Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 9

Chapter 93,881 wordsPublic domain

Se questa grotta, questi scogli potessero parlare, quanti orrendi fatti dell'antichità noi apprenderemmo! La tradizione accenna a questa selvaggia riva, quale sito prediletto di Tiberio e quale teatro delle immani sue crudeltà. E' il luogo più diabolico dell'isola; procedendo sulla spiaggia, verso mezzogiorno, si arriva ad un punto denommato Salto di Tiberio. La riva cade ivi a picco sul mare dall'altezza di più di ottocento piedi. Si dice che di là il mostro precipitasse le sue vittime. Narra Svetonio: «Si fa vedere in Capri il punto dove Tiberio spiegava tutta la sua crudeltà, facendo precipitare in mare alla sua presenza le vittime, dopo averle a lungo martoriate con ogni sorta di tormenti. Cadevano in mezzo ad una squadra di marinai, i quali le percuotevano barbaramente con bastoni e con i remi, fino a tanto che non fosse spento in esse ogni alito di vita.» Doveva essere per dir vero un piacere diabolico quello di precipitare disgraziate creature da quell'altezza, vederle balzare di scoglio in scoglio, ed udire il tonfo dei loro corpi in mare.

A pochi passi dal Salto crudele, sorge ora una casetta, sulla cui porta sta scritto _Restaurant_. Nella stanza trovasi ad ogni ora apparecchiata una tavola con frutta, pane ed un fiasco di _lacrime di Tiberio_. L'albergatore ha fatto costruire sul margine del Salto un piccolo muro ed offre così di che ristorarsi, a chi piace, sul teatro stesso di tanti orrori.

Si passa da questa casa per arrivare all'antico faro di Capri, il quale non dista che una trentina di passi dal Salto. Questo faro è in gran parte rovinato ed i suoi neri avanzi vennero alcuni anni or sono colpiti dalla folgore. I materiali giacciono all'intorno dispersi fra le vigne. Si trovano ancora in piedi avanzi di mura e di vòlte, le quali bastano a far comprendere che il faro era un edificio ampio e notevole, che poteva benissimo competere con quello di Alessandria e con quello di Pozzuoli. Il poeta Stazio in un verso lo paragona alla luna, splendore delle notti. Svetonio narra che quella torre fu atterrata da un terremoto pochi giorni prima della morte di Tiberio; ma dopo di allora è da ritenersi che sia stata ricostruita, altrimenti Stazio non ne avrebbe potuto far parola. Attualmente la sua altezza non supera i sessanta piedi.

Nel 1800 Hadrava fece in quel luogo eseguire scavi e vi rinvenne avanzi di un piano sotterraneo, alcuni marmi ed anche un bassorilievo, che rappresentava Lucilla e Crispina in atto di pregare.

Dal faro, salendo ancora pochi passi, si arriva alla rinomata villa di Giove, la quale, secondo Svetonio, era propriamente l'abitazione ordinaria di Tiberio; anzi, il tiranno, dopo l'esecuzione di Seiano, vi si tenne rinchiuso per ben nove mesi, per il timore di una congiura. Le rovine che si scorgono al capo della spiaggia a settentrione-levante dell'isola, appartengono alla villa: lo confermano la tradizione, la quale addita quella località come la più importante dell'isola; l'estensione del palazzo, le cui rovine sono le più importanti di tutta Capri, e la natura delle costruzioni, appartenenti all'epoca migliore dell'architettura romana.

Uno può aggirarsi colà in un vero laberinto di volte, di gallerie sotterranee, di infinite stanze, in massima parte ridotte poi ad uso di cantine e di stalle per il bestiame. Giacciono qua e là dispersi sul suolo capitelli, piedistalli, fusti di colonne, frammenti di marmo; alcune stanze presentano ancora avanzi di stucco e in qualche punto si osservano tracce di pitture gialle e rosse, simili a quelle di Pompei. Sul suolo sono pure frammenti di pavimenti a mosaico di marmo bianco, inquadrati da una fascia nera, come pure sono tuttora visibilissime le scale che portavano ai piani superiori.

Sembra che la villa avesse parecchi piani; l'inferiore è intieramente sepolto sotto il suolo. Nel piano superiore invece si può ancora riconoscere la distribuzione delle stanze, e, dal lato verso il mare, la pianta di un semicircolo, probabilmente di un teatro. In altro punto, nicchie e mura circolari dimostrano l'esistenza di un tempio. La villa riuniva in sè tutto quanto apparteneva allo splendore della vita principesca di allora, ed essendo stata così a lungo la sede della corte imperiale, doveva, prima che Nerone ed Adriano innalzassero i loro sontuosi palazzi, sorpassare in bellezza tutte le altre ville romane. Certo contribuiva a renderla ancora più bella la sua incomparabile posizione sul mare e la vista dei due golfi. Da questo punto Tiberio dominava tutta l'isola come un avvoltoio e scorgeva anche le navi che traversavano il golfo, provenienti dall'Ellade, dall'Asia, dall'Africa, o da Roma.

Più bella però doveva essere la vista dell'isola dal mare, veleggiando fra Capri ed il capo di Minerva e contemplando i palazzi marmorei, il faro ed i templi, imperocchè Tiberio, in cima ad ogni vetta, aveva innalzata una torre, od un tempio, fra cui quelli famosi di Minerva, delle Sirene e di Eracleo.

Rimasi lunghe ore seduto sulle rovine, cercando raffigurarmi l'antica Capri. Pensavo che dovesse essere stupenda con ogni sua sommità coronata da un tempio, con i suoi portici, teatri e ville e le strade popolate di tutto quel mondo romano, dalla corte di Cesare, da senatori, da ambasciatori d'ogni parte del mondo, dalle più belle donne della Ionia, delle Etari seducenti dell'Asia, da squadre scapigliate di baccanti, da ninfe, da dee, da tutto un popolo di figure mitologiche. Qui regnava Bacco, e la sua corte era composta di baccanti e di satiri.

Il lungo soggiorno di Tiberio a Capri non fu che una satira dell'uman genere e probabilmente la più terribile: si può facilmente indovinare contemplando i tratti del principale attore, giacchè a Napoli esistono busti e figure colossali di Tiberio. Il suo miglior ritratto però trovasi nel Museo Vaticano a Roma; quelli di Napoli lo rappresentano già avanzato negli anni; quello di Roma, al contrario, nel fiore della sua giovinezza, probabilmente perchè la maggior parte dei busti disotterrati ad Ercolano ed a Pompei appartengono all'epoca del suo soggiorno in Capri. Nella galleria Chiaramonti del Museo Vaticano esiste la sua figura colossale, scoperta a Veia, in cui è rappresentato giovane, divinizzato, ma con i suoi lineamenti reali. La sua testa appare intelligente, ben formata, la bocca regolare e di una finezza indicibile; tutti i suoi lineamenti giovanili hanno qualche cosa di dionisiaco ed anche le forme del corpo sono piene, voluttuose, in certa guisa femminili.

Questo mostro reale era, al pari di Cesare Borgia, l'uomo più bello de' suoi tempi, e, fra tutti gl'imperatori romani, Augusto solo fu di bellezza più classica. Non si dimentica la figura di Tiberio dopo averla veduta una sola volta; ognuno si aspetta di trovarsi dinanzi un mostro, una specie di demone, ed invece rimane addirittura stupito dalla bellezza de' suoi lineamenti feminei, che gli dànno piuttosto l'aspetto di un Sardanapalo. Soltanto con gli anni la bocca acquistò un'espressione di sarcasmo, d'ironia, e tutta la sua fisonomia qualche cosa di duro, di crudele e di volgare insieme, come si rivela nella testa colossale di Napoli e nel suo busto in Campidoglio. Volendo avere una rappresentazione plastica della scelleratezza bestiale, fa d'uopo contemplare la testa diabolica di Caracalla, che è la rappresentazione più perfetta di un carattere diabolico a cui sia potuta giungere la scultura. Ritengo che quell'uomo scellerato fosse davvero tale e quale la storia ce lo ha descritto. Fu il solo monarca, dopo Augusto, che abbia regnato con le forme repubblicane. Ebbe in retaggio un popolo divenuto spregevole, e trovato un mondo pessimo e proclive ad ogni sorta di abbiettezza vi si abbandonò interamente. Caligola vaneggiava di divenire il padrone del mondo e la sua potenza durò pochi anni. Egli che avrebbe voluto sorbirsi il mondo come si sorbe un uovo, fu un giorno atterrato dal caso, con tutti i suoi godimenti, che non eran che pazzie.

Dopo le guerre civili e dopo Augusto, regnò un silenzio spaventoso nella storia del mondo e quella fu l'epoca più cupa dell'umanità. Augusto fu grande e felice perchè aveva dovuto conquistare la sua signoria; i suoi successori, invece, furono miseri per non aver più nulla da conquistare. Venuti ad un tratto in possesso di un dominio già affermato, non seppero quale impiego fare del loro tempo, imperocchè anche i piaceri diventano insopportabili quando non l'interrompono il lavoro e le difficoltà. Caligola nella sua pazzia volle gettare un ponte sul mare; Claudio fu un pedante; Nerone incendiò Roma, e mentre questa era in fiamme suonò la cetra; faceva versi e voleva aver fama di abile guidatore di cocchi, e di commediante. In quel periodo di generale sonnolenza del genere umano, noi troviamo l'uno dopo l'altro, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone, demoni e scellerati: la storia taceva.

Sarebbe però mostrarsi ingiusti con Tiberio confondendolo co' suoi successori, i quali furono soltanto scellerati volgari, senza pudore e senz'ombra di vergogna nel rivelare la loro bestiale natura; Tiberio, superiore per ingegno alla sua epoca, fu uomo fiero, diplomatico, della scuola dell'ipocrita Augusto. Tutta la sua fisonomia rivela la finezza, la dissimulazione, particolarmente il taglio della sua bocca gesuitica, la bocca più perfetta di diplomatico che la natura abbia creato: si direbbe che pronunci la sentenza di Talleyrand, che, cioè, la parola fu data all'uomo per nascondere i suoi pensieri. Infatti poi sappiamo da Tacito quanta fosse l'arte di Tiberio nel parlare: egli fu veramente l'inventore della grammatica e della logica diplomatica. Non prometteva, non giurava, non mentiva: egli era un impasto di menzogna continua. Quanto sembrano grossolani, di fronte a questo despota finissimo e signore classico della storia nuova, quegli avventurieri venuti in possesso di un trono e quei re che rompono pubblicamente i loro giuramenti! Tiberio, certamente, li avrebbe cacciati, con un sorriso di disprezzo, fra i suoi liberti. Quest'uomo non lasciò immaginare, nemmeno una sol volta, che cosa avesse in animo di fare governando, non col mezzo ruvido dei colpi di stato, bensì padroneggiando sopra gli avvenimenti. Non lasciò mai trapelare nè la sua volontà, nè i suoi disegni; basta ricordare la caduta di Seiano.

Il proscritto dell'isola dell'Elba prese una volta a difendere calorosamente il carattere di Tiberio contro le accuse di Tacito e della storia. Dopo di aver ridotta la diplomazia di Augusto a sistema del gesuitismo il più raffinato, Tiberio, compiuta la sua opera e sazio della vita, si ritirò in quest'isola per distrarsi con i piaceri materiali, e non lasciò venir meno il terrore che aveva incusso fin dal principio del suo governo, e provò i piaceri di ogni sorta. L'umana natura però è costituita in modo che non può godere in una volta poca parte di piaceri, e ciò lo dimostrano lo scoglio di Capri e la villa di Giove, nella quale erasi ritirato il signore del mondo che considerava questi luoghi come una specie di esilio. Fa orrore il pensare alle scene di cui furono testimoni queste mura, agli eccessi di rabbia di un animo che non conosceva più freno di sorta. Là dove risuonarono un giorno le armonie dei flauti della Lidia, e splenderono i sorrisi di donne superbe, mugghiano ora le mandrie dei poveri contadini. A tanto vennero ridotte le sale di Tiberio. L'edera, i fichi d'India, le malve, le rose, le cinerarie e il melagrano riempiono della loro vegetazione lussureggiante le stanze in ruina. Pendono dall'alto i festoni delle viti, discendenti dall'antico Bacco di Capri, quasi fossero gli spirti di quelle etère che quivi praticavano, un tempo, alla presenza di Tiberio, le loro danze oscene.

Sorge attualmente fra le rovine, sul punto più elevato della villa, una cappella dedicata a S. Maria del Soccorso. Vi abita un eremita. Nessun luogo mi è apparso più adatto per la penitenza, dei ruderi della villa di Tiberio, sotto il regno del quale, e durante il suo soggiorno in Capri, venne Cristo posto in croce. La cappella sorge quivi, come il cristianesimo stesso, sulle rovine del mondo pagano. Questa coincidenza è singolare, e pochi luoghi, io credo, possono ritenersi adatti del pari alla meditazione. Qui si presentano contemporaneamente all'immaginazione due figure rappresentanti i due periodi della storia del genere umano: ad occidente, il demone canuto, Tiberio, signore della terra, rappresentante del mondo pagano che sta per tramontare, ed immagine di tutti i mali; ad oriente, la figura giovanile dell'uomo Dio, di Cristo appeso alla croce, circondato di profeti ispirati di una rigenerazione novella dell'umanità. Queste due figure sorgono una di fronte all'altra, come Arimano ed Arzmud, il Dio della luce e quello delle tenebre. Come non ricordare qui la figura di Giovanni di Patmos, inondata di luce accanto alla quale l'aquila di Giove compare tutt'ora come simbolo pagano?

Seduto sopra quelle rovine, in mezzo a tali pensieri, nella meditazione del cristianesimo primitivo, vidi tutto ad un tratto il rappresentante storico di quella religione ideale nella persona dell'eremita, sudicio frate francescano, e poco mancò non mi ritraessi dallo spavento. Era un vecchio monaco, dalla lunga barba bianca, vestito di una tonaca nera, zoppo, brutto, con due occhi da falco. Mi parve che sorgessero davanti a me Tiberio o Mefistofele, e mi dicessero, con sorriso beffardo: «Redivivo! soltanto mutato d'aspetto». Tale è la storia del cristianesimo.

Il vecchio frate mi condusse zoppicando nella sua cella. Diedi uno sguardo ai suoi libri, e su di uno lessi il titolo seguente: _Leggende delle sante vergini che vollero morire per Nostro Signore Gesù Cristo_. Anche il solitario Tiberio leggeva libri che parlavano di vergini; non erano però di quelle che volevano morire per il suo contemporaneo, bensì i libri della etéra greca Elefantide, i quali insegnavano la scienza del piacere, ed erano allora di moda in Roma. Svetonio narra che Tiberio teneva quei libri nella sua stanza a Capri. Trovai, del resto, qualche cosa di lascivo anche presso l'eremita; egli mi fece vedere la copia di un bassorilievo esistente nel Museo di Napoli: un vecchio nudo, a cavallo, che portava in sella, davanti a sè, una ragazza parimenti nuda con una fiaccola in mano; un giovanetto, esso pure nudo, guidava il cavallo verso la statua di un Dio. La somiglianza del vecchio con Tiberio mi parve così sorprendente, che io credetti che quel bassorilievo rappresentasse una scena notturna nella sua villa di Capri, forse un sacrificio a Priapo. La catena sola, che il vecchio portava al collo, era quella stessa dei gladiatori combattenti e degli altri condannati, e non si addiceva affatto all'imperatore Tiberio. L'eremita aveva copiato il bassorilievo ad acquarello, con somma diligenza e con vera intelligenza del nudo. L'opera apparteneva alla sua abitazione, imperocchè era stata scoperta fra le rovine della villa. Sebbene in modo incompleto, due volte furono praticati scavi intorno a questa: la prima volta da Hadrava nel 1804, la seconda da Feola nel 1827. Vi si trovarono bei pavimenti di marmo, uno dei quali venne adattato davanti all'altare maggiore nella cattedrale di Capri; parecchie belle statue, fra cui una piccola in lapislazzuli acquistata poi da un Inglese; varî busti, che andarono dispersi, e mosaici, attualmente raccolti nel Museo di Napoli.

Nessun imperatore può vantare una villa da cui si goda una vista pari a quella che ha dinanzi a sè l'eremita nella sua cella. Dalla sua finestra ei vede i due golfi di Napoli e di Salerno, e le più belle coste e le isole d'Italia.

L'aria quel giorno era limpidissima, ed io vidi distintamente Pesto, Castel Baro e la lontana punta di Licosa. Al cadere del sole i monti e il mare rivestirono dei colori dell'iride, ed io mi chiesi sorpreso se ciò era realtà o piuttosto una fantasmagoria di sogno.

V.

Una sera, mentre stavo seduto sulle rovine della villa e contemplavo il magico panorama, il mio sguardo cadde sulla testa argentea di una serpe, che doveva avere mutata di recente la pelle e che stava ai miei piedi. La considerai quale un felice presagio, riferendosi a qualche mia memoria dei giorni trascorsi, e ricordai che Tiberio pure possedeva una serpe favorita, a cui porgeva il cibo di sua mano e con la quale soleva scherzare. Scesi dal monte con la lucente bestia e per istrada incontrai il mio Mefistofele che saliva a cavalcioni di un asinello. Gli feci vedere la mia piccola serpe, ed allora egli mi disse di essere un grande incantatore di serpenti. Mi narrò anzi che prendeva e maneggiava a sua volontà qualsiasi specie di rettile, ed avendogli domandato in qual modo facesse ciò, mi rispose: «Li prendo dopo aver loro comandato di stare tranquilli, li attorciglio intorno al mio braccio, e poi li chiudo in un vaso e li mando a Napoli a dei farmacisti».--«Ma come mai voi potete comandar loro di rimanere tranquilli?» Mi rispose subito con un sorriso diabolico: «Dico loro una parola, ed il nome di S. Paolo, ed allora non si muovono più!»--«Non potreste insegnarmi quella parola?» gli chiesi.--«Impossibile--mi rispose-; io l'ho appresa da un altro eremita, ed ho giurato solennemente di non rivelarla a nessuno». Quando gli domandai perchè aggiungesse alla parola il nome di S. Paolo, mi rispose che S. Paolo era il patrono dei serpenti, e che tutti gli animali avevano il loro protettore. Gli domandai ancora quali fossero i patroni di alcuni altri animali, ed appresi che S. Geltrude è la protettrice delle lucertole, e S. Antonio è patrono dei pesci, S. Agata dei leoni e S. Agnese degli agnelli. Non mi era affatto ingannato nel ritenere a prima vista quel frate per una specie di negromante, e chi sa che non praticasse ancora altre arti occulte, di notte, al lume di luna in mezzo alle rovine, con erbe, radici e animali velenosi.

Ho dimenticato fino ad ora di accennare che nell'isola vi è un'altra piccola città, Anacapri, e la cosa non è strana, perchè vivendo in Capri inferiore non si vede e non se ne sente neanche parlare a cagione della sua posizione solitaria e appartata. Si scorgono, è vero, i molti gradini tagliati nella roccia che bisogna salire per giungervi, ma la loro ripidezza non invita davvero il visitatore a salire.

È singolarissimo trovare in una stessa piccola isola, alla distanza di poco più di un quarto d'ora, due paesi tanto estranei l'uno dall'altro, e i cui abitanti abbiano così scarsi rapporti e non prendano parte gli uni alle feste degli altri, e parlino perfino un dialetto diverso.

Secondo la tradizione, Anacapri deve la sua origine all'amore. Nei tempi antichi un'amorosa coppia fuggì dalla città inferiore, si arrampicò su per gli scogli e si costruì una capanna in mezzo ai cespugli, alla base del monte Solaro. Altri innamorati, col tempo, li seguirono e ne nacque quella colonia di amanti, che oggi porta il nome di Anacapri. Ancor oggi, Amore alato vola come un falco di montagna su e giù da Capri ad Anacapri, e dà le sue ali in prestito al giovanetto della città inferiore, il quale ama una di quelle belle e ritrose ragazze che lassù, nella loro casetta circondata da tralci di viti, siedono al telaio e tesseno nastri, cantando canzoni d'amore, come Circe nell'_Odissea_. Anacapri si trova talmente lontana da tutto il rimanente dell'isola, che non v'è altra strada per giungervi all'infuori dei cinquecento sessanta gradini di quell'eterna scala di Giacobbe. Gli scogli scendono a picco, verticali, quasi un muro di cinta sulla città inferiore, avendo alla loro sommità, simile al tetto di una basilica, il monte Solaro. La scala, scavata nel vivo della roccia, sale in ripidissimo zig-zag.

Si attribuisce quest'opera singolare ai tempi remoti, allorquando i Fenici ed i Greci costrussero la città superiore, allora in comunicazione con l'inferiore solamente per questa via. Si vedono ancora tracce di più antica salita: a metà della strada s'incontra una piccola cappella di forma bizzarra, dedicata a S. Antonio, dove uno può fermarsi a prender fiato; quindi si sale di bel nuovo e si arriva spossati alla sommità. Giunti al piano denominato Capo di Monte, si trova ampia ricompensa della fatica sofferta nella vista di quell'altura coltivata, la quale ricorda gli orti pensili di Semiramide, della parte sottostante, dell'isola e dell'immensità del mare. Sulla pianura s'innalza ancora d'alcune centinaia di piedi il monte Solaro, che è d'aspetto bruno e selvaggio e presenta in cima a uno de' suoi picchi le belle rovine del castello di Barbarossa, così nomato dal famoso corsaro che sorprese un giorno Capri.

Fatti appena pochi passi sul piano, si apre davanti agli occhi una novella vista. Non si vede più Capri in basso e si entra in una solitudine di bellezza inarrivabile. Sorge di fronte il monte Solaro, della stessa forma del monte Pellegrino di Palermo, nudo, nero, cosparso di massi staccati. Verso ponente e settentrione, scende alla pianura più ampia di tutta l'isola; e su quella ripida pendice, ad altezza notevole sopra il mare, fra le piante verdeggianti ed i cespugli, giace Anacapri. La piccola città può dirsi un complesso di eremi, imperocchè le case piccoline, di costruzione originale, sorgono sparse in mezzo ai giardini, la cui vegetazione è più rigogliosa di quella di Capri, particolarmente per gli olivi e per le vigne che pendono in festoni dagli alberi, come nelle pianure della Campania. Nel contemplare la pittoresca cittadina, la profonda solitudine, non che la vista del mare ceruleo, nasce il desiderio di deporre il bastone di pellegrino, dare un addio al mondo, e costruire lassù una cella.

La tranquillità regna ancor più solenne che a Capri; non si vedono altro che uomini seduti sulla porta delle loro case, i quali cantano davanti al telaio od all'arcolaio, da cui dipanano una seta color dell'oro, ovvero intenti nei giardini a vangare e a raccogliere la foglia dei gelsi per i bachi, o diretti alla fonte, con le loro brocche sul capo. Siccome quando io mi recai lassù tutti gli uomini stavano in campagna e molti giovani erano partiti per la pesca del corallo, non vidi in paese che donne; sembrava di essere a Lemno, dove le femmine sole, sedute sulle rupi, lavorano indefessamente davanti ai loro telai.

Nei giorni e nelle ore in cui sogliono arrivare da Napoli le barche, trovai spesse volte sedute sulla lunga gradinata più di trenta fanciulle, alcune delle quali di rara bellezza; cinguettavano fra loro ed aspettavano che comparissero le vele per scendere sulla spiaggia. Sedevo in mezzo ad esse, ed io pure aspettavo con non minore desiderio la barca, che doveva recarmi la posta. Quelle fanciulle avevano in mano quasi tutte un mazzolino di fiori od un ramo di maggiorana, che offrivano ai visitatori. Antonietta aveva uno stupendo mazzo di garofani, di rose, di maggiorana e di mirto legato con un bel nastro. Questo mazzo fu l'intermediario della nostra amicizia; esso m'introdusse in una delle più linde e graziose casette di Anacapri, dove trascorsi molte ore simpatiche. Antonietta tesseva in giardino, sotto un pergolato, fra le viti e i leandri, nastri di molteplici colori: era una tessitrice disinvolta quanto Aracne; sua sorella maggiore non tesseva che nastri di un colore solo. Essa non suonava lo scacciapensieri, ma era abilissima nel battere il tamburello. I fratelli delle due ragazze si trovavano in mare. L'attività di quelle donne, che attendono inoltre a tutte le cure di casa, è sorprendente, imperocchè fin dal levare del sole seggono al loro telaio, e vi rimangono con brevi interruzioni fino a sera, e questo dura tutto l'anno. Per vero dire, non sono condannate alle dure e gravose fatiche delle sorelle di Capri, ad eccezione di quando viene a mancare l'acqua nelle cisterne; allora sono costrette a scendere a Capri, dove esistono quattro povere fonti, e recar l'acqua nelle brocche su per la lunga gradinata. Portano quasi tutte un qualche gioiello d'oro o di corallo, spilloni d'argento nelle trecce.