Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries
Part 11
All'indomani, procedendo poco oltre Olgia, godetti lo spettacolo delle sottoposte Cento valli, per cui in poche ore, a quanto mi si disse, si scende, passando ad Intragna, all'amena Locarno. La quasi deserta valle Cannobina, a cui si potrebbe discendere varcando da Malesco (prima di giungere a Re) il brutto passo di Finero non mi tentò affatto. A Craveggia, nota pel bello stabilimento di eccellenti acque minerali, ebbe i natali Pietro Ferino che, acquistata sui campi napoleonici fama di esperto condottiero, veniva tenuto caro da Napoleone e dallo stesso Luigi XVIII, che lo creava pari di Francia.
A S. Maria Maggiore, sul finire dello scorso secolo, accadeva una terribile scena. Una buona parte dei novatori che avevano occupato il forte di Domodossola, sentita la rotta dei compagni a Gravellona, si ritirava nella valle Vigezzo, donde nel giorno seguente, scendendo le Cento valli o la Cannobina, si sarebbe rifuggita nella repubblica cisalpina. A S. Maria i novatori stanchi dalla lunga marcia, abbattuti dalla fatica e dallo sconforto, sono ricevuti da certo Rassiga, il quale blatterando di politica in piazza era in voce di fautore dei Francesi. Egli corre incontro al drappello, e dopo di essersi rallegrato che il sole di S. Maria potesse vedere i redentori della patria, rincrescevole della troppo esigua capienza della sua casa, li guida in un albergo, li conforta di ciancie e di cibi, ed acconciatili alla meglio nelle stalle capaci, li lascia in preda ai sonno. Il loro capitano aveva colorito al Rassiga ed ai curiosi la precipitosa ritirata come una mossa strategica, tacendo dei disastri toccati. A mezzo la notte, buia come la gola del lupo, Rassiga è svegliato: che è che non è, un amico che giungeva allora allora dal piano, saputo dell'arrivo in S. Maria dei novatori e dell'accoglimento avuto, lo fa consapevole della loro rotta, e peggio, i soldati regi già stare alle porte del borgo, il pericolo imminente: fuggisse od in alcun modo provvedesse alla propria sicurezza. Rassiga era uno di quei tali che ignorano nulla essere più difficile che conservare un'opinione nel pericolo della vita. Che Dio non metta mai a questa prova la falange dei tanti!
Nella lotta, seppure vi fu lotta, prevalse l'egoismo: alle strette di dover perdere avere e vita, scelse il tradimento. Corse incontro ai regii; sè disse corpo ed anima pel trionfo dell'ordine: sapere che una mano di turbolenti si era rifuggita fra quei monti pacifici per commettere Dio sa quali abbominii su popolazioni devote al re: suo dovere di svelare il covo che ricettava le fiere, onde immolarle alla giustizia.
La paura dalle pallide sembianze condusse con mano tremante il tradimento attraverso le ombre della notte alla porta segnata; con passi di volpe varcano furtivi la soglia ospitale.
Fra la sicuranza del ricetto fratellevole e la stanchezza per la faticosa marcia, i fuggiaschi s'erano abbandonati al sonno, e già la fantasia pingeva loro d'attorno le scene famigliari delle madri, delle spose e delle amiche lontane, quando — un lampo — un tuono orrendo scoppiò, e s'udì per l'aere commosso un urlo... dal sonno fidente erano trabalzati nel nulla — tutti!
— _Requiescant in pace_, balbettò esterrefatto Rassiga.
— Viva il re! gridarono i soldati.
V.
_Trionfo delle castagne sulla fama di un'illustrazione dantesca._
M'aggirava nelle boscate colline di Trontano all'ombra dei castagneti. Stanco d'asolare entrai in una modesta capanna sull'orlo del villaggio, e vi trovai cortese ospitalità. Rifocillatomi in compagnia di quei buoni contadini, mi assisi al rezzo delle piante. L'esterno di quella casa campestre senza aver nulla di mirabile, mi colpiva; forse erano due finestre nel muro di pietra, basse, a sesto acuto, profonde, che mi guardavano fisso come se aspettassero una interrogazione per rivelarmi un segreto.
L'antichità di quel muro contrastava singolarmente colla verzura d'una giovine vite, che abbracciandolo co' tralci, correva attorno in ghirlande: pareva la giovinezza che conforta col suo sorriso la vecchiaia. Un zampillo d'acqua scorrente poco lungi tra le foglie ed i sassolini, empieva l'aria d'un misterioso cicaleccio. Le mie palpebre s'andavano abbassando; il mio capo s'appoggiò al tronco d'un castagno, sbadigliai e m'assopii.
Dopo poco d'ora, mentre io me ne stava tranquillamente dormendo, la porta della capanna si aprì, e ne uscì un frate che a passi furtivi venne presso di me.
La sua alta statura, maestosa ed imponente, pareva averlo destinato al comando, mentre dallo sguardo ammaliatore refluiva una dolcezza persuasiva. Il suo capo era interamente nudo: anche le sopraciglia erano prive di peli. A chi lo guardasse attento, la sua pelle appariva arsiccia, screpolata; sì che moveva ad un tempo pietà e terrore. Anzi, se ben mi ricorda, parmi emanasse dalla sua persona un odore di bruciaticcio insolito. Si avanzò, ed a me meravigliato non stendesse la mano, disse pacatamente dopo di essersi guardato attorno con occhio sospettoso:
— Perchè guardavate voi con tanto amore quell'avanzo d'una antica casa?
— Non lo so io stesso: forse qui abitò qualche immortale che anche dopo secoli riempie di sè i luoghi ove s'aggirò vivente.
— Voi sapete adunque di lui, dello sventurato fra Dolcino?
«Or di' a frà Dolcin dunque che s'armi, «Tu che forse vedrai il sole in breve, «Se egli non vuol qui tosto seguitarmi, «Sì di vivanda, che stretta di neve «Non rechi la vittoria al Noarese «Ch'altrimenti acquistar non saria lieve.»
Io cominciava a credere di sognare sentendo queste due terzine di Dante, da un frate, all'ombra di un castagno a Trontano.
— Dunque qui nacque?...
— Fra Dolcino. A voi che veniste a visitare questa mia contrada pel dolce amore della natura...
— E dell'aria fresca, pensai tra me.
— ... Voglio dire di sua vita, per appagare la vostra brama.
Io veramente non pensava più che tanto a frà Dolcino; ma poichè una sì bella occasione di favellare dei famosi immortalati da Dante non si presenta ad ogni passo con un frate, tutt'orecchi ascoltai lo sconosciuto.
— Verso il finire del secolo XIII, egli nacque in questa casa, figlio d'un prete. Suo padre decise di vestirlo della tonaca di frate. Ignorante d'ogni cosa di questo mondo, passava i suoi giorni fra le feste dell'età e della natura. Quando udì la volontà del padre gli parve tutto predicesse quanto sognava, virtù ed amore. Gli spiriti famigliari rallegravano la casa: i passeri sul tetto pareva gli dicessero colle loro note: va, tutto è amore! Condotto nel Trentino, indossò la tonaca degli Umiliati; ma in breve sendogli venuta a noia la solitaria quiete del claustro, in cui interrogava sè stesso, se chi serve Dio non deve tutto intraprendere per la salute degli uomini, pregava i priori con istanza di concedergli almeno la licenza della predicazione. L'indole irrequieta ed animosa lo tradiva ad imprese più clamorose. Fu cacciato da quel convento; in quella suo padre moriva. Soffrì come chi crede e spera, e non invano, chè la fortuna, rasserenato l'orizzonte, dopo tante traversìe gli serbava le ineffabili consolazioni dell'amore. Allogatosi quale procuratore di un convento di monache in Trento, conobbe allora una nobile e bella giovinetta che orfana come Dolcino s'era ritirata fra quelle mura, e l'anima sua caldissima se n'accese d'inestinguibile affetto corrisposto con quel tenero amore che riverbera sulla mente dell'uomo le aspirazioni d'una innocenza immacolata.
Oh! come rapidi quei giorni!
Intanto Segarello da Parma empieva l'Italia superiore delle sue ardite dottrine. Puri in mezzo a corrotti, generosi fino al sagrificio, fidenti nell'avvenire, entrambi s'interrogarono se essi pure non sarebbero discesi in Lombardia a propugnare la verità contro i profanatori del tempio. Abbandonato il Trentino coll'amica inspiratrice calò nella grande valle del Po, e predicando con tutto il calore e la forza della convinzione amore a Dio ed agli uomini, digiuni e mortificazioni, in breve tempo venne seguito da migliaia di proseliti, e sì alta ne echeggiava la fama, che lo stesso Dante colpitone scriveva di lui nelle immortali sue pagine. La favella piena di grazia e di carità, la soave bellezza di Margherita s'insinuava ad ammollire i cuori più duri, mentre fra Dolcino con ardire di apostolo assaliva i pregiudici più antichi senza temere d'incontrare la sorte di Segarello, arso vivo.
Ahi! che i trionfi davanti gli uomini sono brevi! Cominciarono le prove di Dio. Il vescovo di Vercelli leva con indulgenze una crociata contro il ribelle a Roma. Fra Dolcino, rifugiatosi nei monti del Biellese con poca parte di tanti seguaci, ad una duce e soldato, sostiene un lungo assedio. Fratello, che Dio non faccia mai soffrire a te quanto soffrirono Dolcino e Margherita! Le legna e le vettovaglie vennero a termine: la fame ed il freddo! — la fame che desta la ribellione, che stanca ogni più saldo proposito; il freddo che intirizzisce il braccio ed affievolisce il valore! I difensori sfiniti cadevano attorno alle bastite... alcuni disertavano... e la breccia dal nemico veniva compiuta quasi senza difesa..... Che più?
Il 23 marzo del 1307, dopo la più disperata difesa, stremati d'ogni forza, caddero nelle mani dei crociati, i quali, dopo ogni vituperio, a misura di tanaglie roventi e di carboni accesi fecero espiare ai due novatori il delitto d'aver sollevato migliaia di credenti contro i vizi del clero. Frà Dolcino sopra una catasta di legna nelle radure ghiaiose fra la Sesia ed il Cervio venne bruciato vivo. Per libidine di ferocia, Margherita dovette assistere all'estremo supplizio di chi dopo Dio l'aveva amata sopra ogni terrena cosa! Alla plebe Biellese era serbato lo spettacolo dell'animosa donna arsa sopra di un rogo. Di frà Dolcino non restarono neppure le ceneri: non resta che la memoria... non è vero?
— Sì, frate, a chi conosce quei tempi. Frà Dolcino, lasciata da parte ogni questione religiosa, è una bella figura del medio evo: guerriero ed apostolo in diverse condizioni di tempo, avrebbe operato grandi cose.
— Ma ora qual è la memoria di lui?
— A chi non ha sviscerato le idee di quel secolo, essa non è che la memoria d'uno che animava i fedeli ad armarsi contro l'Anticristo. Questi tempi aritmetici non possono di leggieri comprendere lo slancio dei nostri nonni per un'idea filosofica. Ora gli eretici seggono nelle Università e nei Parlamenti nel più buon accordo coi devoti; e se corre qualche saetta, svanisce in un fuoco fatuo di diario. Colle indulgenze non armereste quattro scaccini di sagrestia. Non v'ha che la patria che possa suscitare legioni con un grido.
— E Trontano... soggiunse dopo breve pausa il frate con voce scorata... e Trontano non s'onora di quel suo antico figlio?
— A dire la verità io ho sentito sempre a celebrare Trontano per...
— La patria di frà Dolcino?...
— No, per le più eccellenti castagne del mondo. Dalla qual cosa voi ed io potremmo dedurre copia di pensieri sulla vanità della gloria e sulla inutilità di farsi arrostire pel trionfo d'un'idea... Ma che? voi impallidite?
— Per le castagne! per le castagne!
E il povero frate accasciato sotto il peso della mia rivelazione stralunò gli occhi, barcollò e sarebbe caduto ruzzoloni se io non mi fossi affrettato a raccoglierlo nelle mie braccia.
Se non che in quel punto mi svegliai colle braccia conserte al castagno, contro il quale io aveva pure picchiato del naso nella furia di soccorrere il povero frà Dolcino.
I passeri sul tetto, sui rami, cinguettavano la loro antica canzone: _tutto è amore_, la sorgente sussurrava un idilio a note sommesse, ed il muro secolare continuava a guardarmi colle sue oscure occhiaie. Il castagno sotto il quale m'era apparso frà Dolcino, stendeva, agitandole con frenetica gioia, le sue braccia all'aria, ed i ricci dei suoi frutti mi parevano straordinariamente ingrossati a dispetto della gloria antica del conterraneo. Celebrava quel birbo il trionfo delle castagne sulla fama di una figura dantesca! La vite sola s'attaccava più salda, più stretta alle vecchie mura, festeggiandole colla frescura della sua ombra e colle ghirlande de' suoi tralci pampinosi; ed io, alzatomi e stirando le membra indolenzite, m'incamminai non so più dove, zufolando coi passeri:
— Tutto è amore!
VI.
_Il Sempione — Invenzione di un ponte per passarvi dissotto._
La valle più nota ai viaggiatori ed agli studiosi fra quante convengono nel bacino ossolano, è la valle percorsa da quella meravigliosa strada che sale al Sempione congiungendo Milano a Ginevra.
Valle Divedro diramasi da Crevola al valico del Sempione: il confine però tra gli Svizzeri e gl'Italiani sta a S. Marco, poco prima di giungere a Gondo. Nell'anno 1801 quella vastissima mente di Napoleone Bonaparte, ormai al colmo del potere, ideava una strada monumentale che valicando i gioghi alpini scorgesse dalla Svizzera all'Italia superiore: nel 1805 la grand'opera era già finita, a gloria principalmente degl'ingegneri italiani, i quali, quanto più ardua era la loro impresa in una valle selvaggia, ovunque dirupata ed asprissima, tanto più degna del nome romano seppero renderla, sì che gli stessi stranieri, troppo spesso ingiusti, dovettero rendere giustizia alla perizia loro.
Il tratto da Iselle a Crevola, anzi quasi tutta la valle, presenta una delle più orrende scene di distruzione: dappertutto frane di monti e sassi minacciosi pendono sul capo al viaggiatore; qua e là le volute della neve precipitano nella stagione invernale nell'oscuro fondo della valle, avvallando spesso quanto incontrano nell'irrompente rovinìo. Chiunque vide questo cammino tracciato con tanto ardire e tanta sapienza, consiglia al governo italiano a non risparmiare cure e danari per conservare una strada che, larga otto metri, con sei gallerie, attraversa tre provincie del regno, formando l'ammirazione pur anco dei volgari.
Ecco la tradizione storica che lo zingaro raccolse nel pulito e discreto albergo d'Iselle dalla bocca di un colto Ossolano.
Sul Sempione nel 1799 vi furono varie fazioni guerresche tra Francesi ed Austriaci. Nel 1800 il generale Béthencourt con mille soldati francesi e svizzeri, mentre Bonaparte, attraversava arditamente il gran S. Bernardo venne inviato ad occupare i posti di Iselle e di Domodossola. Ma in una procellosa notte un ponte di quell'antica stradicciuola era sprofondato in un abisso: nessun modo di passar oltre. Un coscritto, senza dubbio nativo delle Alpi, offre al generale il mezzo di scavalcare la forra, e senz'altro, leggiero come uno scoiattolo, striscia sulle rocciose pareti di quel burrone, aggrappandosi ad ogni masso, ad ogni cespuglio, e giunto in fondo, guada il torrente e s'arrampica sull'ertissima parete opposta, mentre i più tremano che un piede in fallo, un sasso malfermo o la vertigine lo precipitino frantumato nella sottoposta fiumana.
In questo la recluta è giunta, dopo infiniti sforzi, ad afferrare il ciglione dell'opposta parete — egli è giunto alla meta e tutti battono palma a palma. Il giovanetto s'era tratto con sè il cappio d'una grossa corda che egli aveva assicurato ad un pino dell'altra sponda, e tesala, l'annodò strettamente ad un macigno, sicchè venne così improvvisato un ponte sul quale, anzi sotto il quale sospesi alle proprie braccia, primo s'intende il Béthencourt, passarono i soldati armi e bagaglio ad armacollo. Di cinque cani che seguivano quella mano d'armati, due soli poterono giungere ai loro padroni: gli altri tre vennero trascinati dalla furia del torrente che non riuscirono a guadare.
È opinione dei più che il Sempione abbia avuto questo nome da Servilio Cepione nella guerra contro i Cimbri, della quale l'Ossola fu teatro per molte pugna, quantunque Cepione abbia combattuto non qui, ma nella Gallia. Dell'antico passaggio restano molte vestigia, particolarmente dal lato svizzero.
Presso Gondo, nella galleria più lunga della strada, havvi scolpita nel marmo quest'iscrizione, che meritava d'essere raccolta fra le 17385 e 1/2 dell'archeologo tedesco, a cui l'attica semplicità che la informa avrebbe risparmiato le fatiche del commento:
ÆRE ITALO 1805.
Delle cose naturali di questa valle sono fra le più notevoli le cascate di Frassinone presso la galleria di Gondo, e di Zwischbergen poco lungi. Se lord Byron avesse veduto — il che ignoro — la fantastica scena che in questi dintorni la natura dispiega, ho per fermo che il poeta ne avrebbe fatto teatro alle evocazioni del suo Manfredi. L'oscura profondità dell'abisso, il terribile disordine dei massi, le nembose vette alpine che si disterrano al cielo, le cupe tinte della luce empiono l'anima di una misteriosa temenza: l'abisso vi spaventa, salire su quelle piramidi è impossibile... Non vi movete: non un ah! di meraviglia o di terrore, non un respiro, che potreste svegliare quei massi penzoloni.... Vedete cosa vi sta scritto?
«È proibito di parlare sotto pena di morte!»
VII.
_Si parla di paesi non visti._
La valle Isorno stendesi dalla valle d'Ossola alle falde del pizzo del lago gelato tra la valle Antigorio e la valle Vigezzo, confinando nel fondo col Ticinese, a cui guida un sentiero passando sulle creste del pizzo suddetto. Questa valle lieta di pascoli è popolata nella bella stagione di armenti e di greggie. È quasi sconosciuta ai viaggiatori.
La val Bugnanco, a destra della Toce, sbocca presso Domo e si stende fino alla cima di monte Crescia, da cui precipita la Bogna, torrente minaccioso che portò molte volte gravi danni alla capitale dell'Ossola. Seguendo il letto della Bogna verso la sorgente, un sentiero scorge alla confine valle di Strumback nel Vallese: non è frequentato che rare volte da quei valligiani. Cisore, i due Bugnanco e Monte Ossolano sono i villaggi più notevoli.
La valle di Antrona da Villa, poco prima di giungere a Domodossola, corre sino al pizzo di Botarello, detto dagli Svizzeri, se non m'inganno, il Fletschorn; valicato il quale, un sentiero guida nel Vallese, nella valle già nominata di Strumback. La valle Antrona è ricca di miniere d'oro, di ferro e di amianto. L'Ovesca, tributario della Toce, vi sbocca presso Villa. La strada di questo villaggio, passando a Seppiana, Monteschieno e Viganella, guida ad Antrona in un altipiano che credesi fosse ne' remoti tempi il bacino del lago. Antrona-piana venne nel secolo XVII distrutta da un'immensa frana staccatasi dai monti imminenti. — Lo zingaro sentì da un confratello di ritorno da una peregrinazione nelle tre valli d'Isorno, Bugnanco ed Antrona quanto sta qui sopra, e per quanto lo solleticasse il desiderio di scoprire terreni vergini ed incontaminati dalle guide, non avendo inteso neppure a parlare di una fata con cui amoreggiando potesse compensarsi della prosaica uniformità delle cose, trascrisse sul taccuino la poco immaginosa descrizione, rinunciò alle trote del laghetto d'Antrona, e s'avviò difilato alla volta della vall'Anzasca.
VIII.
_L'Anzasca — Un nuovo Messia._
Più splendida giornata di questa non può darsi; tutto parla ai sensi, al cuore, la serena allegria della giovinezza. Dimentica il viatore ogni suo guaio per cantarellare coi passeri, che anche un pessimista non avrebbe potuto immaginare cosa più bella di questo mattino raffrescato da un venticello che vi fa più giovine di dieci anni, e suscita, con una voglia matta di correre, un appetito che non sarà l'ultimo premio ai tentatori delle Alpi.
Un'antica sbilenca e sonante carrettella tirata da un cavallo più spigliato che snello di forme ne porta rapidamente all'Anzasca per la bella strada che quei valligiani intesero di condurre sino alle falde del Rosa da Piedimulera.
Il cocchiere, che non aveva ancora aperto bocca da Domo, accennò in alto un villaggio, Cimamulera, e raccontò come un dodici o quindici anni fa un prete, che vi era curato, seppe con tali squisitissime arti abbindolare la gente semplice e credenzona, che in poco tempo venne idolatrato come novello Messia, e quando poi fu per altri misfatti carcerato in Novara, i montanari, in processione, a piedi nudi, scendevano al piano per andare a liberarlo dai Farisei o morirvi assieme! — Ma un drappello di carabinieri venne inopinatamente ad opporsi alla crociata per liberare _dal sepolcro_ il sedicente Cristo. Fu ad un tempo risìbile e compassionevole il vedere quegli apostoli di una fede che offeriva martiri, dispersi caritatevolmente dai soldati, mentre la Vergine — madre di più figli — S. Giuseppe e S. Pietro erano condotti a Domodossola innanzi al capo della provincia, il quale credette fare cosa assennata, dopo d'avere loro dato una buona scardassata, senza lavarsene le mani come Pilato, rimandarli al loro nido.
Da questo racconto si può dedurre a quali eccessi potesse spingere il fanatismo religioso nei tempi remoti!
Da Cimamulera scorgesi la patria di Dolcino; forse arrisero alla mente del nuovo settario, se non il fine, i trionfi di quell'antico. In nessun modo però puossi far paragone fra i due.
A Ponte Grande salutai riverente un cucuzzolo del monte Rosa, l'Alpe più stupenda dell'Europa per la vastità degli aspetti, e che non la cede al Bianco in altezza se non di pochi metri.
Oh! come è bella la cascata di Valbianca! Poche gareggiano con essa nella catena alpina.
Da Bannio, uno de' più ameni paeselli della valle, costeggiando l'Anzino, l'auriga mi disse che si può, salito il Campello, scendere di là in Vallesesia.
In tre ore, da Vanzone attraversai, pedestre, l'oscura gola del Morghen, e giunsi a val Macugnaga. La quale è a vall'Anzasca quello che è la Formazza all'Antigorio, un altipiano senza alberi fruttiferi, abitato da un'antica colonia germanica, che parla tuttavia un corrotto tedesco. Da questi pascoli, in una giornata di penoso cammino, si varca il monte Moro, dalle cui vette godesi il mirabile aspetto di tutto il Rosa.
Da Pecceto alle pendici del Rosa, attraversando il monte Turlo, si scende in Alagna, donde, mi piace qui notare, partiva per ben quattro volte D. Giovanni Gnifetti per giungere l'ultima solamente sopra uno dei cinque pizzi più elevati di quel gigante. Non disanimato dalle bufere e dai pericoli d'un viaggio, ove ad ogni passo si apre una tomba all'ardito, pervenne, addì 9 agosto 1842, sul pizzo che giustizia vuole si chiami d'ora innanzi Gnifetti, come s'appellano Zumstein e Vincent i picchi su cui salirono gl'intrepidi di tal nome.
IX.
_Quanti disprezzino l'oro._
_Auri sacra fames!_
Ecco le miniere dell'oro. Indossata la sopraveste dei minieratori, salutai con animo trepidante la luce del sole, e discesi nella più profonda e più vasta e più antica delle miniere della valle, anzi dell'Italia. Duemila anni fa migliaia di schiavi dei Romani vi cercavano le vene del prezioso metallo, e non ancora esaurito è il tesoro. Il Rosa, siccome serba agli audaci che gli salgono sopra il più stupendo spettacolo del mondo, serba nel seno tant'oro da fare di voi, o mortali, altrettanti re Mida.
— Dove scendiamo? Nel cuore della terra? Da un'ora ormai il piede incerto discende per iscale senza numero, di antro in pozzo, di pozzo in caverne immense, dove la tremolante luce delle lampade non rischiarando le stillanti e nere pareti, ne lascia supporre d'essere penetrati nelle bolgie dantesche. — E sotto a' piedi un'altra oscura bocca ne ingoia, e discendiamo... Ahi! Dov'è l'aura vitale della valle? La luce onnicolore, il canto della natura?
— Discendi ancora, disse l'ospite, e vedrai quanto è grande la brama dell'oro. Ma il petto è ansante, le nari s'allargano invano per bere un sorso d'aria pura, e le ginocchia minacciano di lasciarmi ruzzolare nell'abisso..... Ah! ecco l'ultima caverna.