Part 13
Or va mastro Brunetto Per un sentiero stretto, Cercando di vedere, E toccare e sapere Ciò che gli è destinato. E non fu' guari andato Ch'i' fui nella diserta: Sì ch'io non trovai certa Nè strada nè sentiero. Deh che paese fiero Trovai 'n quella parte! Che s'i' sapesse d'arte, Quivi mi bisognava: Che quanto più mirava Più mi parea selvaggio. Quivi non ha viaggio, Quivi non ha persone, Quivi non ha magione; Non bestia non uccello, Non fiume non ruscello, Non formica non moscha, Non cosa ch'i' conosca. Ed io pensando forte Dottai ben della morte. E non è maraviglia: Che ben trecento miglia Durava d'ogni lato Quel paese smagato. Ma si m'assicurai Quando mi ricordai Del sicuro signale, Che contra tutto male Mi dà sicuramento. Ed i' presi andamento Quasi per avventura Per una valle scura; Tanto ch'al terzo giorno I' mi trovai d'intorno Un gran piano giocondo, Lo più gaio del mondo E lo più degnetoso. Ma recordar non oso Ciò ch'i' trovai e vidi. Se Dio mi porti e guidi, I' non sarei creduto Di ciò ch'i' ho veduto: Ch'i' vidi Imperadori, E Re e gran signori, E mastri di scienze Che dettavan sentenze; E vidi tante cose Che già 'n rime nè 'n prose. Non le poria ritrare. Ma sopra tutti stare Vidi un'imperadrice, Di cui la gente dice Che ha nome Vertute; Ed è capo e salute Di tutta costumanza, E della buona usanza, E di buoni reggimenti, Che vivono le genti. E vidi alli occhi miei Esser nate da lei Quattro regine figlie. E strane maraviglie Vidi di ciascheduna, Ch'or mi parea tutt'una, Or mi parean divise E 'n quattro parti mise: Sì ch'ogne uno per sene Tenea sue proprie mene; Ed avea suo legnaggio, Suo corso e suo viaggio; E 'n sua propria magione Tenea corte e ragione: Ma non già di paraggio Che l'un è troppo maggio; E poi di grado 'n grado Ciascuna va più rado.
XIV.
Ed i' ch'avea volere Di più certo savere La natura del fatto, Mi mossi senza patto Di domandar fidanza; E trassemi all'avanza Della corte maggiore, Che v'è scritto 'l tenore D'una cotal sentenza: Qui dimora Prudenza; Cui la gente 'n volgare Suole senno chiamare. E vidi nella corte Là dentro dalle porte Quattro donne reali, Con corti principali Tenean ragione ed uso. Poi mi tornai là giuso Ad un altro palaggio; E vidi 'n bello staggio Scritto per sottiglianza: Qui sta la Temperanza; Cui la gente tal'ora Suole chiamar misura E vidi là d'intorno Dimorare a soggiorno Cinque gran principesse; E vidi ch'elle stesse Tenean gran parlamento Di ricco 'nsegnamento. Poi nell'altra magione Vidi 'n un gran petrone Scritto per sottigliezza: Qui dimora Fortezza; Cui tal'or per usaggio Valenza di coraggio La chiama alcuna gente. Poi vidi immantenente Quattro ricche contesse, E genti rade e spesse Che stavano ad udire Ciò ch'elle voglion dire. E partendomi un poco, I' vidi 'n altro loco La donna 'ncoronata, Per una camminata Che menava gran festa, E tal'or gran tempesta. E vidi che lo scritto Ch'era di sopra scritto In lettera dorata Diceva: Io son chiamata Iustizia in ogne parte. Vidi dall'altra parte Quattro maestri grandi; Ed alli lor comandi Stavano obbidienti Quasi tutte le genti. Così s'i' non mi sconto, Eran venti per conto Queste donne reali, Che delle principali Son nate per legnaggio, Sì come detto v'aggio.
XV.
E s'io contar volesse Ciò ch'i' ben vidi d'esse Insieme ed in divise; Non credo 'n mille guise Che 'n scrittura capesse, Nè che lingua potesse Divisar lor grandore Nel bene e nel malore. Però più non vi dico: Ma sì pensai con meco Che quattro van con loro, Cui credo ed adoro Assai più coralmente: Perchè lor convenente Mi par più grazioso, E della gente in uso: Cortesia, e Larghezza, Lealtà, e Prodezza. Di tutte quattro queste Il puro sanza veste Dirò 'n questo libretto. Dell'altre non prometto Di dir, nè di rimare: Ma chi le vuol trovare Cerchi nel gran Tesoro, Ch'è fatto per coloro Ch'hanno lo cor più alto. Là farò grande salto Per dirle più distese Nella lingua Franzese. Ond'i' ritorno omai Per dir com'i' trovai Le altre a gran letizia In casa di Giustizia: Che son sue discendenti, E nate di sue genti. Ed i' n'andai da canto E dimoravi tanto, Ched io vidi Larghezza Mostrar con gran pianezza Ad un bel cavaliero Come nel suo mestiero Si dovesse portare. E dicea, ciò mi pare: Se tu vuoli esser mio Di tanto t'addisio, Che nullo tempo mai Di me mal non avrai: Anzi farai tutt'ore In grandezza e 'n riccore; Che mai uom per Larghezza Non venne 'n poverezza. Ver è ch'assai persone Dicon ch'a mia cagione Hanno l'aver perduto; E ch'è lor divenuto, Perchè son larghi stati. Ma molto sono errati: Che com'è largo quelli Che par che s'accapelli Per una poca cosa, Ov'onor ha gran posa? Ed un altro a bruttezza Farà sì gran larghezza, Che sia smisuranza. Ma tu sappi 'n certanza, Che null'ora che sia Venir non ti poria La tua ricchezza meno, Se t'attieni al mio freno Nel modo ch'i' diraggio. Che quelli è largo e saggio, Che spende lo danaro Per salvar l'agostaro. Però in ogne lato Rimembri di tuo stato; E spendi allegramente. E non vo che sgomente, Se più che sia ragione Dispendi alla stagione: Anzi è di mio volere, Che tu di non vedere T'infingi alle fiate. De' denari o derrate Che vanno per onore, Pensa che sia 'l migliore. E se cosa addivenga Che spender ti convenga; Guarda che sia 'ntento, Sì che non paie lento; Che dare tostamente È donar doppiamente; E dar come sforzato Perde lo dono e 'l grato: Che molto più risplende Lo poco chi lo spende Tosto e con larga mano, Che quel che di lontano Dispendi con larghezza. . . . . . . . . . .
XVI.
Ma tuttavia ti guarda D'una cosa, che 'mbarda La gente più che 'l grado; Cioè giuoco di dado. Che non è di mia parte Chi si gitta 'n tal'arte: Ch'egli è disviamento, E grande struggimento. Ma tanto dico bene, Se talor si convene Giuocar per far onore Ad amico o signore; Che tu giuochi al più grosso; E non dire: I' non posso. Non abbi 'n ciò vilezza, Ma lieta gagliardezza: E se tu perdi posta, Paia che non ti costa; Non dicer villania, Nè mal motto che sia. Ancor chi s'abbandona Per astio di persona; O per sua vana gloria Esce dalla memoria A spender malamente, Non m'aggrada neente. E molto m'è rubello Chi dispende 'n bordello; E va perdendo 'l giorno In femine d'intorno. Ma chi di suo buon cuore Amasse per amore Una donna valente, Se tal'or largamente Dispendesse o donasse Non sì che folleasse; Ben lo si puote fare: Ma nol voglio approvare. E tengo a grande scherna Chi dispende 'n taverna; O chi in ghiottornia Si gitta, o 'n beveria: Ed è peggio ch'uom morto, E 'l suo distrugge a torto. Ed ho visto persone Ch'a comperar cappone, Perdice e grosso pesce, Lo spender non incresce: Come vuole, sian cari, Pur trovinsi danari; Si paga immantenente: E credon che la gente Gli le ponga a larghezza. Ma ben è gran vilezza Ingollar tanta cosa. Chi già fare non osa Conviti, nè presenti; Ma con li propri denti Mangia e divora tutto, Seco ha costume brutto. Ma s'io m'avvedesse, Ch'egli altro ben facesse; Unque di ben mangiare Nol dovria biasimare. Ma chi 'l nasconde e fugge, E consuma e distrugge; Solo chi ben si pasce, Certo 'n mal punto nasce. Acci gente di corte, Che sono usate a corte A sollazzar la gente: Domandonti sovente Danari e vestimenti. Certo se tu ti senti Lo poder di donare, Ben dei corteseggiare: Guardando d'ogne lato Di ciascun luogo e stato. Mangia, non ebriare: Se tu poi megliorare Lo dono in alto loco, Non ti vinca per giuoco Lusinga di buffone. Guarda loco e stagione Secondo che s'avvene: Che 'l presentar ritene Amore ed onoranza, Compagnia ed usanza. E sai ch'i' molto lodo, Che tu ad ogni modo Abbi di belli arnesi E privati e palesi: Sì che 'n casa e di fuore Si paia 'l tuo onore. E se tu fai convito, O corredo bandito; Fa 'l provedutamente Che non falli neente. Di tutto 'nnanzi pensa: E quando siedi a mensa, Non fare un laido piglio; Non chiamare a consiglio Seniscalco e sargente: Che da tutta la gente Sarai scarso tenuto, O non ben proveduto. Omai t'ho detto assai: Però ti partirai, E dritto per la via Ne va a Cortesia. Pregala da mia parte, Che ti mostri su' arte: Ch'i' già non veggio lume Senza suo buon costume.
XVII.
Lo cavalier valente Si mosse snellamente; E gìo senza dimora Loco dove dimora Cortesia graziosa, In cui ogne ora posa Pregio di valimento: E con bei gecchimento La pregò che 'nsegnare Li dovesse e mostrare Tutta la maestria Di fina cortesia. Ed ella immantenente Con bel viso piacente Disse 'n questa manera Lo fatto e la matera. Sie certo che Larghezza È 'l capo e la larghezza Di tutto mio mistero: Sì ch'i' non vaglio guero; E s'ella non m'aita Poco sarà gradita. Ell'è mio fondamento, E io suo adornamento, E colore e vernice. E chi lo ben ver dice, Se noi due nomi avemo, Quasi una cosa semo. Ma a te bell'amico, Primamente ti dico, Che nel tuo parlamento Abbie provedimento. Non sie troppo parlante; E pensati davante Quello che dir vorrai: Che non ritorna mai La parola ch'è detta; Sì come la saetta Che va e non ritorna, Chi ha la lingua adorna, Poco senno li basta, Se per follia nol guasta. Il detto sia soave; E guarda e' non sie grave In dir ne' reggimenti: Che non puoi alle genti Far più gravosa noia. Consiglio, che si muoia Chi pare per gravezza Che mai non se ne svezza. E chi non ha misura, Se fa 'l ben, sì lo fura. Non sie inizzatore; Nè sie ridicitore Di quel ch'altra persona Davanti a te ragiona. E non usar rampogna; Non dire altrui vergogna, Nè villania d'alcuno: Che già non è nessuno, Che non possa di botto Dicere un laido motto. Nè non sie sì sicuro, Che pur un motto duro Ch'altra persona tocca, T'esca fuor della bocca: Che troppa sicuranza Fa contro buona usanza. E chi sta lungo via, Guardi non dir follia. Ma sai che ti comando, Ed impongo a gran bando? Che l'amico da bene Innore quanto dene A piede ed a cavallo. Nè già per poco fallo Non prender grosso core. Per te non fa l'amore: Ed abbi sempre a mente D'usar con buona gente; E dalla ria ti parti: Che sì come dall'arti Qualche vizio n'apprendi, Sì ch'anzi che t'amendi, N'avrai danno e disnore. Però a tutte l'ore Ti tieni a buon'usanza: Perciocch'ella t'avanza In pregio ed in onore, E fatti esser migliore; Ed a bella figura (Ch'ell'è buona ventura) Ti rischiara e pulisce Se 'l buono uso seguisce. Ma guarda tutta via, Se quella compagnia Ti paresse gravoso; Di gir non sie più oso: Ma d'altri si procaccia, A cui 'l tuo fatto piaccia. Amico, guarda bene: Con più ricco di tene Non ti caglia d'usare; Che starai per giullare, O spenderai quant'essi: Che se tu nol facessi, Sarebbe villania. E pensa tutta via Ch'a larga 'ncomincianza Si vuol perseveranza. Dunque dei provedere, Se 'l porta 'l tuo podere, Che 'l facci apertamente. Se no, si poni mente Di non far tanta spesa, Che poscia sia ripresa: Ma prendi usanza tale Che sia con teco uguale. E s'avanzasse un poco, Non ti partir da loco; Ma spendi di paraggio: Non prender avvantaggio. E pensa ogni fiata, Se nella tua brigata Ha uomo al tuo parere Non potente d'avere; Per Dio non lo sforzare Più che non possa fare. Che se per tuo conforto Il suo distrugge a torto, E torna a basso stato; Tu ne sarai biasmato. E ben ci son persone D'altra condizione, Che si chiaman gentili: Tutt'altri tengon vili Per cotal gentilezza; Ed a questa baldezza Tal chiama mercenaio, Che più tost'uno staio Spenderia di fiorini, Ch'esso de' picciolini: Benchè li lor podere Fossero d'un valere. E chi gentil si tene Senza far altro bene, Se non di quella boce; Credesi far la croce: Ma el ti fa la fica. Chi non dura fatica, Sì che possa valere; Non si creda capere Tra li uomini valenti Perchè sian di gran genti. Ch'io gentil tegno quegli Che par ch'il mondo pigli Di grande valimento, E di bel nudrimento: Sì ch'oltre suo legnaggio Fa cose d'avvantaggio, E vive onratamente Sì che piace alla gente. Ben dico se a ben fare Sia l'uno e l'altro pare; Quello ch'è meglio nato È tenuto più a grato: Non per mia maestranza, Ma pare che sia usanza, La qual vinca ed abbatti Gran parte de' miei fatti, Sì ch'altro non dir posso Ch'esto mondo è sì grosso, Che ben per poco ditto Si giudica 'l diritto: Che lo grande e 'l minore Che vivano a romore. Per ciò ne sie avveduto Di star tra lor sì muto, Che non ne faccian risa. Passati alla lor guisa: Che 'nnanzi ti comporto Che tu segui lor torto, Che se pur ben facessi, E tu lor non piacessi, Nulla cosa ti vale Il dire bene e male. Però non dir novella, Che non sia buona e bella A ciascun che la 'ntende: Che tal te ne riprende, Ed aggiunge bugia Quando se' ito via; Che ti de' ben volere. Però dei tu sapere In cotal compagnia Giocar di maestria: Cioè che sappi dire Quel che deggia piacere. E lo ben se 'l saprai, Con altri li dirai, Dove sia conosciuto, E ben caro tenuto. E molti sconoscenti Troverai tra le genti, Che metton maggior cura D'udire una laidura, Ch'una cosa che vaglia: Trapassa, e non ti caglia. E chi bene ha pensato, Ch'uomo molto pregiato Alcuna volta faccia Cosa che non s'aggiaccia; In piazza ned in templo, Non ne pigliare esemplo: Perciocchè non ha scusa Chi alli altri mal s'ausa. E guarda non errassi, Se tu stessi od andassi Con donna o con signore, O con altro maggiore; E benchè sia tuo pare, Che gli sappia innorare Ciascun per lo suo stato. Siene tu sì appensato E del più e del meno, Che tu non perdi freno. Ma già a tuo minore Non rendere più onore, Che a lui sì ne convegna, Sì ch'a vil te ne tegna. Però s'elli è più basso Va sempre 'nnanzi un passo. E se vai a cavallo, Guarda di non far fallo. E se vai per cittade, Consiglioti che vade Molto cortesemente. Cavalca bellamente Un poco a capo chino: Ch'andar così indifreno Par gran salvatichezza. E non guardar l'altezza D'ogni cosa che trove. Guarda che non ti muove, Com'uom che sia di villa. Non guizzar com'anguilla: Ma va sicuramente Per via e tra la gente. Chi ti chiede 'n prestanza, Non far addimoranza: Se tu vuoli prestare, Nol far tanto penare Che 'l grado sia perduto, Anzi che sia renduto. E quando sei 'n brigata, Seguisci ogni fiata Lor via e lor piacere: Che tu non dei volere Pure alla tua guisa, Nè far da lor divisa. E guardati ad ogni ora, Che laida guardatura Non facci a donna, nata In casa od in istrata. Però chi fa 'l sembiante E dice che è amante, È un briccon venuto. Ed io ho già veduto Solo d'una canzone Peggiorar condizione: Che già a questo paese Non piace loro arnese. E guarda 'n tutte parti, Ch'amor già per su' arti Non t'infiammi lo core: Con ben grave dolore, Consumerai tua vita; Nè già di mia partita Non ti poria tenere, Se fossi in suo podere. Or ti torna a magione, Ch'omai è la stagione; E sie largo e cortese, Sì che 'n ogne paese Tutto tuo convenente Sia tenuto piacente. Per così bel commiato Andò dall'altro lato Lo cavalier gaioso: E molto confortoso Per sembianti parea Di ciò ch'udito avea. E 'n questa beninanza Se n'andò a Leanza: E lei si fece acconto; Poi le disse suo conto, Sì come parve a lui. E certo io che lì fui, Lodo ben sua manera, Lo costume e la cera: E vidi Lealtade, Che pur di veritade Tenea suo parlamento. Con bell'accoglimento Sì disse: Ora m'intendi, E ciò ch'i' dico apprendi.
XVIII.
Amico primamente Consiglio che non mente. In qualche parte sia, Tu non osar bugia: Ch'uom dice che menzogna Ritorna 'n gran vergogna, Perciocchè ha breve corso. E quando vi se' scorso, Se tu alle fiate Dicessi veritate; Non ti saria creduta. Ma se tu hai saputa La verità d'un fatto, E poi per dilla ratto, Grave briga nascesse; Certo se la tacesse, Se ne fossi ripreso, Saria da me difeso. E se tu hai parente, O altro ben vogliente, Cui la gente riprenda D'una laida vicenda; Tu dei essere accorto A diritto ed a torto In dicer ben di lui: E per fare a colui Discerner ciò che dice. E poi quando ti lice, L'amico tuo gastiga Del fatto onde s'imbriga. Cosa che tu prometti, Non voglio che l'ommetti: Comando che s'attenga, Pur che mal non t'avvenga. Ben dicon buoni e rei: Se tu fai ciò che dei, N'avvenga ciò che puote. Sai poi chi ti riscuote, S'un grande mal n'avvene? Foll'è chi teco tene. Ch'i' tegno ben leale Chi per un picciol male Sa schifare un maggiore; Se 'l fa per lo migliore, Sì che lo peggio resta. E chi ti manifesta Alcuna sua credenza, Abbine ritenenza; E la lingua sì lenta, Ch'un altro non la senta Senza la sua parola: Ch'i' già per vista sola Vidi manifestato Un fatto ben celato. E chi ti dà prestanza Sua roba ad iserbanza; Rendila sì a punto, Che non sia 'n fallo giunto: E chi di te si fida Sempre lo guarda e guida. Nè già di tradimento Non ti venga talento. E vo' ch'al tuo Comune, Rimossa ogni cagione, Sie diritto e leale: E già per nullo male Che ne possa avvenire, Non lo lasciar perire. E quando sei 'n conseglio Sempre ti poni al meglio: Nè prego nè temenza . . . . . . . . .
XIX.
Se fai testimonianza, Sia piena di leanza. E se giudichi altrui, Guarda sì ambedui, Che già dall'una parte Non falli 'n nulla parte. Ancor ti prego e dico, Quand'hai lo bono amico, O sì leal parente; Amalo coralmente. Non sia sì grave fallo, Che tu li faccie fallo. E voglio ch'a me crede Santa Chiesa e la Fede; E solo intra la gente Innora lealmente Gesù Cristo e li Santi: Sì ch'i vecchi e li fanti Abbian di te speranza, E prendin buona usanza. E va che ben ti pigli, E che Dio ti consigli: Che per esser leale Si cuopre molto male. Allor lo cavaliero, Che 'n sì alto mistero Avea la mente mesa, Si partì a distesa, E andossene a Prodezza. Quivi con gran pianezza, E con bel piacimento Le disse suo talento. Allor vid'io Prodezza Con viso di baldezza Sicuro e senza risa Parlare a questa guisa.
XX.