Passeggiate per l'Italia, vol. 4
Part 2
Interessante, ma difficile insieme, sarebbe descrivere tutto questo caos di persone e classificarle in tanti gruppi ben distinti. Sono stati fatti infiniti quadri e disegni della vita popolare a Napoli; si sono scritte su ciò numerose opere, profonde e vivaci, ma nessuna ne dà un'idea precisa a chi non la potè mai vedere coi propri occhi. Pertanto, vo' provarmi a dare uno schizzo della strada di S. Lucia, più di ogni altra interessante. Ho pur già detto che questa via, sita in uno dei punti più belli di Napoli, è quella dove vennero a contatto le classi superiori ed inferiori della popolazione e dove la vittoria rimase al ceto medio. Non troppo lunga, la strada è circoscritta a sinistra dal mare, dal palazzo reale e a destra dal pittoresco Castel dell'Ovo. Distendendosi quasi al centro del grande arco del golfo, si trova aperta sul mare, di cui si gode liberamente la vista, non intercettata come pel porto dalle alberature dei bastimenti. La sua posizione è meravigliosa ed invita molti forestieri a stabilirsi nei suoi alberghi di second'ordine, dai quali si può godere alla sera la bellezza insuperabile del mare e la frescura della brezza marina.
Io dimorai a S. Lucia quaranta giorni, e dalla mia finestra vedevasi tutto il golfo raggiante di luce: le due cime del Vesuvio dominanti la bianca città, le pittoresche spiaggie di Castellammare, di Sorrento, fino a Capo Minerva, e l'isola di Capri. Ogni mattino, quando la rosea luce del golfo veniva a svegliarmi nella mia camera, mi abbandonavo alla contemplazione di quel fantastico spettacolo che è colà il levare del sole, e guardavo le tinte di fuoco dei monti e del mare, che parevano avvolgere in un incendio colossale la grandiosa città. Ma più magico ancora era lo spettacolo che mi si parava dinanzi allorchè la luna nel suo pieno, sorgeva sul Vesuvio, e spandeva la sua luce argentea sui monti, sul mare, sulla città, illuminando l'intero golfo. La cupa foresta degli alberi delle navi nel porto si distaccava allora sopra un fondo di brillante bianchezza; la luce dei fanali impallidiva; infinite barche scivolavano sulle onde, e sparivano, e tosto ricomparivano all'orizzonte; lo scoglio gigantesco di Capri appariva, e Somma, il Vesuvio, i monti di Castellammare e di Sorrento, quasi forme fantastiche, s'illuminavano. Chi avrebbe potuto dormire in quelle notti? Io prendevo una barca a S. Lucia e navigavo su quelle onde fosforescenti, oppure rimanevo seduto sulla spiaggia, insieme con popolani a mangiare frutti di mare.
Quei luoghi anche di notte sono animati, pieni di vita.
Nel quartiere di S. Lucia è concentrato specialmente il commercio dei frutti marini, disposti in buon ordine, con le ostriche, nelle piccole botteghe, ciascuna delle quali porta un numero e il nome del proprietario. Sono incessanti le grida per invitare la gente ad entrare; le botteghe sono illuminate, e tutti quei prodotti del mare rilucono dei colori più svariati: sono ricci, stelle di mare, coralli, araguste, dalle forme più bizzarre, dalle tinte più dissimili. Il mistero delle profondità marine è ivi svelato e quel piccolo mercato presenta ogni sera il lieto aspetto quasi di una notte di Natale marittima.
Chi scende la gradinata che porta al mare, ad un tratto si trova come in una specie di grande sala illuminata a cielo scoperto. Intorno a piccole tavole i popolani mangiano ostriche e maccheroni; è uno spettacolo stupefacente vedere come quegli esseri divorino, pagandoli un paio di grani ad un pescatore o ad un lazzarone, i maccheroni, e con quanta velocità li facciano scivolare nella gola. Là dove termina il frastuono di questi divoratori, incomincia un'altra scena assai caratteristica: sotto una specie di volta, presso una fonte sulfurea, da mane a sera donne e fanciulli gridano, schiamazzano con bicchieri in mano, invitando a bere l'acqua salubre. Si prende posto su una sedia, si beve un bicchiere di quest'acqua minerale e si mangiano alcune piccole ciambelle. Con pochi soldi la gente modesta vi trova uno spasso; difatti, vi accorrono intiere famiglie e chi non mangia i maccheroni, prende almeno l'acqua sulfurea e le ciambelle. Ivi il movimento, l'andare e venire della gente dalla terra, dal mare, nelle barche, è incessante, ed ivi le ninfe notturne tendono le loro reti ai forestieri: sono fanciulle di facili costumi, accompagnate di solito dalla madre o da una canuta matrona, custode apparente del loro cuore. Più di una tenera relazione nasce a S. Lucia, fra un bicchiere e l'altro d'acqua sulfurea.
Di giorno il movimento in questo quartiere non è minore. Vi si prendono bagni in pubblico, alla presenza di tutti, ed io ho visto presso Castel dell'Uovo, nell'intiera giornata, schiere di ragazzi e di giovanotti saltare in mare, tuffarvisi e far mostra delle loro prodezze acquatiche. I Napoletani nuotano come tanti delfini. Il clima contribuisce a mantenerli in uno stato primitivo di natura; la temperatura calda mantiene in onore il nudo, il cui studio si può fare liberamente per le strade, ad ogni ora. Napoli è la città dei contrasti: corrono per le vie carrozze di lusso, appartenenti alle famiglie più aristocratiche, e alla presenza dei principi coperti di decorazioni scintillanti, di dame della più insigne nobiltà parigina e londinese, stuoli d'uomini, come se nulla fosse, si gettano in mare in costume adamitico. Io mi son concesso spesso il diletto di chiamare dalla mia finestra al quarto piano, quei ragazzi nudi della strada e di far loro vedere una moneta: in un atto essi si tuffavano nelle onde, vi compivano le loro prodezze e quindi tornavano nella strada, grondanti acqua per ricevere la mercede promessa. Lo spettacolo del nudo è in tutto il golfo; sulle stesse cancellate di ferro del porto si vedono di continuo arrampicarsi ragazzi intieramente spogli e precipitarsi di lassù a capo fitto in mare.
Il 18 maggio, per dare sfogo a questa immensa popolazione, fu aperta verso la campagna una nuova via, quella di S. Teresa, secondo il nome dal Re impostole in onore della Regina sua consorte. Questa strada domina la città e sopra Castel S. Elmo fa una parabola verso il Vomero, traversando colline e valli, per sboccare quindi a Chiaia. Ancora non è compiuta, nè selciata, e in molti punti bisogna attraversare fossati sopra a tavole; vi si incontrano però già cavalli, asini, muli e una folla di gente che, sopratutto, nelle domeniche e nelle feste, si reca a visitare i lavori. A quanto sembra le tre grandi arterie non bastavano più alla numerosa popolazione della città ed è stato necessario procurarle uno sbocco sul Vomero, ponendo Chiaia in comunicazione con questo. La nuova via sarà fiancheggiata da ville con giardini, secondo il gusto di coloro che ricercano l'aria pura, il verde, quasi la campagna in città, e col tempo sarà indubbiamente una delle più deliziose strade di Europa.
Ad ogni svolto di collina e di piccola valle, lo spettacolo della città sottostante, del golfo e delle isole varia, e tu non sapresti dove è meglio rivolgere lo sguardo nell'insuperabile bellezza di quell'orizzonte, sulla città, su quegli aranceti profumati, su quei giardini cosparsi di fiori o su quelle pittoresche macchie di pini, di palme, di cipressi. Chi non si sentisse rapito qui d'incanto per le bellezze che natura offre, non potrebbe che essere privo del senso del bello.
Si ascende alla nuova strada dagli Studi, dove vengono dati a nolo asinelli; io, però, preferii recarmici a piedi, da solo, onde meglio goderla ed arrestarmi qua e là a mio piacere. Vidi così successivamente Castel S. Elmo, dalle bianche mura, sorgente sopra un nero scoglio, circondato di captus, di aloe, di piante rampicanti; vidi, in basso, verdeggianti giardini, rocce calcaree dinanzi ad un'osteria quasi sperduta nella lussureggiante vegetazione di una vigna; vidi una valletta di limoni, di aranci, di melagrani, che mandavano nell'aria profumi deliziosi; e poi un sobborgo formato di fabbriche industriali, e amene e ridenti collinette, e case rustiche, e una gola piena di captus e di palme; e poi, ad un tratto, a sinistra, scorsi la città, il golfo, l'isola di Capri, ed una foresta di pini ai piedi del Vesuvio, che si staccava sullo splendido azzurro del cielo, tinto di violaceo; poi nuove rocce, nuovi giardini, nuove casette rustiche: una vera scena campestre, popolata da pastori, i quali portavano le loro capre al pascolo; un convento animato da monaci, alte colline rivestite di pini. Quante, quante bellezze! Mare, cielo, terra, tutto immerso nella splendida luce, ed un'aria finissima olezzante di profumi, ristoratrice!
Mi sedetti sotto un cipresso e rivolsi ancora lo sguardo ai giardini sottostanti, dove i tralci delle viti, agitati lievemente dalla brezza marina, pendevano a foggia di festoni dagli alberi, come nelle pitture di Pompei rappresentanti le baccanti. Avevo letto un libro in cui non ricordo quale erudito non sapeva darsi pace che quelle giovani donne ballassero per aria, affermando che ciò era contro natura, poichè avrebbero dovuto posare sul suolo i loro piedi e sostenendo che tali affreschi erano soltanto dei capricci di una fantasia sbrigliata. Povere cose, invero, l'erudizione e l'archeologia! In questo angolo di paradiso le cose si sentono e si comprendono oggi come le sentivano e le comprendevano gli antichi. Qui regna ancora l'idea del culto di Bacco e l'immaginazione si solleva in alto come una baccante col tirso; qui ci sembra di staccarci dal suolo e, sciolti da ogni vincolo terreno, di spaziare nell'atmosfera.
Le bellezze della natura e i sentimenti cristiani, alla presenza delle più grandi meraviglie della creazione, risvegliano sempre idee tristi. Ero giunto su di una altura dove alcuni soldati svizzeri stavano bevendo fuori di una piccola bettola, una capanna di paglia. Di lassù si dominavano il mare, le isole di Nisida, di Procida e d'Ischia, tutte avvolte nel manto meraviglioso del sole al tramonto. Uno di quei soldati mi si avvicinò e, gettando uno sguardo su quello spettacolo meraviglioso, con tono di mestizia mi disse: «Come è bello! troppo bello!... rende melanconici...»
III.
Ho visitato le tre più belle città marittime d'Italia: Napoli, Palermo e Genova, che gareggiano fra loro per magnificenza di posizione. Senza dubbio il primato spetta a Napoli, nessun'altra città potendo vantare un panorama naturale così classicamente grandioso, un Vesuvio, un golfo così bello, spiagge come quella di Castellammare e di Sorrento, isole così pittoresche. Le svariate tinte, la grandiosità, l'ampiezza di tutto questo non hanno le uguali al mondo; tutto qui ha il carattere dell'immenso, tanto l'opera dell'uomo quanto quella della natura, e tutto qui è avvolto in un mare di luce. L'occhio non riesce ad afferrare in una sol volta tutto il quadro, a meno di non restringere la prospettiva, di salire sopra una collina, oppure di inoltrarsi in mare, da dove le forme della città si perdono e rimangono visibili soltanto quelle della natura.
Genova, invece, ed anche Palermo si possono abbracciare con un sol colpo d'occhio; la prima, disposta ad anfiteatro co' suoi splendidi palagi, con le sue ville sui monti; la seconda distesa nella fertile vallata, con le sue cupole, co' suoi campanili, incoronata di monti dall'aspetto severo, che si estendono ai due lati, dal monte Pellegrino al capo Zafferano, lasciando fra essi breve spazio di mare. Entrambe, come ho detto, formano un quadro meraviglioso, visibile, apprezzabile con un solo sguardo. A Napoli, invece, tutto è grande, sterminato ed immerso in una luce in cui l'occhio si smarrisce ed in cui non può contemplare che una cosa alla volta. Salendo, per avere una idea di Napoli, sino a Castel S. Elmo, ai Camaldoli, o sul Vesuvio, i quali sono i punti più adatti per ammirare il panorama, ovunque Napoli si presenta come un'ampia città indefinita, dove prevale l'aspetto della campagna, la vista del mare. Le infinite case che sorgono attorno al golfo, non presentano caratteri architettonici, non dànno altra idea che d'un'immensa popolazione colà agglomerata. Si direbbe quasi che a quella gente basti il luogo e la vista, che dinanzi a tante meraviglie di natura, abbiano incrociato le braccia e rinunziato a gareggiare con quella natura stessa. Nessuna di quelle case emerge sulle altre; non si vedono che tetti a forma di terrazze, fatti a bella posta per godere il panorama; poche cupole di chiese, e queste poche bassissime ed appena visibili; quasi nessun campanile su quella monotona distesa. Costantinopoli è almeno assai più pittoresca, con le sue cupole, i suoi arditi minareti che sorgono fra i pini e i cipressi, dando alla città un aspetto caratteristico, simpatico. La mancanza di carattere architettonico in Napoli, la sua uniformità monotona, mi hanno sempre colpito ed io le ho spiegate per mezzo della sua storia, delle varie sue signorie, tutte passeggere, della inazione del suo popolo, della mancanza di attività diretta ad un dato scopo, della sua tendenza a vivere alla giornata, della sua cura del presente soltanto e di vivere il più gaiamente possibile. La storia non ha lasciato sulla città un'importanza e perciò questa città monumentalmente non ha veruna importanza. Nè le dinastie succedutesi rapidamente le une alle altre, nè il popolo espressero le loro idee per mezzo di quei monumenti che sono i ricordi più tangibili delle varie fasi di civiltà, la rappresentazione più visibile delle idee che predominarono per un dato tempo, o che tuttora sussistono.
Nota veramente caratteristica di Napoli è che quasi tutte le sue glorie sono glorie musicali: Scarlatti, il suo discepolo Porpora, Leonardo, Leo, Francesco Durante, Pergolese, Paisiello, Cimarosa, e tutti quei maestri che fino a Bellini, a Mercatante uscirono dal Conservatorio di Napoli, sono le più belle illustrazioni della città. Con questo non voglio dire che Napoli non abbia avuto altri uomini illustri; soltanto furono celebrità isolate, perchè quivi nessuna scienza o disciplina fu tenuta mai in grande onore.
Lascio da parte la descrizione e torno al carattere architettonico di Napoli, dove l'assoluta mancanza di opere monumentali colpisce in special modo chi, come me, giunge da Roma, la città più monumentale del mondo ed essa stessa monumento della storia universale. Anche indipendentemente da questo carattere monumentale, che è proprio di Roma, io credo che non vi sia altra città dove l'architettura e il paesaggio siano in tanta armonia e dove, indipendentemente dalle bellezze naturali, i monumenti portino da sè a suscitare l'ammirazione. Per cogliere queste perfette armonie, basta salire sul Monte Testaccio, sul Monte Mario, a San Pietro Montorio, sulla torre del Campidoglio; e per convincersi dell'imponenza architettonica di Roma, basta gettare uno sguardo su questa dal Pincio, da dove la città si presenta maestosamente, in linee grandiose e severe, come un monumento storico colossale.
Di là si scorgono i vari periodi di civiltà, le rovine del paganesimo, la cupola trionfante del cristianesimo, e le vicende del papato ci sfilano dinanzi, e tutto il significato di Roma si presenta alla nostra mente.
A Napoli, invece, in questa città di vita lieta, senza pensieri, i monumenti architettonici che attirano la nostra attenzione non sono nelle rovine, nelle chiese. Le reliquie dell'antichità sono scomparse; qui non si costruiva per l'eternità. L'unico e stupendo monumento che Napoli possegga dei tempi antichi sono le catacombe, più vaste forse di quelle di Siracusa, alle quali devesi aggiungere la meravigliosa grotta di Posillipo. Quanto a chiese Napoli ne possiede un bel numero, ma nessuna veramente pregevole: la noncuranza tutta democratica con la quale vengono lasciate nascoste fra le strade e le case, senza campanili, con orribili facciate, provano sufficientemente quanto il popolo napoletano, che pure formicola di preti e di frati, sia stato in ogni tempo indifferente nella religione. Qui non vi furono mai grandi ardori per la fede di Cristo, per la grandezza della Chiesa, e sotto gli Hohenstaufen anzi lunga ed accanita fu la lotta fra Napoli e il papato. La tendenza a vivere lietamente e piacevolmente, ha impresso un carattere di mondanità anche alle cose di religione; per convincersi di questo basta visitare la più bella chiesa moderna della città, S. Francesco di Paola, edificata da Ferdinando I per sciôrre un voto dopo la sua restaurazione nel trono. E' un'imitazione del Pantheon di Roma e serve principalmente di decorazione alla Piazza Reale; per convincersi poi quanta poca serietà e dignità ecclesiastica presenti, basta guardare il suo porticato, dove sono sempre negozi di spinette, che vengono suonate per prova continuamente.
A Napoli anche i palazzi, che dopo le chiese sono gli edifici più notevoli in ogni città italiana, sono sperduti fra dedali di casupole e per lo più sono grandi edifici di pessimo gusto, ed anche quando hanno qualche cosa d'imponente, come il superbo palazzo Maddaloni, simile ad una fortezza, non si possono osservare sufficientemente, perchè mancano di aria libera intorno a sè. A Napoli nulla ricorda il medio evo; tutto è moderno.
Osservando Napoli sotto l'aspetto architettonico, si finisce per convincersi che le sole abitazioni degne di attenzione, di ricordo, sono le amene ville che popolano le colline, l'arsenale, gli edifici che circondano il porto, il palazzo reale ed in special modo i tre grandi castelli che dominano da ogni parte il panorama della città. Da Castel S. Elmo, sul pittoresco Vomero, si ammira tutta Napoli; è uno spettacolo magico, soprattutto nell'ora indecisa del crepuscolo.
Nel golfo sorgono poi Castel Nuovo e Castel dell'Uovo, le due bizzarre moli di roccia, di color grigio e di aspetto cupo e minaccioso: sono le briglie del cavallo focoso di Napoli.
Volevo visitare Castel dell'Uovo, che è uno degli edifici più antichi di Napoli, poichè risale a Lucullo e fra le sue mura perì Romolo Augustolo, ultimo degli imperatori romani, ma non mi fu concesso. Federico II ultimò il Castello nel 1221, non immaginando certo che quello sarebbe stato il carcere degli ultimi suoi discendenti; giacchè qui, dopo l'infelice battaglia di Benevento, nella quale re Manfredi perdette regno e vita, per molti anni languirono i miseri figli suoi, e l'unica sua figliuola, Beatrice, dovette la sua liberazione da quelle mura soltanto al Vespro Siciliano.
Era il 5 giugno 1284, quando i Siciliani al comando dell'illustre ammiraglio Ruggero di Lauria, sostennero la famosa battaglia navale dinanzi a Napoli.
Dagli spalti del castello la figlia di Carlo d'Angiò ne fu spettattrice e con ansia ne attese l'esito; con non minore ansia dovette contemplarla attraverso l'inferriata del suo carcere l'infelice figlia di Manfredi; la principessa vide la flotta napoletana ripiegarsi da prima, poi sbaragliata e posta in fuga. Suo fratello Carlo fu fatto prigione e due galere siciliane gettarono l'ancora dinanzi al Castello, e Lauria chiese che venisse subito consegnata la figlia di Manfredi, minacciando in caso di rifiuto di far decapitare il figlio di Carlo d'Angiò a bordo del suo legno, innanzi a tutta Napoli. La misera fu tolta dal carcere, consegnata ai Siciliani e soltanto diciotto anni dopo, quando già aveva trascorsa tutta la sua giovinezza in prigione, riacquistò la sua libertà, fu condotta trionfalmente a Messina, dove sua sorella Costanza, moglie di Pietro d'Aragona, l'accolse nelle sue braccia, come una morta risuscitata. Nello stesso castello morirono pure i figli di Manfredi.
Castel Nuovo è ancora più imponente, e rappresenta senza dubbio il maggior monumento architettonico di Napoli. Di esso è famoso il bell'arco trionfale che Alfonso I di Napoli vi fece costruire nel 1470, su disegno di Giuliano Da Murano, o secondo altri, di Pietro Di Martino. Sorge sopra a colonne corinzie, fra due torri, ed ha numerosi bassorilievi di gran pregio, nei quali è riprodotto l'ingresso del Re vittorioso di Napoli. Le sue porte in bronzo sono opera di Guglielmo Monaco. Disgraziatamente quest'arco, veramente pregevole monumento, si trova nascosto come in un castello ed è sottratto quindi alla vista del pubblico. Si era parlato di trasportarlo davanti alla Cattedrale, ma l'idea non ebbe più seguito.[1]
Castel Nuovo venne edificato da Carlo d'Angiò nel 1283 e i più cospicui edifici di Napoli furono opera degli Angioini, come parimenti risalgono a quel periodo le chiese più importanti della città. Queste sono i veri monumenti storici di Napoli, non solo per le tombe che racchiudono, ma perchè la maggior parte di esse attinge la loro origine da fatti storici, come si vedrà quando ci tratterremo a parlarne.
La cattedrale fu incominciata da Carlo I sulle rovine di un antico tempio dedicato a Nettuno, e venne ultimata da Roberto I. Essa segna l'inizio dell'epoca degli Angioini. S. Domenico Maggiore venne eretta da Carlo di Calabria, nel 1289, per sciôrre un voto da esso fatto quando cadde prigione nelle mani di Ruggiero Lauria. L'altra chiesa di S. Lorenzo Maggiore venne fondata nel 1265 da Carlo I, ugualmente per sciôrre un voto da esso fatto dopo la battaglia di Benevento. S. Pietro Martire fu edificata da Carlo II d'Angiò; S. Chiara, da Re Roberto nel 1310; l'Immacolata, abbellita da affreschi di Giotto, venne fondata da Giovanna I, per ricordare le sue nozze con Ludovico di Taranto; S. Giovanni a Carbonara, Monteoliveto e S. Antonio Abate, tutte chiese edificate da Ladislao e da Giovanna. Anche lo stupendo monastero di S. Martino, sopra S. Elmo, ripete la sua origine dagli Angioini; e da ultimo il Carmine Maggiore ed il Purgatorio sul Mercato che segnò la caduta degli Hohenstaufen. Infatti, nella prima di queste due ultime chiese trovasi la tomba di Corradino e la statua erettagli nel 1847 dal re Massimiliano di Baviera; e nella seconda cappella sorge la colonna di porfido innalzata da Carlo I, sul punto dove vennero decapitati Corradino e Lodovico di Baviera. In essa si legge la seguente epigrafe:
ASTURIS UNGUE, LEO PULLUM RAPIENS AQUILINUM HIC DEPLUMAVIT, ACEPHALUMQUE DEDIT.
Nè i Normanni, nè gli Hohenstaufen lasciarono edifici in Napoli e sarebbe inutile ricercare gli avanzi di quella architettura moresco-normanna, i quali, al contrario, si trovano abbondantemente in Sicilia. Lo stabilirsi della dinastia degli Angioini a Napoli, dopo perduta la Sicilia, procurò a questa città l'unica epoca in cui fiorirono la scultura e l'architettura, facendo subentrare allo stile romano delle basiliche, quello germanico. Questo periodo di rifiorimento durò fin verso gli ultimi tempi del secolo XIV e raggiunse il suo apogeo sotto il regno di re Roberto, fautore ed amante delle arti belle. Napoli diede allora i natali ai due Masuccio, il secondo dei quali fu pure scultore distinto. Egli fece le tombe di Carlo di Durazzo, di Caterina d'Austria, di Roberto di Artois, e di Giovanni di Durazzo, nella grandiosa chiesa di S. Lorenzo, da lui ultimata sugli antichi disegni; costrusse pure la chiesa gotica di S. Chiara, collocando in quella, a tergo dell'altar maggiore, il capolavoro della scultura napoletana, la tomba di re Roberto, morto nel 1343. Questa è di stile gotico, ed è ornata di parecchie statue. Sebbene le forme non si presentino all'occhio ancora purissime, il complesso della composizione è artistico ed ha una semplicità di buon gusto. S. Chiara è ricca di monumenti sepolcrali, perchè riposano in questa chiesa parecchi altri Angioini, fra i quali Carlo di Calabria, figlio di Roberto, Giovanna I, ed altre principesse.