Part 14
Dicoti apertamente, Che tu non sie corrente In far nè dir follia: Che per la fede mia Non ha per sè mia arte Chi segue folle parte. E chi briga mattezza Non sia di tal'altezza, Che non rovini a fondo: Non ha grazia nel mondo. E guardati ad ogne ora, Che tu non facci ingiura, Nè forza ad uom vivente. Quanto se' poi potente, Cotanto più ti guarda: Che la gente non tarda Di portar mala boce Ad uom che sempre nuoce. Di tanto ti conforto: Che se t'è fatto torto, Arditamente e bene La tua ragion mantene. Ben ti consiglio questo: Che se con lo leggisto Atar te ne potessi, Vorria che lo facessi: Ch'egli è maggior prodezza Rifrenar la mattezza Con dolci motti e piani, Che venir alle mani. E non mi piace grido: Pur con senno mi guido. Ma se 'l senno non vale, Metti mal contro a male; Nè già per suo romore Non bassar tuo onore. Ma s'è di te più forte, Fai senno se 'l comporte; E dà lato alla mischia: Che foll'è chi s'arrischia, Quando non è potente. Però cortesemente Ti parti da romore. Ma se per suo furore Non ti lascia partire, Volendoti fedire; Consiglioti e comando Che non ne vad'a bando. Abbi le mani accorte, Non temer della morte: Che tu sai per lo fermo, Che già di nullo schermo Si puote l'uom coprire, Che non deggia morire Quando lo punto vene. Però fa grande bene Chi s'arrischia a morire, Anzi che sofferire Vergogna nè grav'onta. Che 'l maestro ne conta, Che l'uom teme sovente Tal cosa, che neente Li farà nocimento. Nè non mostrar pavento Ad uom ch'è molto folle: Che se ti trova molle, Piglieranne baldanza. Ma tu abbie membranza Di farli un mal riguardo: Sì sarà più codardo. Se tu hai fatta offesa Altrui, che sia ripresa In grave nimistanza; Si abbie per usanza Di guardarti da esso: Ed abbi sempre appresso Ed arme e compagnia A casa e per la via. E se tu vai attorno, Sì va per alto giorno Mirando d'ogne parte: Che non ci ha miglior'arte Per far guardia sicura, Che buona guardatura. L'occhio ti guidi e porti, E lo cor ti conforti. Ed ancora ti dico, Se questo tuo nimico Fosse di basso affare, Non ci ti assicurare. Perchè sie più gentile, Non lo tenere a vile: Ch'ogni uom ha qualche aiuto; E tu hai già veduto Ben fare una vengianza, Che quasi rimembranza Non n'era fra la gente. Però cortesemente Del nemico ti porta: Ed abbie usanza accorta, Se 'l trovi 'n alcun lato, Paie l'abbie trovato. Se 'l trovi 'n alcun loco, Per ira nè per giuoco Non li mostrare asprezza, Nè villana fermezza. Dalli tutta la via: Però che maestria Affina più l'ardire, Che non sa pur ferire. Chi fiede ben ardito Può ben esser ferito: E se tu hai coltello, Altri l'ha buono e bello. Ma maestria conchiude La forza e la vertude; E fa 'ndugiar vendetta, E fa allungar la fretta; E mettere 'n obria, Ed affuta follia. E tu sie ben atteso: Che se tu fossi offeso Di parole o di detto, Non aizzar lo tuo petto; Nè non sie più corrente, Che porti 'l convenente. Al postutto non voglio, Ch'alcun per suo orgoglio Dica nè faccia tanto, Che 'l giuoco torni 'n pianto; Nè che già per parola Si tagli mano o gola, Ed i' ho già veduto Uomo che par seduto; Non facendo mostranza, Far ben dura vengianza. S'ha offeso te di fatto, Dicoti ad ogne patto Che tu non sie musorno: Ma di notte e di giorno Pensa della vendetta: E non aver tal fretta, Che tu ne peggiori onta. Che 'l maestro ne conta, Che fretta porta 'nganno; E indugia par di danno. La cosa lenta o ratta, Sia la vendetta fatta. E se 'l tuo buono amico Ha guerra di nemico; Tu ne fa quanto puoi. E guardati da poi Non metter tal burbanza, Ched elli a tua baldanza Cominciasse tal cosa, Che mai non abbia posa. E ancora non ti caglia D'oste nè di battaglia; Nè non fie trovatore Di guerra e di romore. Ma se par avvenesse Che 'l tuo Comun facesse Oste ne cavalcata; Voglio che 'n quell'andata Ti porti con barnaggio: E dimostrati maggio Che non porta tuo stato. E dei 'n ogne lato Mostrar viva franchezza, E far buona prodezza. Non sie lento nè tardo: Che già uomo codardo Non conquistò onore, Nè divenne maggiore. E tu per nulla sorte Non dubitar di morte: Ch'assai è più piacente Morir onratamente, Ch'esser vituperato, Vivendo, in ogne lato. Or torna 'n tuo paese, E sie prode e cortese: Non sie lanier nè molle, Nè corrente nè folle. Così noi due stranieri Ci ritornammo a Tieri. Colui n'andò 'n sua terra Ben appreso di guerra; Ed i' presi carriera Per andar là dov'era Tutto mio 'ntendimento, E 'l final pensamento; Per esser veditore Di Ventura e d'Amore.
XXI.
Or se ne va 'l maestro Per lo camino a destro; Pensando drittamente Intorno al convenente Delle cose vedute: E son maggiore essute, Che non so divitare. E ben si de' pensare, Chi ha la mente sana Od ha sale 'n dogana, Che 'l fatto è ismutato: E troppo gran peccato Sarebbe a raccontare. Or voglio 'ntralasciare Tanto senno e savere, Quanto fui a vedere; Per contar mio viaggio: Come 'n calen di maggio Passati e valli e monti, E boschi e selve e ponti, I' giunsi 'n un bel prato Fiorito d'ogne lato, Lo più ricco del mondo. Ma or mi parea tondo, Or avìa quadratura; Or avìa l'aria scura, Or è chiara e lucente; Or veggio molta gente, Or non veggio persone; Or veggio padiglione, Or veggio casa e torre: L'un giace e l'altro corre, L'un fugge e l'altro caccia; Chi sta e chi procaccia; L'un gode e l'altro 'mpazza; Chi piange e chi sollazza. Così da ogne canto Vedea sollazzo e pianto. Però s'i' dubitai, E mi maravigliai; Ben lo de' uom savere Que' che stanno a vedere. Ma trovai quel suggello, Che da ogne rubello Mi fida e m'assicura, Così sanza paura Mi trassi più avanti; E trovai quattro fanti Ch'andavan trabattendo. Ed i' ch'ogne ora attendo A saper veritate Delle cose passate, Pregai per cortesia Che sostasser la via, Per dirne 'l convenente Del luogo e della gente. E l'un ch'era più saggio E d'ogne cosa maggio, Mi disse 'n breve detto; Sappie mastro Brunetto Che qui sta monsignore, Cioè Iddio d'Amore. E se tu non mi credi, Pass'oltre e sì 'l ti vedi: E più non mi toccare, Ch'i' non posso parlare. Così fur dispartiti Ed in un poco giti; Ch'i' non so dove e come, Nè la 'nsegna nè 'l nome. Ma i' m'assicurai, E tanto 'nnanzi andai, Che io vidi al postutto E parte e mezzo e tutto: E vidi molte genti Chi liete e chi dolenti. E davanti al signore Parea che gran romore Facesse un'altra schiera, Ed una gran carriera. I' vidi ritto stante Ignudo un fresco fante, Ch'avea l'arco e li strali, Ed avea penne ed ali. Ma neente vedea; E sovente traea Gran colpi di saette; E là dove le mette, Conven che fora paia Chi che pericol n'aia. E questi al buon ver dire Avea nome Piacere. E quando presso fui, I' vidi presso a lui Quattro donne valenti Tener sopra le genti Tutta la signoria. E della lor balia I' vidi quanto e come; E sovvi dir lo nome: È Amore, e Speranza, Paura, e Disianza. E ciascuna 'n disparte Adopera sua arte, E la forza e 'l savere, Quant'ella può valere. Che Disianza punge La mente; e la compunge, E forza malamente D'aver presentemente La cosa disiata: Ed è sì disviata, Che non cura d'onore, Nè morte nè romore, Nè pericol d'avvegna, Nè cosa che sostegna. Se non che la paura La tira ciascun'ora Sì che non osa gire, Nè solo un motto dire, Nè fare pur sembiante: Però che 'l fine amante Ritene a dismiura. Ben ha la vita dura Chi così si bilanza Tra tema e disianza. Ma fine amor sollena Nel gran disio che mena; E fa dolce parere, E lieve a sostenere Lo travaglio e l'affanno, E la doglia e lo danno. D'altra parte speranza Adduce gran fidanza Incontro alla paura; E tuttor l'assicura D'aver lo compimento Del suo 'nnamoramento; E questi quattro stati, Che son di piacer nati Con esso sì congiunti, Che già ore nè punti Non potresti trovare Tra 'l loro 'ngenerare. Che quand'uomo 'nnamora, I' dico che quell'ora Desia ed ha timore, E speranza ed amore Di persona piaciuta; Che la saetta acuta Che muove di piacere, Lo sforza, e fa volere Diletto corporale: Tant'è l'amor corale.
XXII.
Poi mi trassi da canto: Ed in un ricco manto Vidi Ovidio maggiore, Che li atti dell'amore, Che son così diversi, Rassembra e mette 'n versi. Ed i' mi trassi appresso, E dimandai lui stesso, Ched elli apertamente Mi dica 'mmantenente E lo bene e lo male Dello fante e dell'ale, Delli strali e dell'arco; E donde tale 'ncarco Li vene che non vede. Ed elli 'n buona fede Mi rispose in volgare: Della forza d'amare Non sa chi non lo prova. Perciò s'a te ne giova, Cercati fra lo petto Del bene e del diletto, Del male e dell'errore, Che nasce per amore. Assai mi volsi 'ntorno E la notte e lo giorno; Credendomi fuggire Dal fante che ferire Lo cor non mi potesse. E s'io questo tacesse, Fare' maggior savere Ch'io fui messo 'n potere Ed in forza d'amore. Però caro signore, S'i' fallo nel dettare; Voi dovete pensare, Che l'uomo innamorato Sovente muta stato: E così stando un poco I' mi mutai di loco, Credendomi campare. Ma non potetti andare, Ch'io v'era sì 'nvescato, Che già da nullo lato Potea mover lo passo. Così fui giunto lasso; E messo 'n mala parte. Ma Ovidio per arte Mi diede maestria; Sì ch'io trovai la via, Ond'i' mi trafugai. Così l'alpe passai, E venni alla pianura. Ma troppo gran paura, Ed affanno e dolore Di persona e di core M'avvenne 'n quel viaggio. Ond'io pensato m'aggio, Anzi ch'i' passi avanti A Dio ed alli Santi Tornar divotamente; E molto umilemente Confessar i peccati A' preti ed alli frati. E questo mio libretto Con ogni altro mio detto, Ched io trovato avesse; S'alcun vizio tenesse, Commetto ogne stagione A loro correzione Per far l'opera piana Con la fede cristiana. E voi caro signore, Prego di tutto core Che non vi sia gravoso, S'i' alquanto mi riposo; Finchè di penitenza Per fina conoscenza Mi possa consigliare: Ch'ho uomo che mi pare Ver me intero amico; A cui sovente dico E mostro mie credenze, E tengo sue sentenze.
XXIII.[4]
Al fino amico caro, A cui molto contraro D'allegrezza e d'affanno Pare venuto ogne anno; Io Brunetto Latino Che nessun giorno fino D'avere gioia e pena, Come ventura mena La rota a falsa parte; Ti mando 'n queste carte Salute e intero amore. Ch'i' non trovo migliore Amico che mi guidi, Ed a cui più mi fidi Di dir le mie credenzie: Che troppo ben sentenzie, Quando chero consiglio Intra 'l bene e 'l periglio. Or m'è venuta cosa Ch'i' non poria nascosa Tener, ch'io non ti dica: Pur non ti sia fatica D'udire 'nfino al fine. Amico, tutte han fine Mie parole mondane, Ch'i' dissi ogne ora vane. Per Dio mercè ti mova La ragione e la prova: Che ciò che dir ti voglio, Da buona parte accoglio. Non sai tu che 'l mondo Si poria dir nonmondo; Considerando quanto Ci hanno 'mmondezza e pianto Che trovi tu che vaglia? Non vedi tu san faglia, Ch'ogni cosa terrena Porta peccato e pena? Nè cosa ci ha sì clera, Che non fallisca e pera? E prendi un animale Più forte e che più vale; Dico che 'n poco punto È disfatto e disgiunto. Ahi uom perchè ti vante, Vecchio, mezzano, e fante? Di che vai tu cenando? Già non sai l'ora o quando Vien quella che ti porta; Quella che non comporta Officio o dignitate. A Dio quante fiate Ne porta le Corone, Come basse persone! Giulio Cesar maggiore, Lo primo Imperadore, Già non campò di morte; Nè Sanson lo più forte Non visse lungamente. Alessandro valente Che conquistò lo mondo, Giace morto 'n profondo. Ansalon per bellezze, Ettor per arditezze, Salamon per savere, Attavian per avere Già non campò un giorno Fuori del suo ritorno.
XXIV.
Ahi uom dunque che fai, Già torni tutto 'n guai? La mannaia non vedi Ch'hai tutt'ora alli piedi? Or guarda 'l mondo tutto: E fiori e foglie e frutto, Uccelli bestie e pesce Di morte fuor non esce. Dunque ben per ragione Provao Salamone, Ch'ogne cosa mondana È vanitate vana. Amico muovi guerra, E va per ogne terra, E va ventando 'l mare; Dona robe e mangiare, Guadagna argento ed oro, Ammassa gran tesoro: Tutto questo che monta? Ira fatica ed onta Hai messo 'n acquistare; E non sai tanto fare, Che non perdi 'n un motto Te e l'acquisto tutto. Ond'io a ciò pensando, E fra me ragionando Quant'i' aggio falluto, E come sono essuto Uomo reo peccatore; Sì ch'al mio creatore Non ebbi provedenza; Nè nulla reverenza Portai a santa Chiesa; Anzi l'ho pur offesa Di parole e di fatto: Ora mi tengo matto, Ch'i' veggio ed ho saputo, Ch'i' son dal mal partuto. E poi ch'io veggio e sento Ch'io vado a perdimento; Saria ben fuor di senso, S'io non proveggio e penso Com'io per lo ben campi Sì che 'l mal non m'avvampi.
XXV.
Così tutto pensoso Un giorno di nascoso, Intrai 'n Monpusolieri: E con questi pensieri Me n'andai alli frati; E tutt'i mie' peccati Contai di motto a motto. Ahi lasso, che corrotto Feci quand'ebbi 'nteso Com'i' era compreso Di smisurati mali. Oltre che criminali! Ch'io pensava tal cosa Che non fosse gravosa, Ch'era peccato forte Più quasi che di morte. Ond'io tutto a scoverto Al frate mi converto, Che m'ha penitenziato. E poi ch'i' son mutato, Ragione è che tu muti: Che sai che sem tenuti Un poco mondanetti. Pero vo' che t'affretti Di gire a frati santi. E pensati d'avanti, Se per modo d'orgoglio Enfiasti unque lo scoglio, Sì che 'l tuo creatore Non amassi a buon core; E non fussi ubbidenti A' suoi comandamenti: E se ti se' vantato Di ciò ch'hai operato In bene od in follia; O per ipocrisia Mostrave di ben fare, Quando volei fallare: E se tra le persone Vai movendo tenzone Di fatto od in minacce, Tanto ch'oltraggio facce; O se t'insuperbisti, Od in greco salisti Per caldo di ricchezza, O per tua gentilezza, O per grandi parenti, O perchè dalle genti Ti pare esser lodato: E se ti se' sforzato Di parer per le vie Miglior che tu non sie; O s'hai tenuto a schifo La gente a torto grifo Per tua gran matteria; O se per leggiadria Ti se' solo seduto, Quando non hai veduto Compagno che ti piaccia; O s'hai mostrato faccia Crucciata per superba; E la parola acerba, Vedendo altrui fallare, A te stesso peccare; O se ti se' vantato O detto in alcun lato D'aver ciò che non hai, O saver che non sai. Amico ben ti membra, Se tu per belle membra, O per bel vestimento Hai preso orgogliamento. Queste cose contate Son di superbia nate; Di cui il savio dice, Ched è capo e radice Del male e del peccato. Il frate m'ha contato, S'io bene mi rammento, Che per orgogliamento Fallio l'Angiol matto; Ed Eva ruppe 'l patto. E la morte d'Abel; La torre di Babel; E la guerra di Troia. Così conven che muoia Soperchio per soperchio, Che spezza ogne coperchio, Amico or ti provedi; Che tu conosci e vedi, Che d'orgogliose prove Invidia nasce e move, Ch'è fuoco della mente. Vedi se se' dolente Dell'altrui beninanza: E s'avesti allegranza Dell'altrui turbamento; O per tuo trattamento Hai ordinata cosa, Che sia altrui gravosa: E se sotto mantello Hai orlato 'l cappello Ad alcun tuo vicino Per metterlo al dichino; O se lo 'ncolpi a torto; E se tu dai conforto Di male a' suoi guerreri. E quando se * dir ieri * Ne parle laido male; Ben mostri che ti cale Di metterlo 'n mal nome. Ma tu non pensi come Lo pregio ch'hai levato Si possa esser levato; Nè pur se mai s'ammorta Lo biasmo. Chi comporta Che tal lo mal dir t'ode, Che poi non lo disode? Invidia è gran peccato; Ed ho scritto trovato, Che prima coce e dole A colui che la vuole. E certo chi ben mira D'invidia nasce l'ira. Che quando tu non puoi Diservire a colui, Nè metterlo al di sotto; Lo cor s'imbrascia tutto D'ira e di mal talento; E tutto 'l pensamento Si gira di mal fare, E di villan parlare: Sì che batte e percuote E fa 'l peggio che puote. Perciò amico pensa, Se a tanta malvolenza Ver Cristo ti crucciasti; O se lo biastemmasti: O se battesti padre, Od offendesti madre, O cherico sagrato, O signore o prelato. Cui l'ira dà di piglio, Perde senno e consiglio, In ira nasce e posa Accidia neghittosa. Chi non può in * tetta * Fornir la sua vendetta, Nè difender chi vuole; L'odio fa come suole: Che sempre monta e cresce, Nè di mente non li esce. Ed è 'n tanto tormento Che non ha pensamento Di neun ben che sia; O tanto si disvia Che non sa megliorare, Nè già ben cominciare; Ma croio e neghittoso È ver Dio glorioso. Questi non va a messa, Nè sa quel che sia essa; Nè dice pater nostro In chiesa ned in chiostro. Che sì per mal'usanza Si gitta 'n disperanza Del peccato ch'ha fatto; Ed è sì stolto e matto Che di suo mal non crede Trovar in Dio mercede; O per falsa cagione S'appiglia a presunzione, Che 'l mette in mala via Di non creder che sia Per ben nè per peccato Uom salvo nè dannato. E dice a tutte l'ore Che già giusto signore Non l'avrebbe creato, Perchè fosse dannato, Ed un altro prosciolto. Questi si scosta molto Dalla verace fede. Forse che non s'avvede Che 'l misericordioso, Tutto che sia piatoso, Sentenzia per giustizia Intra 'l bene e le vizia; E dà merito e pene Secondo che s'avvene?
XXVI.
Or pensa amico mio, Se tu al vero Dio Rendesti o grazia o grato Del ben che t'ha donato: Che troppo pecca forte, Ed è degno di morte Chi non conosce 'l bene Di là dove gli vene. E guarda s'hai speranza Di trovar perdonanza; S'hai alcun mal commesso, E non ne se' confesso; Peccato hai malamente Ver l'alto Re potente Di negghienza: ma avvisa Che nasce di voi * tisa: * Che quando per negghienza Non si trova potenza Di fornir sua dispensa . . . . . . . . . . Come potesse avere Sì dell'altrui avere, Che fornica suo porto A diritto ed a torto. Ma colui ch'ha dovizia, Sì cade in avarizia Che là ve dee non spende: Nè già l'altrui non rende; Anzi ha paura forte Ch'anzi che venga a morte L'aver li venga meno: E pure stringe 'l freno. Così rapisce e fura, E dà falsa misura, E peso frodolente, E novero fallente; E non teme peccato Di * * suo mercato; Nè di commetter frode. Anzi il si tiene 'n lode Di nasconder lo sole; E per bianche parole Inganna altrui sovente; E molto largamente Promette di donare Quando non crede fare. Un altro per impiezza Alla zara s'avvezza, E giuoca con inganno; E per far altrui danno Sovente pinge 'l dado, E non vi guarda guado; E ben presta * auzino E mette mal fiorino. E se perdesse un poco Ben udiresti loco Bestemmiar Dio e Santi, E que' che son davanti.
XXVII.
Un altro che non cura Di Dio nè di natura, Si diventa usuriere; Ed in ogne maniere Ravvolge suoi danari, Che li son molto cari. Non guarda dì nè festa; Nè per pasqua non resta: Che non par che li 'ncresca Pur che moneta cresca. Altri per simonia Si getta 'n mala via, E Dio e Santi offende; E vende le prebende, E santi sacramenti: E metton fra le genti Esemplo di mal fare. Ma questi lascio stare; Che tocca a ta' persone, Che non è mia ragione Di dirne lungamente. Ma dico apertamente, Che l'uom ch'è troppo scarso Credo ch'ha 'l cuor tutt'arso; Che 'n povere persone, Nè in uom che sia prigione, Non ha nulla pietade; E tutto 'nfermo cade Per iscarsezza sola. Vien peccato di gola, Ch'uom chiama ghiottornia: Che quando l'uom si svia Sì che monti 'n ricchezza; La gola sì s'avvezza Alle dolci vivande, E far cucine grande, E mangiar anzi l'ora; E molto ben divora, Che mangia più sovente, Che non fa l'altra gente. E talor mangia tanto, Che pur da qualche canto Li duole corpo e fianco; E stanne lasso e stanco. Ed innebria di vino; Sì ch'ogne suo vicino Si ne ride d'intorno E mettelo in iscorno. Vene tenuto matto Chi fa del corpo sacco; E mette tant'in epa Che talora ne crepa.
XXVIII.
Certo per ghiottornia S'apparecchia la via Di commetter lussuria Chi mangia a dismisura. La lussuria s'accende, Che altro non n'intende Se non a quel peccato: E cerca da ogne lato Come possa compiere Quel suo laido volere. E vecchio che s'impaccia Di così laida taccia, Fa ben doppio peccato; Ed è troppo biasmato. È ben gran vituperio Commetter avolterio Con donne o con donzelle, Quanto che pajan belle. Ma chi 'l fa con parente Pecca più laidamente. Ma tra questi peccati Son via più condannati Que' che son sodomiti. Deh come son periti Que' che contro natura Brigan con tal lussuria.