Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 4

Chapter 43,611 wordsPublic domain

Tre soltanto di noi ci avventurammo sulla cresta affilata del Somma, fino alla punta più esterna dove si vede il monte a tre punte inclinate verso il Vesuvio. A sinistra e a destra si scorgono gli antichi crateri spenti delle nere cavità, frastagliate in ogni senso, con intorno un terreno cosparso di pietre rosse e grige e di massi di lava eruttati dal vulcano. A metà del margine del Somma, il terreno appare inclinato a forma piramidale, ed a semicerchio verso il Vesuvio, dal quale lo disgiunge un vero precipizio. Innanzi agli occhi si erge il cono imponente del Vesuvio, coperto tutto di ceneri dalla base fino all'estremità, di un colore fra il grigio e il giallo e con strisce di tinta nera dove colò la lava. I margini del cratere sono di colore giallo cupo, circondati da una striscia bianca, e dal suo interno si sprigionano leggieri vortici di fumo. A poco a poco l'osservatore si va rimettendo dalla prima impressione prodotta da quella vista imponente ed allora non può fare a meno di osservare le linee armoniche, le belle forme di quel cono, e la varietà delle sue tinte. Non ho visto nessuno spettacolo naturale simile a questo, dove il severo ed il grazioso siano così armoniosamente uniti. Anche dopo salito sull'Etna, debbo affermare che questa fusione di aspetti tanto diversi, è tutta particolare del Vesuvio. Questo è propriamente di una maestà tranquilla, quieta e melanconica; la tinta bruna od azzurra delle ceneri si armonizza in modo stupendo con le belle forme del cono, e se si aggiunge a questo l'aspetto del mare, della pianura e dei monti circostanti, il tutto irradiato da uno splendido sole, s'immagina facilmente quanta debba essere la bellezza di quella visuale, dalla quale uno non riesce a staccarsi. Vedevamo le barche nel golfo, e all'orizzonte le forme strane dell'isola di Capri. A sinistra scorgevamo la spiaggia di Castellamare, e la regione vitifera di Boscotrecase, Boscoreale, di Scafati e di Lettere.

Ci fermammo un bel po' sulla vetta del Somma, godendo di tutte quelle bellezze di cielo, di terra, di mare.

Il Vesuvio era tranquillo; non usciva dal suo cratere che una leggera colonna di fumo, quasi ad additare che in mezzo a tante delizie, albergava il demonio della distruzione. Le sue strisce nere a traverso le ceneri erano formate dai torrenti di lava delle due ultime eruzioni, e quella a sinistra datava solo dal 1850. Si erano aperti allora sul cono cinque piccoli crateri, tuttora visibilissimi. Ci fu additato il punto preciso dove, durante l'eruzione del 1847, perdettero miseramente la vita un Tedesco ed un Americano. Costoro, inoltratisi imprudentemente, furono colpiti dai sassi infuocati eruttati dal monte; il Tedesco, il quale ebbe le gambe rotte, morì ai piedi dello stesso Vesuvio; l'Americano, colpito in un braccio, perì poco dopo nell'ospedale di Napoli.

Un caso assai strano toccò nel 1822 ad un calzolaio di Sorrento, che si era recato a visitare il Vesuvio senza una guida. Il cratere dell'eruzione del 1820 era libero, e l'imprudente calzolaio volle scendervi con l'animo non solo di sorprendere gli spiriti infernali, ma quasi di prenderli a dileggio. Colto da una vertigine in questa sua temeraria impresa, precipitò nel cratere e fortuna volle che fosse trattenuto, nella caduta, da una sporgenza di lava. Riportò la rottura di un braccio e di una gamba, e stette per ben due giorni in quella posizione, sospeso sull'abisso, fintanto che i suoi lamenti giunsero all'orecchio delle guide che avevano accompagnato sul monte altri forestieri. L'infelice fu tratto fuori per mezzo di corde, e bisogna dire che discendesse dalla natura immortale di Alasvero, imperocchè, portato all'ospedale di Napoli, finì per guarire e per tornare a Sorrento, sano e salvo come nulla fosse stato. Questa avventura terribile e lieta ad un tempo ci venne narrata da don Michele, cappellano del romitaggio sul Vesuvio, dove scendemmo dopo esserci trattenuti più di un'ora sulla vetta del Somma.

Qui, tutto ad un tratto, cambiò la scena. Il Vesuvio si velò di nebbia, ed un forte vento spingeva di qua e di là le nuvole sollevando vortici di ceneri e facendoci assistere a una stupenda lotta di elementi, che dava novella vita e nuovo carattere a questa contrada selvaggia. La nebbia non tardò però a dissiparsi, e ricomparvero sotto di noi Napoli, lo splendido golfo, Capri, Ischia, Miseno, e a destra i piani della Campania.

«_Voilà la Cléopatre!_» Questa strana ed inaspettata esclamazione ci fece volgere a tutti. Era il nostro naturalista francese, uomo di sessantasette anni, il quale a furia di correre e di saltare, era riuscito, benchè vecchio, quasi novello Antonio, a fare la conquista di Cleopatra. Quel vecchietto allegro, pieno di vivacità e di brio, di una forza sorprendente per la sua età, non degnava di uno sguardo nè il Vesuvio, nè lo stupendo panorama; non aveva pensiero che per le sue farfalle.

La ripida discesa della sommità del monte, non avvenne senza qualche pericolo; dopo aver camminato a stento sulle ceneri e sulle lave dell'eruzione del 1850, le quali si sarebbero potute benissimo paragonare ad una cascata nera pietrificata, arrivammo, stanchi assai, al romitaggio. Questo sorge in vicinanza dell'Osservatorio, edificio abbastanza elegante, collocato in amenissima posizione, di dove si scopre un'estesa vista. Attorno, attorno sorgono colossali tigli, i quali avranno almeno duecento anni, e la cui vegetazione così rigogliosa, a tanta prossimità del vulcano, dimostra che la località è molto sicura. Difatti le pietre e le scorie eruttate dal cratere, descrivendo una parabola, passano di sopra al romitaggio, e la collina su cui sorge la chiesa, trovandosi separata da una profonda gola del Vesuvio, è protetta contro i torrenti di lava. Inoltre, una lastra nera, con caratteri gialli di ottone, ci fece conoscere che l'edificio era assicurato contro l'incendio, da una compagnia di Magdenburgo. Noi certamente non ci aspettavamo di trovare questo semplice ricordo della patria lontana alle falde del Vesuvio.

Negli ultimi anni abitava un romito presso la chiesetta di S. Salvatore; ma il parroco di Resina lo allontanò da quel posto che dava un certo reddito, ed ora sale egli stesso, di quando in quando, a celebrarvi la santa messa e a trattare gli ospiti, che gli capitano, con eccellente _lacrima Christi_. Il piccolo villaggio si compone di alcuni coloni, i quali si sono stabiliti ai piedi del monte, di impiegati dell'Osservatorio e di una stazione di carabinieri. Nel giorno della Pentecoste vi si celebra una festa, ed allora vengono dalle città vicine forse undicimila persone, le quali si recano devotamente in processione dalla chiesa di S. Salvatore fino alla Croce ai piedi del Vesuvio, per scongiurare con le loro preghiere il terribile flagello; Ora il vulcano tace, dal 1850, ed anche in quell'ultima eruzione non produsse gravi danni; il torrente di lava, di discreta ampiezza, prese la direzione di Ottaiano, devastò i giardini del principe di quel nome, e rovinò il convento di S. Teresa ed alcune case.[3]

Dopo una buona refezione presso il parroco don Michele, il quale ci fece stupenda accoglienza, essendo amico di uno della nostra comitiva, salimmo a Resina sul fiume di lava, che, con il suo nero aspetto, produce una malinconica impressione. Anche qui si può ammirare di quanto sia capace l'industria umana, imperocchè, non appena la lava è raffreddata, si cerca di trarne partito. Avevo già veduto nell'Osservatorio certe grotte bizzarre e chiusure di giardino lavorate artisticamente in lava, e nel romitaggio avevamo preso il caffè sopra un tavolo di lava stupendamente lavorato. Con questa si formano pure busti; ed a Catania, rimasi sorpreso nel vedere la varietà e la bellezza di tinte della lava dell'Etna, ed ebbi campo di osservare e riconoscere quanto bella diventi dopo la politura.

Scendemmo da Resina; ivi il torrente di lava disseccata era fiancheggiato da vigne stupende, ed a contatto della stessa lava, quasi nelle ceneri, vegetavano belle piante di melagrani, con i loro fiori purpurei che sembravano di fuoco.

Fummo talmente soddisfatti della nostra bella gita, che ci decidemmo farne presto un'altra. Dopo pochi giorni muovemmo, difatti, in carrozza, per il monte della Maddalena, verso il Vesuvio.

Era nostra intenzione di contemplarlo, questa volta, dal lato opposto, e prendemmo perciò la direzione del fiume di lava del 1850, il quale si stende sopra Boscotrecase e Boscoreale. Osservai allora per la prima volta questi strani villaggi, collocati nel punto più pericoloso del Vesuvio. La loro posizione, in mezzo alla ricca vegetazione del suolo, composto tutto di detriti vulcanici, è amenissima quanto quella dei villaggi che sorgono alle falde dell'Etna, con la differenza che hanno un carattere tutto orientale più ancora di quelli. Le case piccole e a volta come quelle dell'isola di Capri e gli stessi campanili delle chiese sono costruiti di lava bruna. La popolazione è rozza, timida, povera; non sono riuscito a vedere una bella fisionomia. Eravamo scesi in una bettola a Boscoreale, per proseguire di là il nostro cammino sui campi di lava. Domandammo inutilmente delle frutta, ed il nostro desiderio di averne fu accresciuto dall'impossibilità di trovarne, quando, ad un tratto, vedemmo, presso la nostra tavola, un cavallo che si stava mangiando tranquillamente un secchio pieno di carrubbe. Accadde allora una scena gustosa, imperocchè ci precipitammo tutti al secchio per disputare al cavallo quel cibo saporito e fu in quest'occasione che seppi per la prima volta che a Napoli si nutrivano di carrubbe i cavalli.

Visitammo il fiume di lava, a cui le vigne sono tanto vicine e a contatto di queste vedemmo annosi olmi, da cui pendono ghirlande di tralci, e quell'allegro aspetto di vita, presso tanto spettacolo di desolazione, mi parve pieno di contrasto. Vidi pure gli avanzi del palazzo del duca Miranda e le ruine di altre abitazioni distrutte dalla lava. Anche da questa parte il cono del monte produce uno splendido effetto.

Mi trovavo abbastanza inoltrato nei misteri del vulcano per visitare il suo cratere. Avevo udito ripetere, le mille volte, che l'ascensione del Vesuvio fosse molto più faticosa di quella dell'Etna, ma dopo aver fatto anche quest'ultima, posso assicurare che arrampicarsi sul Vesuvio non è che una semplice passeggiata in paragone agli sforzi che costa l'ascensione dell'Etna, sopratutto per la grande rarefazione dell'aria, e per le continue emanazioni di gas dal suolo caldo e oscillante. Anzi, dopo aver camminato a lungo sui neri campi flegrei dell'Etna, sconfinati, il Vesuvio, che pure ha distrutto popoli e città, non sembra più che un fuoco d'artifizio, destinato a divertire i Napoletani. Non si può negare, però, che nella sua piccolezza il cratere dia un'idea più viva e più animata delle regioni infernali, che non il cratere dell'Etna.

Era una bellissima notte quando scendemmo dal Vesuvio; il sole era scomparso in mare, dietro l'isola di Ponza e, a misura che crescevano le tenebre, Napoli e le città della pianura campana si andavano illuminando. L'azzurra volta del cielo era rischiarata dalla cometa annunziatrice di guerra e tutto insieme lo spettacolo, commoveva profondamente l'animo, già impressionato dall'aspetto del vulcano.

V.

Mi si era parlato a Napoli della festa di S. Paolino a Nola e mi si era anche assicurato che meritava di essere veduta. A questa festa accorreva tutta la popolazione della Campania, porgendo uno spettacolo che non ha l'uguale. Mi recai pertanto colà il 26 giugno, anche bramoso di conoscere Nola, la quale racchiude più di un ricordo storico. Alle porte di questa città, Marcello aveva inflitto la prima sconfitta ad Annibale; ivi era morto l'imperatore Augusto e ivi Tiberio era salito all'impero. È noto pure quale sorgente inesauribile di vasi preziosissimi sia stata Nola; i più belli fra tutti quei che si trovano nel museo borbonico, furono scoperti quivi, in Ruvo e in S. Agata dei Goti. Chiunque li abbia veduti, non può certo aver dimenticato il vaso grandioso di Nola, che rappresenta, in una composizione ricca di figure, la distruzione di Troia. Conviene pure ricordare l'invenzione delle campane di cui mena vanto questa città ed il suo Vescovo, S. Paolino, buon poeta e dotto padre della Chiesa, che fece molto onore alla sua città natale.

Saverio de Rinaldis, lo cantò in un poema epico latino, ad imitazione di Virgilio, dal titolo la _Paolineide_. Lo acquistai un giorno nel porto di Napoli, dove lo vidi in vendita sopra un muricciolo; ma, sebbene quanto avevo udito intorno alla festa del santo m'ispirasse curiosità, non mi bastò però il coraggio per leggere tutto quanto quel lungo poema. Non sarà tuttavia fuor di luogo accennare che il santo nacque nell'anno 351 in Guascogna, dove suo padre, prefetto della Gallia, era tuttora gentile, ed aveva educato il suo figliuolo al paganesimo. Se non che, convertitosi Paolino al cristianesimo in Bordeaux, non tardò molto a divenire zelantissimo della novella religione. Ottenuto il consolato, venne mandato ad amministrare la provincia della Campania e quivi giunto trasferì la sua dimora dal capoluogo Capua a Nola, per la ragione che in questa trovavasi sepolto il santo vescovo Felice, e che i molti miracoli da esso operati traevano gran folla alla sua tomba. Paolino, rinunciò al mondo, e le proprie convinzioni e le tristi esperienze fatte della vita lo portarono a dedicarsi tutto al sacerdozio, imperocchè accusato nientemeno che dell'uccisione di suo fratello, non aveva potuto provare la sua innocenza che grazie all'intercessione del santo suo protettore Felice. Diventato prete, Paolino non tardò ad acquistare grande rinomanza per il suo ingegno e per la sua dottrina nelle scienze ecclesiastiche, mentre la santità della sua vita gli procurò l'universale venerazione. Venne chiamato a succedere a Felice nella cattedra vescovile di Nola, e quando morì, nel 431, fu sepolto nella stessa cattedrale, di dove il suo corpo venne trasportato prima a Benevento, poscia a Roma, nella chiesa di S. Bartolomeo.

Nè il suo genio, nè i suoi miracoli contribuirono maggiormente però a mantenere viva nel popolo la memoria di S. Paolino, bensì una sua buona azione, un suo atto generoso. Mentre era vescovo, l'unico figliuolo di una vedova di Nola fu preso dai Vandali e portato come schiavo in Africa. Paolino, mosso da sentimento di carità cristiana, si portò colà per riscattare il giovane, sottoponendosi in vece sua alla schiavitù africana. Compiuta questa santa opera, tornò dalla Libia, ed i Nolani si recarono ad incontrarlo fuori della città, riconducendolo al suo vescovato, con musica, danze e con le più solenni manifestazioni di gioia. Questo ingresso trionfale ebbe luogo il 26 di giugno di non si sa quale anno e ogni anno si celebra la memoria di quel giorno, con straordinario intervento di persone, le quali accorrono da tutte le contrade della Campania, per prendere parte a divertimenti curiosi e originali.

Mi recai di buon mattino a Nola con la ferrovia. I prezzi dei biglietti erano stati ridotti e alla stazione vi era una grande ressa di gente, mentre tutte le altre strade che portano a Nola erano piene di carrozze di ogni specie, le quali, movevano verso la città in festa. Il mio viaggio durò poco più di una mezz'ora a traverso fertilissime contrade, tutte coltivate a viti. Giunto a Nola, vidi, per così dire, una fiumana di gente che entrava in città.

In vicinanza della porta si teneva la tradizionale fiera; le antiche mura della città ed una torre aderente, erano tappezzate di cartelloni giganteschi, dipinti bizzarramente; nella torre stessa si faceva vedere la gran foca marina e sulla porta un uomo con una tromba faceva un fracasso del diavolo, ora suonando l'istrumento ed ora vantando i pregi del curioso animale. In una casa di fronte si faceva pure una musica infernale, interrotta di quando in quando dalle voci stentoree di una compagnia di giocolieri, i quali invitavano il pubblico ad ammirare le loro prodezze. Non è possibile descrivere la varietà delle merci che venivano offerte con alte grida nelle botteghe; nè il chiasso assordante della folla, la quale irrompeva nella città; nè la varietà dei colori dei vestiti che il popolo indossava e delle bandiere che quasi tutti i popolani agitavano in mano. Ero appena entrato a Nola che mi colpì la vista una strana cosa, della quale non avevo ombra d'idea e che mi fece dubitare di trovarmi piuttosto nelle Indie, od al Giappone, che in Italia, nella Campania. Vidi una specie di torre, alta, sottile, tutta ornata di carta rossa, di dorature, di fregi d'argento, portata sulle spalle da uomini. Era divisa in cinque ordini, a piani, a colonne, decorata di frontespizi, di archi, di cornici, di nicchie, di figure e coperta ai due lati di numerose bandiere. Le colonne erano rosse, lucide, le nicchie dorate all'interno e guarnite di rabeschi assai originali; le figure rappresentavano geni, angeli, santi, guerrieri, tutti vestiti nelle foggie più strane ed erano collocati gli uni sopra gli altri, e tenevano, in mano corni, mazzi di fiori, ghirlande e bandiere. Tutto si moveva, tremava e svolazzava, e la torre stessa, portata da circa una trentina d'uomini robusti, oscillava essa pure. Nel piano inferiore stavano sedute alcune ragazze, incoronate di fiori, in mezzo ai suonatori, i quali facevano un chiasso indescrivibile con trombe, tamburi e triangoli.

La torre si avanzava lentamente nella strada, superando l'altezza delle case, ed era sormontata in cima dalla statua di un santo. Da altre parti si udivano nuove musiche e si vedevano consimili torri.

«Dio mio!--dissi ad un uomo che mi stava vicino--che cosa significa tutto questo?» Mi rispose alcune parole in un dialetto incomprensibile, fra le quali, uniche che riuscii ad afferrare, quelle di _guglie di S. Paolino_. «Dovete sapere--mi disse allora un Napoletano--che queste torri e questi obelischi sono dedicati al santo, perchè quando egli ritornò dall'Africa, gli abitanti di Nola gli andarono incontro facendogli grandi feste e portando fra le altre cose tali obelischi. Di qui potrete vederli passare tutti, mentre si avviano alla cattedrale».

Preferii recarmi senza indugio sulla piazza stessa, davanti al duomo, dove dovevano prender posto tutte le torri.

Ne arrivarono subito nove da diverse parti ed erano quasi tutte della stessa altezza, ad eccezione di una più elevata delle altre, che raggiungeva i centodue palmi d'altezza appartenente alla corporazione degli agricoltori. Ogni corporazione, od arte di una certa importanza, prepara simili torri per la festa del santo. Le spese sono sostenute dall'arte e ascendono per ogni torre a circa novantasei ducati napoletani.

Nell'esaminare più da vicino quelle strane apparizioni che tanto mi avevano colpito, a prima vista rilevai che riproducevano l'architettura bizzarra e barocca degli obelischi che sorgono sopra alcune piazze di Napoli, e che, sopracarichi di sculture e di ornati, non dànno un'idea molto favorevole del buon gusto artistico dei Napoletani.

Ogni obelisco è fabbricato in istrada, presso la casa di qualche distinto maestro d'arte, sotto una grande e alta tenda destinata a proteggere contro le intemperie l'opera stessa e gli artisti che la stanno componendo.

Lo scheletro delle torri è formato di antenne e di travicelli; un piano si sovrapone all'altro e la parte anteriore e i due lati si ricoprono di carta, mentre la parte posteriore è formata tutta da foglie di rami di mirto e da una quantità di piccole bandiere. Sulle pareti di carta dei due lati sono dipinti geni i quali portano ghirlande. La parte anteriore è la più ricca di ornamenti, perchè a questa lavorano pittori ed architetti. Ogni piano è formato di colonne di ordine corinzio, sormontate da una cornice con una nicchia ed in questa sono collocate figure e statue. Le persone vive stanno al piano inferiore, e sono ragazze e giovanetti che vestono una gonnella corta e portano in testa elmi di carta dorata. Nella nicchia, a metà della torre, si trova la figura principale. In quella degli agricoltori, o mietitori, io vidi una Giuditta colossale stupendamente vestita, la quale teneva in mano la testa di Oloferne; in altre torri scorsi santi, o protettori, o patroni dei varî mestieri. A fianco di queste figure principali si trovano ad ogni piano emblemi di varia natura, angeli che tengono in mano bandiere, od arpe, e geni con corone di fiori e trombe. Nella nicchia del piano superiore sta un angelo con un incensorio, e sulla cupola dorata, o sull'ornamento a foggia di giglio, che forma l'estremità della torre, sorge un santo. Sulla torre degli agricoltori si vedeva S. Gregorio vestito da cavaliere dell'ordine di Malta, con una bandiera in mano.

Un emblema posto sulla cornice che sormonta la nicchia a metà della torre, indica la corporazione, o il mestiere a cui quella appartiene. Su quella degli agricoltori stava una falce; su quella dei pastai stavano due grossi pani; su quella dei macellai era un pezzo di carne; su quella dei sarti una bianca veste; su quella dei calzolai una scarpa; su quella dei pizzicagnoli una forma di cacio; su quella dei negozianti di vino un fiasco. Ogni torre inoltre è preceduta da un giovanetto, il quale porta un altro emblema: quello dei giardinieri portava un corno di abbondanza; gli albergatori e i bettolieri erano preceduti da un barile di vino sostenuto da due giovani, vestiti in guisa da raffigurare S. Pietro e S. Paolo.

Al suono delle loro bande musicali, tutte le torri si avviarono verso la cattedrale. Tutto quel chiasso, tutta quella gente dai costumi più svariati, tutte quelle bandiere, i balconi delle case gremiti di fiori e di belle ragazze, tutte quelle torri bizzarre che oscillavano, sotto il sole abbagliante del mezzogiorno, formavano uno spettacolo così vivace, così singolare che ne rimasi assordito, allibito: credetti di essere tornato ai tempi del paganesimo.

La marcia delle torri era aperta da due di queste, assai piccole, al piano inferiore delle quali erano ragazzi coronati di fiori; poi veniva una barca, in cui stava un giovanetto vestito alla turca, con in mano un fiore di granata. Dietro la barca veniva un grandioso legno da guerra, benissimo rappresentato, con a prua un giovane vestito da moro, che se ne stava fumando un sigaro, mentre sul ponte eravi la statua di S. Paolino, inginocchiata in atto di preghiera, davanti ad un altare.