Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 15
Forse i Francesi s'erano avvicinati al Faul, nero fantasima che sorge nel mezzo della diacciaia, ove dessa pare ondeggi come i fiotti marini. Forse venendo in Italia, non s'erano attenuti alla loro sinistra, verso la murena, ove i fessi sono meno frequenti e meno spaziosi — forse da animosi perlustratori s'erano addentrati, verso il Ritzenhörner, in quella vasta e terribile solitudine, su cui torreggia il Blinnen — forse avviluppati dalla bufera avevano dimenticato un momento di tastare coll'inseparabile _alpenstok_ se mai sotto il mobile strato della neve non si sprofondava un crepaccio.....
L'Alpe tenta come il mare l'audace — ma spesso l'uno e l'altro, dopo avergli rivelato i misteri più stupendi, ingoia gelosamente il sedotto. L'uno e l'altro ti sfidano col loro fascino: se tu vinci una volta impune, pensa che essi possono vendicarsi atrocemente.
Ambidue toccano il cielo. Ambidue cantano sì altamente la grandezza della natura che la tua piccolezza ne rimane subitamente atterrita.
Dopo questo senso istintivo, tu osservi e le une e l'altro con desiderio. In breve mille attrazioni sorgono ad innamorarti di loro: da quell'istante non sono più due mostri, li ami e ti amano. Se loro sei fedele amico, ti riveleranno la meravigliosa armonia che li unisce al resto del mondo, la bellezza del loro essere e la grande generosità con cui spargono dovunque la vita.
I diacciai dall'orrenda solitudine ti diranno che sotto la larva della morte alimentano la vita, i fiumi che fecondano le riarse pianure. La bufera stessa che schianta l'annoso pino come il tenero lichene, ti dirà colle mille voci come da queste supreme convalli ventando, fuga l'aria corrotta e sparge la salute. Così la tempesta marina. Mille naufraghi disperati ti fanno imprecare ad essa. Ma la morte è la vita: sono indivisibili, necessarie sorelle.
Nè meno mirabili ti saranno per amore le foreste e gli intangibili pizzi nembosi.
Affidati ad un legno sull'incerta superficie del mare, sali sui vertici alpini, e sentirai come necessità l'amore, come bella la libertà — sentirai come se ti battesse in petto cuore di poeta.
Come l'anima, l'alpe ed il mare ti saneranno il corpo. Se la tua mente paralitica non si scote, se il tuo corpo non riacquista elasticità e vigore — tu sei già due volte morto.
Dal cucuzzolo del Gries, a cui salii di qui in mezz'ora, scorgesi assai meglio il sottostante diacciaio, e meglio soprattutto lo stupendo panorama delle Alpi Vallesane e Bernesi, che compensa largamente della fatica della giornata. Il Grimsel, la Jungfrau, il Fisteraarhorn, lo Stokhorn ed altre celebrissime Alpi s'estollono al dissopra della verde cortina che separa dall'Oberland il Vallese; mentre a destra il Rothental, il Nufenenstock, il Kuliboden, ed a sinistra il Faul ed il Gemmsland pare sorgano a conversare con quelle fiere torri elvetiche.
Disceso il cono del Gries, ecco a mezzo il diacciaio, venire verso di me a lunghi passi una strana apparizione. La doveva essere un cacciatore fanatico che s'avventurava soletto fra le solitudini alpine, col capo difeso da uno sdruscito cappellaccio a tre acque, le ossute gambe infilate e diguazzanti in un paio di brache spelate, le uose fino al ginocchio, due scarpaccie a mo' di barca da fare il giro del mondo, mare e terra, un grosso zaino alle spalle, la lunga carabina ad armacollo e il bastone ferrato nelle mani.
L'abito di prete cozzava a vista sì duramente colle venatorie munizioni sotto cui sudava il poveretto, che al vederlo colla lunga e sparuta persona arrampicarsi brancicando per l'erta, gli era la più risibile cosa del mondo.
Eppure il reverendo Blummenkranz era stimabile persona. I compaesani non lo dicevano _liberale_, nel senso popolare, — benchè fosse largo di cuore e di mano — perchè non frequentava le bettole; ma assicuravano, che, venuta la stagione delle foglie, il suo cervello ne andasse tanto in visibilio da farneticare. Dopo la prima neve rientrava in se stesso. Le stramberie della sua religione per la natura gli erano perdonate in grazia del fervore con cui pregava Iddio a non dimenticare le messi dei campi, i fiorellini delle praterie e le pinete. Don Blummenkranz nato in Germania era stato altra volta un abate del bel mondo. A Berna e a Ginevra non sono affatto spariti i ricordi delle sue dissertazioni sulla necessità dell'amore.
La sua figura — innegabilmente ridicola — pareva una vivente confutazione delle sue parole. Disingannato dagli uomini, senz'odiarli, intese tutte le forze dell'anima nell'amore della natura dalla quale otteneva rivelazioni sconosciute e voluttà arcane.
— Tutto parla, diceva Blummenkranz, ed io finirò per comprendere la meravigliosa espressione delle cose.
Forse aveva amato una donna — ma qual donna avrebbe avuto compassione di un essere così strano?
Malgrado i profondi studi naturali, egli dovette provare che la cosmologia non era che un intoppo per la carriera ecclesiastica. Da chierico fatto cappellano, e punto a capo.
_Contentus parvo_, egli non si crucciava di nulla. La natura lo compensava largamente dell'irrisione degli uomini. Secondo Blummenkranz, un uccello parlava più chiaramente d'un avvocato; gli amori delle piante non erano una finzione imaginosa, ma una storia. Credeva — senza oltraggio alla religione — agli spiriti che popolano l'aria, l'acqua e le case, ed era in stretta famigliarità coi genii delle Alpi. Conosceva le cause per cui i pizzi erano stati battezzati con una parola anzichè con un'altra, quindi infinite leggende. Siccome non aveva mai posto piede oltre la Svizzera, si meravigliava alla descrizione delle vaste pianure, ed inorridiva al pensare, che vi potesse essere una radura così sconfinata da non scorgere un monte e che un uomo potesse vivere senza amare le Alpi.
Di lassù, appaiatosi meco, in tre ore discendemmo nella valle Egina nel cantone Vallese, alle sponde del Rodano spumante, donde io contava di recarmi al vicino Obergestelen sulla via al Grimsel. Il varco del Gries, dal centro dell'alta Italia, è la via più breve al Bernese.
Lasciato D. Blummenkranz, m'avvio alla volta della mia meta. Se non che io faceva i conti senza il temporale, che in pochi minuti, abbuiato l'orizzonte angusto, si rovesciava nella valle. Alle prime goccie ritornai frettolosamente sui passi miei, e ormai stanco dal lungo cammino, bussai ad una capanna presso una chiesuola, invocando ospitalità per amore di Dio e delle poche mie monete.
La porta della capanna venne aperta, ed una pertica, voglio dire il reverendo Blummenkranz inchinandosi, m'offrì cordialmente il tetto ed il desco. Lo credereste? Fu quella una delle più belle sere delle mie peregrinazioni. La cena parchissima, forse insufficiente, ma l'anfitrione era sì curioso nel novellare! Compresi che il romito era miglior cultore dei piaceri dell'immaginazione che non della caccia. Perchè adunque la carabina? Perchè, mentre tutti tenevano per ragionevolissima cosa l'arrischiare la vita nella caccia, nessuno certamente avrebbe compresa e rispettata la passione entusiastica del povero cappellano.
Accomiatandomi, il reverendo Blummenkranz mi pose nelle mani un foglio, dicendo: Serbatelo per memoria mia. — Risalendo, due giorni dopo la mia gita a Meyringen, allo Stauback, l'Eginenthal, lessi in fronte alla carta donatami:
LE MONTAGNE PARLANO.
Giunto oltre la diacciaia del Gries, sedutomi sul cigliare della balza imminente a Bettelmatt, mi riposai, leggendo quanto segue:
«LE MONTAGNE PARLANO.
«— Su, Blummenkranz, quest'oggi salirai sulle Alpi, le vere Alpi, le Alpi che mi dividono dall'Italia — il paese di cui non ho pronunciato una volta il nome senza sussulto. Quest'oggi sono felice — me ne rallegro cordialmente.
Di lassù spingerò lo sguardo nelle sue valli, ove sole e terra vanno d'accordo nel fecondare e nel crescere — ove, senza dubbio, i fiori sono più coloriti e le frutta più gustose.
Chi sa se non sentirò quell'aria piena di vita e d'armonie che suona sì melodiosa scossa dalle vibranti cetre dei suoi poeti?
Forse i miei occhi vedranno poco — ma la mia anima? Dirò: conosco anch'io _la terra ove fioriscono gli aranci_!
Pervenuto al vertice, m'inginocchiai riverente per salutare quel paese che amo senza conoscere, e con tutte le facoltà dell'animo mio, dissi:
«T'amo, perchè io so da lunga pezza che noi abbiamo saldato ogni partita per l'antica ruggine coi Romani; perchè comprendo che se tu non vieni a noi col perdono sulle labbra, gli è che le ferite non sono ancora rimarginate — t'amo e mi auguro di vedere la mia patria stretta con fratellevoli nodi a te, che tutti i nostri bardi cantarono con esultanza, e che la sola tirannìa ed i suoi odii feroci ne hanno fatto sprezzare e combattere come maledetta.»
Profondo silenzio regnava attorno. Sospeso fra terra e cielo, quella m'incantava, questo mi rapiva....... Le fronti delle Alpi corruscavano; i loro manti erano agitati; il cervello del Griesberg su cui posava era palpitante: dal rododendro esalavano inebbrianti profumi; in ampi circoli le aquile si libravano nell'aria; i tordi montani cominciavano a cinguettare misteriose note di amore, mentre il vento susurrava i pastorali accenti del _ranz des-vaches_... Era allucinato?
Le nebbie, in cui i monti si avvolgevano, sfumarono; la luce innondò da capo a piedi quei giganti che s'avanzavano, oh meraviglia! da ogni parte attorno al Griesberg, come a parlamento — forse per ingannare la noia secolare.
— Dunque noi che ardimmo scalare il cielo saremo turbati nella pace del nostro sepolcro da questi embrioni superbi?
— O Grimsel, le parole che tu soffi, eruttando fumo e faville per lo sdegno della tua maestà conculcata, trovano nella mia anima una clamorosa eco. Sì, non vogliamo essere manomessi dall'uomo, o per la morte come i Diablerets mi sfascierò sopra di esso!
— Meglio così, caro Firsteraarhorn, disse arrossando la Jungfrau pudica, che io non vedrei più questi nani insolenti arrampicarsi sul mio petto per baciare quella fronte che la sola bufera aveva per tanti secoli tôcca. O meglio un fulmine mi scaraventasse giù nelle valli, che gl'inverecondi baci di questi uccelli spennati!... Ahi! dove il mio verginal candore?
Un'orrenda voce di scherno tuonò:
— Gran cosa in verità! Quanto volonteroso io non mi torrei i baci, di cui fai sì grande scalpore, quando tu volessi scambiarli coll'atroce ferita, che mi aprono nel bel mezzo del corpo... A me che pure tanto li amai da nascondere la face che alta portava sul capo; ma guai a loro se io riapro il varco al torrente di fuoco, che m'arde e rugge in petto!
— Infelice _Cenisio_, che sarebbe degli sciagurati senza di noi? Chi loro feconderebbe la terra coi fiumi e temprerebbe l'aria coi venti?
La _Rocciamelone_ chiese la parola per la _Rosa_ immacolata.
— Immacolata! mormorò ironicamente la _Jungfrau_..... e Saussure, e Vincent, e Zumstein, e il prete Gnifetti li conta per nulla?
— Facciamo osservare alla maligna _Jungfrau_ che non tutte le cinque foglie vennero tocche.
— Cessate, rituonò il _Bianco_, la ridicola questione. I Romani ci rispettarono con religiosa temenza, e questi vanerelli d'un secolo impertinente osano contaminarci le candide stole! Ma a che ragunammo questo onorando consesso? Per lagnarci delle clamidi insudiciate? Vi cruccia lieve offesa quando vedete in noi bollire una fiera passione? Se non vi talenta sentirvi prudere le membra da quest'insetti, inghiottiteli nelle pieghe de' vostri manti. Mi lagno forse io? La sventura del Cenisio è sventura che a noi tutti sovrasta. L'umana famiglia minaccia di ridersi di noi, di attraversarci in ogni guisa sotto mille pretesti. Confortiamo il Cenisio, e troviamo modo d'impedire tanta ingiuria.
Il _Bianco_ stese una mano al _Cenisio_ — a cui mancavano per conforto anche le salmodie della Novalesa; — commosso dalla regale degnazione, svenne in braccio all'Iserano. Lo _Stock_ corse lesto in suo soccorso. Alle lamentevoli grida del vegliardo, alle parole del _Bianco_ erano accorse attorno attorno quant'Alpi regnano dal Simmering al Tenda.
Aperto il parlamento dal monte _Bianco_, considerato il caso esposto — per un fatto personale — dallo stesso Cenisio, parlarono uno dopo l'altro e sovente anche due o tre alla volta — tacevano da tanto tempo!
Il _Cenisio_ propose di sloggiare dall'Italia, terra ingrata per eccellenza alle Alpi; il _Cervino_, ponderato l'irresistibile amore al paese, propose di congiungersi tutte in sì orrenda maniera che nessun passo si aprisse. Un viva — a gran maggioranza — accolse il singolare progetto. Senonchè al punto di passare allo scrutinio, il _Viso_ chiese la parola con voce, che fu sentita quasi nota fuori di chiave.
Il _Viso_ — siede a sinistra — educato a metà in Francia, tutto pieno d'idee cosmopolitiche e fors'anco perchè nessuno gli aveva sfiorato la pelle, cominciò a sfoderarne delle nuovissime sulla bella tendenza degli uomini ad unificarsi — parlò dell'abolizione dei neri, dei doganieri, dell'emancipazione della donna e di altre cose, che colorando le Alpi come i più cocciuti nemici della fratellanza universale loro minacciano più che mai la sorte d'essere traforate e affettate — e finì con tanta eloquenza per proporre ognuno si togliesse in pace il suo destino in grazia del progresso dei tempi, con tanta eloquenza che i venerandi oratori, ritornati al loro posto, ricominciarono a russare saporitamente.
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V.
_Confini della valle — Le case, il desco, l'abito, il commercio, l'agricoltura._
Ho fatto una visita a Zumsteg, al _palazzo municipale_, antica casipola murata or fanno circa tre secoli lungo la Toce. Il fiume batte con impeto sulle fondamenta e le mura tremano screpolandosi. Al pian terreno s'apre verso la strada un'ampia finestra sbarrata da solida inferriata — è la finestra del carcere. Da essa lo sguardo corre ogni angolo della prigione, sicchè era ad una carcere e berlina. Al piano superiore la stanza del consiglio; in un armadio le vecchie pergamene del comune, delle quali sono oltremodo gelosi.
Notai nel mio taccuino quanto appresi dalla cortesia dell'onesto ospite circa le costumanze de' suoi conterranei. Tu, compagno mio, forse non avrai queste novelle in pregio come io le scrissi con amore; ma pazienta lo stile dimesso e riposa, se vorrai aver lena da potere con sicurezza toccare l'ardua sommità del Reti, che di lassù ne sfida.
I confini della giurisdizione di questo municipio comprendono la terricciuola di Unterstald sino al ponte di Untergeschen: da esso corrono, al mezzodì, al Minoio-Krüpfti passando sulla vetta del Martel, e da quello all'Ofenhorn, da cui col limite dell'Italia per le diacciaie fino al corno del Gries. Alla sinistra della valle poi dal Gries pel Nufenenstok ed il Markhorn (2963 metri) al culmine del Rizoberg segue l'orlo estremo del Canton Ticino; dal Rizoberg ritorna al ponte di Untergeschen.
Il municipio senza reddito di sorta preleva le spese opportune da imposte; ciascun casale ha boschi e pascoli che si dividono equamente a beneficio d'ogni famiglia.
* * *
Entriamo nelle abitazioni. Le case sono quasi tutte di legno colla forma dei _châlets_ svizzeri, ed a tre piani: quello terreno è murato e serve di cantina. I piani superiori sono costrutti con travicelle per lo più di larice foderate internamente con tavolati bene mastiettati e disposti con qualche simmetria. Il pavimento ed il soffitto, piuttosto basso, sono pure di legno senza alcuna vernice.
Tutte le case hanno una camera più vasta delle altre, riscaldata — forse soverchiamente — da una stufa di pietra, nella quale accendono grande quantità di legna, e ciò da una parete interna di pietra che contiene pure il camino della cucina. Tutte le stanze sono tappezzate d'immagini sacre o di statuette in cera trasportate da Roma e dal santuario di Einsiedelen in Isvizzera, dove si recano qualche volta in pellegrinaggio. Una cosa curiosa si è che hanno sì indicibile amore degli orologi a pendolo da averne anche tre nella stessa _stufa_: notate che quasi tutti hanno poi ancora nelle tasche un orologio d'argento.
Un Formazzese, nel tepore della sua stufa con un po' di patate e di carne salata se ne ride della neve e del lungo inverno, e dice di stare meglio di un re — costituzionale.
Ignoro perchè gli usci abbiano l'architrave tanto basso, che ad ogni uomo di mediocre statura conviene inchinarsi per entrare nelle case e per passare dall'una all'altra camera; forse questa stranezza ha lo scopo di mantenere costante l'uso del saluto di chi entra. I Romani scolpivano sulla loro soglia il motto che diceva benvenuto al visitatore, squisita cortesia, che i tempi s'involarono con tant'altre; i Formazzesi paiono invece più gelosi del rispetto dovuto al padrone della casa che non di quello all'ospite.
Le finestre meritano una breve descrizione. Esse sono composte di tre telai rettangolari separati l'uno dall'altro da un travicello verticale a sostegno della parete superiore; ogni telaio è diviso in due sorta di vetri da una linea di legno orizzontale; i superiori sono fissi con piombo filato e per lo più esagoni, gli inferiori, più grandi, rettangolari ed incorniciati, scorrono o da una parte o dall'altra nella mastiettatura del telaio; ne viene perciò può sporgere al di fuori altro che il capo; per lo più i vetri inferiori sono diacciati, o, volgarmente, fatti a mandorle per nascondere ai vicini le proprie faccende senza diminuire la luce.
Le stalle, le cantine sono senza finestre; nel trebbiale superiore si coreggia la segale.
Se da una parte queste abitazioni sono asciutte, sane e comode, la quantità di legnami onde sono costrutte presenta mille pericoli d'incendio, tanto più da temersi per i venti e per la mancanza assoluta d'ogni istrumento atto a spegnerli. Morasck, pochi anni sono, ardeva interamente.
Il Formazzese, come gli Alpigiani in genere, si nutre di patate, di carne salata, e beve vino ed acquavite. Sono golosi di caffè. Anticamente non si faceva il pane che al fine di novembre per tutto l'anno; ora suole farsi almeno due o tre volte all'anno.
Ho visto più d'una volta la famiglia d'un agiato Formazzese assidersi senza distinzione fra il capo ed il servo ad una pulita tavola di acero, in mezzo della quale stava un gran piatto, in cui tutti pescavano colla forchetta o col cucchiaio; antichi costumi che i Formazzesi conservarono gelosamente sino al giorno d'oggi.
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Ora i calzoni lunghi, la casacca di frustagno o di panno e il cappello di feltro hanno dato il cambio alle lunghe calze bianche trapunte, alle brache, al panciotto rosso, all'abito a grandi tasche, nonchè al cappello a larghe tese. Nell'inverno le gambe per diguazzare nella neve coprono con uose di lana sino al dissopra del ginocchio; alcune cordicelle legano alla scarpa la falda che copre il collo del piede. Alcuni fra quelli che furono in Roma recano ai patrii monti l'uso incomodo di quel cappello cilindrico — che rappresenta sì bene le tendenze artistiche del secolo — con non poca antitesi col resto dell'abito.
Le donne, che vent'anni sono coprivano il capo d'un pittoresco cappellino adorno di nastri, lo coprono ora con un fazzoletto rosso annodato alla nuca. Il seno è coperto da un panciottino a varii colori, dal quale spunta attorno al collo un pizzo. Le vesti raccorciano la taglia e giungono a mezza gamba: nell'inverno sono di panno sottilmente piegato; le braccia ed il dorso coprono con una giubboncella a lunghe maniche. Nessuno va scalzo; gli stessi zoccoli in legno sono poco in uso. Nei giorni festivi principalmente il loro uniforme vestire è notevole per pulizia.
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La fonte del benessere dei Formazzesi consiste negli ampii pascoli, dei quali si vantaggiano gli altipiani e le convalli superiori, per cui ben mille bovine vi traggono dalle proprie stalle e dall'Antigorio. Una parte di queste scende poi a svernare al piano. Falciano una volta all'anno il fieno nelle praterie meglio soleggiate, ed alquanta segale che non cresce sempre a maturità. In tutta la valle ho veduto un solo albero fruttifero nell'orto di una casa in Fracco, un povero ciliegio bramoso di sole e di nutrimento che intisichiva.
Sul finire dell'estate, i Formazzesi più danarosi attraversano il Gries per recarsi alle fiere di Meyringen nell'Oberland, ove fanno incetta di giovenche e di vitelli che con loro infinito disagio conducono poi di qua dai faticosi gioghi del Grimsel e del Gries ai mercati di Domodossola, soddisfatti di un guadagno poco proporzionato a sette giorni di viaggio disastroso.
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I Formazzesi sono di statura piuttosto alta, nerboruti, agili e svelti.
Le donne sono più notevoli per robustezza che per avvenenza di forme, e meglio ritraggono la seria impronta dell'antica patria, che non la gentile finezza del profilo italiano.
Quanto all'indole dei Formazzesi, sì largamente dotati dalla natura di saldissime membra, mi parve ottima. Del resto nella valle nè polizia, nè milizie comunali. Pochi doganieri perlustrano i confini nei quattro mesi della bella stagione.
Le furie sanguinose della vendetta e della gelosia non agitano i loro cuori, in cui le passioni per l'indole pacata e riflessiva, pei nodi fratellevoli del sangue, per influsso della fede, e fors'anche per effetto benigno dell'aria che tutto volatizza, hanno meno impero che non avrebbero altrove.
Ho già notato altrove che la maggior parte — e doveva dire la migliore — della gioventù maschile emigra a Roma. Avvenutomi un giorno in un crocchio di garzoni di recente ritornati da quella città, avendoli richiesti dell'arte che praticavano, uno d'essi risposemi: — vi eravamo ministri.
Non crediate che i dabben uomini governassero colà il periglioso timone della pubblica cosa, come si crederebbe a prima vista da noi. Presso il popolo a Roma ministro è semplicemente il garzone di bottega. O ambiziosi!
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Tutta la valle era anticamente una foresta, come lo indica lo stesso nome dei villaggi. I primi immigrati sterparono le foreste del piano, conservando a sicurezza della valle le folte boscaglie che vestono i monti, senza la quali in pochi anni l'intiera vallea sarebbe un deserto, un caos di frane, di ciottoli — forse il letto d'un ghiacciaio.
Da Unterstalden alla Frua (1885 m.), oltre la quale non trovai che tre o quattro pini nei valloni di Kerback e di Morasch, s'elevano veri Dei Penati della valle, migliaia e migliaia di pini, di larici e d'aceri in foltissime foreste.
In esse il balsamico profumo della pianta stessa, il muschio che copre da secoli la rupe, la misteriosa oscurità e quell'indefinibile musica, che fa il più lieve susurrare di vento fra i rami e le foglie, ti fa sostare le ore seduto appiè di quegli alberi secolari, assorto, rapito. La più bella di queste foreste è quella che copre il Reti fra Touffwald e Wald. La salita è rapidissima. Sopra la pineta poca verzura, e poi le nude roccie, fra cui ultimo l'odoroso rododendro, il quale fiorisce spesso sul freddo terriccio delle diacciaie. Di quando in quando — troppo sovente forse — si recidono i pini più annosi, anche sulle difficili cornici; ed io me ne andai più d'una volta presso Andermatten a vedere le travi scuoiate tratte dai legnaiuoli sulle fittizie rotaie scivolare rapidissime dalle balze del Krayhorn al fondo della valle. Ammassati questi fusti in cataste lungo la strada, le traggono poi nell'inverno sulle slitte sino alla rupe di Puneigen, sulle casse e li precipitano da quel ciglione. La Toce conduce poi queste travi al Verbano. I legnaiuoli che esercitano questa pericolosa tratta sogliono essere per lo più della valle Cannobina o del Lago Maggiore.
* * *
Entrai in un antico abituro a Gurfelen.
Da lungo tempo vi abitava la miseria e la malattia. L'infelice sdraiato nel suo lettuccio di paglia, mi guardò con occhio stupito, e con fioca voce disse:
— Non guarirò più, sa? Ho tentato ogni rimedio.
— Che vi disse il medico?