Part 12
Appresso il quarto modo È questo d'ond'io godo: E ad ogni creatura Dispose per misura Secondo 'l convenente Suo corso e sua semente. E 'n questa quarta parte Ha loco la mia arte: Sì che cosa che sia Non ha nulla balia Di far nè più nè meno, Se non a questo freno. Ben dico veramente Che Dio onnipotente Quello ch'è capo e fine, Per gran forze divine Puote 'n ogne figura Alterar la natura; E far suo movimento Di tutt'ordinamento. Sì come dei savere Quando degnò venere La maestà sovrana A prender carne umana Nella virgo Maria: Che 'ncontro l'arte mia Fu 'l suo 'ngeneramento, E lo suo nascimento; Che davanti e dopoi, Sì come savem noi, Fue netta e casta tutta, Vergene non corrutta. Poi volse Dio morire Per voi gente guarire, E per vostro soccorso. Allor tutto mio corso Mutò per tutto 'l mondo Dal ciel fin lo profondo: Che lo sole scurao E la terra tremao. Tutto questo avvenia Che 'l mio Signor patia. E perciò col mio dire I' lo voglio chiarire; Sì ch'io non dica motto, Che tu non sacci 'n tutto La verace ragione, E la condizione. Farò mio ditto piano, Che pur un solo grano Non fia che tu non sacci. Ma vo' che tanto facci Che lo mio dire apprendi; Sì che tutto lo 'ntendi. E s'i' parlassi scuro, Ben ti faccio securo Dicerloti 'n aperto; Sì che ne sii ben certo. Ma perciò che la rima Si stringe ad una lima Di concordar parole, Come la rima vole: Sì che molte fiate Le parole rimate Ascondon la sentenzia E mutan la 'ntendenzia; Quando vorrò trattare Di cose che rimare Tenesse oscuritade, Con bella brevitade Ti parlerò per prosa: E disporrò la cosa, Parlandoti 'n volgare, Che tu 'ntenda ed appare.
VII.
Omai a ciò ritorno, Che Dio fece lo giorno, E la luce gioconda, E cielo e terra ed onda; E l'aere creao E li angeli formao, Ciascun partitamente; E tutto di neente. Poi la seconda dia Per la sua gran balia Stabilì 'l fermamento E 'l suo ordinamento. Il terzo (ciò mi pare) Specificò lo mare, E la terra divise; E 'n ella fece e mise Ogne cosa barbata, Ch'è 'n terra radicata. Al quarto die presente Fece compitamente Tutte le luminarie, Stelle diverse e varie. Nella quinta giornata Sì fùe da lui creata Ciascuna creatura, Che nuota in acqua pura. Lo stesso die fu tale, Che fece ogne animale; E fece Adam ed Eua, Che poi rupper la tregua Del suo comandamento. Per quel trapassamento Mantenente fu miso Fora del paradiso; Dov'era ogne diletto Senza niuno eccetto Di freddo o di calore, D'ira nè di dolore. E per quello peccato Lo loco fue vietato Mai sempre a tutta gente: Così fu l'uom perdente. D'esto peccato tale Divenne l'uom mortale; Ed ha lo male e danno, E lo gravoso affanno Qui e nell'altro mondo. Di questo grave pondo Son li uomini gravati, E venuti 'n peccati: Perchè 'l serpente antico Ched è nostro nemico, Sedusse a ria manera Quella prima muliera. Ma per lo mio sermone Intendi la cagione, Perchè fu ella fatta, E della costa tratta. Perch'ella l'uomo atasse; Poichè moltiplicasse: E ciascun si guardasse, Con altra non fallasse. Se mai 'l cominciamento E 'l primo nascimento Di tutte creature Ch'ho detto senne cure: Ma sacci che 'n due guise Lo fattor le divise; Che tutte veramente Son fatte di niente. Ciò son l'anime, e 'l mondo, E li angeli secondo. Ma tutte l'altre cose, Quantunque dicer ose, Son d'alcuna manera Fatte per lor matera.
VIII.
E poich'ell'ebbe detto, Davante al suo cospetto Mi parve ch'i' vedesse, Che gente s'accogliesse Di tutte le nature: Sì come le figure Son tutte divisate E diversificate. Per domandar ad essa A ciascun sia permessa Sua domanda compiere. Ella che n'ha 'l potere Ad ogne una rendea Ciò ched ella sapea, Che suo stato rechiede. Così 'n tutto provede, Ed io sol per mirare Lo suo nobile affare, Quasi tutto smarrio. Ma tant'era 'l disio, Ch'i' avea di sapere Tutte le cose vere Di ciò ch'ella dicea; Ch'ogne ora mi parea Maggior che tutto 'l giorno: Sì ch'io non volsi torno, Anzi m'inginocchiava; E mercè le chiamava, Per Dio che le piacesse Ched'ella mi compiesse Tutta la grande storia, Dond'ella fa memoria. E va, diss'essa, via Amico: ben vorria, Che ciò che vuoli 'ntendere Tu lo potessi apprendere E lo sottile 'ngegno, E tanto buon ritegno Avessi, che certanza D'ogne una sottiglianza Ch'i' volesse ritrare Tu potessi apparare; E ritenere a mente A tutto 'l tuo vivente. E cominciò di prima Al sommo ed alla cima Delle cose create Di ragione 'nformate; D'angelica sustanza Che Dio a sua sembianza Criò alla primiera. Di sì ritta maniera Li fece 'n tutte guise, Che non li furo affise Tutte le buone cose Valenti e preziose; E tutte le virtute, Ed eterna salute, E diede lor bellezza Di membra e di clarezza: Sì ch'ogni cosa avanza Beltade e beninanza. E fece lor vantaggio Tal com'i' ti diraggio, Che non posson morire Nè unque mai finire. E quando Lucifero Si vide così crero, Ed in sì grande stato Gradito ed onorato; Di ciò s'insuperbio: E contr'al vero Dio, Quelli che l'avea fatto, Pensato di mal tratto; Credendosi esser pare. Così volle locare Sua sedia in aquilone: Ma la sua pensagione Li venne sì falluta, Che fue tutta abbattuta Sua folle sconcordanza In sì gran malenanza. Che s'i' voglio ver dire, Chi lo volse seguire O tenersi con esso, Del regno fuor fu messo; E piovvero 'n inferno In fuoco sempiterno. Appresso primamente In loco di serpente Ingannò con lo ramo Ed Eva e poi Adamo. E chi che nieghi o dica Tutta la gran fatica, La doglia e 'l marrimento, Lo danno e 'l pensamento, E l'angoscia e le pene, Che la gente sostene? Lo giorno 'l mese e l'anno Venne di quello 'nganno. E 'l laido 'ngenerare, E lo grave portare; E lo parto doglioso, E 'l nudrir faticoso Che voi ci sofferete, Tutto perciò l'avete. E 'l lavorio di terra, Invidia e astio e guerra; Omicidio e peccato Di ciò fu generato. Che 'nnanti questo, tutto Facea la terra frutto Senza nulla semente, O briga d'uom vivente. Ma sta sottilitate Tocca a Divinitate: Ed i' non mi trametto Di punto così stretto; E non aggio talento A sì gran fondamento Trattar con uomo nato. Ma quello che m'è dato I' lo faccio sovente: Che se tu poni mente, Ben vedi li animali Ch'i' non li faccio iguali Nè d'una concordanza In vista nè 'n sembianza. E d'erbe e fiori e frutti, Così l'alberi tutti, Vedi che son divisi Le nature e li visi. A ciò ch'i' t'ho contato Che l'uomo fu plasmato, Poi ogne creatura; Se ci ponesti cura, Vedrai palesemente Che Dio onnipotente Volle tutto labore Finir nello migliore: Ch'a chi ben incomenza Audivi per sentenza, Che ha ben mezzo fatto. Ma guardi poi lo tratto: Che di reo compimento Avem dibassamento Di tutto 'l convenente. Ma chi oratamente Fina suo cominciato, Dalla gente è lodato: Sì come dice un motto La fine loda tutto. E tutto ciò che face, O pensa o parla o tace, In tutte guise 'ntende Alla fine ch'attende. Donqua è più graziosa La fine d'ogne cosa, Che tutto l'altro fatto. Però ad ogne patto Dee uomo antivedere Ciò che porrà seguire Di quello che comenza, Che ha bell'apparenza. Che l'uom, se Dio mi vaglia, Creato fu san faglia La più nobile cosa E degna e preziosa Di tutte creature: Così quel ch'è 'n alture, Li diede signoria D'ogne cosa che fia, In terra figurata, Ver è ch'è viziata Dello primo peccato, Donde 'l mondo è turbato. Vedi ch'ogni animale Per forza naturale La testa e 'l viso bassa Verso la terra bassa, Per far significanza Della grande bassanza Di lor condizione, Che son senza ragione; E seguon lor volere Senza misura avere. Ma l'uomo ad altra guisa Sua natura divisa Per vantaggio d'onore; Che 'n alto a tutte l'ore Mira per dimostrare Lo suo nobile affare: Ch'egli ha per conoscenza E ragione e scienza. Dell'anima dell'uomo Io ti diraggio como È tanto degna e cara, E nobile e preclara, Che puote a compimento Aver conoscimento Di ciò ch'è ordinato; Sol se non fu servato Vo divina potenza. Però senza fallenza Fu l'anima locata, E messa consolata Nello più degno loco, Ancor che paia poco; Ed è chiamato core. Ma 'l capo n'è signore, Che molt'è degno membro: E s'io ben vi rimembro, Ess'è lume e corona Di tutta la persona. Ben è vero che 'l nome È divisato; come La forza e la scienza, Che l'anima 'mpotenza, Si divide e si parte; Ed aura in plusor parte. Che se tu poni cura, Quando la creatura Vedem vivificata; È l'anima chiamata. Ma la voglia e l'ardire, Usa la gente dire: Quest'è l'animo mio; Questo voglio e desio. E l'uom savio e saccente Dicon ch'ha buona mente. E chi sa giudicare, E per certo ritrare Lo falso e lo deritto; Ragion è 'n nome ditto. E chi saputamente Un grave punto sente In fatto e 'n ditto e 'n cenno; Quell'è chiamato senno. E quando l'uomo spira, La lena manda e tira; È spirito chiamato. Così t'aggio contato, Che 'n queste sei partute Si parte la virtute; Che l'anima fu data, E così nominata. Nel capo son tre celle: Ed io dirò di quelle. Davanti è lo ricetto Di tutto lo 'ntelletto; E la forza d'apprendere quello che puote 'ntendere. In mezzo è la ragione, E la discrezione, Che scerne bene e male; E lo terno è l'iguale. Di retro sta con gloria La valente memoria, Che ricorda e ritene Quello che 'n essa vene. Così se tu ripensi Son fatti cinque i sensi, Li qua' ti voglio dire: Lo vedere, e l'udire; L'odorare, e 'l gustare; E appresso lo toccare. Questi hanno per offizio, Che l'olfato e lo vizio, Li fatti e le favelle Riportano alle celle, Ch'i' v'aggio nominate: E loco son posate.
IX.
Ancor son quattro umori Di diversi colori, Che per la lor cagione Fanno la complessione D'ogne cosa formare, E sovente mutare: Sì come l'uomo avanza Le altre 'n sua possanza. Che l'un è signoria Della malenconia; La quale è fredda e secca: Certo è di larga tecca. Un altro n'è 'n podere Di sangue, al mio parere, Ch'è caldo ed umoroso, E fresco e gioioso. E flemma 'n alto monta, Ch'umido e freddo pronta; E par che sia pesante: Quell'uomo è più pensante. Poi la collera vene, Che caldo e foco tene; Che fa l'uomo leggiero, E presto e talor fiero. E queste quattro cose Così contrariose, E tanto disiguali In tutti l'animali Si convene accordare; E di lor temperare, E refrenar ciascuno: Sì ch'i' li rechi ad uno, Sì ch'ogne corpo nato Ne sia complessionato. E sacci ch'altramente Non sen faria niente.
X.
Altresì tutto 'l mondo Dal ciel fin al profondo È di quattro elemente Fatto ordinatamente: D'aria, d'acqua, e di foco; E dentro in suo loco, Che per fermarlo bene Sottilmente convene Lo freddo per calore, E 'l secco per umore, E tutti per ciascuno Sì refrenare ad uno, Che la lor discordanza Ritorni 'n aguaglianza, Ch'è ciascuno contraro All'altro ch'è disvaro: Ogni uomo ha sua natura E divisa figura; E son tuttor dispare. Ma i' li faccio pare; E tutta lor discordia Ritorno alla concordia: Che io per lor ritegno Lo mondo, e lo sostegno; Salva la volontade Della Divinitade. Ben dico veramente, Che Dio onnipotente Fece sette pianete, Ciascuna 'n sua parete; E dodici segnali: I' ti dirò ben quali. E fu lo suo volere Di donar lor podere In tutte creature, Secondo lor nature. Ma senza fallimento Sotto mio reggimento È tutta la lor arte: Sì che nessun si parte Dal corso ch'i' ho dato, A ciascun misurato. E dicendo lo vero Cotal è lor mistero, Che metton forza e cura In dar freddo e calura; E piova e neve e vento, Sereno e turbamento. E s'altra provedenza Fu messa 'n lor potenza, Non ne farò menzione: Che piccola cagione Ti poria far errare: Che tu de' pur pensare, Che le cose future, E l'aperte e le scure La somma maestade Ritenne 'n potestade. Ma se da Astorlomia Vorrai saper la via Della luna e del sole, (Come saper si vuole) E di tutte pianete; Qua 'nnanzi 'l troverete Andando 'n quelle parti, Ove son le sette arti. Ben so che lungamente Intorno al convenente Abboti ragionato; Sì ch'i' t'abbo contato Una lunga matera, Certo 'n breve manera. E se m'hai bene inteso, Nel mio dir ho compreso Tutto 'l cominciamento, E 'l primo movimento D'ogne cosa mondana, E della gente umana: Ed hotti detto un poco, Come s'avvene loco, Della Divinitate: Ed holle tralasciate, Sì come quella cosa Ch'è sì preziosa; E sì alta e sì degna, Che non par che s'avvegna Chi mette 'ntendimento In sì gran fondamento. Ma tu semplicemente Credi veracemente Ciò che la Chiesa santa Ne predica e ne canta. Appresso t'ho contato Del ciel com'è stellato, Ma quando fie stagione, Udirai la ragione Del ciel com'è ritondo, E del sito del mondo; Ma non sarà per rima, Come questo di prima; Ma per piano volgare Ti fia detto l'affare, E dimostrato aperto, Come sarai più certo.
XI.
Ond'i' ti prego omai Per la fede che m'hai, Che ti piaccia partire: Ch'a me conviene gire Per lo mondo d'intorno; E di notte e di giorno Avere studio e cura In ogne creatura, Ch'è sotto mio mistero. E faccio a Dio preghiero, Che ti conduca e guidi In tutte parti fidi. Appress'esta parola Voltò 'l viso e la gola; E fattami sembianza Che senza dimoranza Volesse visitare E li fiumi e lo mare. E senza dir fallenza, Ben ell'ha gran potenza: Che s'io vo dir lo vero Il suo alto mistero È una maraviglia, Ch'in un'ora compiglia E cielo e terra e mare, Compiendo suo affare. Che così poco stando, Al suo breve comando I' vidi apertamente, Come fosse presente. Li fiumi principali Che son quattro; li quali Secondo lo mio avviso Muovon di Paradiso: Ciò son Tigris, Fison, Eufrates, e Geon. L'un se ne passa a destra, L'altro ver la sinestra; Lo terzo corre 'n quae, Lo quarto va in lae: Sì ch'Eufrates passa Ver Babilone cassa In Messopotamia; E mena tuttavia Le pietre preziose, E gemme dignitose Di troppo gran valore Per forza e per colore. Geon va 'n Etiopia, E per la grande copia D'acqua che 'n esso abbonda, Bagna della sua onda Tutta terra d'Egitto; E fa meglio a deritto Una volta per anno; E ristora lo danno Che l'Egitto sostene, Che mai piova non vene. Così serva suo filo, Ed è chiamato Nilo: D'un suo ramo si dice, Ch'è chiamato Calice. Tigris tien altra via, Che corre ver Soria Sì smisuratamente Che non è uom vivente, Che dica che vedesse Cosa che sì corresse. Fison va più lontano; Ed è da noi sì strano, Che quando ne ragiono I' non trovo nessuno Che l'abbia navigato, O 'n quelle parti usato. Ed in poca dimora Provede per misura Le parti di Levante: Là dove sono tante Gemme di gran vertute, E di molta salute; E sono 'n quello giro Balsamo ed ambra e tiro, E lo pepe e lo legno Aloè ch'è sì degno; E spigo e cardamomo, Gengiove e cinamomo; Ed altre molte spezie Ciascheduna 'n sua spezie; E meglio oro, e più fina E sana medicina. Appresso 'n questo poco Misero a retto loco Le tigri e li grifoni, Allifanti e leoni, Cammelli e dragumene E badalischi e gene, E pantere e castoro; Le formiche dell'oro, E tant'altri animali, Ch'i' non so ben dir quali: Che son sì divisati, E sì dissimigliati Di corpo e di fazione; Di sì fera ragione, E di sì strana taglia, Che non credo san faglia Ch'alcun uomo vivente Potesse veramente Per lingua o per scritture Recitar le figure Delle bestie e d'uccelli: Tanti son, laidi e belli. E vidi mantenente La regina possente, Che stendeva la mano Verso 'l mare Oceano: Quel che cinge la terra, E che la cerchia e serra; Ed ha una natura Ch'a veder ben è dura, Ch'un'ora cresce molto E fa grande tomolto, Poi torna in dibassanza. Così fa per usanza; Or prende terra, or lassa Or monta ed or dibassa; E la gente per motto Dice ch'ha nome fiotto. Ed io ponendo mente Là oltre nel Ponente Appress'a questo mare, E vidi ritte stare Gran colonne; le quali Ci mise per segnali Ercules il potente Per mostrare alla gente, Che loco sia finata La terra e terminata: Ch'elli per forte guerra Avea vinta la terra Per tutto l'Occidente, E non trovò più gente. Ma dopo la sua morte Si son genti raccorte, E sono oltre passati; Sì che sono abitati Di là in bel paese, E ricco per le spese, Di questo mar ch'i' dico. Vidi per uso antico Nella profonda Spagna Partire una rigagna Di questo nostro mare Che cerca (ciò mi pare) Quasi lo mondo tutto: Sì che per suo condutto Ben può chi sa dell'arte Navigar tutte parte. E' gitta 'n questa guisa Da Spagna fino a Pisa; La Grecia, e la Toscana, In terra Ciciliana; E nel Levante dritto, Ed in terra d'Egitto. Ver è che 'n Oriente Lo mar volta presente Lo Sottentrione Per una regione, Dove lo mar non piglia Terra che sia sei miglia. Poi ritorna 'n ampiezza, E poi 'n tale strettezza, Ch'i' non credo che passi Che cinquecento passi. Di questo mar si parte Lo mar che noi disparte Là nella regione Di Vinegia e d'Ancone. Così ogne altro mare Che per la terra pare, Di traverso o d'intorno Si muove, e fa ritorno In questo mar Pisano, Ov'è 'l mare Oceano. Ed io che mi sforzava Di ciò ched io mirava Saper lo certo stato; Tant'andai d'ogni lato Per saper la natura D'ognuna creatura; Ch'i' vidi apertamente Davanti al mio vedente Di ciascuno animale E lo bene e lo male; E la condizione, E la generazione, E lo lor nascimento, Lo lor cominciamento; E tutta lor usanza, La vista e la sembianza. Ond'i' aggio talento Nel mio parlamento Tener ciò ch'i' ne vidi, Non dico ch'i' m'affidi Di contarle per rima Dal piè fin alla cima; Ma bel volgare e puro, Tal che non fia oscuro, Vi dicerà per prosa Quasi tutta la cosa Qua 'nnanzi dalla fine, Perchè paia più fine.
XII.
Da poi ch'alla Natura Parve che fosse l'ora Del mio dipartimento, Con gaio parlamento Mi cominciò a dire Parole da partire. Con grazia e con amore Facendomi onore, Disse: fi' di Latino Guarda che 'l gran camino Non trovi esta semmana. Ma questa selva piana Che tu vedi a senestra, Cavalcherai a destra. Non ti paia travaglia, Che tu vedrai san faglia Tutte le gran sentenze E le dure credenze. E poi dall'altra via Vedrai Filosofia, E tutte sue sorelle. Poi udirai novelle Delle quattro vertuti; E se quindi ti muti, Troverai la Ventura A cui si pone cura, Che non ha certa via. Vedrai Baratteria, Che 'n sua corte si tene Di dire e 'l male e 'l bene E se non hai timore, Vedrai lo Dio d'amore; E vedrai molta gente Che servono umilmente; E vedrai le saette Che fuor dell'arco mette. Ma perchè tu non cassi In quelli duri passi, Ti porta questa 'nsegna Che nel mio nome regna. E se tu fussi giunto D'alcun gravoso punto; Tosto la mostra fuore: Nè fia sì duro core, Che per la mia temenza Non t'abbia reverenza. Ed io gecchitamente Ricevetti presente La 'nsegna che mi diede. Poi le baciai lo piede, E mercè le chiamai; Ch'ella m'avesse omai Per suo accomandato. E quando fui girato Già più non la rividi. Or conven ch'i' mi guidi Ver là dove mi disse, Anzi che si partisse.
XIII.