artigli di ferro, di denti adamantini, di acutissima vista, di agilissimo passo, di potentissime ali! Se fosse dato un giorno ai percossi vestire una volta sola la corazza degli assalitori, non farebbero essi scempio dei loro nemici in nome della giustizia?
Non sarei tuttavia sicuro che la pecora imbaldanzita dalle novelle difese, non passasse armi e bagaglio nelle fila dei lupi.... è sì innebbriante la voluttà del potere!
L'uragano spariva, e le nubi, come immense fantasime correnti per l'aere caliginoso sui bianchi destrieri sferzati dal vento, spaziavano per ogni parte del cielo senz'interrompere l'alto silenzio che col sibilo dell'aria rotta dalla veloce corsa.
Passavano presso di me, guardavano meravigliate il loro osservatore e s'involavano. Una di esse, isolata dalle legioni, quasi perduta in mezzo a quella confusione, errava a minor passo attorno alla vetta. Oh quanto bella malgrado il pallore della morte! Quanto amore da quegli sguardi, da quella cera mestamente soave! E quelle folte, lunghissime chiome conteste di fiori che scherzavano sulle spalle? A breve tratto dalla vetta, il corsiero dagli occhi corruscanti rallentò il passo, sì che io, fatto ardito dalla brama di sentire quella errante, alte levate le braccia, pregai dalla bella una parola...
Oh! se mi fosse dato inforcare con te il velocissimo corsiero e scorrere pei campi del cielo immensi come il desiderio sopra tutte le plaghe terrene, dal deserto del polo ai giardini dell'oriente! Ma la voragine che s'inabissa ai miei piedi m'avverte della vertigine che con sguardo affascinante m'avrebbe attirato nelle sue braccia... Almeno, diss'io, mi racconta quanto vedesti nella tua lunga pellegrinazione. Dimmi, l'uomo, quest'essere che doma il fulmine e non sè stesso, è ovunque il medesimo? Dove ha egli conquistato quella libertà che è sì cara? Non hai tu visto in qualche ignorata tribù delle Indie o delle Americhe avverati i sogni d'un anima generosa? Dove s'imparò ad ubbidire e comandare col Vangelo? Una sola parola dimmi, di grazia; qual è il motto che riassume quanto imparasti in tanto giro di zone sull'uomo? —
La fantasima che aveva ascoltato benigna le curiose interrogazioni dello zingaro, crollò il capo in atto di diniego, e spronato il cavallo ratta s'innalzò da quel vertice... Se non che voltasi addietro e vistomi tuttora colle mani supplichevoli, tracciò nell'oscurità incerta della notte una parola colle dita scintillanti... Atterrito guardai quelle parole di fuoco che fiammeggiarono un istante nella tenebrìa, e lessi:
CONTRADDIZIONI.
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Il cielo s'era rasserenato, e le stelle luccicavano più di prima.
Una buon ora prima dell'alba la frescura destava i compagni e tutti ci mettevamo in cammino, onde poter giungere prima del giorno sul culmine del picco alpino: sul quale arrivammo quando le ombre della notte, lottando invano colla luce, fuggivano nelle valli più anguste, nelle selve più folte, nei torrenti più profondi, mentre poco a poco il bacino dell'Ossola spogliavasi dei vaporosi veli dell'umida notte, ed i primi crepuscoli disegnavano con mano malsicura i profili dei monti sull'orizzonte biancheggiante.
La notte a veloci passi fuggiva, avvolgendosi ne' suoi veli trapunti, ai poli opposti; dopo l'alba, l'aurora, il sole, e tutto è colori e vita.
Da quel culmine, da cui un contrafforte si stende verso occidente collo Stafel alla Punta d'Arbola, si ha d'attorno una mirabile vista. A sinistra, laggiù, la valle di Formazza, le cortine dell'Hireli; e più in là verso il nord, qualche picco delle alpi Ticinesi; al nord, verso il Gries, tutte le piramidi più eccelse, dal Gigeln al gigante di queste valli, il Blinnenhorn, colle grandi ghiacciaie che qua e là interrotte da valloncelli o da rupi, formano corona alla Formazza; e verso il meriggio i monti dell'Ossola sino al Lago Maggiore. L'anima esaltata credeva sentire con divine armonìe cantare: esulta, tutto ciò che vedi è tuo! . . . . . . . . . . . . .
Anche gli altipiani deserti, le nevose o sterili roccie, che di quassù appaiono alla nostra destra, di qua e di là del confine, malgrado tutta la loro incresciosa aridezza e la mancanza di ogni vegetazione, sono imponenti. Nulla sull'alpi senza parola, nè le murene, nè le fonti, nè le ciottolaie, nè le nevate. Ciò che altrove sarebbe insignificante, qui ti colpisce pei vivi contrasti.
* * *
La nostra peregrinazione è finita.
Se voi ne accompagnaste pei laghi, per le valli, e vi siete arrampicati su per le vette alpestri con quel piacere con cui io ho cercato di svagarvi la mente intrecciando alle descrizioni le leggende ch'io raccolsi con amore, e le fantasie spesso incomposte che destò nella mia mente la variatissima natura, non volgerà, io credo, molto tempo che io ritornerò con maggiore sicurezza d'animo ad offrirvi la mia compagnia per zonzare in altre contrade della nostra bella Italia.
Tuttavia seguendo le pedate di certi stranieri e nostri scrittori, io potrei benissimo, ad ingrossare il volume già soverchio, intitolare un nuovo capitolo col nome, ad esempio, del Cantone Ticino, e poi, senza movermi d'un passo, infilarti una insipida tiritera sulla libertà, sulla democrazia, sulle legnate che tempestano qualche volta nelle elezioni politiche, sulla legge agraria — e altre somiglianti reminiscenze di diari mal digeriti — la quale non mancherebbe di convincerti... che io non so cosa dire.
Perchè non potrei io ancora condurre il lettore gentile nel bel paese della fantasia? Chi può negare che non siano quelle le più felici contrade?
L'amore, la brama di gloria, il pensiero dalle mille forme, tutte le illusioni che trovarono sulla terra l'agghiadata parola dell'indifferenza, lo sprezzo, il disinganno, volano sulle ali dell'aspirazione a popolare coi sogni d'una vita migliore quei mondi fantastici...
Quante volte seduto fra l'ombre d'una pianta viaggiai nel mio passato!
I fiorellini delle zolle muschiose mi narrarono spesso l'istoria dell'infanzia paurosa, malaticcia, in cui fra i timori del _pensum_ e dell'aggrottato cipiglio del _magister_ e le paure febbrili delle fantasime notturne, io levando ai tuoi mondi con invocazione le manine, chiedeva per volare a te delle ali!
Le giovani frondi dell'albero mi ricordarono i primi battiti del cuore spensierato, e le gioviali risa della bella adolescenza, in cui la larga vena d'affetti esuberante dal cuore si spandeva in mille ciarle e perchè agli uomini e a Dio... Quando non trovava che cere indifferenti e scherno ai miei sogni, io chiedeva delle ali per volare a te!
Quel pino desideroso di luce che si slancia nell'aere mi racconta la stagione della prima giovinezza, stagione di focose aspirazioni, tutta fede ed amore per la patria e per la donna.
Passa qualche anno; uno, due, tre; pochissimi e brevissimi, e la patria ti si mostra quale palestra in cui un'infinita turba s'arrabatta lottando d'astuzia e di frode per strapparsi di mano un cencio di porpora!
La donna... no, no, io non dirò ombra di male di quest'essere misterioso che s'aggira fra di noi, benchè una miriade d'idee crucciose, sarcastiche al nome di donna abbiano intrecciato nelle cellule della memoria una ridda sfrenata da cacciarmi addosso l'emicrania. Che vale il lagno, l'imprecazione contro una divinità che con un girare d'occhio, un sorriso, una lacrima, ti fa baciare commosso la tua catena?
Via, lettore, non temere che io con desiderio indiscreto cerchi da te d'essere alla mia volta guidato nel viaggio attraverso al passato, al presente ed alla speranza della tua vita; io non ne voglio conoscere le pagine, nè ti voglio sciorinare della mia se non le tersissime.
Ad ogni modo ti auguro salute — anco un tantino per mio amor proprio — affinchè io ti possa rivedere presto col bastone in mano, il cappello a larghe tese sul capo e il sacco sulle spalle battere alla porta dello zingaro e:
Oeh! l'alba è sorta: affrettati ad allacciare i borzacchini ferrati, o maestro, che io t'aspetto impaziente.
Ed io fattomi alla finestra della casupola, e ravvisato con gioia il compagno di piaceri e di pericoli, in tutta fretta discenderò — o dalla scala o dalla finestra non torna — ad offrirti una mano amica.
Adagio, un istante; sai che sono donne, aspettiamole un tantino... come viaggeremo senza di loro? tu non ignori che esse, quando loro talenti, sono tali da divertirci, anche colla pioggia sulle spalle, raccontando le mille e mille storielle, che l'una ha imparato e l'altra inventa.....
Eccole tutt'e due — non sono belline?
Compagno mio, ecco la Leggenda e la Fantasia...
Partiamo.
FINE.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.