Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 13
O voi tutti genii perduti nella nebbia dell'indifferenza, consultate la quarta pagina dei giornali, se la natura non vi classificò fra gli animali pelosi! Colla _composition créatrice des cheveux et moustaches du professeur Derk de Sandwich _(anche laggiù vi sono professori)_, qui garantit la beauté, la multiplication et la création _(sic)_ de la barbe et des cheveux..._ (tra parentesi, costa L. 10 al vasetto)... in poco volgere di tempo vi sarà dato entrare nel tempio della gloria per non uscirne per tutti i secoli dei secoli, in grazia del capilligeno. O progresso... della chimica!
Quel tale dalla barbaccia, per tornar a bomba, o alla barba se volete, si sognò d'essere Michelangelo, nientemeno. Dopo d'avere sonnecchiato per dieci anni nelle sale delle accademie, credette di svegliarsi _caricaturista_. Ignorava che non basta saper disegnare per mettere in ridicolo, che anzi il concetto è tutto.
..... L'arte affacciatasi un istante al cervellino, vi trovò la parodìa: pensate se la pudica avrebbe voluto dividere la stanza con quella mezzana. Che volete? Nessuno capì le sue caricature, come nessuno aveva capito le sue dipinture storiche; sicchè adesso, lasciati i lapis, fa progressi rapidissimi nel facile mestiere di genio incompreso. Tanto peggio per l'Italia!
Il terzo dall'occhialino, che inforca senza posa la groppa del naso bernoccoluto, mangia, beve, veste panni, fuma come un turco, e affetta articoli di politica nei diarii, frammezzando le serie disquisizioni sul riordinamento della carta mondiale con romanzi originali italiani tradotti dal francese... Intanto aspetta che un ministro scoprendo questo diamante nell'immondezzaio degli scribacchianti, lo incastoni in qualche ufficio. Da dodici anni egli è in attesa della propria scoperta: intanto qualche ciocca s'imbrina. Egli, ormai stanco d'aspettare, è deciso di gettarsi a capofitto nelle file dell'opposizione..... Guai alla vittima!
Il bello poi sta nel sentire come questa confraternita s'incensa nei giornali... l'egregio mio amico... il celebre autore... _Sic itur ad astra!_
Ma zitto, sentiamoli.
— Sì, vi ripeto, che anch'io voglio ritirarmi alla campagna...
— Per farti anacoreta? Hai ragione. Deciditi una volta a far penitenza de' tuoi peccati... il pelo si fa grigio, e Cristo ti guardi dal farla tardi!
— E solo?
— Oibò; aspetto solamente l'incontro d'una bella ragazza...
— A che?
— Per farne il bastone della mia vecchiaia.
— È forse necessaria una ragazza? Prenditi una vecchia.
— Puah! Io intendo sempre d'imitare chi fa professione di dare buon esempio.
— Non ti sarà tanto facile trovare un modellino sì aggraziato... (cara, cara!)
— Lo credo io. Tanto più che non porto in capo... mi capite... il salvacondotto.
— Beati quelli! Paradiso di qua e di là; mentre noi aspettiamo l'inferno nel purgatorio... Se rinasco, m'immaschero anch'io.
— E vedere come si conservano freschi, aitanti oltre il mezzo secolo... mentre io a quaranta...
— Essi non consultano mai la quarta pagina dei giornali!
— A proposito. Ieri all'ufficio postale ho letto l'_Armonia_: vi faccio sacramento che non vi ha diario che lo sopravanzi per spiritose concezioni, per purità di lingua e per strettissima logica...
In breve tutti gli strali si spuntavano sulla tranquillità apatica del prete, il quale tuttavia lasciava spuntare a fior di labbra un certo risolino indefinibile, forse allora che una favilla spiccava da tanto fumo. Bevi e ribevi, trinca e cionca, i tre finirono per ingolfarsi nel razionalismo, e manomettendo quel po' che ne avevano letto stampato su per le gazzette, diedero un furioso assalto a tutte le religioni _positive_.
Io che me ne stava fra tanta battaglia spettatore indifferente, pensai quanti pensieri dovevano frullare in capo al prete della montagna, certamente ignaro di ogni contesa filosofica, e che aveva forse creduto che non vi fossero al mondo religioni diverse dalla cristiana, turca ed ebrea. Ma egli sorbiva tranquillamente una fumante tazza di caffè.
Intanto nella via stessa dell'albergo una donna vecchia, scarna, giallognola e quasi cieca, appoggiandosi ad un bastoncino, si recava innanzi ad un'immagine della madonna di Revalvegezzo da qualche Raffaello del paese tratteggiata sul muro, e ginocchioni vi orava tutta raccolta.
Nella sala dell'albergo la discussione non cessava: discussione veramente non era poichè l'affare principale consisteva nel rincarire la dose a chi aveva parlato prima. Mentre s'arrovellavano sull'adorazione delle immagini, ad un tratto, vista la vecchierella che pregava, eccotela in ballo.
— La vedete quella donna? Credete voi che nell'atto suo entri un cicino l'adorazione dell'Ente?
— Impostura!
— Ostentazione, dico io.
— Nè l'uno, nè l'altro; ma idolatria, sempre idolatria, paganesimo, superstizione.
— Farebbe molto meglio a filare alla conocchia!
— Sarei curioso di sapere cosa n'avrà dopo di avere sonnecchiato un paio d'ore davanti quella crosta.
E alzandosi anche lui, s'avanzò verso la tavola del prete, e fatto un leggero cenno col capo, col sorriso sulle labbra, chiese al vecchio:
— Scusi, sor abbate, se le interrompo il _chilo_.....
— Parli, signore, sono qua a sentirlo.
— Dica un po' lei, che è della professione e che può parlarne in cattedra, se quella donna non farebbe molto meglio..... ma lei ha sentito certamente i nostri discorsi..... l'amico mio giornalista grida come un ossesso!... favorisca adunque dirne chi di noi gli pare abbia ragione.
Il prete gli ficcò, _intus et in cute_, uno sguardo acutissimo, che tradotto in volgare voleva forse dire:
— Voi vorreste divertirvi alle mie spalle, neh? Guardate che io vi faccio pagare lo scotto!
— Signori, tutto quanto hanno detto, mi torna meno nuovo di quel che si credono. Dimorai lunghi anni in Allemagna ed a Parigi..... Io, me lo permettano, risponderò loro con una domanda.
— Oh! pensi.
— Quella donna è miserabile, si vede; è quasi cieca... è forse priva di famiglia, o, Dio non voglia, maltrattata da' suoi come un fastidioso mobile. Dunque senza gioventù, senza salute, senza vista, senza il cinismo d'un cuore isterilito nei disordini, senza conforti materiali e domestici, e quel che è più orribile, senza speranza! Agirà per ostentazione? Per carpire alle paesane sue il titolo di devota od un tozzo di pane? Poca ambizione e dura condizione. Ad ogni modo soffre e senza speranza di meglio, non è vero? Andate ora, sulla supposizione più onesta, a scalzare la predilezione idolatra che può per avere un'immagine anzichè per un'altra! Che vogliono darle, o signori, per consolazione, in cambio d'una fede, che vendica colla vita avvenire i dolori della presente?
. . . . . . .
E corse dietro alla vecchia per recarle il frutto d'una parola, atto che la fanciulla abbelliva colle grazie della giovinezza e della carità... Non dico che fosse tutta carità spontanea, pura... ma a buon conto, senza sofisticare, la carità venne posta in atto.
* * *
Da Premia, a destra, oltre la Toce, si sale per un cattivo sentiero alla Cravairola, regione al di là della catena dal Pizzo del Forno alla Corona del Groppo, la quale trovasi oltre al confine naturale e versasi nella valle Ticinese.
Le dissensioni sorte anticamente fra gli Ossolani ed i Valmaggesi finirono per accendere quelle scaramuccie, le quali per essere guerreggiate fra contadini non sono meno micidiali; di qui rapinarsi il bestiame, spesso diruparlo, incendiare le capanne; finchè, stanchi di queste reciproche rappresaglie a cui avrebbe tenuto dietro la comune miseria, ricorsero ai proprii governi verso la metà del secolo XVII. Senatori della Camera di Milano ed inviati della Repubblica Elvetica convennero sul Lago Maggiore e là stabilirono i confini. È inutile il dire che avevano tutti ragione. Dopo la sentenza, infierirono più atroci le rappresaglie. Finalmente in una sanguinosa rissa essendo stato ammazzato l'istigatore principale, un bandito della Valmaggia, di cui si portò in giro la testa sopra una picca, placata col sangue l'ira comune, la luttuosa lite ebbe fine.
Da Premia per Piedilago, detto dai valligiani Piedilatte, i due Cadarese e S. Rocco, si perviene in due ore sotto quel Salecchio già accennato da noi. Questo villaggio, il più alto della valle Antigorio, è situato sopra un breve gradino del monte della Punta di Campo. Da lassù godesi bella vista sopra una parte della sottostante valle, mentre tutt'attorno al villaggio rallegrano estesi pascoli smaltati di odorosissimi fiorellini. Chi da Salecchio volesse recarsi in valle Formazza, di cui di lassù scorgesi la bocca, senza discendere la via al basso malagevole assai, vi può pervenire con un sentiero che guida al santuario di Puneigen, in due ore.
Questo sentiero corre sull'orlo del pendìo montano qua e là rapidissimo, e dopo la neve diventa pericoloso, non però come l'asprissimo che vi conduce da S. Rocco stagliato nell'immenso muro granitico, che s'aderge al N. O. Sicchè Salecchio è quasi segregato — nell'inverno — dal resto del mondo. Pochi inverni or sono il sindaco ed il vice-sindaco di Salecchio vollero discendere per quest'ultimo calle a S. Rocco; gli sciagurati sdrucciolarono sul vivo diaccio che lo copriva, e rimbalzarono — orribile a dirsi! — di roccia in roccia sino a valle.....
Il santuario di Puneigen od Autilone non ha nulla di rimarchevole per architettura, ma il sito è assai pittoresco. Sorge sopra una balza del Martello tutta lieta di piante e di erbe, attorniata da rupi scoscese che si specchiano in un laghetto. Dall'estremo labbro verso levante, la vista sulle nudi rupi del Rizoberg, sull'abisso che si sprofonda nella sottostante Antigorio, e verso mezzodì sui pascoli che allegrano le falde dei due Salecchio, compensa la poca fatica di farvi una digressione dalle porte della Formazza.
Da S. Rocco che ha una bella chiesuola ed una fisonomia ancora aperta, sorridente, italiana, in poco d'ora giunsi per Balmalarice, Passo, ad Arivasco.
Bella cascata è quella del Vuova, qui presso.
Io solo so quante volte incespicai sulla malagevole stradicciola per guardare le gigantesche rupi di granito venato a strati orizzontali che assiepano la valle. Gli obelischi egiziani appetto a quelli che se ne potrebbero trarre parrebbero birilli.
Perchè non ho io la potenza della fede che rimove i monti ed il genio di Michelangelo? Vorrei innalzare sulla vetta suprema delle Alpi tale un monumento alla verità, che toccasse le stelle. Il granito non è ciò che manca per ora.
Il gruppo di casupole, che è Arivasco, non ha nulla che possa trattenerci, se non fosse questa nidiata di vispi fanciullini, la folleggiante gaiezza dei quali contrasta non poco colla severità del paese. La valle sì spaziosa va chiudendosi: ecco Unterwald. Siamo finalmente in Formazza?
Fra mezz'ora, rispose una donna.
Perchè, dissi poi tra me, le mezz'ore di piacere non sono tutte lunghe quanto codesta per salire alla Formazza?
XII.
_L'orrida forra di Unterwald._
Appena oltrepassato il malinconioso casolare di Unterwald (Foppiano), ci addentriamo in una stretta gola, oscura, sinistra. La scena che ti colpisce dal ponte d'Untergeschen è stranamente terribile. A destra, crollante sopra una rupe, una torre inghirlandata d'ellera e di muschio, sta per sfasciarsi. Forse è l'ultimo monumento della guerra contro i Cimbri — forse l'innalzarono i Cimbri nella loro discesa.
Guardati dal favellare contro i Romani ed i Cimbri — essa potrebbe vendicare su te gli uni e gli altri.
Lo Sternehorn, gigantesco monolite insofferente di neve; che inabissa quaggiù i fianchi repenti, soffoca la forra. Le pinete dalle funebri ombre incutono sacro terrore. Immani macigni rimbalzati qua e là sotto e sopra, s'arrestarono colpiti da spavento. Fra le poche zolle, nei loro crepacci, sugli scaglioni inferiori, lacrimano minutissimi zampilli. In mezzo si rivolta, s'arrabbia di masso in gorgo con orrendo muggito la Toce tutta spumeggiante d'ira. È l'acqua che si ribella contro la terra. Intanto il sentiero, incerto, s'innoltra serpeggiando fra i sassi e sale faticosamente verso il lembo dell'orizzonte che s'affaccia lassù.
Dove sbocca questa fossa?
Le membra si diacciano sotto la vampa settentrionale che dal cigliare del pozzo si sferra quaggiù in un turbine di nevischio e di spruzzi del fiume; il petto ansante chiede riposo e mite temperie — ma su! su! qui non consentono sosta nè le spinose selci della strada, nè le ombre assideranti. Su! anche i pini, i larici si slanciano con forza da quest'umida caligine all'insù per giungere ad ottenere un raggio di sole. I loro rami tremolando ne invocano la caldura onde gli uccelli migranti vi si posino in ciarle d'amore. Ma invano! Non un raggio scende di là ed i _merli d'acqua_ stessi (Wasseramsel) non osano soffermarsi alle loro radici. I corvi soli, gl'incresciosi corvi spiccano il volo dalle bozze soprastanti e scendono nel burrone sopra gli alberi infelici a funestarli col loro rauco gracidare.
Se qui la natura sembra spirare soffocata dalle moli gigantesche e sfinire di languore, oh! come trista dev'essere la valle di Formazza!
Un grazioso fanciullino incontrato ad una risvolta ne assicura che fra pochi istanti toccheremo l'altipiano desiderato.
Rincorato, dando uno sguardo ancora allo spettacolo sottostante, invidiai — e non per la prima volta — il pennello del Gonin per ritrarre questa terribile scena, in cui per rafforzare il colore locale non sarebbe punto necessario d'innestare episodii drammatici — sì alto qui parla la natura!
Ma ecco la bocca dell'androne, ecco la luce, il sole e col sole il sorriso della vita!
Guardo in giù, attraverso ai pini, e auguro ai Formazzesi non venga giammai loro il ticchio di sterpare la boscaglia protettrice del mal passo — o nessuno s'addentrerà nella spaccatura senza che, eterna spada Damoclea, non minacci o voluta di neve o frana o macigno!
Guai a voi!
PARTE TERZA
=La Frua ed il Gries.=
I.
_Valle di Pommat o di Formazza — Stafelwald, Andermatten, Touffwald, Wald, Zumsteg, Brenno, Gurfelen, Fruttwald._
=Quanto non s'eleva nella solitudine= =delle Alpi l'immaginazione!= _Zimmermann._
Eccoci al piano. Quattro o cinque scheggioni diroccati fin qui, Dio sa quando, dai vertici del Martello, e la valle Formazza si stende in là fra sublimi montagne.
Due piccoli villaggi ne si presentano innanzi, amendue poco lieti: il primo, poco rallegrato dal sole, Stafelwald, allo sbocco di una ripidissima valletta che dichina dal Vandflühorn (2862 metri), solcata dal torrente Riebbo, per la quale un brutto sentiero guida nell'estate pel Criner o Forca del bosco, alla Maggia nel Ticinese: l'altro, Andermatten (1241 m.), colla parrocchia, sotto una scoscesa roccia che gli si aderge altissima alle spalle, pare temi di un finimondo.
Non ha tutti i torti.
Nulla di notabile nella parrocchia, fuorchè lo svelto campanile che sorge isolato. Nello sterrato allato alla chiesa il cimitero, come nei paesi protestanti della Svizzera. Ma prima di giungere al cimitero, fermiamoci, che n'abbiamo di mestieri, all'albergo del Cavallo bianco, pulito e discreto.
La Catterina, l'ostessa, dà cento punti al marito a darvi lezioni di corografia. V'ha anche una bella giovinetta, semplice ed innocente quanto vezzosa. Sento da esse che convengono alla parrocchia quanti abitano nelle superiori frazioni di Touffwald, Wald, Zumsteg, Brenno, Gurfelen, Fruttwald, e nell'estate dai casali di Kerback e Morasck distanti tre o quattr'ore di cammino.
Occupai la domane nel visitare i paeselli.
Poco oltre Andermatten la valle si rivolge alquanto a sinistra ed assume quell'aspetto che faceva esclamare al celebre Saussure esser questa la valle d'aspetto più pastorale ed allettevole. Da Stafelwald a Touffwald corrono a destra rupi tragrandi di vivo macigno, coronate d'una sempre verde boscaglia di pini e larici, mentre alzando lo sguardo scorgonsi le vette supreme dell'Hirelihorn (2434 m.), del Gazoli, del Bedriol (2921 m.), le quali, correndo fino al Kastel (3276 m.), dall'aprirsi al chiudersi della valle, a destra rimontando la Toce, segnano col taglio delle loro creste frastagliate il confine fra il regno italiano ed il cantone Ticino.
Dalle balze dell'Hireli si lascia cadere quasi spossato di languore e di fatica lo Steibo, torrente che forma lunghesso quelle repenti chine una cascata di ben duecento metri, la quale appare da lungi quale tela d'argento sfavillante ai raggi del sole. Sempre a destra, prima di giungere a Touffwald, scendono dall'Alpe Gazoli il Fuldstuder e l'Ecco, amendue formanti variate cascatelle, le quali sono assai belle a riguardarsi, principalmente dopo qualche temporale nei valloncelli superiori.
Touffwald, detto pure S. Michele, ha case pulite ed è bene esposto al mezzodì. La strada sotto le boscose falde del Montegiove o Retiberg (3007 m.), come qui lo dicono, procedendo lungo la Toce scorge a Wald, nel centro della valle. Siccome però le molteplici sorgenti che zampillano dal Witenbil, collinetta in mezzo alle praterie, nell'inverno formano scaglioni di diaccio durissimo, i quali coprono per lungo tratto la strada, gli alpigiani l'abbandonano passando da Touffwald alla sinistra della Toce.
* * *
In Wald in una casetta al ponte ha stanza il ricevitore della dogana italiana, gentilissimo giovine che ne fu largo d'ogni cortese indicazione.
Ho fatto una visita alla tenebrosa nicchia in fondo alla quale il Lebenduner, prorompendo da un covacciòlo si precipita in sottilissima polvere; ma il denso velo degli spruzzi e l'altisonante ruggito m'impedirono d'interrogare i genii dello speco.
Il sentiero che serpeggia su per la foresta, dal ponticello che valica il torrente, guida ai pascoli di Vannin, e di là, su per le murene ed i diacci del Minoio-Krüpfi al varco del monte — da cui sceso nella valletta suprema dell'Arbola, pel passo del Figascian, in una giornata di cammino, ad Aernen del Vallese.
Zumsteg è la capitale della valle: è il più grosso villaggio, non il più bello. Le pendici a destra ed a sinistra sono tutte affoltate di pinete.
A pochi minuti da Zumsteg, alla destra della Toce, un bel gruppo di case sulle ultime falde del Nacker, Brenn — (1322 m.); poco più in su, pittorescamente allogato sotto una rovina di giganti roccie che i secoli hanno vestito di muschio e di zolle, sta Gurfelen. Le ruine a cui s'addossa, lo riparano dalle bufere del settentrione — tutto il male non viene per nuocere.
Al di là di Gurfelen, mentre la valle si ristringe, la strada sale, a sinistra del fiume, sopra una rupe che stagliata trabocca giù nei profondo in cui gorgoglia la Toce: di là, alla risvolta del cammino, ove s'innalza un'antica croce di legno, appare pressochè tutta la valle coi casali di Touffwald, Wald, Zumsteg, Brenn e Gurfelen.
Da quest'ultimo in un quarto d'ora si giunge a Fruttwald, diviso dalla Toce, nel verde piano in cui riposa la valle fra le rupi del Nuefelgiuh e le balze del Tamier. Il Nuefelgiuh è un'orrida catasta di macigni aspri, scagliosi, nudi, penzoloni sul villaggio.
Uno di essi, or faranno trent'anni, traboccava con intenso fragore sul villaggio — la terra traballò, i pendoli s'arrestarono, mura si screpolarono — ma il masso per miracolo sprofondava a dieci passi dagli abituri.
Quelle creste ricise, addentellate non paiono accessibili che agli uccelli di rapina. Chi oserebbe del resto arrampicarsi lassù? Sentite una fiera istoria.
Luigi Dellavedova aveva un figlio non ancora ventenne, di ottima indole e di belle forme. Luigi è l'espertissimo fra i cacciatori di camosci. Egli non aveva mai permesso al figlio di accompagnarlo a caccia, promettendogli però che non appena avesse compito vent'anni, avrebbe diviso con lui le fortune di quel passatempo che in fatti è una serie continua d'indicibili disagi, e di pericoli d'ogni maniera. Il giovane attendeva con vivo desiderio, con impazienza quel giorno avventuroso. Spesse volte il padre lo sorprendeva fiso estatico verso i culmini alpestri. Intanto s'addestrava ad imberciare con sicurezza per colpire il suo cappello a trecento passi.
Una mattina, mentre il padre era assente, il giovanotto, malgrado le rimostranze della madre, mette ad armacollo la carabina paterna, parte per una scorsa sul Reti. Alla sera, prima dell'arrivo del padre, sarebbe di ritorno.
Quella sera giunse il padre; ma s'attese invano il figlio. Anche la notte invano.
La domane, la dopodimane, la povera madre correva di quando in quando alla porta della capanna con ansia infinita..... ma forse egli insegue con altri cacciatori un branco di camosci. Il padre interrogò i cacciatori della Formazza; seppe che nessuno s'era mosso di casa! Il padre smanioso, col figlio maggiore, sale sulle alture e le percorre senza posa per varii giorni; frotte di cacciatori e di pastori s'addentrano nelle solitudini di quella cerchia montana, tutto attorno alla valle — invano!
L'ansietà cangiasi in angoscia. — Ogni valligiano palpita sulla sorte del giovane; le madri piangono colla madre.
Ecco l'ottobre — nevica. La neve seppellisce ogni cosa, ogni speranza. La madre sola spera ancora — in Dio! Più d'una volta, la notte, balza dal letto e corre affannata alla porta ove le pare abbia picchiato una mano sospirata. Allo squagliare delle nevi in giugno, sotto le precipitose rupi del Nuefelgiuh un pastore scopre un cadavere orrendamente sfracellato..... Il padre solo potè riconoscere la sua creatura. La carabina, spezzata, trovossi lungi un cento passi dal cacciatore che per la prima ed ultima volta l'aveva impugnata.
* * *
Quantunque Fruttwald sia il più alto dei villaggi abitati tutto l'anno nella Formazza, la vista resta ivi circoscritta verso la valle da un gibboso declive che l'attraversa fra il Tamier ed il Nuefelgiuh, e verso settentrione da un contrafforte di quest'ultimo monte che rinchiude quasi il superiore valloncello di Unterderfrutt ove casca la Toce.
La strada, lasciato Fruttwald alla sinistra, con breve giro appiedi del Tamier s'affretta alla Frua, spettacolo che si presenta ad un tratto, quasi per meglio colpire.
S'io disegnassi come Schrimer non avrei a descrivertela a parole.
II.
_La Frua o cascata della Toce — Quanto costi un sorriso di donna._
Il Valloncello di Unterderfrutt è circondato dalle falde del Picco di Gigeln, a destra — dalla rupe della Frua a settentrione, — e dalle ultime digradanti balze del Nuefelgiuh a sinistra ed al fondo. Al di là della Toce poche stalle in mezzo ad una breve prateria attorniata dai macigni dinoccolati dalle rupi imminenti, danno ricovero nell'estiva stagione agli armenti che si vengono a pascolare.
Lo sguardo non può soffermarsi più d'un istante sulla cornice che inquadra il meraviglioso spettacolo della Toce, la quale ad un tratto, lasciato il queto alveo superiore, trabocca dal ciglione della rupe stagliata in tre orizzontali gradini, uno sull'altro cadente, ed irritandosi ad ogni labbro, rimbalza spumeggiante nell'aria, ricade in sottilissima polvere d'argento per spandersi nuovamente in mille spruzzi, cascatelle e zampilli, formando così una piramide gigantesca, la quale, allorchè il sole vi diffonde i suoi raggi luminosi, tutta sfavilla di mille diamanti.
Bello è contemplarla all'aurora colorirsi a porporine tinte, smagliante come l'acciaio brillare al mite chiarore della luna, e nelle incerte ombre della notte innalzarsi come un immenso fantasma in mezzo a quelle moli rigorose. La severità del sito, i cento sibili confusi in un sol urlo dell'aria percossa, le scagliose rocce del Gigeln, le superiori macchie di larici, fra cui fischia il vento, destano nello spettatore il senso, non so se più di meraviglia o di terrore, che nega la favella innanzi agli spettacoli più sublimi.