Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries

Part 16

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Mi guardò altra volta meravigliato.

— Medico? Noi non abbiamo medici. La visita d'un medico da Domodossola rovinerebbe la mia famiglia. Ci curiamo con decozioni di erbe aromatiche, con acquavite, burro e grasso di marmotta. Ma io ho tentato tutto invano..... forse mi manca qualche pianticella... l'ho già sognata tre volte..... ma non ne so il nome. Gli è come il mio male, mi sento morire e non ne so il nome.

Perchè non conosco io la pianticella che tu sogni!

VI.

_Costumanze curiose — La scolaresca._

Stamane per tempissimo che appena la cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche carezze, ma comincia sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.

E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.

Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite canzoni, con moltissimi spari d'arcobugio e di pistola, onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa dal natio casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperte d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne ond'ha ornato il capo appare quale Caraibo. Egli tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura, il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Quest'altro che inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate, il cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.

Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.

Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.

Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello sposo, ove nella _stufa_ li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque ha dritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità della sposa.

Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a pensare a tutti.

* * *

Chi non si ricorda sorridendo dei primi tempi della scuola infantile? Allora forse il giorno era sovente affannoso pei rimbrotti ed i castighi nell'_ingiusto_ maestro, per le paterne tirate d'orecchi, per la perdita di qualche biglia al classico arringo dei birilli! Ma è destino dell'uomo rimpiangere il passato, sprezzare il presente e sperare nell'avvenire. Queste ed altre più cose per consolarmi della perduta fanciullezza io pensava quando entrai fra la scolaresca formazzese, una quarantina di biricchini che mi parvero italianamente svegliati, i quali convengono in Zumsteg da tutti i casolari della valle per imparare la lingua tedesca ed italiana, il conteggio elementare e lo scrivere. Entrato, zittirono: interrogati a prova, risposero a cappello — ed io a rallegrarmi coll'ottimo D. Pietro Anderlin per la veramente alemanna perduranza con cui pazienta a prò del suo paese. In Zumsteg ed Andermatten vi sono ancora scuole per le bimbe, e tutte fioriscono — anche perchè nella valle il saper leggere e scrivere è cosa da lungo tempo tenuta indispensabile.

VII.

_Una lezione di meteorologia — Il frugnare e le volute — O mi date ragione, o non mi fate stare _sulle spese_._

Nella valle Formazza l'anno non si divide come altrove in quattro distinte stagioni: un vecchio adagio dice esservi nove mesi d'inverno e tre di freddo. L'inverno comincia generalmente coi primi giorni di novembre, benchè nella seconda metà di ottobre si faccia già sentire il gelo. Nel maggio si liquefanno le nevi, ed il giugno desta dappertutto la verzura. Ma luglio, agosto e settembre sono i tre mesi di questa state, nella quale non è raro alzarsi al mattino e vedere i declivi superiori ammantati d'un bianchissimo strato di neve, che poi i raggi solari fanno sparire in brev'ora.

La valle essendo circondata attorno da estesi ghiacciai, la temperatura estiva è freschissima: in tutta la state il termometro Réaumur non segna all'ombra oltre i 16 gradi sopra lo zero: scendendo qualche volta sotto i 10 gradi, il che darebbe una media di 12 a 13 gradi di calore; d'onde chi vi villeggiasse può a suo bell'agio correre a caccia per le balze montane, al sole, senza che gli avvenga di ritornare all'albergo soffocato e tutto molle di sudore. Il sole intiepidisce le aure che scendono dal Gries e dalla Valtoccia e non sferza, illumina e non accieca. Perciò i valligiani vestono tutto l'anno pannilana, e i cappelli di paglia e gli ombrelli sono qui inutili.

Quanto poi alla stagione invernale essa vi è veramente poco piacevole, e per la sua durata di otto mesi e per la quantità della neve che talvolta copre la terra di uno strato di ben tre metri di altezza.

* * *

Le volute, come le chiamano gli abitanti dell'Apennino toscano sulla strada dell'Abetone, e noi diciamo valanghe, sono, come non tutti sanno, frane di neve, che traboccando dai supremi pendii alpestri, ingrossatesi nel subitaneo cammino, rovinano al basso senza che capanne od alberi valgano a trattenerne l'impeto funesto. Il rombo della voluta è simile a quello del tuono, e la furia con cui avvalla è tanta che l'aria percossa da così ingenti masse sprigionandosi d'attorno abbatte uomini e bestiame non punto tocchi dalla neve.

Vid'io staccarsi dalle somme rupi, in prospetto alla capanna ov'io dimorava, un'immensa massa di neve e precipitare sul pascolo detto del Bedriöli. Una capanna ed una stalla non poterono resistere allo scoppio dell'aria, e senza essere tocche dalla frana vennero schiantate di pianta e trasportate alla distanza di cento passi.

A dare poi un'idea dell'irrepugnabile furia di queste masse nevose, non increscerà al lettore che io qui trascriva quanto trovo in un antico libro di memorie d'una famiglia di Fruttwald. Tralascio alcune risibili raccomandazioni di quell'autore _di non stare sicurtà_ e soprattutto la peregrina ortografia del testo.

«L'anno di grazia 1701 cominciò a venire giù neve alli 6 marzo seguitando senza interruzione sino alli 16: per la qual cosa dalla Cima Rossa e dal Krayhorn rovinò sopra Andermatten una frana di neve tanto smisurata, che abbattè una casa e tre stalle, ruppe la porta e le invetriate della chiesa parrocchiale empiendo tutte le stanze di neve. Della cappella della confraternita sfondò le invetriate, fracassò l'angelo del trono di S. Pietro ed altri arredi. Pertanto Formazza è paese della neve, ed ognuno deve procurare di avere fieno sino al giugno, in cui, se prospera la stagione, comincia a crescere l'erba. _Soprattutto ognuno si guardi dalla miseria_: chi scrive per esperienza vi dice che le cose andranno ognora di male in peggio o come le stagioni.»

Anche lo spiritosissimo Rabelais si lagnava, tre secoli or sono, che non vi fosse più nè state, nè verno.

* * *

La neve da lunga pezza copre vero lenzuolo funereo la natura: solo qualche fronte insofferente di velo s'aderge nuda. Nel silenzio rotto dal brontolio della Toce che serpeggia nella vallata, mi giunse all'orecchio un rombo lontano verso il Thalli, dove una cortina grigiastra pesa sulle alture.

Che è? Presto in casa: fuggi, è la bufera che avvolgendo furiosa ne' suoi turbini quanto trova di leggiero sulla terra, la neve e le foglie, oscura l'aria ed acceca di modo che sarebbe impossibile di toccare la soglia prediletta dell'amica. Sbarra la porta — senz'indugio — e la finestra. Senti come picchia, come sbatte le imposte? Vieni a questa finestruola e sogguarda dal fesso... tu rabbrividisci? Le foreste sbattute s'inchinano timorose — l'aria percossa stride, urla orrendamente — le campane suonano a stormo da sè stesse — l'agnello smarrito trabocca nel precipizio — la capanna barcolla — il rododendro è schiantato e il frugnare passa avvolgendosi in un turbine di neve e di foglie.

Qui colma il sentiero; là attraversa il piano scavando nella neve un fosso profondo, dritto, come farebbe un aratro gigantesco; quell'abituro, quella chiesa scompaiono sotto la mole nevosa che loro addossa il furibondo ventare, mentre queste siepi, poc'anzi sepolte, restano ad un soffio nudate, ripetendosi questa vicenda ad un batter d'occhio.

Intanto dall'impercettibile fessura tra i vetri s'introduce in casa una nebbia di sottilissime falde nevose.

Alle volte queste tempeste montane durano anche vari giorni. Passata la furia si trovano le bianche praterie solcate come da ondosi cavalloni, e qualche volta rami di piante portati da remote regioni, come pochi anni or sono sopra l'altipiano del Gries trovaronsi foglie di noci, castagni e di tigli.

La bufera delle alpi è sorella del Simoun del Sahara.

Mentre al di fuori mugge la bufera, per passare mattana in barba alla noia che appunto in questi tempacci vi s'incolla addosso, noi agiati nel tepore di questa capanna, in mezzo ad un crocchio di vezzose forosette — non farti troppo vicino, compagno mio, il soverchio rompe il coperchio — ascoltiamo dai novellieri le antiche tradizioni del paese. Fra queste è notevole, come avente origine alla primitiva immigrazione, quella che accenna all'esistenza di una famiglia che viveva a mo' delle fiere nell'ancora deserto Morasck negli spechi e nelle crepature dei macigni dell'Himmelberg. Ma cercheresti invano una leggenda, una tradizione che possa snebbiare il tempo e la contrada da cui presero le mosse, incalzati forse dalla fame o da qualche persecuzione alle felici terre di queste convalli italiane.

Osservando attentamente dal modo di appellare nomi oltrealpini le acque diverse che irrigano la valle, — costumanza che senza fallo accenna alla cura amorosa, con cui i loro predecessori cercarono di rammentare l'abbandonata patria — onde chiamano tuttora la Toce Reuss ed il torrente del Gries Rhone — mi pare che si possa dedurre che i Formazzesi o emigrassero dalle non rimote valli della Reuss e Rodano, o tanto vi sostassero da rammentarsene con tenerezza. Wendel vuole queste genti Sassoni.

Varii antichi storici chiamano Germani questi abitatori delle Alpi Pennine o Leponzie: di ciò ne accerta e la diversa struttura fisica e più di tutto la favella, la quale può dirsi un tedesco poco corrotto, se riflettasi che essi sono sempre stati in maggior contatto cogli Italiani che non cogli Svizzeri. L'italiano introdotto nelle scuole, la quantità dei giovani che vanno e vengono da Roma, e che lo parlano discretamente rendono ora lassù più comune la lingua nazionale.

Essendo affatto incerta l'epoca in cui la colonia tedesca immigrò, occupiamo questa giornata piovigginosa scartabellando quel po' di storia trascritta qua e là a spiluzzico dalle pergamene e dalle cronache municipali. In essa non trovasi pagina, o motto, che dimostri la valle di Pommat indipendente per governo dalle vicissitudini dell'Ossola; ma dagli Sforza agli imperatori d'Austria conservò tuttavia sempre amplissimi dritti di giudicare nelle cause riflettenti il proprio comune, eccettuati i delitti e le controversie più gravi; per cui la valle Formazza formò senza dubbio per molti secoli una vera repubblica con vassallaggio verso i signori della Lombardia.

È notevole che questi alpigiani ogniqualvolta discesero dalle loro rupi per recarsi alla Corte in Milano per protestare contro i feudatari dell'Antigorio, tennero sempre il linguaggio di chi ha l'intima convinzione che nessuna forza al mondo possa sopraffare la voce della verità.

Recatisi una volta in Milano per ottenere giustizia contro i Valvassori De Rodes, da un giorno all'altro, siccome è tuttora uso, veniva procrastinata l'udienza. Annoiati d'aspettare e di spendere, cominciando a conoscere quanto sa di sale l'attendere nelle anticamere, scrissero al governatore in quella città si compiacesse ottemperare a quanto domandavano senza farli stare maggior tempo _sulle spese._

Della loro franchezza, della loro fede nella giustizia, ecco un altro documento, che ne piace qui trascrivere.

Il lettore, se non lo salta a piè pari, converrà con noi — paragonandolo a certe strisciature del giorno — che i Formazzesi, se erano poco versati negli affari di Stato, non temevano protestare altamente, a nome della loro povera e microscopica patria, in faccia a chi poteva sterminarli, come Giove olimpico, con un corruscare di sguardo.

«(Anno 1700).

«_Illustrissimo magistrato_,

«Non mancava altro per dare il finale esterminio ai poveri habitanti della valle di Formazza che il notificato l'anno del Signore scorso sporto alle SS. VV. Ill.me di che godessero certi molini senza il pagamento di certe annate ad essi imposte. Pare bene stiano ai medemi il dovere contro il tenor preciso de' suoi privileggi, che qui l'esibiscono, restare ad un nuovo et impensato aggravio costretti, e quel che è più, che vengano chiamati molini certi edifitii che non valgono in tutta la corporatura quaranta lire, et che non macinaranno uno staro di grano, ò due, ò puoco più in un anno, quandochè i montanari puonno haverlo, come patente dalla Relatione stessa del dottore Scacciga che fu colà delegato dalle SS. VV. Ill.me con spesa di più di cento lire ai patroni di quei molini. Motivi al certo che obbligherebbero quelli habitanti ad abbandonare il paese, quando et l'innalterabile giustitia et l'innata equità di questo Ill.mo Tribunale non li lasciasse ancora sperare che, _ben conosciutisi_ i privileggi fatti a quel popolo tedesco dedititio, sempre vissuti sotto la corona di S. M. _più per via d'aderenza che soggettione et haventi leggi proprie et consiglio di giudicio proprio_, et che finalmente viene esentato da ogni genere di cotesti aggravii, et havutosi riflesso alla tenuvità d'edifitii, al lavorerio che fanno, non siino le SS. VV. Ill.me per molestarli, _lasciandoli vivere colla sua pace_, per la quale ricorre Gio. Tioli in nome di tutti gli altri, e _proprio servitore_ (!) a' piedi dell'Ill.mo magistrato, etc., etc.»

Segue poi un altro documento in cui questi montanari espongono alla detta Camera di Milano come sia:

«Dovere di osservare i loro privileggi, ai quali _derogare non puonno nè grida degli Is. Governatori, nè qualunque altra superiorità_.»

Davvero che gli Spagnuoli in ispecie dovevano alla lettura di queste domande inarcare un tanto di ciglia.

Venendo ora a quei privileggi diremo qualche cosa della loro origine.

Giovanni Galeazzo Maria Visconti in Vigevano addì 20 aprile 1486 concedeva ai valligiani il dritto di giudicare tutte le cause civili e commerciali nel loro tribunale, obbligati solamente a deferire al capitano commissario ducale in Domodossola quelle di gravi crimini o miste, e riconosce _ordines et statuta vallis ipsius hactenus observata_. Non trovando simili autorizzazioni governative, anteriormente si può credere con ragione che le leggi che reggevano la valle fossero state stabilite dai loro stessi maggiori poco tempo dopo la loro immigrazione.

Ludovico Maria Sforza in Milano addì 7 maggio 1502 confermava i privileggi dei Formazzesi, aggiungendone qualche altro riflettente i feudatari De-Rodes. Nel 1531 questi tirannelli, abusando della loro forza, vollero aggiungere al loro feudo la valle: i nostri montanari presentarono tosto al Duca Francesco II una supplica per conservare la propria indipendenza, e riescirono anche questa volta nel loro intento.

Filippo III di Spagna nell'anno 1611 da Madrid riconfermava queste antiche prerogative.

È senza dubbio cosa curiosa l'osservare che i Formazzesi obliando che i loro signori con poche centinaia d'arcieri potevano sottomettere ad ogni loro capriccio la valle, in ogni protesta, anzi in ogni supplica rammentino con sicurezza di essersi _dati_ ai signori Lombardi e di non essere stati conquistati. Da ciò si può congetturare una primitiva sottomissione agli Svizzeri, o meglio una quasi assoluta indipendenza. La stessa posizione della valle conferma quest'ultima induzione, poichè per molti mesi dell'anno il Griesberg e la Valtoccia sono insuperabili per le altissime nevi; e verso l'Antigorio, dopo tanti secoli oggidì tuttora il passaggio è poco migliore di quello alla Svizzera.

Il trattato di Vorms cedendo l'Ossola ai principi di Savoia, la maggior parte di quelle concessioni cessava: lo statuto del Re Carlo Alberto dichiarando tutti i sudditi eguali d'innanzi alla legge, abrogava finalmente ogni vestigio delle franchigie antiche.

Nel manoscritto delle leggi che già governavano la valle, non trovai di notevole che una punizione severa a chiunque tentasse alienare gl'immobili a favore di persone non nate nella valle. Del resto esse, poco più poco meno, non differiscono da quelle che erano in vigore in quel tempo.

VIII.

_Dove il paese senza un eroe? — Vita e miracoli del capitano Guenza._

Io non v'ho ancora tessuta la vita ed i miracoli di qualche Formazzese: nè voi avete dato segno d'accorgervene, quasi certi che sotto quelle ruvide sargie non possano ripararsi che omaccioni di forza erculea e di cervello tondo come l'O di Giotto. Niente affatto, signori miei. Non avete mai sentito la fama buccinare il nome del formidabile capitano Guenza? No? Tanto peggio per voi, obbligati a trangugiarne ora la biografia, e tanto meglio per me che potrò acquistarmi fama, dopo d'essere stato l'Amerigo Vespucci della valle Formazza e della cascata della Frua, di essere il Colombo del capitano Guenza, il quale era, come tanti altri eroi sconosciuti, nato fatto per conquistare mezzo mondo, se auspice alla sua culla era la _buona occasione_ arbitra suprema dei fati umani.

O se questa dea volesse favorire quanti la invocano, che nebbia d'eroi! Andate in un caffè di provincia all'ora della chiacchera politica — sentite quei Machiavelli in erba, e ditemi se con una _buona occasione_ non farebbero impallidire tutti gli astri diplomatici.

Antonio Guenza era il più scapato ragazzo della valle, da Crevola al Gries; indole e persona senza paura, indomita, a tutta prova. Io, colla vostra buona venia, avrei una smania da non dirsi d'imitare i grandi maestri di biografie, i quali convengono tutti che i loro uomini illustri, piccini (anche a loro tocca nascere, poppare e fare tutte quelle altre cose che voi sapete), dimostravano una gran voglia di studio, una precocità d'idee straordinarie nella loro testolina da far prevedere qualcosa di grosso, sicchè tutto il resto della vita non è che una rettorica amplificazione della prefazione. Antonio Guenza invece era sempre al banco dell'asino della scuola: — se c'era la scuola — e il primo a scaraventare pugni a iosa a chi non la pensava come lui, malgrado la sferza dell'amoroso babbo a cui non veniva fatto di tenere il figlio fra le domestiche pareti, nemmeno sprangando la porta col catenaccio.

Antonio era come l'aria natia; passava da tutti i buchi, correva sulle più perigliose cornici montane, e nell'inverno scivolava a precipizio per le chine più repenti coll'impassibilità con cui altri scenderebbe una comoda scala. Nutriva poi un disprezzo senza confini per le siepi, principalmente dei frutteti. Alla sera l'appetito più che la stanchezza lo menava a casa, ove lo attendeva la solita tirata d'orecchi e un po' di cena, dopo la rammanzina del povero babbo ed il serio proponimento che al domani senza fallo — avrebbe ricominciato da capo.

Pensate se con quell'indole poteva starsene a lungo fra i quattro monti dell'Antigorio! Questa storia succedeva or sono più di due secoli — vi fo grazia della data — quando la Lombardia era tutta vesciche gonfie di Spagna.

Un bel dì — forse grandinava!... granchè quest'usanza di parole! — un bel dì adunque quel Toniaccio scompare. Il babbo amoroso alla terribile notizia si sentì proprio sollevare dal capo un gran peso; forse se n'era ito a Roma a fare il fornaio, il famigliare di qualche prelato... chi sa? forse il frate?

Zitto: ecco una missiva dell'Antonio al caro babbo.

— «Voi mi cercate... (che granchio a secco!)... invano. Sono già abbastanza _grande_ per sapere che senza denari non si fa un icchese. Se non diventerò papa Facchinetti, non importa; ma ritornerò a casa ricco ancor io e potente. Non bevete tanta acquavite se volete conservarvi alla mia fortuna.» —

Passa un mese, un anno, due, cinque, dieci, quindici e nessuno sente favellare di Tonio.

Una triste giornata d'autunno, presso uno dei più remoti villaggi dell'Antigorio, cinque o sei birri giungevano alla casa del vecchio Guenza, debitore di non so quali gabelle alla Corte di Domodossola. Essi stavano per compire la loro bisogna, ch'era di portare via il meglio dell'abituro e di confiscare in nome dello Stato il peggio, quando di buon trotto un cavaliere sui quarant'anni, dal viso di bronzo, armato di spada e di pistole, giunse alla porta della casipola mentre il vecchio litigava coi gabellieri.

Il nuovo arrivato chiese al vecchio di permettergli di mettere a sosta la cavalcatura trafelata, e di potersi riposare all'ombra dei castagni che stavano là intorno, e senz'altro, come a promessa di più larga rimunerazione, fatto portare un capace fiasco di vino da una osteriaccia vicina, offerse agli altri di dividere con lui il rezzo dei castagni e la bevanda. Al generoso signore nessuno disse di no.

Tracannato il fiasco, lo sconosciuto disse essergli saltato il ticchio di mangiare due castagne arroste, se era possibile; al che gli astanti risposero che se ciò talentava alla sua signoria illustrissima essi ne avrebbero sbatacchiate, e in poco d'ora fatte cuocere; e già uno d'essi s'era levato per andare in cerca d'una pertica, quando lo sconosciuto s'alzò d'un tratto, e disse:

— Fermate! Ora ci penso, la pertica è inutile: bastano le mie pistole. Vedete lassù sulla punta di quel ramo cinque o sei grossi ricci?...

Imberciò un istante il ramo a cui pendevano i frutti, scaricò la pistola, e in mezzo a cento foglie spezzate le castagne caddero a terra.

Mentre gli astanti guardavano stralunati l'autore d'un colpo sì meraviglioso, egli ricarica la pistola sparata, quindi indietreggiando sino al castagno, con voce terribile, appuntandole tutte e due contro i berrovieri di Domo, gridò:

— Partite: questa è la casa del padre del capitano Guenza che vi fa sacramento di bruciare le cervella al primo che si volta indietro.