Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries

Part 12

Chapter 123,656 wordsPublic domain

Dove sono gli immortali cattivi di Minosse? Ma laggiù la turba che si smaniava non v'era precipitata per l'ira del Ghibellino — laggiù non le pietose visioni delle Francesche, delle Pie, delle Piccarde — ma sì l'urlo dell'Ugolino: ho fame, fame — d'oro! Le cere pallide, gli occhi intenti che sovente si chiudevano per attendere quasi un prodigio dalla sorte, il prodigio d'un _filone_, le labbra, balbettanti misteriose parole, tremavano convulsivamente; i ferri, gli scalpelli sonavano dolorosamente con affrettata vicenda sul sasso, e le girelle cigolando con lungo e monotono gemito sotto il peso della terra da razzolare lassù si lagnavano della faticosa bisogna. Presto, trovate l'oro, e risalirete all'aria libera, dove v'attende il piacere. Presto — la mano ingranchita nega l'ufficio suo — non importa, avrai tempo a riposarti stazzonando la coppa dell'ebbrezza. Presto — l'occhio stanco di fissare s'inietta di sangue — che vale? ti guarirà la vista di quella donna che prediligerai. Non morderti le labbra per dispettosa impazienza — quelle della bella si macchierebbero di sangue.

Tutti hanno ragione. La sete degli agi, dell'ozio, del piacere cresce smisurata col ribrezzo per la povertà operosa ed onorata.

Date loro dell'oro, o roccie avare! Perchè non posseggo io la verga di Mosè? Vi sdoccerei da questa rupe insensibile un torrente di scintillanti verghe.

Resisterete voi al fascino di quanto vi si offre per la vostra ricchezza? Ecco a voi la coscienza dei sacerdoti e dei giudici; a voi pel pane e l'ozio del circo, le ovazioni della plebe; a voi l'arbitrio della fama; a voi chi per trenta nummi tradirà la patria; a voi, per i monili e le perle, la già pudica vergine non riluttante a vostra balìa — la madre, a cui procuraste mense lussuriose, tace ghignando — il marito già vendette la moglie; a voi geloso veleni e coltella; a voi ambizioso chi vi venderà l'ingegno e la fama — al massimo buon prezzo; — a voi vivo ancora monumenti; a voi artisti, che scambiato il vezzo dell'ozioso nell'amore splendido delle nove sorelle, inneggieranno e di mille fantasie abbelliranno la casa; a voi coll'oro la farsa orpellata delle frini o la tragedia a scelta, e, orribile a dirsi, il poeta che canta ed impreca a suono della moneta, della poca moneta, per cui tra secoli, oscurato Mecenate, rivivrete ancora nel sospiro del vate e della ballerina senza procolo!...

Resistete? La vertigine vi attira, la virtù e l'onore impallidiscono al bagliore del vizio seduttore che vi tende le molli braccia..... Un grido forsennato s'eleva dalla folla ubbriaca: la vita è pel piacere — Dio è una noiosa chimera; tutti sacrificano al vitello d'oro, senza che un Mosè spezzi dallo sdegno le tavole sacre sulle loro teste.

Ahi! dolorosa visione! Quanti vid'io nella turba affannata stendere la mano per sacrificare al Dio, che io aveva tenuti con religiosa riverenza come illibati! Attorno al tripudio, apparivano nelle fumose scene della bolgia monumenta e forche, feste e berline.....

O infamia, sclamai cadendo sulle ginocchia, tutto adunque s'immolerà sul tuo altare?

Quando, dalla parte opposta, come in ampia radura sconfinata, vidi raggiante la Carità in atto verecondo sovvenire con mano fratellevole al misero, e così trattenuto il braccio vendicatore dell'ira divina..... Attorno alla benedetta, in cerchio, chi cantò la verità e pugnò per la libertà per solo amore delle gemine sorelle.....

Erano pochi.

X.

_Stonazioni della fama. — Le Ossolane non sono più quelle d'una volta. — Cajo Mario ed i Cimbri. — Innocenzo IX di Cravegna. — Banchetti funebri. — La valle Diveria._

Di ritorno a Domodossola, senz'altra dimora, corriamo alla valle Antigorio, da cui, per l'altipiano di Formazza e la salita del Gries, discenderemo nella Svizzera.

Crevola trovasi appunto là dove sboccano le valli Divedro ed Antigorio. La maraviglia, l'illustrazione di Crevola — all'ombra di qual campanile non havvi _un'illustrazione_? — è il ponte della strada al Sempione, che varca per la prima volta l'arrabbiata Diveria; i periti vi dicono che esso è largo otto metri — come la strada — lungo cento e alto trenta. A mezzo un'enorme torre di granito si erge dal letto della fiumana a sostenerlo; scendete la scala che sta presso le casipole vicine e guardate insù — neh, che il ponte ha del pittoresco? Ma gli è pur vero che questo ponte è più celebrato di quanto l'architettura o le difficoltà superate meritino. L'Amoretti lo dice imponente; l'Ebel un capolavoro d'architettura; Boniforti lo chiama famoso se non altro per constatare l'opinione universale. Io mi stringo umilmente nelle spalle e senza detrarre al merito del ponte, faccio a me stesso la semplice domanda: se questo è un famoso capolavoro, quali parole potranno adoperarsi per favellare del ponte sulla Dora del Mosca, di quello sul Niagara in America e del viadotto da Marghera a Venezia?

Questa smania di celebrare, come sublimi, cose per nulla singolari, non è generalmente invalsa negli scrittori italiani, i quali debbono piuttosto accagionarsi (forse pel continuo spettacolo di cose grandi in arte ed in natura) di una certa indifferenza nel notare al viaggiatore ciò che per universale consentimento è veramente degno d'ammirazione.

Non parlo delle guide renane e svizzere: ogni rigagnolo d'acqua che fila da una rupe di dieci metri è una meraviglia. Intanto gl'Italiani, sì poco curanti della patria loro, sanno generalmente raccontare d'aver visto questo e quello al di là dei monti, e ignorano quanto sta a dieci passi dalla loro casa.... Credo di non ingannarmi asseverando che gli Italiani sentono la bellezza della loro patria senza curarsene punto, come un nato ricco non dà pregio a quegli agi, ad ottenere i quali i poveri si travagliano spesso invano tutta la loro vita. Ma senz'altre digressioni entriamo nella valle Antigorio ritornando a Crevola.

La lapide latina, che leggesi sopra un muro della Chiesa di S. Vitale, accenna ad una feroce pugna combattutasi presso Crevola nell'anno 1487 tra gl'Italiani e gli Svizzeri: Bernardino Corio parla di questa battaglia nelle sue storie, ed in questa narrazione è notevole che gl'Italiani non avessero che _due_ morti, mentre gli Svizzeri ne contassero _duemila_, o secondo gli storici Alemanni soli _ottocento_, numero tuttavia troppo disparato per non eccitare al lettore alcun dubbio sulla veracità della storia. Ad ogni modo gli Svizzeri uccisi furono tanti che i loro cadaveri caduti nella Diveria avevano formato una chiusa di tale altezza da servire di ponte agli Italiani.

Narrasi pure che le donne ossolane, inferocite dalla barbarie del nemico, che prima di questa pugna aveva manomesso ogni cosa in quei dintorni, quanti Svizzeri fuggenti s'erano ricoverati nei boschi o nelle capanne scannassero, e strappato il cuore sanguinoso dai loro petti ne ammanissero pasto ai cani.

Ancora adesso le belle Ossolane vi rapiscono il cuore, ma non è provato che lo diano ai cani.

Fra i morti vi furono Renato Trivulzio, capitano degli Italiani, ed Albino Desilinon, capitano degli Svizzeri.

Sulle rupi di Crevola sorgeva nel medio evo un castello, che fu dei Silva, famiglia che diede prodi capitani. Di questo castello non rimangono se non macerie coperte di muschio e di obblìo.

* * *

Poco sopra Crevola, a destra, sopra un poggio lieto di vigne e di campi, scorgesi Montecrestese, al di là della Toce; il sole vi matura un vino schietto e rubino. Qui presso la Toce precipita fragorosa in un profondo gorgo, su cui, non sono molti anni, era gittato un ponte altissimo e senza parapetto, sul quale non si varcava quell'abisso senza pericolo.

Proseguendo la strada, poco oltre a sinistra troviamo Vira attorniato da vigneti, e poi a destra Ponte Manlio, così detto dal Console Manlio, che vi si era accampato colle proprie legioni nella spedizione contro i Cimbri, ed aveva quivi gettato un ponte sulla Toce. Si sa — da chi non l'ignora — che i consoli Manlio e Cepione vennero sconfitti da quei feroci abitatori delle foreste nordiche, già vincitori di Cassio Longino; sconfitte che dovevano far risplendere di più la sanguinosa vittoria di Caio Mario, colla quale questo capitano di gran mente e di forme atletiche atterrava, al dire di Tito Livio, duecento mila barbari, e menava in trionfo novanta mila prigioni. La fortuna, dando lo scacco al suo collega Catulo vinto dai Cimbri sulle rive di questa stessa Toce, gli apparecchiava nuovi allori.

Nei piani del Ticino, tra Novara e Vercelli, nei campi Raudj, si combattè l'estrema pugna tra Roma ed i Cimbri; Caio Mario, morti cento e quarantamila nemici, s'incamminava a Roma, traendo seco settantamila prigioni, a Roma che per la quinta volta lo eleggeva console.

Meravigliosa cosa! Non v'ha paese anche nascosto fra inospitali monti in cui i Romani non abbiano impresso il marchio dell'arrogante loro grandezza.

Ma lasciamo le glorie dei Romani ai pochi che le studiano, e _marciamo_ su Crodo, capoluogo di mandamento di tutta la vallea, lasciato Campomanlio a destra e passando sotto una galleria tagliata a ferro e fuoco nella viva roccia. Presso Crodo credesi s'allagasse la Toce formando un bacino considerevole d'acqua; e monsignor Bescapè, vescovo di Novara, il quale nelle sue visite pastorali studiava e notava la natura e gli uomini, parla di un tempietto a S. Martino che allora chiamavasi Capolago, tempietto che tuttora esiste, a quanto mi si disse.

Crodo è forse nella più infelice posizione della valle: ad ogni infuriare del torrente Alfenza, ogni abitante paventa non si rinnovellino per lui l'estreme scene del diluvio universale, senza la speranza di una novella arca di Noè; chè l'Alfenza, diroccando piante, ciottoli e massi immani, forma a sè dinnanzi barriere che un istante dopo distrugge, sfogando con tremende urla il rabbioso impeto sulle mura di Crodo. Perchè dunque i nostri nonni presero stanza in un sito tanto minacciato? Ciò diranno pure i Domodossolani: ma quei babbi — senza _ministeri d'agricoltura_ — rispettavano con religiosa temenza le foreste, sapendo — senza _studi forestali_ — come le piante mentre abbelliscono le falde montane e purificano l'aere, colle radici sì tenacemente s'abbarbicano alle zolle, alle roccie, che nessuna forza di torrente o di voluta che rovini sopra di loro, varrà a sterparle ed a strascinare con sè il terreno su cui sorgono. Se la improvvida cupidità dell'oro non viene frenata, fra poco tempo una pianta sulle Alpi sarà una curiosità, come una cascata.

Pochi minuti sopra Crodo sta lo stabilimento idropatico con sorgente d'acqua minerale ed albergo: ve lo indico con piacere nel caso vi possa giovare; ed in ogni caso se non vi sarà utile la linfa colla doccia ed il bagno, vi gioverà senza dubbio l'albergo confortevole e più di tutto l'aria vivissima. La bella strada calessabile, la vicinanza a Domo, la freschezza del sito, invitano nella stagione estiva copia di visitatori.

Quantunque l'appetito m'eccitasse a giungere presto a Baceno, non volli tralasciare di fare una visita a Cravegna, terricciuola microscopica sulle ultime falde del Corno Cistella, per soddisfare la mia curiosità di conoscere almeno di vista il villaggio che gli Ossolani citano volentieri come patria del compaesano che ebbe più splendida sorte fra quanti emigrano dai loro monti.

Giovanni della Noce nasceva di padre cravegnese in Bologna sul principio del secolo XVI. I risparmi del padre, facchino, o la protezione di qualche mecenate strapparono il giovanotto all'oscura sorte della famiglia. Addottorato, egli seppe in breve schiudersi attraverso alla folla dei preti che assediano il Quirinale una via col proprio ingegno. Acciuffata così la fortuna colla stima dei pontefici, di grado in grado, canonico, vicario, referendario, vescovo, ambasciatore a quella Venezia che allora era ancora in grado di liberare l'Europa dai Turchi, fu poscia patriarca a Gerusalemme ed infine cardinale. Quando nel 1591 egli venne eletto pontefice assunse il triregno col nome d'Innocenzo IX. Scrisse varie opere che io non lessi e che voi non leggerete. Beneficò i compaesani. Uno dei tratti singolari della sua vita fu che egli cambiò il nome paterno con quello di Facchinetti per rammentarsi certamente nell'insperata prosperità la propria origine; come già gl'imperatori romani traevano dietro di loro nei trionfi campali uno schiavo, che di quando in quando rompeva le acclamazioni universali colla fatal voce: rammentati di essere mortale!

Due discendenti d'Innocenzo furono cardinali nel secolo XVII.

* * *

Da Cravegna, seppure il curioso lasciata la strada vi si è portato, in mezz'ora di cammino si è a Baceno, la borgata più popolosa di tutta la valle, situata alle falde di Pizzo di Robbio contrafforte del monte della Gran Loccia, non lungi dalla foce della Diveria nella Toce.

Compagno mio, non t'incresca di digredere dal cammino per visitare la solitaria vallata di Croveo, che qui appunto schiude le sue porte e della quale nessuno fece mai parola.

Essa sta rinchiusa fra le Alpi culminanti che muniscono l'Italia verso il Vallese, la cortina dei contrafforti che digradano a destra dell'Antigorio dal Reti, e quella della sinistra della valle Divedro. Le tante pieghe delle Alpi Massime che si svolgono in questa conca formano una serie di valloncelli, che nella state verdeggiano per riaddormentarsi poi sotto la neve per sette mesi. Fra queste vallate la più nota è quella di Agaro, piccolo villaggio abitato tutto l'anno, alle sponde del torrente che sbocca poi sopra Croveo; torrente che nel secolo XVI distruggeva interamente il villaggio. Il cardinale Morozzo, considerate le pessime stradicciuole per buona pezza dell'anno coperte di ghiaccio, voleva accordare alla chiesa di Agaro il dritto di seppellire i morti in cimitero proprio senza recarli a Baceno; ma quei montanari ricusarono _per non perdere i diritti antichi_. Notevole è l'usanza degli Agaresi di convitarsi a funebre banchetto il giorno della tumulazione di un loro consanguineo, uso che dura tuttavia; ignoro poi se non avvenga qualche volta che il più addolorato, mercè a Bacco, non diventi il più brillo.

Giacchè toccai qui di questi usi, aggiungerò che in tutta la valle Antigorio e la Formazza ognuno morendo lascia una o più libbre di sale per ogni focolare del suo villaggio.

* * *

Baceno è un grazioso, pulito, pittoresco villaggio. Nei tempi andati era il capoluogo di tutta la valle Antigorio, come ne è tuttora il borgo più popoloso. Esso siede sopra uno scaglione di monte sulle alte sponde della Diveria, poco lungi da Verampio, sito ove questa mesce le sue limpide onde colla Toce biancheggiante. In Baceno ebbero potenza i feudatari della valle Antigorio.

I più conosciuti per le loro tiranniche giunterie furono i Valvassori De Rodes, i quali tanto malmenarono questi onesti valligiani da eccitarli a sorgere per scuoterne l'iniquissimo giogo. I Valvassori tenevano castello e corte in Premia, ed avevano una certa giurisdizione feudale anche sulla valle Formazza e sulla maggior parte della vall'Antigorio, secondo il diploma di Ottone IV imperatore dato a Pavia il 25 aprile 1210.

Le terre di Baceno producono ancora vino, frumento, frutta ed erbaggi di ottima qualità. La strada costrutta recentemente dal ponte di Crevola e che fra breve — coll'aiuto di Dio e dello Stato — sarà condotta fino al confine svizzero, venne fornita a spese dei comuni della valle con considerevoli sacrifizi, avendo essi dovuto quasi dappertutto tracciarla nella viva roccia granitica, non senza costrurre una serie di ponti sopra i torrenti che ad ogni svolgere di pendice s'adimano nella Toce. Quello che cavalca la Diveria a Baceno, la quale mugge in un gorgo profondo, è dei più notevoli.

XI.

_Premia — Storia nuova di cose vecchie — La Cravairola._

Premia, mezz'ora sopra Baceno, è un villaggio con discreto albergo. La parrocchiale di Premia venne costrutta dai Valvassori e conserva ancora qualche antica pittura. Amoretti nella sua escursione su queste alture accenna ai granati che si rinvengono in questi dintorni aggiungendo esservene di quelli del diametro di un pollice. Premia è sopra il livello del mare 800 metri.

Entrai nell'albergo con eccellente appetito — che il cielo conservi sempre a me ed a voi, amabilissimi compagni. Nella sala due deschi erano occupati: presso una finestra stavano assisi ad una tavola imbandita di pochi piatti e di molte bottiglie tre uomini, di varia età e d'aspetto signorile, che facevano echeggiare il vôlto del frequente tintinnio dei bicchieri e dei motti che si cacciavano addosso a bruciapelo, il tutto frammezzato da qualche sonora apostrofe al cameriere ed al cuoco. Avevano intenzione di recarsi alla cascata della Frua in val Formazza.... ma dopo tre giorni d'esitazione, s'accorsero che le gambe non corrispondevano all'intenzione e ritornarono al piano. Ma di loro fra poco.

Il vostro zingaro sedette dirimpetto all'altro tavolo, attorno al quale stavano assise due persone venerande, una per l'età, l'altra per pudica ed ingenua bellezza.

Un vecchio prete egli era dei monti ossolani, che dalla Formazza faceva ritorno al presbiterio, conducendo con sè quella cara giovinetta, di sedici o diciott'anni, sua nipote. La ragazza, vestita alla montanina, aveva ad una un fare spigliato ed una confidenza rispettosa col vecchio prete, sì che ognuno, senza maliziare, la avrebbe detta sua parente.

Il vecchio, malgrado i settantacinque che gli pesavano sulle spalle, era tuttora, come tutti i montanari, vegeto, rubizzo. Due occhi vivissimi ne illuminavano la serena fisionomia, su cui pure gli anni e molte fatiche e molti pensieri avevano tracciato profondi solchi. Egli, naturalmente, mangiava adagio; e la nipote, che aveva quelle due saldissime fila di denti, dei quali avrei dovuto favellarvi, per non correre la posta, occupava gli intermezzi, trangugiando, per passatempo, del pane. Il vecchio, fra un boccone e l'altro, chiacchierava tranquillamente della stupenda cascata della Frua e di certi loro parenti di lassù.

Se non che — un guaio c'è dappertutto — la giovinetta si trovava proprio in faccia a quei signorini, che andavano a gara a darle certe occhiate, sul significato delle quali non v'era il menomo dubbio; per cui la poveretta arrossendo, una volta che fu anche l'ultima, stava col capo chino sul petto, sì che lo zio le serviva di schermo.

Oh! ecco una scoperta! Guardando attentamente i tre commensali, ravvisai in essi tre zingari da me visti in una città dell'alta Italia, ove erano noti _lippis et tonsoribus_.

Tre zingari; ma intendiamoci, non confratelli che s'accontentassero di guardare e di pensare come il vostro compagno di viaggio, che anzi la cronaca scandalosissima della repubblica artistica voleva che allungassero un tantino le mani sull'altrui, quando per far suo, quando per il bel vezzo di manomettere.

Una volta fecero un tiro solenne alla Fama... la poverina, stanca dal continuo strombettare, godeva il fresco della sera sulla porta del tempio... i birboni, mascherati da grand'uomini, tentano di penetrare nel sacrario senza le debite carte di sicurezza... Ma sì! da quell'altura ritornarono ruzzolando fino al melmoso piano della mediocrità!

Uno di questi, a vent'anni, scombiccherò un dramma. S'era tolto a maestro — s'intende alla prima — Shakespeare, e malgrado una quantità di falserighe, dopo aver violato la storia ed il senso comune, berteggiava la decenza sotto pretesto di romanticismo. Gli applausi di _centocinquanta amici_ — l'infelice non aveva nemmeno un nemico! — gl'inocularono il tenia della vanità. Da quella notte memoranda, il cappello rovesciato sulla nuca o sul naso, la chioma svolazzante attorno al viso senza parola, gli occhi spiritati, l'incesso barcollante, — finse d'essere invaso dal demone ruggente dell'ispirazione. Dopo quella notte Alfieri era _anche lui_ uno scrittore tragico.

Il poverino diluì il poco midollo che gli restava in produzioni d'occasione, in cui riduceva in versi gli articoli dei diarii.

Consumato quel foco che non riscaldava nessuno, un bel dì, fruga e rifruga, fa la terribile scoperta, che la fantasia non ha mai voluto covargli un pulcino nella zucca. Sacco vuoto, senza fede, roso dall'invidia e disperato di sè, un bel dì, o piuttosto, un brutto dì, volle finirla..... e si precipitò dalla soffitta della sua lirica senz'ali nel pozzo d'un giornale politico-letterario — sono tutti letterari i giornali! — e si fece critico.... Non c'è da meravigliarsi se di laggiù — guercio com'è — chiama sole una meteora passeggera. Gli scrittori che credono di potere prevenire le staffilate di quella severa ed acuta critica che ha illustrato i mondi delle arti, corrono ad ammansarlo.... È vecchia ed in gran parte giusta l'accusa, che gl'Italiani non s'occupano di studi critici. Ma, per Iddio, se vediamo uomini di solenne ingegno dopo d'avere declamato contro la vanità dei diarii, che benedicono e maledicono senza dare ragione, si fanno codazzo di scolaretti scribacchianti, e nonchè tollerare questi stupidi portachitarre, li incensano, li blandiscono! _O vanitas!_

Del resto, menandogli buono il vezzo di scorrere a rompicollo i campi delle arti, su cui non ha mai saputo seminare, è un buon diavolaccio, niente scrupoloso, e se lo invitate a pranzo, vi divertirà assai.

L'altro, dalla barba prolissa....

Diamine, dirà il lettore, che capigliature, che barbaccie! Ve n'ha da imborrarne un pagliericcio! Eppure, lettore, mio, conviene sappiate che la capigliatura lunga e maledettamente ingarbugliata, la barba da Mosè sono per un artista che conosce il rispettabile pubblico una vera necessità. Che diavolo di talento volete voi sia racchiuso in una zucca pelata?

La barba ed i capelli incolti danno chiaramente a conoscere:

1. Che l'artista è tanto sublimato alla sfera della poesia, che ei riguarda le cesoie ed il pettine del parrucchiere come cose perfettamente inutili....

2. Che è un originale, un capo scarico, un essere anfibologico che sa d'ora in ora farsi angelo o demonio, secondo il garbo che dà ai diversi peli coll'aiuto delle sole mani....

Un maestro di musica, con cui ho stretta conoscenza, un giorno, dopo d'avermi dato un saggio d'un suo melodramma, mi confidava, che preparavasi a comparire degnamente innanzi al pubblico lasciandosi crescere i pochi capelli.

3. La copia dei capelli è viva immagine della forza: la lunghezza esprime il disprezzo degli usi del bel mondo, e l'arruffatura la continua lotta delle idee: tre cose che hanno gli incontestabili effetti d'ingannare il pubblico e di economizzare alla barba dei parrucchieri.....

— Signor scrittore, vorreste dirne quale affinità hanno i parrucchieri colle arti?

— Più di quanto pensate. Vi faccio grazia di quanto potrei dirvi sull'influenza dei sarti e dei cappellai, ma vi domando:

Amabili lettrici, come vi figurate — nel caso ci pensiate — il vostro umilissimo compagno di viaggio? Io giurerei sui peli della barba avvenire, che se io mi presentassi a voi colla faccia e la nuca pelata, con una di quelle ciere che non differiscono in nulla da quelle d'ogni galantuomo, senza eccentricità d'abiti e di modi, a chi dicesse presentandomivi:

Ecco il tal dei tali, autore del tal libro e di molte opere future e postume — voi, con quel candore con cui solete ammazzare un uomo che vi è indifferente, rispondereste sbadigliando:

— Ah! Sì..... è _proprio lui_ l'autore di quel libro?

Lettrici mie, se mai sarò tanto fortunato di potermivi inchinare, io verrò a voi dopo d'aver fatto uso di tutti gli specifici infallibili (compreso quello d'una parrucca), onde ravvisiate sotto la posticcia figura iperbolica quell'io, che, ecc., ecc.