Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 20

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Mentre le armi tacevano da una parte e dall'altra, in Napoli non accadeva niente notevole all'infuori dell'aggiornamento della Camera e della sua nuova convocazione, specie di commedia che il popolo oramai seguiva senza nessun interesse. Di nove mila elettori iscritti solo mille andarono a votare, e la Camera appena aperta fu immediatamente aggiornata fino al primo febbraio 1849. La città aveva ripreso in tutto la fisonomia di una volta; la polizia riempiva di nuovo le strade; la Commissione militare che doveva giudicare gli arrestati del 15 maggio, si era messa all'opera con grande energia, ed anche monsignor Cocle il 2 settembre era tornato ridendo a Napoli dal suo esilio di Malta.

Ma ben presto uno strano avvenimento doveva di nuovo convergere gli occhi del mondo su Napoli, un avvenimento che non si ripeteva più da secoli e che prometteva ora di avere conseguenze molto durevoli. Il 27 novembre giunse in Napoli il conte Spaur, ambasciatore di Baviera presso la Santa Sede, per consegnare nelle mani del re la seguente lettera:

«_Sire!_ Il momentaneo trionfo dei nemici della Santa Sede e della religione hanno costretto il Capo della Chiesa cattolica di lasciare Roma. Io non so in quale punto della terra la volontà del Signore, al quale io affido umilmente l'anima mia, vorrà dirigere i miei passi; frattanto io mi sono rifugiato con alcune persone fedeli negli Stati di V. M. Io non so quali possano essere le vedute di V. M. a mio riguardo e non sapendolo, reputo mio dovere farle conoscere per mezzo del conte Spaur, ministro di Baviera presso la Santa Sede, che io sono pronto a lasciare il territorio napoletano se la mia presenza negli Stati di V. M. può diventare causa di timore o di difficoltà politiche. Pio IX».

Alle sette del mattino dopo, il re con tutta la sua famiglia s'imbarcò su di una nave per andare a Gaeta. Lo stesso papa che con le sue riforme aveva infiammato il movimento italiano e il di cui nome era stato gridato come un simbolo di rivoluzione in tutte le città in rivolta, veniva ora a chiedere, fuggitivo, l'ospitalità della Corte di Napoli. La Corte l'accolse con entusiasmo, lo fece alloggiare nel palazzo del governo di Gaeta e questa Gibilterra di Napoli divenne la Coblenza d'Italia, il centro della reazione.

Frattanto erano continuate le trattative per risolvere la questione di Sicilia. Ferdinando si piegò talmente alle pressioni della Francia e dell'Inghilterra che offrì il seguente _ultimatum:_ la costituzione sulle basi di quella del 1812; il governatore siciliano o di sangue reale; l'amministrazione interna del tutto separata da quella di Napoli; ma esercito e flotta in comune e tutti i rapporti con l'estero trattati solo da Napoli. Concedeva inoltre un'amnistia, eccetto che per 45 persone, che dovevano abbandonare l'isola.

Gli ammiragli stranieri consegnarono a Palermo questo _ultimatum_ assai benevolo. Ma le cose erano già andate troppo oltre, e per di più i Siciliani non avevano nessuna fiducia in quel re falso che già aveva violato la costituzione di Napoli. In quelle concessioni vi erano parecchi punti che dovevano col tempo rendere illusoria la costituzione. Tra gli altri il fatto che la nobiltà siciliana era minacciata di perdere i suoi diritti, perchè il re si riservava il diritto di nominare i membri della Camera Alta. E il Parlamento rispose all'_ultimatum_ con un invito all'insurrezione generale (20 marzo 1849):

«_Siciliani!_ Per noi il grido di guerra è grido di gioia! Il 29 marzo, giorno in cui cominceranno le ostilità con il despota di Napoli, sarà salutato con la stessa gioia, con cui fu salutato il 12 gennaio, perchè ci sarà possibile conquistare la libertà col prezzo del nostro sangue. La pace che vi si offre è vergognosa. Distrugge in un colpo tutto il bene che ci è venuto dalla rivoluzione. Voi avete meritato l'attenzione di tutta l'Europa; ma che avrebbe detto l'Europa, se vi foste mostrati poco gelosi dei nostri diritti, se vi foste piegati al fraudolento despotismo di un tiranno? Siciliani, quantunque la vittoria sia incerta, pure una Nazione, il di cui onore è un giuoco, ha, come un individuo, il sacrosanto diritto di sacrificarsi. È meglio seppellirsi sotto le rovine della patria, che dare all'Europa lo spettacolo di una inaudita viltà. La morte è da preferirsi alla schiavitù. Ma no, noi vinceremo, noi confidiamo nella santità della nostra causa e nella forza delle nostre armi. Pensate alla disperazione e alle rovine di Messina! La guerra è per noi simbolo di vendetta e di pietà. Un'unica città di Sicilia geme sotto il giogo del nemico della libertà. Alle armi! Alle armi! Vittoria o morte!»

Che cosa dava efficacia a questo manifesto? Quali erano i mezzi di difesa? quali i generali ed i capi del popolo? Quando i Magiari si sollevarono in circostanze simili, l'Europa attonita vide sorgere in un baleno una schiera di talenti organizzati e di generali, che in ogni epoca avrebbero potuto figurare come geni militari. Ma i Siciliani non avevano nessun uomo veramente superiore. Questo popolo appassionato ed intelligente era troppo indebolito dalla lunga schiavitù in cui i Borboni l'avevano tenuto; quella nobiltà feudale, così vigorosa nel medioevo, aveva perduto le qualità guerresche e brillava solo nelle arti della pace e del lusso.

Mieroslawoski, un Polacco di un talento molto dubbio, comandava il così detto esercito nazionale siciliano, 20.000 uomini appena di truppe regolari, tra i quali si trovavano parecchi Francesi e Polacchi. Nessuna meraviglia quindi che la guerra dell'indipendenza finisse così miseramente. Niente altro che scaramuccie e qualche scontro un po' più serio. Le ostilità cominciarono il 4 aprile, ed anche questa volta furono gli Svizzeri che fecero trionfare il partito dell'assolutismo. Filangieri da Messina si portò verso Taormina, la famosa città quasi imprendibile che domina la grande strada, tanto che egli si aspettava di trovarvi una resitenza assai pericolosa. Ma quantunque difesa da 4000 uomini e da nove cannoni, quella importante posizione fu conquistata in poche ore. Filangieri proseguì subito la sua avanzata verso Catania, occupando Aci Reale, accolto con simpatia dalla popolazione. Di qui a Catania, la bella città ai piedi dell'Etna, non vi sono che poche ore di marcia. Poichè a Catania si era riunito il grosso delle truppe siciliane, era da aspettarsi una battaglia campale. Il 5 aprile la città venne circondata per mare e per terra; le navi da guerra si ancorarono davanti al porto, la cui entrata era difesa da tre batterie. Il giorno dopo le truppe e le navi si avanzarono contemporaneamente, e la lotta incominciò. La legione straniera combattè valorosamente, ed anche i Catanesi si comportarono da eroi, ma la resistenza ebbe poca durata. Gli Svizzeri forzarono porta S. Agata, e penetrarono nella città dopo una breve lotta per le strade; si ripetettero le uccisioni, i saccheggi e gli incendi di Napoli e di Messina. La strada Etnea, la più bella di Catania, venne interamente devastata; anche il museo Biscari fu saccheggiato, e molte opere di gran pregio andarono perdute o distrutte.

Caduta Catania, Mieroslawoski fece da Regalbutto ancora un tentativo di sopraffare i Napoletani, ma respinto, dovette con gli avanzi delle sue truppe rifugiarsi nell'interno dell'isola. Siracusa, Augusta e Noto caddero senza colpo ferire. Tutta la costa orientale era stata riconquistata in pochi giorni, e oramai Filangieri poteva marciare tranquillamente su Palermo.

Il Parlamento, alla notizia che quei luoghi così importanti erano caduti in mano del nemico, era piombato in un grande sgomento. Il popolo cominciò ad agitarsi e a lamentarsi, e ben pochi pensarono ad una seria resistenza. Non venne nemmeno presidiato Castrogiovanni, l'antica Enna che i Bizantini ed i Saraceni avevano per tanti anni occupata. L'imprevidenza di tutti non aveva confine; mancava insomma il Garibaldi di quella lotta. E così accadde che il Ministero propose al Parlamento di sottomettersi. La Camera Alta accettò la proposta all'unanimità, la Camera dei Deputati con 60 voti favorevoli contro 30, e subito dopo si tentò di ottenere la mediazione dell'ammiraglio Baudin. Filangieri aveva raggiunto già Caltanissetta insieme con le sue truppe, quando fu raggiunto da una deputazione, della quale facevano parte il conte Lucchesi Galli, il principe di Pallagonia ed il marchese di Rudinì, con la notizia che Palermo si arrendeva senza condizioni. A dire il vero, i radicali, capitanati da Scordati si erano ribellati, avevano formato un governo provvisorio e si preparavano alla difesa, così l'8 ed il 9 maggio avvennero anche combattimenti con le truppe.

In Palermo regnava un'anarchia selvaggia; era scoppiata una contesa tra i Siciliani e la legione straniera; il Parlamento si era disciolto, e più di 3000 persone si erano rifugiate nelle navi francesi ed inglesi. Filangieri rimase alcuni giorni fermo davanti a Palermo, annunziando un'amnistia generale, ad eccezione solo di 45 persone, tra le quali Ruggiero Settimo, Serra di Falco, il marchese Torrearsa, Mariano Stabile, il principe Scordia; ed alla fine, il 15 maggio, un anno giusto dalla controrivoluzione di Napoli, entrò nella città.

Così finì la rivoluzione di Sicilia; in modo veramente lamentevole se si pensa al modo come cominciò. Anche i Siciliani avevano calcolato male; quando le cose presero il 15 maggio un'altra piega, l'Inghilterra li abbandonò a loro stessi, ed il popolo ben presto si stancò della rivoluzione. La nobiltà ed il clero suscitarono viva diffidenza a causa delle loro mire egoistiche; mancavano inoltre i capi e i mezzi, perchè le campagne e le città erano esauste. E l'isola ripiombò più miseramente di prima sotto il giogo dell'odiata Napoli.

Lo stesso giorno in cui cadeva Palermo, re Ferdinando--così stranamente si svolgevano gli avvenimenti--si accampava col suo esercito ad Albano, nel territorio del papa ed in vista di Roma.

Nella primavera il papa aveva da Gaeta ordinato a tutte le potenze cattoliche di concorrere a domare Roma ribelle, e a rimetterlo nel suo trono.

Mentre i Francesi, in contradizione con la loro costituzione repubblicana, si accampavano davanti a Roma, sotto il comando di Oudinot, e gli Austriaci occupavano Bologna, e gli Spagnuoli sbarcavano a Porto d'Anzio, il re di Napoli si era avanzato con 16,000 uomini e 72 cannoni.

Questa campagna cominciò e finì tuttavia senza gloria; mancò poco che il valore di Garibaldi non annientasse del tutto l'esercito napolitano nei due scontri di Palestrina e di Velletri, il 9 ed il 19 maggio. Dopo la giornata di Velletri, il re si affrettò a ritirarsi nei suoi Stati, inseguito dai repubblicani romani che, più arditi e perseveranti dei Siciliani, furono costretti a tornare indietro per prepararsi ad una più seria difesa contro i Francesi.

Con la caduta della Sicilia il 15 maggio e quella di Roma il 3 luglio 1849, ebbe fine la rivoluzione nell'Italia meridionale, ed ora a noi non resta altro che accennare alle dolorose conseguenze che ne seguirono, come giudizi marziali, processi e misure di reazione.

Per quel che riguarda la Sicilia, non venne mantenuta nessuna delle promesse fatte da Filangieri ai Palermitani. Il re non volle sentir parlare di un principe reale come governatore di Sicilia; ma nominò invece il Filangieri stesso vicerè, conferendogli il titolo di duca di Taormina in premio delle sue benemerenze militari. Nunziante, il vincitore in Calabria e Statella, che aveva ricondotto indietro dal Po le truppe, rimase agli ordini del vicerè. Tuttavia un Siciliano, don Giovanni Carrisi, venne nominato ministro per gli affari dell'isola, con residenza presso il re, e per di più, conforme alla decisione presa il 27 settembre 1849, venne creata una Consulta siciliana che tenne la sua prima seduta il 28 febbraio 1850. Una terribile oppressione pesava ora sul popolo; non solo vennero ripristinate le antiche tasse, ma ne vennero imposte anche delle nuove, come una tassa generale di bollo, e perfino una sulle finestre. Tutti i commerci cadevano in rovina, le strade erano rese malsicure da numerosi briganti; l'agricoltura mancava di braccia, perchè quei che la guerra non aveva uccisi, dovevano fuggire o andare in carcere. Gran parte dei capi del movimento si era rifugiata nelle navi inglesi o francesi; Ruggieri Settimo era riuscito a fuggire a Malta, altri a Parigi, a Londra o a Corfù; ma molti furono raggiunti dalla polizia, che rovistava tutte le case e le campagne e perseguitava i deputati per costringerli ad emettere una dichiarazione in cui revocavano la deliberazione con la quale i Borboni erano stati dichiarati decaduti dal trono di Sicilia. Anche tutte le armi furono sequestrate senza misericordia. Le misere condizioni dell'isola durante il 1837 erano un nulla in confronto di quelle sotto cui gemeva ora, dopo l'ultima rivoluzione. Dopo che furono violate tutte le promesse, compresa quella dell'amnistia, la Sicilia divenne una semplice provincia del Regno di Napoli.

Anche a Napoli la costituzione finì miseramente; dopo che la Camera fu sciolta il 14 marzo 1849, essa non venne più riconvocata. La costituzione figurava oramai solo nel titolo del giornale ufficiale _Giornale costituzionale delle Due Sicilie;_ ma il 21 maggio 1850, anche quella parola _costituzionale_ disparve. Nonostante il solenne giuramento del 14 febbraio 1848, le cose tornarono allo stato di prima. Ci furono qua e là, in Abruzzo ed in Calabria, strascichi rivoluzionari, ma la polizia teneva gli occhi aperti e li soffocò.

Il governo assoluto riprese silenziosamente il suo sopravvento. Il re non dimorò più a Napoli ma a Gaeta, dove anche Pio IX rimase fino al 4 settembre 1849; giorno in cui si imbarcò per Portici. Le cose notevoli della permanenza del papa a Gaeta e a Napoli sono state già registrate negli annali ecclesiastici; noi accenneremo solo alla fondazione di un istituto che avvenne sotto gli occhi del papa. Già a Gaeta si era venuti nella decisione di fondare un organo universale della Chiesa che servisse di baluardo contro la stampa democratica e contro ogni tendenza sovversiva. E così nel 1850 sorse in Napoli la _Civiltà Cattolica_ sotto la direzione del gesuita Curci, che già prima della rivoluzione pubblicava la rivista _Scienza e Fede_ e dei gesuiti Bresciani e Trapello. Questo giornale, che l'anno dopo fu trasportato a Roma, vive ancora e combatte con tutte le armi contro la rivoluzione. È redatto con abilità e contiene corrispondenze da tutte le parti del mondo e si pubblica il primo ed il terzo sabato di ogni mese, ed ogni fascicolo contiene svariati argomenti, considerazioni di politica generale, una cronaca contemporanea degli affari del mondo ed anche romanzi, come _L'Ebreo di Verona_ (il primo che vi apparve) del padre Bresciani, che ha per soggetto la rivoluzione del 1848. Sui primi del 1855 questa rivista dispiacque al re di Napoli, si dice, per un certo articolo, che fu stampato solo in poche copie, e di cui si ignora il contenuto. Il padre Curci dovette dare le dimissioni e per un momento parve che i gesuiti stessero per essere espulsi da Napoli; ma poi la cosa venne accomodata.

Dopo che Pio IX ebbe battezzato e cresimato alcuni principi e principesse della Corte napoletana ed ebbe conferito la rosa d'oro alla regina, il 4 aprile lasciò Portici per Caserta. Visitò di nuovo Gaeta innalzandone il Duomo a chiesa metropolitana e quindi, accompagnato dal re e dal duca delle Calabrie, raggiunse il confine a Fondi dove, con lagrime ed abbracci, prese congedo dai suoi ospiti che l'avevano assistito nei giorni tristi. Poi proseguì il suo viaggio ed il 12 aprile rientrò in Roma da quella stessa porta S. Giovanni da cui era fuggito il 24 novembre 1848.

Il re tornò a Caserta dove aveva fissato la sua dimora, mentre nella capitale si svolgevano avvenimenti che riempivano di dolore tutto il paese. Perchè ora erano cominciate le persecuzioni in massa contro deputati e liberali, e tutta quella serie di processi colossali che si prolungarono fino all'anno 1853. Nove ministri dei precedenti Gabinetti e cinquantaquattro deputati erano in carcere o in esilio; si diceva che il numero dei carcerati salisse a molte migliaia; secondo alcuni rapporti autentici, nel 1851 nelle prigioni di Stato vi erano 2024 liberali.

Tra tutti questi processi ce ne fu uno che sollevò l'indignazione di tutta l'Europa, quello contro la setta detta dell'_Unità Italiana_. L'accusa era connessa con un fatto avvenuto a Portici, dove il 16 settembre 1849, davanti al palazzo reale, mentre il papa dava la benedizione, lo scoppio di un petardo aveva causato un grande scompiglio. Questa sciocchezza venne considerata come una dimostrazione da parte di una setta segreta, che si organizzava sotto il titolo accennato per diffondere le idee di Mazzini e per attentare alla vita dei principi. Anonime delazioni di agenti di polizia dettero i seguenti dettagli: la setta è suddivisa in cinque gradi, ed ha un gran Consiglio, alla testa del quale si trova il conte Mamiani, un Comitato generale, e poi Comitati provinciali, distrettuali e comunali, corrispondenti ai corpi amministrativi del reame. Esisteva in realtà una associazione che aveva per scopo di promuovere l'unità d'Italia, che un tempo era stata appoggiata anche dal governo napoletano; ma gli agenti di polizia denunziarono molte personalità spiccate come appartenenti ad una setta segreta, che si prefiggeva di sopprimere i sovrani; tra cui inclusero anche Carlo Poerio, quell'avvocato che nel 1848 era stato nominato prima direttore della polizia e poi ministro dell'istruzione, un uomo dalle idee assai temperate e che non aveva preso parte nemmeno al moto repubblicano del 15 maggio. In quella lista furono compresi anche Dragonetti ed il duca Caraffa d'Andria; gli accusati furono in tutto quaranta. La polizia era l'accusatrice, una speciale corte criminale, sotto la presidenza di Navarro, istruì il processo e giudicò. Il dibattimento cominciò il 1^o giugno 1850, e la sentenza fu emanata il 5 dicembre: furono assolte solo quattro persone; tre, Francittano, Settembrini ed Agresti furono condannati a morte, tutti gli altri alle galere. I tre condannati a morte solo poche ore prima della esecuzione ebbero commutata la pena nelle galere. E' vero sì che il governo napoletano non mandava mai a morte i rei politici, ma bisogna anche dire che le prigioni napoletane erano assai peggiori di una morte rapida. Quei disgraziati, fra i quali Poerio che era stato condannato a 24 anni, legati coi ferri a due a due come volgari delinquenti, furono condotti al porto e trasportati su di una nave al carcere di Nisida. Da tutto il mondo si sollevò un grido d'indignazione per la barbarie con cui venivano trattati quei disgraziati. Il _Risorgimento_ di Torino descrisse con grande esattezza di particolari le orribili prigioni sotterranee di Nisida, Ventotene e Tremiti, dove i condannati politici, uomini di grande mente e cultura, un tempo ministri, duchi e conti, furono rinchiusi in locali infetti e confusi con i malfattori comuni. Le note lettere di Gladstone a lord Aberdeen che confermavano le notizie del _Risorgimento_, sollevarono una vera tempesta. Il governo napoletano tentò, è vero, di giustificare con pubbliche dichiarazioni, ma anche se si tiene conto dell'esagerazione di quei rapporti, rimane pur sempre che la sorte di quei condannati politici era terribile. Legati due a due ad una catena lunga sei piedi, oltre le sofferenze fisiche, essi sopportavano entro quelle mura fetide, una ancor più insopportabile pena morale. Un giorno il mondo avrà da questa o quella vittima della rivoluzione napoletana del 1848 un libro di memorie dal carcere, che non rimarranno indietro per l'orrore che desteranno a quelle che Silvio Pellico scrisse sullo Spielberg.

Ed intanto i processi continuavano. Quelli che si facevano in provincia, più numerosi in Calabria che altrove, passavano inosservati agli occhi del mondo; solo quelli che avevano luogo a Napoli, facevano parlare di sè, come quello di cui abbiamo già parlato e l'altro contro la _Setta carbonara militare_. Ai condannati alle galere bisogna poi aggiungere altre migliaia di cittadini che, o venivano posti sotto la diretta sorveglianza della polizia, o venivano strappati dalle loro famiglie e esiliati in qualche isola lontanissima. Bastava per provocare queste misure, qualche parola sospetta o poco cauta, e perfino portare un cappello alla calabrese, o la barba a pizzo. Nel 1852 per le strade di Napoli venivano fermati perfino gli stranieri e si imponeva loro di farsi radere la barba se la portavano _à la Napoléon_.

Nuovo motivo di paura per il governo napoletano furono, nel 1852, il _giuseppinismo_ e il _murattismo_. Dopo il successo del colpo di Stato a Parigi, e dopo la proclamazione dell'impero, che Napoli si affrettò a riconoscere prima delle altre Potenze, ogni manifestazione in questo senso creava nuovi timori. La situazione del Regno di Napoli è in vero terribile; esso si trova in continue apprensioni di sbarchi di mazziniani, di pretese murattiane e di permanenti agitazioni in Calabria ed in Sicilia, dove ora qua ora là, a Caserta, a Messina, a Palermo, a Girgenti sorgono società segrete, si tentano sollevazioni, e non è nemmeno il caso di pensare ad una pacificazione degli animi. Nel febbraio 1852 il governo tentò di calmare almeno Messina con la concessione di un porto franco; il re stesso facendo un viaggio in Sicilia, promise l'apertura di nuove strade, poi concesse un'amnistia per la quale furono liberate duecento persone e si cominciava di nuovo a vociferare che egli avesse in animo di concedere di nuovo la costituzione. Ma l'odio dei Siciliani è implacabile ed i partiti radicali di tutto il Reame sono indomabili. La situazione di Napoli è oggi la stessa se non peggiore di quella dopo il 1837. Il governo trascurando di soddisfare i bisogni di quella città ed accendendo sempre più le passioni politiche con la violenza della reazione, va incontro ad una nuova e più terribile rivoluzione che non può tardare.

NOTE:

[1] Nel 1906 lo storico monumento, nei di cui sotterranei tanti martiri dell'Indipendenza italiana languirono e morirono, fu liberato da quella cinta ibrida di vecchie e sporche casupole, e il meraviglioso arco di Ferdinando d'Aragona, intieramente restaurato, fu restituito all'ammirazione del pubblico. Oggi il maschio angioino è interamente isolato, mercè l'opera sapiente dell'architetto Adolfo Avena. _(N. d. T.)_.

[2] La Fontana Medina mutò di posto cinque volte, e non già tre come affermò il Gregorovius. L'Auria la situò nell'Arsenale, da dove, essendo rimasta priva d'acqua, il duca d'Alba la fece trasferire nella piazza del Palazzo Reale, da dove passò quindi nella piazza di S. Lucia presso Castel dell'Uovo. Nel 1659 l'architetto Cosimo Fansaga trasportò ed ornò la storica fontana presso la chiesa di S. Gioacchino; nel 1664 fu innalzata in Piazza Medina, e di qui, in questi ultimi anni, per i lavori del risanamento edilizio di Napoli, nella nuova piazza della Borsa. _(N. d. T.)_.

[3] Dopo il 1850, una grave eruzione si è rinnovata, come è noto, nel 1906. Ne rimase quasi distrutto il territorio di Ottaiano e Boscotrecase. _(N. d. T)_.

[4] Giova ricordare che Gregorovius scriveva queste righe nel 1854. Da allora molti e pregevoli studi sono stati fatti sulla storia dell'Italia meridionale, e gli archivi di Napoli non sono dopo la rivoluzione che concluse all'unità italiana, chiusi ed impenetrabili. _(N. d. T.)._

[5] Giova ricordare che Ferdinando Gregorovius scriveva queste note prima della rivoluzione siciliana del 1855.

[6] Von Alexander Humboldt, celebre naturalista, geografo, archeologo, statista, etnologo, nacque a Berlino nel 1769, morì nel 1859.

[7] Von Hallermund Platen, nobile poeta tedesco, nacque ad Ansbach nel 1796, morì a Siracusa nel 1835. _(N. d. T.)._

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