Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries

Part 10

Chapter 103,703 wordsPublic domain

_Ingl._ Io, a dirla francamente, viaggio per fare economia. In Italia un uomo solo con una ventina di lire al giorno, se la sciala allegramente. Amo gl'Italiani perchè amo Byron. Ammiro la loro potenza artistica antica, e se con poche sterline posso portare via qualche tela affumicata dai loro palagi deserti, e non sto a lesinare. Quanto alle loro arti odierne, poco su poco giù, se ne potessero fare mostra in un centro, credo uguali alle straniere. Non crediate che io ami le arti come quelle che disterrano al ciel la mente, a dirla cogli Italiani, amo le arti che mi danno piacere. Il piacere, ecco quanto cerco, ecco la mia divisa.

_Franc._ Chi non ama il piacere — anche sotto la forma di un'iscrizione?

(Smorfia eloquente del Tedesco — a cui l'Americano mesce un bicchierone di Malaga, il quale trovato nel ventricolo il Bordeaux ed il Barolo, accende con essi e la birra un incendio, per cui il fumo comincia a sortire dal naso del pacato Alemanno).

_Amer._ (_all'Inglese_) Bravo. Il piacere; ecco la molla d'ogni azione. Chi cerca il dolore? La vita non è che un circolo più o meno vasto, in cui l'uomo corre dietro al piacere, e fugge al dolore, che del resto ha le gambe molto lunghe e le braccia di ferro. Ora, viaggiando, qual è il paese in cui il circolo pare meno angusto? Se non l'.....Italia?

_Ingl., Alem., Franc._ ad un fiato: L'Inghilterra! La Germania! La Francia!

_Amer._ Nossignori..... L'Italia.

_Tutti._ Oh!

_Amer._ (mesce) A voi partito dalle sponde fumose del Tamigi non sarebbe stato dato il trovare un paese, che avesse cielo sorridente e dolci aure, ottimi vini, vita a buon mercato, e di che scialarla allegramente come in Italia, in tutto il mondo. Qui Shakespeare sognò i suoi drammi: senza vedere l'Italia egli comprese quanto colore dà questo sole alle minime cose. Ad ogni passo incontrate l'ombra di Byron. Come Inglese voi dovete essere appassionato delle scene naturali. Dove trovate maggior varietà? Qui presso eterne nevi e sulle rive mediterranee eterna primavera. Fate ora paragone coll'Inghilterra. Quanto v'appare triste e caliginoso quel suo aere pregno di _Goddam_ e di catrame!

_Ingl._ (con una mezza tinta drammatica) Signore!

_Amer._ E voi, amante pure del piacere, rimproverate agli Italiani il lor far niente? Voi non lo comprendete il loro far niente.

Un giorno il sole amoreggiò colla fantasia: da essa nacquero gl'Italiani. La splendida natura del loro bel paese desta in loro non meraviglia, come in voi, ma una dolce melanconia che li invita a meditare, a fantasiare. Chi di essi riesce a plasmare la propria idea crea un capolavoro concepito fra l'aspetto di spettacoli grandiosi, fra le memorie d'una gloria immensa, ed in una meditazione continua, intensa.

Questo far niente è adunque un gran lavoro. È il far niente che produsse i loro artisti, Raffaello e Rossini.

Se tutti gl'Italiani dessero o potessero dare atto ai pensieri che concepisce il loro far niente, a quest'ora il mondo sarebbe una seconda volta di loro. Tutte le nazioni nutrono più o meno un certo rancore contro l'Italia. Perchè non contro la Curlandia, la Danimarca, la Turchia?

Tutti cercano di soffocare i suoi gemiti gridando che essa a nulla è atta. Le altre nazioni quando si trovarono nella sventura annoiarono il mondo stridendo: quando l'Italia piange, un'arcana melodìa ne soggioga.

O in una o in un'altra cosa l'Italia comanda sempre al mondo. Una volta coll'armi, ma i popoli battuti borbottavano male parole; ora colla musica, ed i soggiogati accettano l'impero battendo palma a palma. A mezzo l'_Otello_, il _Guglielmo Tell_, la _Norma_, la _Lucia_ od il _Rigoletto_ rimproverate agl'Italiani di non farvi le stringhe a buon mercato come in Francia. Io quando sento le note della

«Casta Diva, che inargenti»

chiudo gli occhi, ed assorto in una voluttà che non istanca comprendo tutti i misteri del cuore che nella solenne quiete della notte confida alle ombre i suoi palpiti. E mi terrei beato se io potessi rientrare nel nulla _accompagnato_ dalla sinfonia della _Semiramide_. Tutte queste armonie emanano in parte dall'influsso delle donne italiane, le sole che mi toccano più che i sensi, la mente. Voi mi direte che l'Alemagna e la Francia hanno grandi maestri non inferiori in merito agli Italiani... Senza discutere rispondo che la melodìa di questi mi tocca di repente il cuore: le armonie di quelli mi meravigliano, ma m'impongono uno studio.

Intanto l'Italia riscuote da tutte le nazioni un tributo alle sue arti: noi lo paghiamo senza battere palpebra. Ora chiedete ai vostri telai, alle vostre macchine, il piacere!

Tutti i vostri più grandi artisti non divennero tali se non dopo una certa dimora in Italia, ove direi che l'armonie di cui è pregna l'aria, destarono in essi le potenze _dinamiche_. Rubens? Vandych? Poussin? Thorwaldsen? Meyerbeer? Reynolds?

La gretta gelosia delle nazioni verso l'Italia è giusta; se esse le avessero permesso di divenire politicamente una nazione, tutto il mondo sbadiglierebbe da lungo tempo alle malplagiate note dei nostri maestri, e allora addio, o piacere unico, divino! Perciò il risorgimento politico italiano, sotto quest'aspetto, non trova in me un fautore. Che volete? L'Italia oppressa piangeva così soavemente! Libera? la vedrete perdere lo scettro delle arti. Le nove vergini non amano il tamburo militare. Le vostre nazioni quando il gladio romano le affettò, che divennero? Scomparvero. L'Italia scompare nella politica e tosto rinasce nelle arti. Cos'è la Spagna divisa, sbattuta da mal certe passioni? Paragonatele l'Italia. E voi, Alemanno, troverete più facilmente qui la birra di Baviera, che 17835 iscrizioni in Germania.

_Franc._ 17835 e 1/2. Ah! ah!

_Alem._ Sì, 17835 e 1/2. Volete vederle?

_Franc._, _Ingl._, _Amer._ Misericordia!

Tutti s'alzarono per isfuggire alla terribile minaccia del buon Tedesco; questi offeso dalla dimostrazione eloquente credette lesa la patria nelle sue più profonde affezioni archeologiche, e per difendere la Germania non trovò mezzo più spiccio di quello di arrovellarsi contro l'Italia, dimenticando — o ingratitudine! — l'origine delle iscrizioni in appendice alla sua opera — postuma.

Io in quella gazzarra pensate se me ne stetti a bocca chiusa! Desiderare che l'Italia sia schiava per sentirne il pianto... Oh! dunque la è una istriona? Un usignuolo da tenersi in gabbia? Voi siete altrettanti egoisti, e per me vorrei che non una nota di Rossini avesse varcate le Alpi.

In pochi minuti i forestieri, obbliati i meriti musicali e viniferi ed il dolce far niente si unirono a' miei danni. Animato da un insolito calore, io sentiva ingagliardirsi in me tutte le potenze dell'amore, che fa della patria agl'Italiani una madre afflitta da consolare. Perciò rigettate le lodi ed il lascivo panegirico dell'Americano, intuonai, virgolato da più libazioni, un'eloquente difesa della povera nazione che getta finalmente la cetra, con cui ha saputo molcere i dì del dolore per impugnare il ferro della battaglia.

Le vicine pareti della sala erano scomparse, ed io vedeva attorno attorno sulle pendici dell'anfiteatro ossolano un'immensa moltitudine, che cogli occhi m'incoraggiava col gesto. Erano ombre di remoti e di vicini secoli. Io riconoscendo in molti d'essi carissime conoscenze di biblioteca, eruttava faville. Le cruciate figure di Dante, di Michelangelo e di Giusti, parevano protestare contro il detto dell'Americano esser necessaria la schiavità all'Italia per serbare il primato nelle arti.

Gli stranieri irritati a quella vista, crollando le spalle e facendo le boccacce, senza una riverenza al mondo per quei nostri illustrissimi, sacramentarono d'impiparsi di quelle anticaglie da ferravecchio, di miti, d'ombre chinesi.

Se non m'isbaglio, mi diedero per corollario dell'asino — ma per non essere la prima volta in vita mia — non ne sentii troppa ira. Virgilio m'era pur costato delle sonore sferzate; Dante mi fa presentire la bolgia degli scioperati fannulloni; eppure al sacrilego dileggio perdonai i cavalli al pedagogo, e, gettato lo scudo, colla baionetta in canna assalii di botto tutte le nazioni in una volta.

La faccenda diventava seria. Le ombre stesse malcontente parevano volermi suggerire, ma anch'esse tutte ad una volta. In due minuti il vino e l'amor di patria annebbiarono le idee; il colloquio diventò un turbine, una tempesta. L'ira alle fiamme accecanti del liquore s'accese. Gli era come cento suonatori disaccordi, un pandemonio di esclamazioni, di nomi proprii, un'enciclopedia a fascio, un vocabolario scucito, i cui fogli svolazzano confusi dall'uragano.

Povera Italia! Dopo mezz'ora i quattro campioni giacevano in una gora sanguigna, attorno al tavolo, non morti e non del tutto vivi.

* * *

Il garzone sentimentale mi condusse nella mia camera da letto: il quale sormontato da un alto baldacchino a cortine — il letto, non il cameriere — stava in mezzo alla stanza col capo al muro. Ampie cortine d'un rosso dubbioso lo coprivano intieramente. Mi posi tosto a letto e spensi il lume. Un raggio di luna, sottile, lungo, mi tremolava presso alla finestra: la discussione, il vino e le cortine mi soffocavano: le apersi.

In fondo alla camera stavano — non v'era dubbio — varie figure, dritte, minacciose, una presso all'altra stretta per le mani, come i congiurati del Grütli. Se non che quelli erano tre, questi quattro.

Lo spavento fece abbrividire il midollo delle mie ossa.

Erano proprio i commensali, forse ubbriachi, che venivano a farmi qualche brutto tiro. Volli scivolare dal letto, cercare nel sacco da viaggio una pistola; ma le gambe aggranchite mi negarono il loro ufficio. Volli chiudere gli occhi: non potei. S'avanzarono fin presso ai piedi del letto.

Il primo a parlare fu il Tedesco.

— Signore, egli borbottò, voi avete riso delle mie 17835 iscrizioni e mezza, e voi me ne renderete conto e tosto. Così vi sarà al mondo un nemico di Germania di meno.

— Caro fratello in Schiller, gli risposi ritirando gli artigli, voi parlate come suole il mondo, una verità ed una menzogna. Anzitutto gli Italiani non odiano gli Alemanni; odiano gli stranieri che vengono giù dalle Alpi a rapina di ogni cosa — eccettuate le iscrizioni. Anzi rimarginate le piaghe fatte dagli Austriaci, la tanto percossa Italia vi stenderà una mano, amichevole. Se corsero rivi di sangue fra voi e noi, la colpa a voi: v'abbiamo detto:

Ripassate le Alpi e tornerem fratelli...

voleste restare! — Quanto alle iscrizioni, è vero, risi. Battiamoci dunque da buoni amici. Ma prima che cessi per me questa dolce abitudine di pensare ed agire, come dice il vostro Goethe, chiaritemi perchè l'ultima vostra iscrizione sia soltanto mezza.

— Per la semplice ragione che io non la ritrovai intera.

Io assentii con un profondo inchino alla magniloquenza di quella risposta, e quando alzai il capo, l'Inglese corrucciato, cogli occhiali sul fronte, masticò fra i denti:

— Signore! voi avete sorriso all'Americano quando irrise la nostra povertà musicale. V'attendo.

L'Americano coi capelli pioventi lungo il muso, come un salice piangente ombreggia il tronco de' suoi pieghevoli rami, s'avanzò, squassò la criniera, armò le labbra del più infernale sogghigno, e proruppe nell'attitudine del Mefistofele d'Ary Scheffer:

— Uomo nato sulla terra, io compiango te come questi altri. Ognuno di voi crede che i cavoli maturino meglio all'ombra del patrio campanile. Vi disprezzo perchè egoisti; vi compiango perchè amate un pugno di terra invece d'amare il tutto. Perciò, a conto mio, ti dico: dormi! dormi! poichè non sei atto a spogliare quella veste nessea che tu chiami amor di patria, e che ti darà dolori, non mai gioie. Che Italia mi vai cantando? Vieni con me: t'insegnerà a dimenticarla il piacere.

Un brivido glaciale mi corse per le vene tutte: i denti battevano come le nacchere d'una ballerina nelle ridde della tarantella, e la fronte mi gocciava ad un tempo di freddo sudore; tuonai:

— Larva d'uomo, apprestati a lavare col tuo sangue l'insulto!

Egli crollò le spalle impassibile e s'assise sopra il cassettone aspettando la sua volta.

Il Francese con un fare tra lo sbadato e l'altero mi disse:

— Voi sapete abbastanza che uno di noi due deve morire... e sarete voi...

— Perchè non voi!

— Forse ambidue, susurrò l'Americano.

— Meglio ancora: ci batteremo al di là...

Allora gli stranieri, prima discordi, vedendomi facile vittima, si strinsero a' miei danni. Anche quell'Americano che aveva cantato l'Italia, o miserabile! derideva la mia nudità!

. . . . . . . Un velo sanguinoso passò dinanzi i miei occhi, saltai giù dal letto ed abbrancai furente la spada che m'offeriva il Tedesco. Pochi colpi ma di misura. Dopo cinque minuti egli cadeva nel proprio sangue. L'Americano, impassibile, mentre il Tedesco agonizzante gli raccomandava le sue 17835 iscrizioni e mezza, di un calcio lo rotolò sotto il letto.

Pareva che il mio braccio fosse guidato da una magica forza misteriosa: il Francese nella sua furia lasciò un istante il cuore allo scoperto; fu l'istante della sua morte. Ed eccolo in compagnia del Tedesco sotto al letto.

L'Americano, ad un tratto, mentre io, ebbro e sitibondo di sangue (e a dirla schietta, anche d'una chicchera di thè, a cacciar giù quell'imbroglio dallo stomaco), gli porgeva un ferro, trae di tasca una fiola, d'un sorso ne beve il contenuto, e borbottando un addio alla vita ed al piacere, s'abbandona mollemente a terra; quindi, oh meraviglia! per risparmiare a se stesso quel certo calcio surriferito, agonizzante, striscia, s'avvoltola, sdrucciola come un serpe ferito, sul pavimento, fin presso ai compagni sotto al letto.

L'Inglese, masticando il soliloquio d'Amleto, si disponeva, con eroico disprezzo della morte, ad infilzarmi nello spiedo. Solamente per amore di verità assicurò che una partita a pugni gli sarebbe stata più cara; ma, considerato il pregiudizio degli Italiani, che lasciano questo duellare ai facchini, si dispose a rendermi quel buon ufficio che desiderava. Oh come lunga, accanita, disperata fu la sua difesa! Assolutamente non voleva cedere alla sorte dei compagni. Eppure..... già mi capite. Il suo cadavere, cadendo a terra, urtò il cadavere del Francese; una viva scintilla di fuoco illuminò la scena.

Sfinito, mi coricai. Un lago di sangue innondava la stanza: le iscrizioni del Tedesco galleggiavano, come già i monumenti che le portavano in fronte soprastarono al deserto di ruine, che fecero le orde dei suoi connazionali. Il raggio di luna pareva si tuffasse con voluttà in quella gora, come una silfide nelle cilestri onde marine; dalla finestra socchiusa un venticello veniva a tergere colla sua fresca mano i sudori della battaglia, ed io me ne stava là sul letto come sopra un trono, o meglio sopra un carro di trionfo, allorchè la porta s'aperse, entrò una frotta d'uomini armati di _rewolvers_.

Erano Americani; ed il loro capo, sbottonatosi, cavò dal giustacuore una carta, la lesse: o Dio! era la mia sentenza!

Quella buona gente era partita di laggiù per accomodare per sempre la lite e disfare col ferro il nodo gordiano, cominciando la missione civilizzatrice col mandarmi le gambe in aria. Ed io, sentendomi ad un tratto più amante che mai della vita, e la morte già tirarmi pei piedi nelle sue gelide braccia, dato un rapido intensissimo addio a tante belle e care creature e cose, colla parola strozzata, balbettando, colle mani in aria ora in atto pietoso, ora irato, invano protestava aver io difeso l'onore della mia patria, invano invocava il nome del Licurgo americano, invano faceva appello agli scritti umanitarii della signora Beecher Stowe; già comprendeva che gl'italiani non debbono attendere soccorso che dalle proprie braccia, e un anello diacciato sulla fronte, la bocca d'una pistola, già stava per sbalzarmi addirittura al di là dello Stige, quando il garzone mi svegliò, come eravamo convenuti e mi presentò il conto dello scotto.

* * *

Se la sentenza dell'Americano mi faceva capire chiaramente come tutti i popoli non sono generosi se non finchè nella partita s'avvantaggia il loro interesse, — salvo a piantarvi dopo il primo acchito — quella dell'oste a prima vista m'apparve come l'arcobaleno dopo un diluvio; a seconda mi fece osservare che io era tenuto quale inglese — s'intende naturalmente di quelli del tempo in cui gli animali parlavano, ed i ricchi non venivano in Italia a rattoppare la fortuna compromessa dagli _Sport_...

Dopo le prove della notte, uno scambio di nazionalità mi era troppo sensibile; quella birba, che aveva difeso l'Italia, m'aveva a prezzo della sua eloquenza, accollato il proprio scotto. Discesi e raccontai la cosa a ser l'oste: mi rispose che, quanto al prezzo, egli era convinto che gli stranieri potevano senza ragione di broncio pagare un po' più la sua ospitalità, quando godevano _gratis_ tanti spettacoli; e quanto all'incognito, avergli detto che io era suo intrinseco amico, ed essere convenuto fra di noi che io avrei soddisfatto ogni cosa..... Così per giunta era tenuto pel suo amico, o Dio sa che cosa! Tuttavia dopo poche mie osservazioni, d'un tratto di penna tagliò la coda al totale, coda che io in onore della nazionalità italiana donai al garzone.

Non vidi più alcuni de' miei commensali. Il Tedesco era partito a mezzanotte colla corriera del Sempione in compagnia del Francese e delle sue 17835 iscrizioni — e mezza — l'uno pel Grimsel, l'altro per Ginevra. L'incognito era certamente passato ad intuonare un inno all'ospitalità svizzera (a 8, 10 e 12 lire al giorno, compreso il letto).

IV.

_Una giovenca ed il più bel cuore del mondo — Avete buone gambe? — Re in Valvigezzo — Anche sull'Alpi si trovano traditori — _Requiescant in pace.__

Che bel mercato è il mercato del sabbato a Domodossola! Le svariate e strane foggie degli alpigiani di tutti i monti circondanti formano uno spettacolo veramente curioso. Le vie e la piazza del centro erano tutte assiepate di carri a cui stavano attelati buoi di piccola statura; di panche su cui cesti di pomi, pesche, uve e pere di non grande dimensione ma colorite e gustose; di ortaglia, di forme rotonde di cacio; stiacciate, bislunghe, ovali, di butirro fresco; di scansìe su cui bottoni, spilloni, pettini, collane e le altre minuterie di cui è sì golosa la nostra contadina nè più nè meno che la canadese; di tavolati a cui appesi il velo, il fazzoletto trinato, la veste di seta, di cotone e di lana, tutte a vivi colori e il rosso campeggia; ed intorno a tutte queste botteghe ad aria aperta uno sciame di montanine fresche rubizze, di ragazzacci, di contadini, di vecchierelle secche, olivastre e tuttora vegete; un vociare poi di venditori, che fanno a chi strilla più forte, ed un gridìo continuo di ooh! ooh! dei conducenti le carrettelle cariche di foresti e di merci che vengono o vanno alle valli ossolane o all'Intrasca.

Sulla piazzetta che sta dinnanzi all'albergo, al primo mettere piè fuori, mi ferì la vista una bionda ragazza sui sedici anni, accoccolata presso il muro, coi dolcissimi occhi pregni di lacrime. Il volto aveva leggermente coperto d'una finissima lanugine tal e quale la peluria di una bella pesca di Lesa. E come una pesca _incarnata_ le gote erano erubescenti. Fattomi a domandarle della causa del suo dolore, dopo qualche peritanza mi rispose mostrandomi un canestro pieno di frutta fresca sconciamente battuta e pesta. Una giovenca infuriata datasi a scorazzare pel mercato, aveva urtato nel suo canestro quando appunto stava per venderlo, e ne aveva fatto quel scempio, e due grosse lagrime venivano terse col rozzo grembiale di tela azzurra. Forse la fanciulla aveva corso pericolo ella stessa; ma l'essere scampata non la consolava della perdita, a guisa di quella bimba che, sorpresa sopra le rotaie di una strada ferrata dall'imminente convoglio, mentre le attraversava portando un pentolino di latte, caduta a terra dallo spavento, si rialzava incolume ma piangente perchè aveva rotto il pentolino e versato il latte. Le profersi di comprare quella frutta. Ella mi guardò estatica, dubbiosa quasi non avesse compreso. Una vecchierella che dall'abito pareva sua convalligiana la persuase ad accettare quelle poche monete di rame di cui le era sì poco generoso. Ella non rispose che con una lunga occhiata, in cui io lessi cinque o sei ore di cammino, ed una buona tirata d'orecchi dal padre a lei risparmiata: poteva dimostrarsi più grata?

Girellando per le vie, giunsi in faccia al duomo, che, fra parentesi, non ha ancora faccia. Entratovi, ammirai begli affreschi e quadri, che mi si dissero opera di valenti pittori ossolani.

Poco lungi dalla cattedrale vidi pure un'antica magione in viottolo dimenticato, a porte e finestre ornate di pietra tagliata. Sopra ogni architrave un'iscrizione latina. Tutte le finestre chiuse: le invetriate polverose, le soglie e le porte intatte. Pare dorma da lungo tempo. Quella casa così abbandonata mi parve uno dei tanti palazzi di Venezia che, disabitati, lungo i canali dei quartieri meno popolosi, vanno morendo d'inedia e di noia.

Nessuno indovinerebbe ciò che io trovai di ritorno all'albergo: sovra un piatto tersissimo di maiolica rossa, coperti da foglie di vite due grappoli d'uva perlati di rugiada... Quella fanciulla invero aveva un bel cuore.

Giammai sì poca moneta fruttò allo zingaro tanto piacere. Il donare è veramente la più squisita di tutte le soddisfazioni... Non è vero, lettrici mie?

* * *

Lettore, hai tu buone gambe? Orsù, in moto; apparecchiati a salire e a scendere, ad arrampicarti e dirupinarti giù dei monti. Se poi non hai buone gambe, fermati a Domodossola, che io ti racconterò storie e ciarle millanta di apostoli e di soldati, di alpigiani e di monti, di foreste e di cascate.

Il sole spunta sulle creste dei monti che si adagiano tra la valle Vigezzo e l'Intrasca: e la più ridente delle valli ossolane svelata agli occhi del cielo e degli uomini intuona il suo inno alla natura.

Appaiatomi con uno di quegli onesti contadini dal saio meno ruvido, dalle grosse scarpe e dagli enormi solini della camicia, che, assiepando la testa — onde non perderla facendo cammino — gli segavano le orecchie, da Santa Maria Maggiore in due ore di cicalate giunsi al Santuario.

— Ha da sapere il mio signore che nell'anno Domini 1494 un certo Zuccone scagliava una pietra nell'immagine della Vergine e la colpiva nella fronte. Pensi quale fu il suo terrore quando vide quell'immagine grondare sangue, e le campane, agitate da mano ignota, suonare a festa! Sicuro, mio signore, che ciò dopo tanti anni potrebbe essere messo in dubbio: ma grazie al cielo i miscredenti qui non possono sogghignare, perchè teniamo negli archivi un atto giudiziale, firmato, bollato ed autenticato dal podestà della valle e da tutti i notai della giurisdizione; e lei, che dalla ciera parmi debba sapere di lettera, capirà che tutti questi scriba non sarebbero andati così d'accordo se il miracolo non fosse stato evidente.

— Tutti quei messeri erano convenuti in Re nell'istante di quel miracolo?

— No, vi convennero chè il miracolo durò diciotto giorni continui, e se la vuol convincersi, venga con me che le farò leggere lo strumento.

— Grazie, amico mio; io sono di quelli che amano meglio di credere che di accertarmi scrupolosamente del fatto.

— Ah! sclamò con voce dolente il buon vecchierello stringendomi la destra fra le incallite mani, perchè non la pensano tutti come lei?

* * *