Pataffio - Tesoretto

Part 4

Chapter 43,712 wordsPublic domain

='L farebbe alla benifatta:= modo esprimente un animo pronto, se gli venga bene, a far qualunque azion corta senza riguardo nè a benefizj nè ad amicizia. Rid.

A questo tratto tu pur hai la gatta, Che tonder non faretene a Capocchio. Molta schinci! egli ha più d'una natta.

=A questo ec.= secondo il Salvini noi diremmo: =Hai tolta questa gatta a pelare=. In sì intrigato affare ti sei impegnato, che non basterebbe a svilupparlo nemmen =Capocchio=; il quale pensa il Ridolfi esser soprannome d'un barbiere. Per verità ha da essere un gran nodo quello, che col rasojo non si può sciogliere.

=Molta schinci:= il vocabolario alla voce =natta= cita contro il suo solito dimezzato questo verso: segno che non vuole autenticarne le due prime parole, che scorrette crede il Ridolfi. Egli però n'arguisce un senso ammirativo, come =poffare il mondo!=

Non stare in penna muda: che se' crocchio? La treggia pur di Berta, e di Bernardo: Tu m'hai per cazzavela, e per ranocchio.

=Penna muda:= È quel cambiar di penne che fan gli uccelli; cosa che li rende chiocci e malaticci per la dissipazione de' cibi organici, com'insegna il Signor de Buffon. Non te ne star sì tapino: forse =se' crocchio=, stai poco bene?

=La treggia ec.= detto, che usasi qualor siamo attediati di udire o di vedere sempre lo stesso; come dicessimo: =E siam sempre lì=. Ridolf. La treggia è una specie di traino senza rote, che si trascina da' bovi.

=Tu m'hai ec.= tu m'hai preso per un facchino. =Cazzavela:= uccello di poco conto. Il Salvini crede che sia qui per =cazzuola=, vile animaletto d'acqua.

Suo clientolo egli è, perch'è Lombardo; Parole, che le son da cuocer accia Tra ugiole e barugiole con giardo.

=Parole ec.= ti buttan certe parole, che ti son come quel ranno bollente, con cui si cuoce l'accia. =Fatte ho lo tal bischenche, Che chiamano i pajuoli e il ranno caldo=. Buon. Fier. 4.

=Tra ugiole e barugiole:= in tutto e per tutto. =Con giardo:= con baje; sebben =giardo= sia propriamente quel gonfiore che vien a' piè de' cavalli. Ridolf.

Non metton leppo, e l'uva sfarinaccia: I' son già palagiato, e non vuol litti; Ed a gambe rovescio fate a taccia.

=Leppo:= puzzo d'untume ch'abbrucia. =L'uva sfarinaccia:= s'infracida; detto di chi va in rovina senzachè paja. Non fan sentire il puzzo, non danno a divedere; ma intanto ti mandano in malora.

=Palagiato:= da palagio, ov'è la corte del Potestà. =Metter uno in palagio= significava in Firenze attaccargli una lite. Ridolf. Si dice di non amar le liti; ma intanto io son citato al Potestà.

=A gambe ec.= sebben colla testa rotta, pur si finisca una volta; si venga ad una tassa, ad una composizione. =Veggiam di fare un taccio seco, e darli il manco che si può.= Cecchi Serv. 4.

Non ne fecion gran calamo, nè zitti Tale, eh zi: chente trucci? scimunito, Infaonato, e maceron rifritti,

=Calamo:= quasi =clamo=, cioè clamore, schiamazzo. =Non farne zitto:= non farne motto.

=Tale ec.= modo di chiamar da lontano una persona, di cui non si sappia il nome; quasi sibilando: =zi zi=. =Chente trucci?= Che treschi, che fai? =Trucci= si dice agli asini. Rid.

=Infaonato:= livido. Si dice di piaghe invecchiate e incancrenite. =Macerone:= erba poco buona, e pessima poi rifritta. Pensa il Ridolfi che qui si parli d'amicizie rattoppate, di cui poco è da fidarsi. O scimunito, sta pur sicuro che son piaghe vecchie, e maceron rifritti.

Le calze egli ha tirate, ed è basito; Ed ha rotto il bifolco, e la celloria; E alla barba l'hai inuggiolito.

=Le calze ec.= tirar le calze, e =basire= valgon morire. Ha fatto il colpo.

=Ha rotto ec.= egli è crepato. =Bifolco:= il ventre, per ischerzo, quasi =biforco=; cioè quella parte, ov'il corpo umano si divide in forca. =Che sta nel lago dalla forca in giuso.= Bern. Orl. 2. 4. 35. =Celloria:= la collottola.

=Inuggiolito:= inuggiolire far venir l'appetito di checchessia, adescare. In sua malora =(alla barba)= l'hai posto in sugo, ce l'hai fatto cadere.

Ecco susorno di questa baldoria: Caccabaldole s'usa, e chicchirlò; Scacco alla capra, che sete in galloria.

=Susorno:= fumo. =Baldoria:= fuoco d'allegria. =Caccabaldole= e =chicchirlò:= parole e facezie lusinghevoli, ma vane e fallaci. Ecco dove la festa va a finire: in trappole ed inganni.

=Scacco ec.= tratto insidioso per trarre alcuno in precipizio. =Che sete in galloria:= giacchè in tempo di bagordo è facile il coprir la cattiva intenzione, e far il colpo.

E valicato egli ha la merla il Po: E buon sarai allor che marzo in culo Ti pioverà, o che Berta filò.

=Valicato ec.= significa esser fuggita la favorevole occasione, come (dice il Tassoni) avviene al cacciatore, quando l'inseguito merlo gli va di là dal Po, ch'a lui è impossibil d'attraversare.

=Buon sarai ec.= non t'aspettar più bene. Aspettalo quando marzo ti faccia fiorir le fave =in culo=, o quando torni il tempo =che Berta filava=; tempi, che non verran mai. Vedi Paoli Mod. Tosc.

Ma cresci pure in quel che mostra il mulo, In unghie, ed in capelli; a diebus ille: Egli ha legato l'asino il cuculo.

=Cresci pure ec.= puoi pur crescere mulo grosso quanto tu vuoi; la fortuna non ti dirà mai più. =Capelli:= per peli. =Mulo= val bastardo; e si suol dire: =Egli è proprio bastardo=, cioè gli van tutte le cose bene. =Tu come mulo, traditor ribaldo, hai la protezion de' Saracini=, Bern. Orl. 1. 28. 10.

=A diebus ille:= uh! son cose degli antichi secoli fortunati; non è più da sperarci. Noi: =Temporibus illis=.

=Ha legato l'asino:= ci ha preso sonno, non ci pensa più. =E fatto un chiocciolin sull'altro lato, Le vien di nuovo l'asino legato.= Malm. 1. 12. Detto dal costume del villano, che assicurato il giumento, si mette spensierato a dormire.

Ucci col pepe! v'è di piè d'anguille, Il guadagno di Berto alla ciriegia; E teronti a ragion tre volte mille.

=Ucci:= accorciamento di cappucci. Suol dirsi per enfatica espressione di maraviglia: =Cappucci!= l'aggiunto =col pepe= non è che un determinativo del tal cavolo; quello cioè ch'è buono a condirsi col pepe. Ridolf.

=Piè d'anguille:= cosa che non esiste, come la materia prima degli Scolastici. V'è da sguazzar nel grasso; v'è copia di piè d'anguille, che non ne hanno.

=Il guadagno ec.= oggi si dice: =Avanzi di Berta Ciregia=, che disfacea i muri per vendere i calcinacci. Paoli.

=Mille:= si dice =star sul mille=, e vale spiegar Una certa grandezza superiore al proprio stato. Ben a ragione puoi farla da grande, ricco di piè d'anguille, e de' guadagni di Berto.

Del Feo buffetto io ebbi da Vinegia, E vo, che voi empiate le bonette: Esch'io di questa cappa, ch'è di Liegia;

=Feo:= fello, cattivo. Salv. Dico doversi intendere =buffetto del Feo=, ed esser nome di qualche famoso panattiere, come =Feo Belcari= fragli antichi verseggiatori. =Buffetto:= aggiunto di pane; bianco, fino. =Noi sappiam fare ancora il pan buffetto Più bianco che non è 'l vostro ciuffetto.= Cant. Carn. 34. =Vinegia:= osteria di Firenze.

=Le bonette:= le berrette, che s'usavano in que' tempi invece de' cappelli; dal Franc. =bonet=.

=Esch'io ec.= si suol dire =cavarne cappa o mantello=; e vale trarsi destramente fuora d'un intrigo meglio che si può. =Di Liegia:= di panno di Liegi. Il Ridolfi legge =dileggia=; e spiega che già rompendosi fa far trista figura a chi la porta.

Perchè cacare, e otto fanno sette. S'i' scappo, in vita mia non vi rincappo. Scazzica, mozziconi, e le civette!

=Perchè ec.= troppo ci si scapita; com'al disotto si troverebbe ne' conti, chi bilanciar volesse l'introito della bocca coll'esito del ventre, che sempre meno restituisce di quello ch'introitò.

=Scazzica ec.= tre enfatiche esclamazioni, esprimenti l'alterazione e lo sdegno dell'animo. Ridolf.

Mogio mogio e' scendea, e sparadrappo; Col fuscellin caendo oggi t'andai: Tu mi fai castrafica per carappo.

=Sparadrappo:= stracciapanni; come =sparapane= per uno che par voglia divorarti cogli occhi; e s'intende d'un bravazzo. Se ne veniva locco locco; ma gli giravan pel capo de' cattivi fumi, e disse: Te appunto volea.

=Caendo:= cercando; che prima si disse =chaendo= dal Lat. quærendo. =Cercar una cosa col fuscellino= è cercarla colla più minuta diligenza.

=Tu mi fai ec.= tu mi rendi mal per bene; essendo =castrafica= un atto ingiurioso, e intendendosi =carappo= per uno scherzo o una carezza amorosa. Rid.

Il niffol tu hai levato sempremai: Deh non ti paja puzza; o tu, o io Mancinocolo se'; l'epa pinza hai.

=Il niffol ec.= hai arricciato il niffo, il naso, come chi sente cosa che puzza. Dee esser la risposta della persona trovata.

=Mancinocolo:= guercio dall'occhio mancino. =Lumine læsus, Rem magnam præstas Zoile, si bonus es=. Martial. 12. 54. =L'epa pinza hai=; hai piena la pancia, sei briaco.

Più che la pazza il figliuol va ratìo: Fatt'è il becco all'oca, e salda e bella; Vin da tre V fa pipita stantio.

=Va ratìo:= il bell'imbusto scappa via ratto e veloce piucchè un pazzo.

=Fatt'è il becco all'oca:= il negozio è finito, la cosa è fatta. =Non v'è rimedio; è fatto il becco all'oca=. Lalli En. 3. 64. Diede origine al detto la novella d'un'oca artificiale, servita ad un giovine per introdursi ad una donzella. Minuc. Malm. 2. 13.

=Vin da tre Vec:= vino di tre Vendemmie, cioè di tre anni, fa cattivi effetti; essendo appunto la pipita un male causato a' polli da bevanda stantia. Par che voglia dire, che non è mai utile il rimestar un antico affare già tranquillato.

Mala fistiggine è di chi rappella: Cambiato io ho per certo muschio a gallo. Ve' l'avola lassù, vedi la stella.

=Fistiggine:= dubita il Salvini che sia in luogo di =fastidiosaggine=. Chi torna a riappellare s'aspetti i più molesti e penosi taccoli.

=Cambiato ec.= in quanto a me non mi son curato di ricever galla per muschio, purchè non avessi ad entrar in liti.

=Ve' l'avola ec.= teme qui il Ridolfi di qualche scorrezione. Il Salvini rimarcandoci =stella= per =tramontana=, detta =sido= dal Burchiello; pago di sì interessante scoperta ci lascia al suo solito.

Del fango ha tratto 'l cul, ch'era vassallo. La gichera potresti ben sonare: Tu se' troppo ghignoso, orezzi al ballo.

=Del fango ec.= s'è tirato fuora dagl'imbarazzi, o dalla miseria. =Era vassallo:= ci stava sotto. Mi parrebbe che si potesse riferire alla =stella=, e intendersi esser già sorta la stella mattutina; ed esser tempo di far con suoni e balli le =mattinate=, come segue appresso.

=La gichera:= la giga, stromento musicale, molto usato da' giocolieri; dal Franc. =giguer=, danzare. Quindi =gicheroso=, festevole.

=Se' troppo ghignoso:= troppo ti piace lo stare in festa; da =ghigno=, riso. =Orezzi:= aneli, sospiri; da =orezzo=, venticello. Qui scorgo un dialogo di due persone, una delle quali invita all'allegria, l'altra la riprende.

Le zarle mi mostrò, non mugiolare; E fece una baruffa co' gagliuoli; Pascibietola se' col tuo belare.

=Non mugiolare:= lascia una volta di piagnuccolare; egli mi fece vedere quanto gli valga il dente. =Zarle:= zanne; a supposizion del Ridolfi.

=Gagliuoli:= per interiori d'agnelli o simili; da =gaglio=, secondo il Ridolfi. Del resto =gagliuolo= è baccello. =Fece una baruffa:= ne fece una mangiata; come direbbesi: =S'è arruffato con un piatto di maccheroni=.

=Pascibietola ec.= e tu co' tuoi piagnistei =(belare)= sarai sempre un bietolone, un pappalardo.

Deh ghigna un poco, e mostrami i fagiuoli, Al tempo farò ben delle magliate, Quando le micce saran cavriuoli.

=Fagiuoli:= i denti, che si mostran ridendo. =Magliate:= azioni da bravo, smargiasserie; in lingua furbesca. Salvin. Anch'io, soggiugne l'altro, farò le mie; ma aspetta ec.

=Quando ec.= aspetta che l'asine diventin capriuoli; cosa che non sarà mai.

E sonvi le madonne aggrovigliate; E le traveggole ha il più malemme; E culibando fanno mattinate.

=Madonne aggrovigliate:= i divoti del Salvini intendano =matasse arruffate=; e tirino al proposito il prov. =arruffar le matasse= per fare il ruffiano. A me sembra che senza gergo possa intendersi di vere donne raccolte in lieto gruppo per le già dette feste.

=Le traveggole:= allucinamento. =Malemme:= mal uomo. =Chi nel viso degli uomini legge _Omo_, Ben avria quivi conosciuto l'emme.= Dant. Purg. 23. Il briccone in mezzo a tante madonnine perde il lume dagli occhi.

=Culibando:= culettando, sculettando, che presso il volgo significa =ballando=. Ridolf. =Mattinate:= quel sonare e cantare che gli amanti fanno o fanno fare sul mattino sotto la finestra dell'innamorata; siccome =serenata=, quel della sera.

Cavando sempre d'alfabeto l'emme, Non m'insegnar sott'ombra roder cece, Dicendo: i' son di que', ch'aman Buemmme.

=Cavando ec.= facendo il goffo, il semplice; mentre la gente grossolana suole nelle parole latine non far sentire in ultimo questa lettera, e dir per esempio: =Pane nostru=. Rid.

=Insegnare ec.= voler copertamente far da maestro nell'atto stesso d'affettar ignoranza e sciocchezza.

=Dicendo ec.= sempre con una studiata smorfia ripetendo tu d'essere un ignorante. =Avere studiato in Buemme= (in Boemia dal Franc. ant.) si dice in gergo per non saper niente; com'=esser dotto in Buezio=.

Molte pollezze di queste non grece, Che fè già per tre oche il detto loro, Ma non a que' che l'uno e l'altro fece.

=Pollezze ec.= il senso e l'ordine della terzina è: Questo lor parlare, che =(fè molte pollezze)= fu capace d'ingarbugliar parecchi; non potè però mai burlare chi tutto vede. =A me non ficcherann'eglino questa pollezzola dietro=. Lasc. Gelos. =Pollezzola= son propriamente le tenere cime delle piante.

=Per tre oche:= suppongo che valga per chi è tre volte babbocchio. Un cotale potea restarci minchionato. Così: =Dar fieno a oche=.

=Ma non a que' ec.= il Petrarca disse: =Che creò questo, e quell'altro emispero=; cioè Dio.

Porrebbe intervenir che 'l fiero toro Più tosto caderìa, che 'l cicco agnello, Quando volesse quel che diè martoro

=Potrebbe ec.= mentre chi sa? non mancherà un tempo, in cui chi vuol soverchiare resti al disotto: basta che lo voglia quel Dio, che sa punire i Caini. Contro i testi del Ridolfi e del Salvini che leggono =cieco agnello=, correggo =cicco agnello=; essendo =cicco= voce contadinesca, che s'usa co' fanciullini e vale piccolino.

A quel che sparse lo sangue d'Abello.

CAPITOLO QUARTO.

Lapaccio è morto, e tu ci arai 'l malanno Con maniche d'avanzo a tre fibbiette; Ma non d'occhio fagian sarà tal panno.

=Con maniche ec.= in larga copia; malanni in quantità. Detto da' pomposi maniconi dell'antica gala Fiorentina, ch'appuntati con tre fibbiette o con tre nastri pendeano sfoggianti dal braccio.

=D'occhio ec.= panno a color d'occhio di fagiano, che si fabbricava in Firenze. La misura de' tuoi malanni sarà sfarzosa ed ampia, come quella de' gran maniconi; ma il panno sarà di lutto e non di gala.

Per le bruzzole fieno, e per le sette. Non ti mostrar così da monte grosso: E monna scocca 'l fuso ha tre cornette.

=Le bruzzole:= l'ore del crepuscolo di sera o di mattina; siccome =le sette= detto assolutamente intendesi delle sette ore. Saran maniche d'oscurità e di duolo.

=Da monte grosso:= non ti finger sì grossolano, e che sì poco tu capisca. Così =da monte gonzi= per gonzo.

=Monna scocca 'l fuso:= si suol dir per giuoco d'una donna svogliata di lavorare. =Ha tre cornette:= è restata con niente, è rimasta con tre stuzzicadenti per divertirsi. Ridolf.

Dinoccolato rimase a mezz'osso, E fecene la salsa cammellina; E dipoi l'appiccai un arcidosso.

=Dinoccolato:= rotto, spossato. =Atque exossato ciet omni pectore fluctus=. Lucr. 4.

=Salsa cammellina:= equivoco allusivo alla bava che gettan dalla bocca i cammelli, e con cui sovente lordan coloro, ch'ad essi stanno vicini. Rid.

=Un arcidosso:= un arco d'osso, un cornetto. Similmente =attaccar l'uncino= fra tanti disonesti equivoci del Boccaccio. 40.

Egli è rimasto in calze, e 'n cappellina; E non sapea le fitte del maccajo: Adagio pur, che cova la mucina.

=È rimasto ec.= è restato in farsetto; n'è uscito com'un merlotto spennacchiato; cioè con pochi cenci indosso sbalordito e confuso.

=Le fitte ec.= il Vocabolario l'intende per terreno che sfonda e non regge sotto i piè, sicchè a stento ne possa uscir chi c'incappa. =Maccajo:= luogo in cui sian baccelli; essendo il =macco= una vivanda di fave ridotte in tenera pasta. L'interpretazione è men laida di quella del Salvini.

=Mucina:= gattina. Oggi gatta ci cova, c'è sotto cosa da temersi. Un esule di Firenze scrisse a Cosimo I. queste sole parole: =La gallina cova=; quasi dir volesse che sebbene ei non facea schiamazzo pel ricevuto esilio, tramava nondimeno gran cose. Il Duca gli fece rispondere, =che la gallina potea covar malamente, perchè era fuori del nido=. Paoli Mod. Tosc.

Io mi sputacchio, attienti al colombajo. Scottobrinzolo carezze; ed a ghiri Mattaniccio, che hai gozzo panajo.

=Mi sputacchio:= il Salvini lo crede detto sporcamente. =Attienti al colombajo:= fatti in là, salvati casta colomba. Scherzo amoroso.

=Scottobrinzolo carezze:= la crederei una di quell'espressioni, che sovente nascon di nuovo tral brio de' lepidi parlatori; e significhi cosa picciola ma cara, come =giojuzza mia, carezza mia=. Da =scotto=, cibo dell'osterie, e =brinzolo=, forse com'il Franc. =un brin de pain=.

=A ghiri:= il Ridolfi giudica potersi intendere non altrimenti che =a lupi=; cioè =va che t'ingoino i lupi, levamiti d'intorno=. E dovrebbe esser risposta di colui, a cui fu detto =attienti al colombajo=.

=Mattaniccio:= forse fastidioso, rincrescevole; da =mattana=, noja. =Gozzo panajo:= hai un gozzo com'un otre, capace d'un sacco di pane.

O siri, vostra coglia il can la tiri: La pugna vinsi, e poi l'aggavignai: All'assiuol col buono schizzo ammiri.

=L'aggavignai:= vinta la sua resistenza, l'acchiappai per le gavigne, lo tenni stretto pel collo.

=All'assiuol ec.= il Ridolfi scorge in questo verso un sentimento da offender le caste orecchie. Quasi uno rispondesse: Tu che fai? =Assiuolo:= uccello sulla cui fronte s'alzan due penne a guisa di corna; onde =testa d'assiuolo= è detto ingiurioso agli ammogliati. =Ammiri:= prendi la mira.

Per voglia di giucar mi sconcacai: Martin la cappa perdè per un punto; Del ringhio seppe, e tutto lucherai.

=Martin ec.= dicesi ad esprimere ch'un minimo accidente porta seco talvolta conseguenze della maggior importanza. A un certo Ab. Martino fu ritolta l'abbazia per aver sulla porta del monistero scolpito: =Porta patens esto nulli claudatur honesto=; e aver affisso un punto dopo =nulli=, il che rendea un senso villano, e manifestava la sua ignoranza. Menag.

=Del ringhio ec.= diè a veder la sua rabbia, com'animal che ringhia e digrigna i denti. =Lucherai:= anch'io feci fronte del tutto sdegnosa; da =luchera=, truce aspetto. =Un canonico com'un satanasso, che la luchera avea giusto di Spillo=. Son. Contad. Spillo era uno sbirro di que' tempi.

Non entro in cul di troja per grassunto;, Ma terra terra a basso fondo stommi. Non rosecchiare, o magrettino spunto.

=Non entro ec.= modo laido per dispregiare una cosa, sebben capace di darne diletto. Finalmente non sei più ch'una troja; non so poi che farmene.

=Non rosecchiare:= non dar de' morsi; tolto dagli animali in amore. È risposta a chi disse =non entro ec. Magrettino spunto:= magro strutto e consumato, secco com'un chiodo.

E con singhiozzo la frigna spacciommi: Pace dia Dio a chi lasciò l'uscio aperto: E con rimbrotti a salincervio alzommi.

=Singhiozzo:= palpito convulsivo, che suol succedere ad un gustoso pasto, ed è segno del fatto buon pro.

=Salincervio:= è propriamente un gioco de' fanciulli che si saltano a cavallo un dell'altro.

Schippa tosto infardato scoperto. Messer non mi sbranite: e da buon die Colombo stava in asserel diserto.

=Schippa:= scappa fuori, guizza com'anguilla che si vibra di mano al pescatore. Non è lecito il più spiegarsi. =Non mi sbranite:= non mi fate male; detto lezioso.

=Colombo stava:= era già del tempo che stava come puro colombo solitario sulla sua mazza senz'accostarsi ad alcuno.

E così si racconcian le badie: Guardici noi da' funghi cacherelli Al nome del Dialto, e Fantasie.

=Le badie:= così s'arriva presto a mettersi in bonis, a far sostanze. Al contrario: =Di buona badia siamo a debole cappella=, cioè di ricchi siam divenuti poveri.

=Funghi cacherelli:= che nascono ad un tratto dallo sterco. Non piaccia all'alto Dio e agli Angeli, che tosto dallo sterco cresciamo in grandezza a somiglianza di questi funghi. =Fantasie:= gli Angeli che per mostrarsi a noi si veston di corpo fantastico.

E tutti Caorsini, e Pittoncelli Quand'i' odo alle ghegghe, molto gabbo: Per la famiglia farem de' bianchelli.

=Caorsini:= di Caorsa. =Pittoncelli:= del Poitù. =E però lo minor giron suggella Del segno suo e Sodoma e Caorsa.= Dant. Inf. 11. Ivi Caorsa è per usurarj e barattieri, di cui dovea esser pien quel paese. Onde Brunetto: Quand'io odo siffatta canaglia invitare a =(ghegghe)= beccacce, cioè a pranzi delicatissimi; =molto gabbo=, molto me ne fo beffe. Rid.

=Farem ec.= perchè i loro figli presto finiranno in =bianchelli=, cioè in fagioli secondo la lingua furbesca, come crede il Ridolfi.

Tattuelle conialla mamma e babbo, Dolce mona matassa; di presente In su lo stomaco un cocomer abbo.

=Tattuelle conialla:= tattamelle, o voci storpiate di bambini che balbettano, di cui vuol qui imitare il linguaggio. =Tato= dicono i fanciulli per fratello.

=Mona matassa:= soprannome di femmina imbrogliatrice: quasi dicesse: Madonna mia graziosa, coteste vostre son tutte tattamelle da bambini; e ci vuol altro. Ridolf.

=Un cocomer abbo:= ho in corpo cose, che ne crepo, e non le posso dire; come cocomero che non passa, e aggrava lo stomaco.

Groppa non tien madonna la vegnente: Deh pur non cigolare, e neo neo; Ed ha una costuma mona ogliente.

=Groppa non tien:= non porta in groppa, non sa soffrire. =La vegnente:= la grassa e fresca; traslato dalle piante, che si dicon =vegnenti=, quando son rigogliose.

=Non cigolare:= non cinguettare, non fare strepito; tolto dallo strider de' ferri o delle carrucole nel fregarsi. =Neo neo:= non far neo neo, cioè non fremer tra' denti.

=Mona ogliente:= madonna la leziosa, la profumata non fa altro che una cosa; uno è il vizio suo.

Il messerino storpio col maneo Sguazzerà sorso a sbacco, e faentina: Non dabo a te ceterucolo meo.

=Il messerino ec.= un tale storpiato nella mano, noto allora fralle bettole, e le taverne. Ridolf.

=Sguazzerà= nel vino =(sorso)= bevendo a più non posso. =Il salario sguazzar bricconeggiando.= Buon. Fier. =Sbacco:= crede il Ridolfi che sia il nome dell'osteria. =Faentina:= una delle porte di Firenze, ov'eran molte bettole.

=Non dabo ec.= si rivolge ad un altro: E del bere, gli dice, a te non darò già io, bello il mio zoccolone. =Ceterucolo:= cetriuolo, uomo senza garbo nè grazia.

Mencia non è la buona panichina? Al nome di San Gal co' gran bendoni Egli è pur cuore e cuffia, e non ha gina.

=Panichina:= è un titolo, che si suol dare scherzando a donne di cattivo odore. =Qualche buona panichina t'ha messo nel capo quest'imbratti.= Sacch. 106.

=Bendoni:= strisce che pendon dalle cuffie, o da altro ornamento di testa sì d'uomo che di femmina.