Pataffio - Tesoretto

Part 11

Chapter 113,625 wordsPublic domain

E che ne sai? e che sonv'entro fitto? Tanto ti sia rivolto che tu muoja, Con algherìa mi disson con iscritto.

=Che ne sai:= rispondono alcuni in difesa di quella massima: =Preso 'l partito, è passato l'affanno=; e dicono: Qual maraviglia se talora ne segua male! Si può forse penetrar l'interno d'ogni cosa, e tutte prevederne le conseguenze?

=Rivolto:= non si può intender che del collo; detto da quella sentenza giudiciaria: =S'appenda finchè muoja=. Rid. Ti si possa stroncare il collo: puoi tu tutto antivedere?

=Algheria:= con fasto, con voce altitonante. =Con iscritto:= il Salvini legge =conscritto=, cioè senatore, che dicesi di chi sta sul grave. Forse è gergo frall'uno e l'altro.

Or s'i' avessi avuta l'epa croja, Pur risi, come Dio vuol, a formaggi; E spennacchiato rimasi con noja.

=Epa croja:= trippa dura com'un tamburo. =Col pugno gli percosse l'epa croja: Quella sonò come fosse tamburo=. Dant. Inf. 30.

=A formaggi:= a guisa de' formaggi; i quali ridono quando si fendono e crepano. Perciò =ridere a formaggi= sarà rider crepando per dispetto e per rabbia. Rid. =Come Dio vuol:= non di cuore: ma a strapazzo, e per non poter far altro.

=Con noja:= perchè mi scottava veramente il rimanervi avvilito e confuso; come gallina spennata, che par che si vergogni di se medesima.

Non gir alla badia d'adalticaggi: Ma feci un pa' di grotte con più doglie; E di ciò fanno calli assai coraggi.

=Adalticaggi:= andar =alla badia d'adalticaggi= sembra un dettato significante cader giù a piombo dall'alto. Rid. Opportunamente gli soggiunsi: Non ti levare in tanta ira, che non avessi a romperti il collo. =Adalticaggi:= forse è il paese detto =Altipassi= da Tolomeo da Lucca. Salv.

=Ma feci ec.= aggrottai però intanto un par di ciglia con tanto d'occhi per interno livore.

=Assai coraggi:= più d'un cuore a siffatti incontri s'è dovuto indurire. =Sicchè amendue aggiam solo un coraggio=. Dant. Maj.

Già col tramaglio vi prese tre moglie: Troppo mi se' riuscito del guscio, Disse veggendo mutatomi scoglie.

=Già ec.= ah ah, riprese egli borbottando, a costui un qualche gran fumo è salito alla testa. Credo di dover così interpretar questo verso, avuto per un mero bisticcio; riflettendo al proverb. =Chi toglie una moglie, merita una corona di pazienza; chi due, una di pazzia=; e simili. =Tramaglio:= ampia rete da pescare.

=Troppo ec.= più bravo assai mi ti mostri di quel che ti credevo; non ti tenea da tanto. Metafora tolta da' pulcini.

=Mutatomi scoglie:= quasi avessi cambiata scorza, e fossi tutt'altro. =Scoglia= è la pelle ch'ogni anno muta la serpe.

Ciascun ha l'impiccato suo all'uscio: Così tre asso nel cul li traesse, Perch'a mie spese rosecchio ed isguscio.

=Ciascuno ec.= e qual maraviglia? ognuno ha i suoi difetti, e soffre ognun qualche eclissi. =Quisque suos patitur manes=. Virg.

=Così ec.= sì tanto gli risposi; perchè popoi t'ho io in quel servizio. =Tre asso:= quel che le persone modeste dicon =quattro=. Rid. Quasi dicesse: Un corno che dietro se gli ficchi: non campo =(rosecchio ec.=) già io alle sue spalle, nè ho bisogno di lui.

Rezzajo rezzajo mostra che si stesse; E l'ascoltava per ismemorato: Col cucchiajo voto mostra, che 'l pascesse.

=Rezzajo:= quasi chi sta pigro e sonnolento al rezzo. Qui =rezzajo= è di due sillabe secondo l'apostrofe Fiorentina, che pronunzia =rezza'=.

=Pascesse:= per pascessi. =Pascer col cucchiajo vuoto= dicesi di que' maestri, che fole porgono e non dottrine. M'ascoltava sì svogliato, che ben mostrava d'avermi per dettatore di sogni e di fole.

Tra que' che sanno, un sonno ebbi schiacciato; E poi mi dette qualcosa col pane: Chi muta lato, disse, muta fato.

=Schiacciato ec.= schiacciar un sonno è dormir nella grossa. Chi sembrai allor tra' sapienti? Sembrai un uomo stupidito dal più grave sonno.

=Mi dette ec.= perciò quasi compassionando la mia grossolana capacità, non =col cucchiajo voto= prese a pascermi, ma con massime sostanziali.

=Chi muta ec.= e la massima fu che =chi muta lato, muta fato=; massima più soda di quella di sopra, che =preso partito sia passato ogni affanno=.

Poi disse: al badalucco fatti cane; Allora i' mi ristrinsi nelle spalle: Bocca pecciola fece 'n tre semmane.

=Badalucco:= trattenimento giocoso. Altro ammaestramento mi diede, cioè ch'alle festevoli radunanze m'accomodassi; imitando lo scherzevole cagnolino, che con festa corrisponde alle feste che gli si fanno. Rid.

=Pecciola:= aver =bocca a peccioli= è volgar detto significante quel portar le labbra alzate, e più per ischerno che per vezzo. Rid,

Ed il prete mangatto, e tre farfalle Ad un bacin ben pien di giglio 'n giglio Alla veletta stava per piglialle.

=Mangatto:= granfia di gatto, truffarello, =Malgatto=, cioè astuto, leggerebbe il Ridolfi. =Farfalle:= persone di poco cervello, facili ad essere svolte e sedotte.

=Di giglio 'n giglio:= dall'una all'altra estremità; per esservi forse intorno all'orlo dipinti de gigli, come costumasi nelle crete. Il Salvini intende =giglio= per fiorino.

=Alla veletta:= come soldato in sentinella. Stava coll'occhio alla mira, sperando che lusingate dal ricolmo =bacino=, gli venisse fatto di coglierle.

Lucillo fè alle ciulle mormoriglio: Tu m'hai sconcia tutta la farsata, Disse 'n gramuffa, inoltrando malpiglio.

=Alle ciulle:= all'uso delle cinguettanti fanciulle. Lucillo fu quegli, che scopri con opportuno bisbiglio l'occulta frode.

=La farsata:= la commedia. Salv. Par che meno a proposito intendasi dal Vocabolario per la parte inferior del farsetto. Col tuo bisbiglio m'hai sconcertata tutta l'opera, e sventati i miei disegni.

=Gramuffa:= parlar in gramuffa dicesi per modo di scherno il parlar in grammatica affin di non esser inteso. =Malpiglio:= brutta faccia.

Poi 'n polvereto fu impolverata; Anzi alle quarantotto s'ebbe quello: La lustra le fu fatta a corpacciata.

=Polvereto:= villa vicina a Firenze, com'è anche un convento di Monache, dove la state non si scarseggia di polvere. Con tal bisticcio non vuol altro significare, se non che fu ingannata; quasi le fosse sparsa polvere indosso, che le annuvolasse la vista.

=Alle quarantotto:= del doppio più in là delle ventiquattro. =L'avremo alle ventiquattro= suol dirsi, quando aspettandosi l'adempimento d'una promessa, non se ne giunge mai al termine. Rid.

=Lustra:= far la lustra vuol dire in lingua antica fare altrui artificiose moine per ritrarne il suo profitto. Rid. =A corpacciata:= a sazietà, a traboccante misura.

Non posso più pisciar nel muro, Gello; Perch'i' odo già terza, e 'l panno viene: Zara a chi tocca; i' ho voto 'l borsello.

=Non posso ec.= dicesi dagli scapigliati di chi ha contratto certo mal forestiero. Convengon però il Ridolfi e il Salvini che qui significhi: Non ho tempo da cicalare. Quindi è che precipita il discorso, facendo un fascio di cose.

=E 'l panno viene:= detto comunissimo per chi dal troppo lungo digiuno si sente mancar lo stomaco. Rid. Amerebbe il Salvini di leggere =e 'l pan non viene=, è tardi e non c'è da mangiare. Oggi: =Egli è nona, e il pan non viene=.

=Zara:= giuoco di tre dadi. Proverb. =Zara a chi tocca, e chi l'ha per mal si scinga=; se la vedano un po altri: io per me =ho voto 'l borsello=; forse =ho voto il sacco=, ho detto abbastanza.

Allo paperin nostro mai più bene: E dove hai fatto l'uovo là schiamazza, Senza travagli dietro, o pur con pene.

=Paperin:= soprannome di persona, ch'avesse i piedi a guisa de' paperotti. Rid. A costui com'ad ingrato impreca egli che =mai più bene= non se gli faccia.

=E dove ec.= vuoi tu poter serbare un grado d'autorità? Volgiti a chi ti si riconosce obbligato. A chi prende aria autorevole con persone a lui niente obbligate, si suol rispondere che =vada a schiamazzare dove ha fatto l'uovo=, cioè dov'ha versati i suoi benefizj; tolto dalla gallina che schiamazza ov'ha fatto il bene, cioè l'uovo. Rid.

Soda e non mezza torrai una mazza; E 'l pizzicor della schiena le cava; Ma per la Podestà nol fare 'n piazza.

=Soda:= ben salda e dura; non già fragile =(mezza)= e fiacca. =Mezza= coll'e stretta; epiteto di frutto troppo maturo.

=La Podestà:= lo stesso che =il Podestà=. Non pero t'arrischiare di farlo in pubblico, per non esporti a risentimenti della giustizia.

Incespicando si dimergolava; Di là da Bari cominciò a bere: I' ho portato 'l vanto, e spetezzava.

=Incespicando:= quasi avesse i piedi avviluppati in cespugli, =si dimergolava=, barcollava su mal ferme piante.

=Bari:= città di Puglia. Ma qui =di là da Bari= è un gergo da doversi intendere: A oltrepassare la misura d'un barile. Rid.

=I' ho ec.= pieno egli intanto di vino andava dicendo: =Io ho portato il vanto= nella gara del bere; e nel tempo stesso per una scurrile millanteria facea di basso trombetta.

Uno speziale è morto, ed a cadere Comincia, e dice: costaci persona: Un pa' di Frati presel per tenere.

=È morto ec.= quando muore chi solo vendea una merce, suol dirsi: =Ella comincia a cadere, e cadendo dice: Costaci persona=; cioè costa il suo mancare la vita d'un uomo. Rid. Sembra voler dire, che non si sapesse trovar antidoto per rimettere in sesto quel briaco.

Questo fu a mal abbi in Falterona Presso a Umiliato: o enne o esse, Quando fu ritediosa tal persona.

=A mal abbi:= in tanta tua malora. =Falterona:= montagna, onde scaturisce l'Arno.

=Umiliato:= luogo della stessa montagna, forse allora spettante all'ordine degli Umiliati. =O enne o esse:= o sì o no.

=Ritediosa:= duplicatamente tediosa. Quand'una tal persona è sì rincrescevole, il miglior partito è sbrigarsi con un sì o con un no.

E 'n Percussina catun percotesse; Perchè Matteo vi fu, pur Mattio: Così 'l Romano a Romena non stesse.

=Percussina:= parrocchia del contado Pisano: =Catun:= ciascheduno; voce antica: =Percotesse:= termine di caccia, quando si batte un bosco per destarne la cacciagione. Rid. Segue bisticciando a inculcare di tener lontani i seccatori.

=Pur Mattio:= vi fu anche Mattia, perchè vi fu =Matteo=. Ma che perciò? L'autore pensa a far pompa di bisticci; e noi gli condoneremo questo sfogo, contentandoci di non intenderlo.

=Romena:= città del Casentino; già dei Conti Guidi. Salv. =Romano:= pende il Ridolfi a intenderlo pel contrappeso della stadera.

D'accegge un pa' di nozze (o Guelfo Dio!) Che campa nulla: ver la campanella Questo fa 'l Conte, che canta: Amor mio.

=Un pa' di nozze:= per proprietà di lingua Fiorentina è lo stesso pranzo nuziale: e cotesto è =d'accegge=, uccello infausto agli sposi a motivo del lungo becco, di cui è armato. =Guelfo Dio:= quasi Dio non potesse esser de' Ghibellini, tenuti per nemici della Chiesa. Rid.

=Che campa nulla:= che non dura niente, che tosto finisce; detto de' contadini. Rid.

Perchè la stalla molt'acqua distilla Pe' falli folli che son troppo felli; Chè fan le fiche con fioca favilla;

Fin vo far, che vi sien rotti gli anelli.

=Che vi sian rotti gli anelli:= questo è chiarissimo; e siamo ben tenuti alle buone intenzioni e a' cortesi auspicj del nostro Brunetto. Dieci però di questi capitoli potean bastantemente accertar noi dello scopo, e lui dell'infallibilità di sue mire. I suoi futuri comentatori saran forse stati quelli, che più da lui furon presi di vista. L'essergli servito d'oggetto sarà pertanto l'unica gloria mia; e quindi mi si rammenterà invano: =Nisi utile est quod facimus, stulta est gloria.= Fedr. 3. 17.

_Fine del Pataffio._

IL TESORETTO.

_Tessuto in foggia di frottola, se gli diede pur il nome di _Favolello o Favoletto_, ch'altri credetter diverso dal Tesoretto medesimo. Si giunse più oltre: e il Latini comparve autore d'un terzo trattato col titolo della _Penitenza_. Il tempo ha dimostrato che cotesti erano una parte, non un'opera separata dal Tesoretto. Il principio della Penitenza si ridusse al capitolo ventesimoterzo di quest'opuscolo; e ne' tre ultimi capitoli svanì il Favolello. Un'annotazion marginale ammessa poi per titolo da' trascurati copisti, potè dar motivo alla vana moltiplicità di questi enti ideali. Certo è che le varie lacune rimaste aperte ne' tre detti capitoli, ci nascondon la connessione ch'avranno essi col tutto, e ce li fa parere imperfetti frammenti di chi volle riformare le proprie idee._

_S'ingannarono i giornalisti d'Italia a crederlo con taluni un compendio del _Tesoro_, ridotto in versi all'uso de' Provenzali dal suo medesimo autore. Prevenne egli nel Tesoro il gusto del nostro secolo con un prodotto enciclopedico, che servisse di scorta ad ogni specie di letteratura. Nel Tesoretto quasi affatto si ristrinse a formar l'uomo nelle morali virtù, Sull'orme di Severino Boezio. Arrivò così avanti, ch'i versi di questo libro poteron sembrare al difficilissimo Castelvetro _anzi risposi divini che umani_; e ottenner da lui di farsi metter in riga co'_ versi d'oro di Pitagora e di Focilide_. Scrivendo Brunetto a comun vantaggio degl'Italiani, s'adattò a' settenarj rimati, ch'a giudizio del Barberini son la maniera più antica, e quindi la più naturale del nostro idioma. Era ella perciò la più adatta a quelle giovevoli impressioni, che far si voleano sul cuore e sulla memoria dell'uomo._

_Federigo Ubaldini fu il primo a produrlo nel 1642. colle stampe di Roma. Nel 1750. si rivide comparir in Torino. Era da desiderarsi nel primo editore una diligenza, che ci porgesse il testo nella sua integrità, e una sicurtà più autentica di sua schiettezza. Si può dir francamente ch'ei poco raggiunse i sensi di quest'opuscolo. La seconda edizione è una copia tanto fedel della prima, che n'imita le medesime imperfezioni sostanziali. Ben mi duole che la privazion de' necessari sussidj m'obblighi a contentarmi d'una riforma nell'ortografia e nella punteggiatura; e in togliere alcuni errori, che rendea sensibili la riflessione. In quella ho però serbato il dovuto rispetto al Vocabolario; e non ho voluto impoverire la nostra lingua. Nell'altra ho avuto di mira di raddrizzare i sentimenti, e sgombrare l'oscurità e l'equivoco._

TESORETTO DI MESSER BRUNETTO LATINI.

I.

Al valente Signore[3] Di cui non so migliore Su la terra trovare; Che non avete pare Nè 'n pace ned in guerra; Sì ch'a voi tutta terra, Che 'l sol gira lo giorno E 'l mar batte d'intorno, San fallia si convene. Ponendo mente al bene Che faite per usaggio, Ed all'alto lignaggio Donde voi sete nato; E poi dall'altro lato Potem tanto vedere In voi senno e savere Ad ogne condizione, Ch'un altro Salamone Pare 'n voi rivenuto, E bene avem veduto In duro convenente, Dov'ogn'altro servente, Che voi, par megliorare, E tutt'or affinare; E 'l vostro cor valente Poggia sì altamente In ogne beninanza, Che tutta la sembianza D'Alessandro tenete; Che per neente avete Terra oro ed argento. Sì alto 'ntendimento Avete d'ogne canto, Che voi corona e manto Portate di franchezza, E di fina prodezza: Sì ch'Achille lo prode Ch'acquistò tanta lode, E 'l buono Ettor Troiano, Lancellotto, e Tristano Non valse me' di voe, Quando bisogno fue. Che voi parole dite, E poi quando venite In consiglio, o 'n aringa, Par ch'abbiate la lingua Del buon Tullio Romano Che fue 'n dir sovrano; Sì buon cominciamento E mezzo e finimento Sapete ognora fare, E parole accordare Secondo la matera, Ciascuna in sua manera. Appresso tutta fiata Avete compagnata L'adorna costumanza, Che 'n voi fa per usanza Sì ricco portamento, E sì bel reggimento; Ch'avanzate a ragione E Seneca, e Catone. E posso dire 'n somma Che 'n voi signor s'assomma, E compie ogni bontade; E 'n voi solo assembiate Son sì compitamente, Che non falla neente, Se non com'auro fino. Io Brunetto Latino, Che vostro in ogni guisa Mi son sanza divisa; A voi mi raccomando. Poi vi presento e mando Questo ricco Tesoro, Che vale argento ed oro: Sì ch'io non ho trovato Uomo di carne nato, Che sia degno d'avere, Nè quasi di vedere Lo scritto ch'i' vi mostro In lettere d'inchiostro. Ad ogne altro lo nego, Ed a voi faccio prego Che lo tegniate caro, E che ne siate avaro. Ch'i' ho visto sovente Vil tenere alla gente Molte valenti cose: E pietre preziose Son già cadute 'n loco, Che son gradite poco. Ben conosco che 'l bene Assai val men ch'il tene Del tutto in se celato, Di quel ch'è palesato: Sì come la candela Luce men chi la cela. Ma io ho già trovato In prosa ed in rimato Cose di grand'affetto, Che poi per gran segreto L'ho date a caro amico: Poi (con dolor lo dico) Le vidi 'n man de' fanti, E rassemplati tanti, Che si ruppe la bolla E rimase per nulla. S'avem così di questo, Sì dico che sia presto; E di carta 'n quaderno Sia gittata 'n inferno.

II.

Lo Tesoro comenza. Intanto che Fiorenza Fioriva e fece frutto, Sì ch'ell'era del tutto La donna di Toscana; Ancora che lontana Ne fosse l'una parte, Rimossa in altra parte Quella de' Ghibellini Per guerra de' vicini: Esso Comune saggio Mi fece suo messaggio All'alto Re di Spagna, Ch'era Re d'Alemagna; E la corona attende Che Dio non la contende. Che già sotto la luna Non si trova persona, Che per gentil legnaggio Nè per alto barnaggio Tanto degno ne fusse Com'esto Re Nanfusse. Ed io presi campagna, E andai in Ispagna; E feci l'ambasciata, Che mi fu comandata. E poi senza soggiorno Ripresi mio ritorno: Tanto che nel paese Di terra Navarrese Venendo per la calle Del pian di Roncisvalle, Incontra' uno scolaio Sor un muletto baio, Che venia da Bologna; E senza dir menzogna Molt'era savio e prode. Ma lascio star le lode, Che sarebbero assai. Io gli pur dimandai Novelle di Toscana. In dolce lingua e piana Elli cortesemente Mi disse mantenente, Ch'i Guelfi di Fiorenza Per mala provedenza, E per forza di guerra Eran fuor della terra; E 'l dannaggio era forte Di prigione, e di morte Ed io ponendo cura, Tornai alla natura, Ch'audivi dir che tene Ogni uom ch'al mondo vene: Che nasce primamente Al padre ed al parente, E poi al suo comuno. Ond'io non so neuno, Che volesse vedere La sua cittade avere Del tutto alla sua guisa, Nè che fosse divisa: Ma tutti per comune Tirassero una fune Di pace, e di ben fare: Che già non può scampare Terra rotta di parte. Certo lo cor mi parte Di cotanto dolore, Pensando 'l grand'onore E la ricca potenza Che suole aver Fiorenza Quasi nel mondo tutto. Ond'io in tal corrotto Pensando a capo chino, Perdei 'l gran camino, E tenni alla traversa D'vna selva diversa.

III.

Ma tornando alla mente, Mi volsi e posi mente Intorno alla montagna; E vidi turba magna Di diversi animali Ch'i' non so ben dir quali: Ma uomini, e muliere, Bestie, serpenti, e fiere, E pesci a grandi schiere; E di tutte maniere Uccelli voladori, Ed erba e frutti e fiori, E pietre e margherite, Che son molto gradite; Ed altre cose tante Che null'uomo parlante Le poria nominare, Ne 'n parte divisare. Ma tanto ne so dire, Ch'i' le vidi obedire; Finire e cominciare, Morire e generare; E prender lor natura, Sì com'una figura, ch'i' vidi, comandava. Ed ella mi sembiava Come fosse 'ncarnata, Talora sfigurata; Talor toccava 'l cielo Sì che parea suo velo: E talor lo mutava, E talor lo turbava. E tal suo mandamento Movea 'l fermamento: E talor si spandea, Sì che 'l mondo parea Tutto nelle sue braccia. Or le ride la faccia, Un'ora cruccia e dole, Poi torna come sole. Ed io ponendo mente All'alto convenente, Ed alla gran potenza Ch'avea, e la licenza; Vscii di reo pensero Ch'i' aveva 'n primero. Ed ei proponimento Di fare un ardimento, Per gire 'n sua presenza Con degna reverenza: In guisa che vedere La potessi, e savere Certanza di suo stato. E poi ch'i' l'ei pensato N'andai davanti lei, E drizzai gli occhi miei A mirar suo cor saggio. E tanto vi diraggio Che troppo par gran festa, Il capel della testa: Sì ch'io credea che 'l crine Fusse d'un oro fine Partito senza trezze; E l'altre sue bellezze, Ch'al volto son congionte Sotto la bianca fronte. Li belli occhi e le ciglia, E le labbra vermiglia, E lo naso affilato, E lo dente argentato, La gola biancicante; E l'altre beltà tante Composte ed assettate, E 'n suo loco ordinate, Lascio che non le dica Non certo per fatica, Nè per altra paura: Ma lingua nè scrittura Non saria sufficiente A dir compitamente Le bellezze ch'avea; Nè quant'ella potea E 'n aera e 'n terra e 'n mare, E 'nfare ed in disfare, E 'n generar di novo O di concetto o d'uovo, O d'altra conincianza; Ciascuna a sua sembianza, E vidi 'n sua fattura, Ched ogne creatura Ch'avea cominciamento, Veniva a finimento.

IV.

Ma poi ch'ella mi vide, La sua cera che ride In ver di me si volse; E poi a se m'accolse Molto bonariamente. E disse mantenente: I' sono la Natura, E sono la fattura Del sovrano fattore; Elli è mio creatore; I' son da lui creata, E fui 'ncominciata: Ma la sua gran possanza Fue senza comincianza. El non fina nè muore; Ma tutto mio labore, Quanto ch'esso l'allumi, Conven che si consumi, Ess'è onnipotente, Io non posso neente, Se non quant'ei concede. Esso tutto prevede, Ed è in ogne fato; E sa ciò ch'è passato, E 'l futuro e 'l presente: Ma i' non son saccente, Se non di quel ch'e' vuole. Mostrami come sole Quello che vuol ch'i' faccia, E che vuol ch'i' disfaccia Ond'io son sua ovrera Di ciò ch'esso m'impera. Così 'n terra ed in aria: Ond'io son sua vicaria Esso dispone 'l mondo. Ed io poscia secondo Lo suo ordinamento I' guido a suo talento.

V.

A Te dico che m'odi, Che quattro son li modi Che colui che governa Lo secolo ineterna. Mise operamento Allo componimento. Ma tutte quante cose Son palese ed ascose. L'una ch'eternalmente Fue 'n divina mente Imagine e figura Di tutta sua fattura; E fue questa semblanza Lo mondo 'n similianza. Dipoi al suo parvente Si creò di niente Una grossa matera, Che non avea manera; Ma si fue di tal norma Nè figura nè forma, Ch'inde potea ritrare Ciò che volse formare. Poi lo suo 'ntendimento Mettendo a compimento, Sì lo produsse in fatto; Ma nol fece sì ratto, Nè non ci fue sì pronto. Che in un solo punto, Com'ell'avea podere, Lo volesse compiere; Ma sei giorni durao, E 'l settimo posao.

VI.