Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 6

Chapter 63,801 wordsPublic domain

Trovai in Ravello maggiori avanzi di architettura moresca che in Palermo stesso, dove i castelli di Cuba e della Zisa sono per la massima parte distrutti. Il palazzo Ruffoli in Ravello è una vera miniera di architettura moresca di quei tempi, e di queste contrade. Esso trovasi in un giardino, ed appartiene da tre anni all'inglese sir Nevil Reed, il quale lo ha fatto per primo sgombrare dalle macerie. E' addirittura un piccolo Alhambra, uno stupendo edificio a tre piani, che conta più di trecento stanze sostenute tutte da colonne moresche. Le sale sono ornate di rabeschi in puro stile arabo-siculo e un tempo debbono essere state magnifiche. Esistono ancora nei giardini una rotonda di stile moresco, alcuni avanzi di mura, fra le quali una torre quadrata di gusto bizzarro, rovine di porticati, di bagni, di archi e di cortili, i quali debbono aver fatto parte di una specie di castello cinto di mura, e da questi ruderi è agevole farsi un'idea delle grandi ricchezze che dovevano aver accumulato un tempo le famiglie distinte di Ravello.

In tutte le città impoverite del regno di Napoli, queste reliquie di tempi migliori provano la triste decadenza delle contrade. Due volte furono in fiore queste regioni predilette dalla natura: la prima nell'antichità greca, come lo attestano le rovine di Pesto; la seconda durante le Repubbliche del medio evo, allorquando Napoli, Gaeta, Amalfi, Sorrento, riempivano i mari delle loro flotte, ben molti anni prima che lo spirito repubblicano, avanzo degli ordinamenti politici greci e romani, risorgesse nell'Italia settentrionale e desse origine alle repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. Nella prima epoca furono i Romani quelli che spensero il fiore della civiltà nell'Italia meridionale; nella seconda epoca cominciò a venir meno sotto il dominio dei Normanni; e quindi, a poco a poco, quelle contrade si vennero riducendo alla misera condizione in cui si trovano attualmente. Manca tuttora una buona storia di quelle Repubbliche dell'Italia meridionale dal secolo VII ai tempi di re Ruggiero di Sicilia, e gli archivi di Napoli potrebbero fornire tutti gli elementi necessari, se non fossero chiusi, ed impenetrabili più della sfinge egiziana.[4]

Vidi intanto, mentre mi trovavo nei giardini del palazzo Ruffoli, un meraviglioso fenomeno di luce in mare. Il sole stava per tramontare, ed i monti di Pesto e di Salerno cominciavano ad oscurarsi, assumendo una tinta dolce di verde cupo, mentre sopra a Pesto stava un'ampia nuvola bianca, la quale non tardò a tingersi in rosso acceso. Si sarebbe detto che divampasse in cielo un immenso incendio, la cui luce si proiettasse in mare, sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a poco a poco il mare assunse prima un color d'oro, quindi verde pallido, violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finchè vennero le tenebre. Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi finchè fu notte.

Potrei ancora narrare molte cose di Ravello, particolarmente dell'antico duomo edificato da Niccolò Ruffoli nel secolo XI, il quale possiede un pulpito raro in mosaico ed antiche porte di bronzo e dove si conserva in un'ampolla il sangue di S. Pantaleo, che bolle al pari di quello di S. Gennaro; ma non conviene vedere tante cose, e sopratutto descriverle molto a lungo.

L'ISOLA DI CAPRI

L'isola di Capri.

Un mese intiero ho vissuto nell'isola di Capri ed ho goduto, in tutta la sua pienezza, la solitudine magica di quella marina. Così potessi io riprodurre le sensazioni ivi provate! Ma è impossibile descrivere con parole la bellezza e la tranquillità di quella romita solitudine. Giampaolo Richter, contemplandola dalla terra ferma, ha paragonato Capri ad una sfinge; la bella isola a me è apparsa simile ad un sarcofago antico, fiancheggiato dalle Eumenidi scarmigliate, su cui campeggiasse la figura di Tiberio. La vista dell'isola ha sempre esercitato su me un vero fascino per la sua conformazione monumentale, per la sua solitudine, e per i cupi ricordi di quell'imperatore romano, che, signore del mondo intiero, considerava quello scoglio come sua unica e vera proprietà.

Una domenica, di buon mattino, con un tempo stupendo, andammo a Sorrento, in barca, e di là ci dirigemmo verso Capri. Il mare non era meno tranquillo del cielo; le linee del paesaggio si perdevano all'orizzonte in una luce vaga ed indecisa; Capri però ci appariva davanti imponente, grave, rocciosa, severa, con i suoi monti selvaggi, con le sue rupi rossastre di roccia calcarea, tagliate a picco. Sull'altura si scorgeva un bruno castello rovinato; qua e là avanzi di batterie e gole aperte di cannoni abbandonati, solitari, già quasi ricoperti dal ginestro selvaggio dai fiori gialli; scogli aspri e ripidi, in cima ai quali svolazzavano falchi di mare e uccelli indigeni, assuefatti al sole, come dice Eschilo; in basso caverne, grotte oscure, misteriose; sul dorso del colle una piccola città di aspetto gaio, con case bianche, mura alte e una cupola di chiesa; più in basso ancora, sulla zona ristretta della spiaggia, un piccolo porto per i pescatori ed una fila di barche tirate in secco.

Suonavano le campane allorquando approdammo; una graziosa fanciulla, figlia di un pescatore, si avanzò nell'acqua, afferrò la barca e, tenendola ferma alla riva, ci permise di scendere a piedi asciutti. Nello spiccare un salto sul suolo dell'isola di Capri, che io mi ero raffigurata tante volte sotto il nordico cielo natio, mi parve di trovarmi nella stessa mia casa. Tutto era silenzio e tranquillità; non si vedevano che un pescatore e due ragazzi intenti a bagnarsi presso uno scoglio, due giovanette sulla spiaggia, e tutto all'intorno rupi severe. Ero dunque giunto in una solitudine selvaggia e romantica insieme. Da quel punto della marina partiva un sentiero ripido e scosceso, che, fra mura di giardini, conduceva alla piccola città. Quei giardini aperti nei seni della rupe erano coltivati a viti, a olivi e ad agrumi, ma la vegetazione ne era meschina, specialmente per chi ne veniva dalla lussureggiante Campania. Anche gli alberi a Capri sembrano eremiti. Si accede alla cittadina per un ponte di legno e per una vecchia porta, dall'aspetto romito, in cui par che regni la pace e s'ignorino le umane necessità. Alcuni abitanti, vestiti a festa, stavano ciarlando, seduti sui gradini della chiesa. Parecchi ragazzi giocavano allegramente sulla piccola piazza, davanti al tempio, che pareva fatta appositamente per i loro giuochi. Le case, piccole, con i tetti a terrazza, avevano quasi tutte una pianta di vite arrampicantesi per le mura. Un'angusta stradicciuola, non mai percorsa da nessun veicolo, ci condusse alla locanda di Don Michele Pagano, di fronte alla quale sorgeva una stupenda palma. Anche quivi sembrava di arrivare in un eremo ridotto ad albergo per i pellegrini.

Eravamo appena entrati nella nostra camera, che un canto, giù nella strada, ci chiamò alla finestra. Era di domenica: una processione strana, caratteristica attraversava il paese. Seguivano la croce uomini e donne, quelli con cappucci bianchi, queste con bianchi veli. I cappucci erano circondati di una corona formata di foglie di roveto spinoso. Gli uomini ai fianchi portavano una fune, certo in segno di penitenza. La processione era dedicata alla crittogama. Tutte quelle teste coronate di frondi offrivano un quadro pagano: si sarebbe detta una processione di sacerdoti di Bacco coronati di pampini e diretti ad un tempio di Dionisio. Quasi tutti gli uomini portavano la corona di spine, compresi quelli che non rivestivano l'abito della confraternita. Mi colpì in modo particolare la figura di un vecchio invalido, canuto di capelli e di barba, il quale, con quella corona, aveva davvero l'aspetto di un satiro. Dopo gli uomini venivano le donne e le fanciulle con bianchi veli. Le strade essendo tanto strette da dare il passaggio a stento a due persone per volta, erano stipate da un muro all'altro.

Questa processione fu la prima cosa che vidi a Capri. Siccome poi vissi colà felicissimi giorni e nessuna località al mondo così completamente visitai, perlustrando ogni suo angolo più remoto, ogni sua grotta accessibile, e posi affetto a Capri e ai suoi abitanti, voglio usare a quest'isoletta il trattamento di quei navigatori riconoscenti, che appendevano una tabella votiva e sotto vi scrivevano: _Votum fecit; gratiam recepit_.

Il nome dell'isola, presso i Greci ed i Romani, era _Caprea_. Spiegando la parola latinamente, significherebbe isola delle capre; ma altri la derivarono dalla lingua fenicia, nella quale _Caprain_ significa due città. I Greci la considerarono quale isola delle sirene, e tuttora un punto della spiaggia si chiama la Sirena. Se non che, le isole delle Sirene di Omero giacevano di fronte a Capri, verso Amalfi ed il Capo Minerva; e quella denominata oggi Capo di Campanella, è ritenuta per l'isola di Circe. Tuttavia, tutto il tratto di mare all'intorno è mitologico e ricorda l'_Odissea_ ed il canto delle sirene, le quali traevano alla rovina i naviganti, allorquando dal golfo di Posidonia si accostavano a questi ripidi scogli, sorgenti appena sulle onde. S'ignora di dove vennero i primi abitatori dell'isola, ma molto probabilmente dalla terra ferma e furono i vicini Osci. Si ritiene pure che vi approdassero i Fenici, e ad essi si è attribuita la fondazione delle due città, imperocchè l'isola, parte piana e parte montuosa, dovette di necessità avere due centri di popolazione. Strabone ha difatti lasciato scritto: «Capri ebbe anticamente due città, ma ora non ne possiede che una». Più tardi vennero i Greci nel bel golfo di Napoli, nel _cratere_, come lo chiamano gli antichi geografi, e presero stanza lungo le coste e nelle isole. Secondo quanto asseriscono poi Tacito e Virgilio, si stabilirono in seguito a Capri i Telebori, gente di stirpe arcanica. Il primo Greco signore dell'isola si chiamava Telone.

In quel periodo, circa otto secoli prima della nascita di Cristo, i Greci si stabilirono nei due golfi di Posidonia e di Napoli, edificarono Cuma e Napoli, s'impossessarono delle isole di questo stupendo mare, e imposero all'alto abitato di Capri il nome che ancor oggi conserva di Anacapri, che è quanto dire Capri superiore. Prestando attenzione al linguaggio che oggi parlano quei di Capri, si ritrovano parole di origine greca, e di tipo greco sono le fisonomie distinte e nobili delle donne, di foggia greca i paramenti, l'acconciatura dei loro capelli, ed il modo con cui dispongono il _mucadore_, sorta di velo col quale sogliono ricoprirsi il capo. Sebbene più tardi i Romani abbiano essi pure posseduta l'isola, tuttora, come a Napoli, in gran parte è sangue greco quello che scorre nelle vene de' suoi abitatori e dei Greci; essi hanno la grazia e la dolcezza che li rendono accetti allo straniero e che rendono idilliache persino le loro nude rocce e fanno dimenticare anche quel demone che fu Tiberio. In quell'epoca i Greci costrussero nell'isola dei templi, dei quali rimangono parecchie vestigia. Si e detto pure che la gioventù di Capri fosse valentissima nei ludi ginnastici che allora si praticavano nella palestra greca.

Augusto s'innamorò di Capri, diede ai Napoletani l'isola fiorita d'Ischia e prese possesso del classico scoglio. Narrasi che sbarcando la prima volta su questa spiaggia, gli si annunciasse, quale felice presagio, che un vecchio elce disseccato avesse preso tutto ad un tratto a rinverdire, e che l'imperatore ne avesse provato cotanto piacere da decidersi al cambio dell'isola.

Augusto, quando per gli anni gli venne meno la salute, si recava a respirare l'aria pura della Campania. Il clima balsamico della fresca isola, la rara bellezza naturale delle sue rupi, il carattere tutto greco degli abitanti, gli andarono a genio ed egli si fece costruire a Capri una villa con magnifici giardini. Sorgeva questa, secondo le ricerche degli archeologi, in quel punto dove si trovano attualmente i ruderi grandiosi della villa di Giove, ai quali il popolo dà di preferenza il nome di «villa di Tiberio». La località è stupenda. Situata nel punto più elevato della spiaggia orientale, vi si gode la vista dei due golfi e dell'ampio mare di Sicilia. I ricordi spaventosi di Tiberio hanno però spento nell'isola la memoria di Augusto, e non si sa più nè dove abbia questi abitato, nè dove sia stato, nè che cosa vi abbia fatto. Fu senza dubbio negli ultimi anni che soleva venire a Capri. Poco tempo prima di morire, vi trascorse quattro giorni in compagnia di Tiberio e dell'astronomo Trasillo, abbandonandosi interamente al riposo e acquistandovi un ottimo umore, secondo quanto narra Svetonio: «Allorquando approdò nel golfo di Pozzuoli, era giunto pure colà un legno di Alessandria d'Egitto. I passeggeri e la ciurma indossarono abiti candidi, offrirono sacrifici, cantarono le lodi dell'imperatore, augurandogli lunga vita, commercio, libertà e benessere. Questa cosa gli procurò tanta soddisfazione da fargli distribuire alle persone del suo seguito quattrocento monete d'oro, dopo essersi fatto promettere d'impiegarle unicamente nel fare acquisto di merci provenienti da Alessandria. Anche nei giorni seguenti continuò a far loro doni, particolarmente di toghe e di palli, e ordinò che i Romani parlassero greco e vestissero alla foggia greca ed i Greci alla romana e parlassero latino. Volle assistere pure ai riti degli Efebi e diede loro un banchetto, cui assistè. Accordò loro facoltà infine di portar via pomi, altre frutta ed ogni specie di doni. Si prese in una parola ogni ameno sollazzo. Diede ad un isola vicina a Capri il nome di Agrapopoli, a motivo dell'ozio in cui vivevano le persone del suo seguito che colà si recavano e si compiacque di dare ad un suo favorito, Masgaba, il nome di Ktiste, quasi lo ritenesse il fondatore dell'isola, e nel vedere, al sorgere delle mense, circondata da una folla di lumi la tomba di quel Masgaba, il quale era morto un anno prima, improvvisò ad alta voce un verso greco che diceva:

Veggo in fiamme la tomba del fondatore.

Domandò di poi a Trasillo, compagno di Tiberio, che gli stava di fronte, se sapesse di qual poeta fosse il verso; e non avendo questi saputo dirlo, improvvisò un secondo verso dicendo:

Non vedi Masgaba onorato di fiaccole?

e domandò del pari di chi fosse. Ed avendo Trasillo risposto che di chiunque fossero, i due versi erano eccellenti, l'imperatore proruppe in uno scoppio di risa, e non cessò dallo scherzare. Poco dopo si portò a Napoli, quindi a Nola, dove morì».

Tali sono i particolari narrati da Svetonio intorno all'ultimo soggiorno di Augusto a Capri. Per quanto scarsi, bastano a dare un'idea della vecchiaia serena dell'imperatore, il quale si compiaceva scherzare con gli abitanti dell'isola. E questa serenità appare tanto più notevole, ponendola a confronto di Tiberio, che pure a Capri invecchiò.

La piccola isola fu durante undici anni il centro di Roma e di tutto il mondo. I tempi erano diventati cupi al pari dell'eremita che viveva su quello scoglio; la storia stessa del mondo non era più che un cupo monologo dell'uomo dalla testa di Medusa.

Mentre io stavo seduto sulle rovine della villa di Giove, contemplando lo splendido golfo irradiato dal sole, il Vesuvio che fumava mi parve quasi il Tiberio della natura, e pensai che spesso da questo punto Tiberio lo contemplasse cupo e pensoso, ravvisando la sua stessa immagine personificata nel demonio della distruzione. Nel contemplare il vulcano e ai suoi piedi la fertile Campania e il mare avvolto di luce, il monte solitario che terribile signoreggia quella felice regione mi sembrò quasi un simbolo della storia dell'umanità ed il vasto anfiteatro di Napoli la più profonda poesia della natura. Cupo, solitario, maligno verso la terra beata che si stende a' suoi piedi, al pari del vulcano, l'eremita di Capri dominava un giorno sopra il mondo intero che obbediva alle sue leggi. L'animo suo mostruoso, invaso dal demone della distruzione, non sognava che sentenze di morte, ruine di città, proscrizioni, esilî. La memoria ne dura ancora nel popolo; i secoli non l'hanno spenta giacchè più tenace si mantiene la ricordanza del male che quella del bene. Quei di Capri danno a Tiberio il nome di _Timberio_, come dicono _Crapi_ invece di Capri. Ad ogni passo nell'isola s'incontrano traccie del terribile imperatore. Il vino più prezioso ha nome _Lacrima di Tiberio_, come quello del Vesuvio porta il nome di _Lacrima Christi_. E a dire il vero, rara cosa dovettero essere le lacrime di un uomo qual fu Tiberio.

Appresi nell'isola una credenza popolare che mi ha profondamente stupito. Il popolo ritiene che nelle viscere della terra, dove esistono i ruderi della villa di Tiberio, sia sepolta una statua colossale in bronzo dell'imperatore a cavallo e che tanto esso quanto il destriero abbiano gli occhi di diamante. Si narra che lo vedesse un giovanetto caduto per caso in una fessura della roccia, ma che si sia perduta la traccia del luogo. Raccolsi questa favola dalla bocca un frate francescano, che abita quale eremita alla villa di Tiberio e la trovai pure riportata nel libro di Mangone sull'isola. Essa ricorda la tradizione tedesca molto simile dell'imperatore Barbarossa, se non che dubito assai che il popolo desideri vedere tornare in vita Tiberio. Egli venne a Capri nell'anno XXVI dopo la nascita di Cristo, e vi dimorò undici anni, finchè venne a morte a Capo Miseno, dove si era recato per breve tempo. Aveva dedicata l'isola a Venere e l'aveva ornata magnificamente di tutte le divinità dell'Olimpo. Le ville da lui erette alle dodici divinità maggiori, i molti altri edifici, congiunti alla forma caratteristica delle rocce, dovevano produrre un colpo d'occhio fantastico. Oggi, rimangono ancora numerose vestigia di tutte quelle costruzioni, e molte ancora stanno sepolte sotto terra; nelle vigne si scorgono fra le macerie l'aperture delle volte e degli archi come reliquie di una festa selvaggia e producono sinistra impressione, poichè la fantasia le popola di cupe figure, bizzarre ed orribili.

Morto il tiranno, rimase deserto il teatro delle sue orgie, e la magnificenza di Capri tramontò.

Il popolo narra che i Romani vennero nell'isola e ne atterrarono tutti gli edifici; ma questo fatto, per dire il vero, non è confermato dalla storia, la quale del pari non dice se i successori di Tiberio visitarono Capri. Certo Caligola dimorò nell'isola: ivi si fece radere per la prima volta la barba, vi vestì la toga e si formò alla scuola di suo zio. Anche Vitellio, l'imperatore crapulone, fu da giovanetto nell'isola, e più tardi, sotto il regno di Commodo, vi vennero mandati in esilio Crispino, la sua consorte e Lucilla sua sorella, secondo quanto narra Dione Cassio e come venne confermato da un bassorilievo scoperto a Capri nel secolo scorso, bassorilievo che rappresenta le due principesse nella mesta attitudine di chi domanda protezione.

Le sorti dell'isola divennero in seguito eguali a quelle delle spiagge vicine. Dopo la caduta dell'Impero romano, passò, come Napoli, in possesso prima dei barbari, poscia dei Greci, e nel secolo IX sotto la signoria della fiorente repubblica di Amalfi, che l'ebbe in dono dall'imperatore Ludovico.

Al principio della signoria dei Normanni sull'Italia meridionale, Capri fu tolta agli Amalfitani dal prode Ruggero; quindi fu posseduta dai Normanni, dagli Hohenstaufen, dagli Angioini, dagli Aragonesi, e retta da capitani. Nel 1806 gl'Inglesi la tolsero ai Napoletani, la occuparono in nome di Ferdinando re di Sicilia, vi si fortificarono validamente e vi posero a comandante quell'Hudson Lowe che doveva più tardi acquistare sì triste celebrità, come carceriere di Napoleone a S. Elena. Gl'Inglesi tennero l'isola quasi tre anni, fino a che se ne impadronirono i soldati di Murat con un ardito colpo di mano. Lo storico Pietro Colletta, allora ufficiale del Genio, fu quegli che, dopo aver esplorata accuratamente Capri, segnò il punto dove era possibile dare l'assalto; e l'isola fu presa il 4 ottobre 1808, dopo viva lotta, ed Hudson Lowe, fatto prigioniero, fu portato a Napoli.

Basteranno questi brevi cenni a dare un'idea delle vicende storiche di Capri. Se non che, di tutti questi avvenimenti più recenti, nella popolazione dell'isola si serba scarsa ricordanza. Colui che vive ancora di più nella memoria di tutti, è il crudele Tiberio, di cui spesso, non senza stupore, ho udito ripetere il nome terribile sulle labbra di allegri ragazzi, intenti a giuocare. Lo si sente ad ogni istante, in qualunque punto dell'isola; si è ormai immedesimato con questa. La storia di quell'uomo la stringe da ogni lato, ed ha aggiunto alla natura già di per sè severa, il carattere tragico della storia, rendendola accetta a quanti sono capaci di apprezzare questo senso della natura, come nella storia. Il terribile ed il piacevole vi producono un singolare contrasto.

Le valli ridenti sono circoscritte da rupi tagliate a picco, prive di ogni vegetazione, nude, gigantesche. Ad ogni momento s'incontrano uomini semplici, rispettabili per la loro povertà e per la loro fede, nobilitati dal lavoro; in essi nulla ricorda quel Tiberio che fu mostro umano di diabolica corruzione. Il continuo contrasto che regna a Capri mi ha sempre procurato un grande stupore. L'isola ha tante rocce nude da dare l'impressione di un deserto; ma ha pure grande varietà di tinte, verdura di piante e splendore di fiori. Da questo complesso di deserto e di rocce ne deriva un insieme che ha un aspetto imponente e grazioso ad un tempo. L'animo si sente sereno, inclinato ai pensieri tranquilli; la solitudine invita alla vita romita. Monti, rocce, valli esercitano un'influenza magica; racchiudono lo spirito come dietro ad un'inferriata, attraverso la quale si può contemplare il più bel golfo della terra, circoscritto dalle più amene spiagge.

Le somiglianze tra il suolo di Capri ed il suolo di Sicilia sono molte e sorprendenti: la stessa tinta rossiccia delle rocce calcaree, lo stesso quadro grandioso e fantastico di monti, la stessa vegetazione. Questa è tutta meridionale, ma scarsa. Nelle fessure delle rocce, sulle pendici dei monti, crescono tutte le piante delle isole meridionali di Europa ed imbalsamano l'atmosfera dei loro profumi aromatici. Crescono colà il mirto, il rosmarino, la ruta, il citiso, l'albatro; i roveti, l'edera, la clematite si avviticchiano alle rovine, le ricoprono, ed il ginestro con i suoi fiori gialli d'oro occupa tutte le alture. La più bella pianta dell'isola, quella per avventura alla quale va debitrice del suo nome, non è affatto il caprifoglio o piede di capra, bensì il cappero, che sorge contro ogni muro, contro ogni rupe, che rallegra co' suoi abbondanti fiori bianchi dai lunghi pistilli violacei. Sulle pendici stesse, gli abitanti con grande lavoro hanno formato a forza di muri piccoli piani, i quali costituiscono i loro campi ed i loro giardini. Ivi crescono abbondanti tutte le piante e tutti i fiori della Campania: gli elci, i gelsi e gli olivi; scarseggiano i pini ed i cipressi, ma vi abbondano per contro le carrubbe, i fichi, i mandorli; vi sono anche, ma più scarsi, i noci ed i castagni; abbondantissimi invece e di una inarrivabile bellezza gli aranci ed i limoni, i cui frutti raggiungono non di rado il volume di una testa di bambino. La vite non è lussureggiante di fronde come nella Campania, ma ricca di grappoli, che maturati da quel sole ardentissimo, producono un vino eccellente. Quelli che poi danno alla piccola isola un aspetto tutto siciliano sono i fichi d'India, che vi crescono in quantità enorme. La loro forma bizzarra, africana, corrisponde meravigliosamente alla severità delle rocce e allo splendore di quel sole tropicale.

II.