Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 19

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Il Gabinetto di Palmerston profittò con prontezza dell'interna confusione di Napoli per indebolire il Regno, per intromettersi attivamente nei suoi affari e conquistarsi una stabile posizione in Sicilia. Tutti gli occhi erano rivolti sull'Inghilterra. Essa aveva garantito la costituzione di Bentick e quindi era considerata come la naturale alleata dell'insurrezione siciliana; la sua flotta apparve dinanzi a Palermo, altre navi sue incrociavano nelle acque di Messina ed armi e munizioni inglesi erano state distribuite in gran copia a Palermo. La diplomazia inglese spingeva il re a fare le maggiori concessioni e ad accettare la mediazione di lord Munto. Allorchè poi la rivoluzione di febbraio in Francia minacciò di sconvolgere la situazione di tutta l'Europa e dette nuova energia alle richieste dei popoli, il governo di Napoli concesse ai Siciliani tutto quello che era possibile concedere senza arrivare ad una definitiva rinunzia.

Il 6 marzo, il re dette il suo assenso ad un'immediata convocazione del Parlamento siciliano e alla revisione della costituzione del 1812 «adattandola ai nuovi tempi». Contemporaneamente Ruggiero Settimo venne nominato vicerè e venne creato un Ministero siciliano; tuttavia, Siracusa e Messina dovevano, come garanzia, permettere una guarnigione di truppe napolitane.

Se i Siciliani nella calma avessero esaminato la debolezza della loro forza di resistenza e quella ancora maggiore dei loro mezzi di guerra ed avessero accettata la proposta mediazione, paghi di un Parlamento e di una costituzione propria, forse avrebbero potuto sotto la garanzia dell'Inghilterra e della Francia, conservare le fatte conquiste. Ma la facile vittoria del gennaio, la spregevole debolezza della dinastia dei Borboni, a cui il popolo rimproverava sempre i precedenti spergiuri, la passione patriottica, l'odio, l'orgoglio nazionale e finalmente lo stato di convulsione in cui si trovava l'Europa e che sembrava presagire una nuova èra, soffocarono ogni voce di moderazione. Lord Munto venne accolto in Palermo con fredda sostenutezza, si diffidò dell'Inghilterra non meno che dei Napolitani, si reclamò la indipendenza più completa, si accettò solamente un governatore di sangue reale purchè riconosciuto dal Parlamento nazionale e come procuratore di esso. Tutti gli impiegati dovevano essere siciliani e dovevano venir nominati senza la convalidazione del re; la flotta doveva essere siciliana. Si chiedeva inoltre la consegna di Messina e di Siracusa e che la quarta parte della marina da guerra e degli approviggionamenti militari fossero dichiarati proprietà nazionale della Sicilia. Da ultimo la Sicilia doveva avere una rappresentanza autonoma nella Lega italiana.

Si concedeva al monarca di Napoli di assumere il titolo di re di Sicilia, ma allo stesso modo come ha ancora il titolo di re di Gerusalemme. I Siciliani, dato il trattamento che avevano fino allora subíto, potevano bene assumersi il diritto di fare queste richieste, ma disgraziatamente mancava loro il più efficace dei diritti, quello della forza che è l'unica che possa mutare in fatti la sola volontà.

Il re protestò solennemente contro ogni atto che tendeva a diminuire la situazione creatagli dal Congresso di Vienna, come re delle Due Sicilie. Dietro di lui si agitava il rappresentante dello Czar a Napoli, Chreptowitsch, di fronte a lui stava lord Munto. Ed intanto si andava avanti con le trattative senza concludere nulla, mentre da una parte i Siciliani si governavano da sè stessi e dall'altra a Napoli si rappresentava una nuova opera intitolata: _La Costituzione_.

La costituzione venne annunziata il 10 febbraio ed il re, il 24 febbraio la giurò nella chiesa di S. Francesco di Paola, sopra il Vangelo, con grande pompa, in mezzo all'entusiasmo del popolo, così come aveva fatto suo nonno Ferdinando I. Ancora una volta Napoli diventava uno Stato costituzionale.

Subito dopo, il 2 marzo, cadeva il ministero Serracapriola, e ne veniva formato un altro sotto la presidenza di Cariati. Che trasformazione avveniva! Carlo Poerio, l'avvocato liberale, appena liberato dalle catene messegli da Del Carretto, diventava ministro della pubblica Istruzione; Gian Andrea Romeo, pochi giorni prima mandato in gran fretta in galera, godeva ora del favore della Corte e veniva nominato Intendente del Principato Citeriore, e come difensore della monarchia costituzionale veniva posto contro il radicalismo che diventava sempre più irrequieto. L'11 marzo i Napoletani godettero uno spettacolo eccezionalissimo: Nella piazza davanti a Castel Nuovo, passavano trenta carrozze con entro i gesuiti mandati in esilio. Monsignor Cocle, il potentissimo confessore del re, era già scappato via e si era rifugiato a Malta. Del resto l'allontanamento dei gesuiti mise in luce lo stato morale del popolo. Appena essi avevano abbandonata la città, i lazzaroni, sobillati da frati e preti, si radunarono in gran numero e cominciarono a chiedere a grandi gridi il richiamo dei seguaci della Compagnia di Gesù. Acclamavano il re e la Madonna del Carmine, ma gridavano morte alla costituzione ed ai liberali che volevan togliere loro, come essi dicevano, i loro santi e la loro religione, e distruggere le loro chiese. La guardia nazionale dovette penare non poco per sedare il tumulto. Questi lazzaroni, povere creature del momento e pure ardenti sostenitori del passato, non avevano la più lontana idea di ciò che fosse costituzione. Essi rimanevano fedeli al re; appena questi si mostrava in pubblico, essi lo circondavano e gli chiedevano le armi per combattere i suoi nemici. «Se non abbiamo armi, dicevano, prenderemo le pietre delle strade e ti difenderemo, come i nostri padri hanno difeso tuo nonno».

Mentre la Sicilia, che il 25 marzo aveva solennemente inaugurato il suo Parlamento, si apparecchiava alla completa indipendenza e alla deposizione del re, così che il governo si trovava in grandi imbarazzi tanto da una parte che dall'altra del faro, sopraggiunse anche il movimento che si era propagato in tutta Italia e che costrinse Napoli ad uscir fuori dei propri confini. Si trattava della _Lega d'Italia:_ si doveva tenere il Congresso italiano a Roma, inviare un esercito a cooperare alla guerra dì Lombardia in favore dell'indipendenza italiana. Si preparò tutto con grande abilità. Già il 28 marzo il principe Schwarzenberg, ambasciatore austriaco a Napoli fu costretto a partire; il 7 aprile salì al potere un nuovo Ministero sotto la presidenza di Carlo Troia ed il re pubblicò un pomposo manifesto in cui invitava il suo popolo a cooperare all'unione d'Italia. Immediatamente partirono i reggimenti per la Lombardia sotto il comando del generale Guglielmo Pepe, il celebre capo dei Carbonari del 1820. Numerosi volontari erano già partiti, accompagnati dall'entusiastica principessa Belgioioso.

Erano appena accaduti questi fatti e gli occhi di tutti erano rivolti verso una patria più grande, quando giunse da Palermo la notizia che il Parlamento siciliano aveva all'unanimità deposto Ferdinando II e l'aveva dichiarato decaduto da tutti i suoi diritti sulla Sicilia. Il 13 aprile fu redatto questo atto straordinario e lo sottoscrissero il marchese Torrearsa, come Presidente della Camera dei Deputati, il duca Serra di Falco, come presidente della Camera Alta, Ruggero Settimo, presidente del Consiglio, e Calvi ministro dell'Interno. La Sicilia si era resa indipendente e nel suo trono doveva esser chiamato un principe italiano, appena la costituzione fosse stata completata in tutte le sue parti.

Questi provvedimenti estremi non ottennero un consenso unanime nel popolo. I radicali esultarono; Palermo s'illuminò a festa per tre sere consecutive; furono spezzate tutte le statue dei re, eccetto quella di Carlo III; ma i moderati ne rimasero spaventati; oramai era inevitabile una maggiore divisione di partiti e quindi un principio di reazione. Odî sconfinati e passioni fanatiche, l'orgoglio dell'alta nobiltà, la speranza nell'Inghilterra e nella Francia ed anche nel Piemonte, al cui re si era spontaneamente offerta la corona, avevano contribuito a far prendere quelle decisioni; si volevano ripetere i giorni gloriosi dei Vespri e si contava, oltre che nelle proprie forze, anche nell'intervento straniero.

Il re di Napoli rispose con una protesta, nella quale dichiarava che quel decreto non aveva nessun valore. Il Parlamento frattanto aveva nominato una Commissione con l'incarico di redigere un manifesto a tutte le Nazioni civili, nel quale si spiegassero i motivi della deposizione del re, e nello stesso tempo di rivedere la costituzione del 1812. Ma non con la stessa energia si procedeva alla creazione di una flotta nazionale. Pronio rimaneva sempre chiuso nella cittadella di Messina, respingendo con successo ogni tentativo del popolo di impadronirsene. Da ultimo Giannandrea Romeo, mandato in Sicilia dal re, ottenne la conclusione di un armistizio fino al 15 maggio.

Le cose stavano a questo punto, quando il 15 maggio avvenne un colpo di scena che ferì a morte la rivoluzione di Napoli. Era il giorno destinato all'apertura del Parlamento; i deputati erano già giunti dalla provincia, ed il re aveva nominato le 50 persone che dovevano far parte della Camera Alta. Il giorno prima nel giornale ufficiale era stato pubblicato anche il cerimoniale da seguirsi per l'inaugurazione. I deputati ed i senatori dovevano riunirsi nella chiesa di S. Lorenzo dove, dopo ascoltata la Messa, il re avrebbe pronunciato il discorso d'apertura, a cui avrebbe seguito il giuramento di fedeltà al trono ed alla costituzione. Appena questo programma fu pubblicato, cominciò un'agitazione violenta. I deputati si rifiutavano di prestare un giuramento che veniva a limitare i poteri della futura Camera; i radicali non volevano sentir parlare di una Camera Alta. Questi ultimi, in numero di 99, tra i quali Ricciardi, Camaldoli e La Cecilia, appartenenti alla nobiltà, si riunirono a Monteoliveto, sedendo in permanenza tutta la notte dal 14 al 15 e mandando una deputazione al presidente dei ministri perchè rinunziasse a quel programma. Il re vi si rifiutò. Ed i radicali allora, forse tra loro vi era qualche agente del governo, eccitarono il popolo: si proruppe in minaccie, si disse che giungevano in rinforzo i Calabresi di Romeo, che sarebbero intervenuti i Francesi che già tenevano pronta una flotta nelle acque di Napoli, e si gridò che bisognava deporre il re e proclamare la repubblica. Nelle strade laterali di Toledo, occupate dalla guardia nazionale, si innalzarono numerose barricate, mentre le truppe circondarono in fretta il palazzo reale. Il furore e la confusione crescevano di minuto in minuto. La mattina del 15 i deputati si costituirono nel Parlamento in governo provvisorio e nominarono un Comitato di salute pubblica. E così si rese impossibile una soluzione incruenta. Fu la sfiducia verso la dinastia dei Borboni che spinse le cose a questi estremi; più a questa sfiducia che al partito repubblicano si deve ascrivere la catastrofe del 15 maggio; perchè i repubblicani erano poco numerosi e senza alcun seguito nel popolo. Il re poi la mattina fece ancora delle altre concessioni: la Camera Alta non si sarebbe radunata e la formola del giuramento sarebbe stata mutata, e sembrava da principio che il tumulto si calmasse; alcune barricate furono abbandonate ed i reggimenti svizzeri tornarono nelle loro caserme. Ma i radicali non si fidarono di queste promesse; i tumultuanti nelle piazze che in gran parte erano venuti a Napoli dagli Abbruzzi, dal Principato e dalle Calabrie, attizzavano il fuoco, impedivano la demolizione delle barricate e ne innalzavano delle nuove. Di nuovo i deputati posero al re le seguenti condizioni come garanzia della sua buona intenzione di mantenere la costituzione: abolizione della Camera Alta, consegna di tutti i forti alla guardia nazionale, allontanamento di tutte le truppe dieci miglia dalla città. Il re di rimando si riportò alla costituzione da lui giurata e che la Camera dei Deputati aveva apertamente violata con le sue deliberazioni illegali e che egli invece difendeva. E' fuor di dubbio che a questo momento erano i deputati che avevano violato la costituzione del 10 febbraio, mentre finora il governo aveva agito legalmente. Esso conosceva la debolezza del partito popolare e poteva contare sulla fedeltà delle truppe e perciò non temeva d'ingaggiare la lotta con risolutezza. Il re stesso alla fine si mostrò risoluto di andare fino agli estremi, e mandò un ordine a tutti i comandanti dei forti di bombardare la città al primo inizio delle ostilità.

Alle 11 del mattino si sparò il primo colpo di fucile. Una guardia nazionale uccise un soldato e la lotta cominciò. Le truppe si slanciarono subito contro le barricate e i quattro reggimenti svizzeri si avanzarono con le baionette inastate. Contemporaneamente da Castel Nuovo si cominciò a bombardare a mitraglia la città senza riguardi. Si combattè per lungo tempo con grande accanimento; ma quantunque i radicali avessero trasformato in fortezze molte case e dalle finestre e dai balconi sparassero come da feritoie, pure tutte le barricate caddero davanti all'impeto degli Svizzeri, i quali poi si precipitarono entro i palazzi ed uccisero a colpi di spada chiunque trovarono in armi. Nel pomeriggio la mischia era già finita sotto Toledo, ma si combatteva ancora a S. Brigida in Mercadello. Molti palazzi bruciavano o cadevano in rovina. Dietro gli Svizzeri infuriavano schiere sfrenate di lazzaroni venuti per saccheggiare la città e che si precipitavano in ogni casa rimasta libera per prendere quanto capitava loro nelle mani. La notte del 15 trascorse illuminata dai bagliori degli incendi e l'alba sorse su di un quadro spaventevole; palazzi in rovina, barricate distrutte, morti e feriti confusi insieme, marmaglia vagante con aria sospetta e carica di mobili e di cose di valore; gruppi di prigionieri che venivano spinti a piattonate verso Castel Nuovo. I deputati dispersi o prigionieri, alcuni come Romeo, Pellicano, Scialoia, Saliceti, avevano potuto fuggire; altri tentarono d'imbarcarsi sulle navi francesi ancorate nel porto.

Il trono era stato salvato dagli Svizzeri. Si è rimproverato a questi mercenari del dispotismo la loro crudeltà verso il popolo ed anche di aver partecipato al saccheggio dei palazzi nella giornata del 15 maggio; ed i quattro comandanti a nome dei loro reggimenti pubblicarono una dichiarazione (Napoli, 7 giugno 1848) dove si respingeva questa accusa e si affermava che avevano combattuto non contro il popolo, ma per il popolo e per la costituzione del 10 febbraio che anch'essi avevano giurato di difendere.

Il 16 maggio il re comparve sul balcone del suo palazzo per ringraziare i suoi salvatori ed il 17 fece una passeggiata in carrozza per le strade devastate della sua città. I lazzaroni lo circondarono subito, sventolando bandiere borboniche, con in mezzo la Madonna del Carmine, e gridando: «Santa fede!» Pretendevano anche che il re desse loro il permesso di saccheggiare la città.

Il giorno 16 era stata disciolta la guardia nazionale ed una ragazzaglia cenciosa portò le armi al Comando generale con urli di gioia. Napoli venne posta in stato d'assedio e contemporaneamente apparve un decreto reale che conteneva la formale assicurazione che la costituzione giurata sarebbe stata fedelmente mantenuta e che, mentre scioglieva la Camera, ne convocava un'altra pel primo giugno. Si formò anche un nuovo Ministero nel quale Cariati ebbe la presidenza, Bozzelli l'interno, il principe Ischitella la guerra e la marina, Torella l'agricoltura e il commercio, il generale Carascosa i lavori pubblici, Paolo Ruggiero le finanze e Serracapriola la presidenza del Consiglio di Stato.

Così Ferdinando II uscì vincitore dalla lotta del 15 maggio, più fortunato di suo nonno che potè liberarsi dalla costituzione solo con un aperto spergiuro e con l'aiuto delle armi straniere. I giudizi sulla giornata del 15 maggio sono assai discordi; se si pensa però che l'assolutismo non può mai essere benevolo verso la costituzione, si deve riconoscere che il governo napoletano mostrò carattere e che in principio agì anche con moderazione. I radicali, male organizzati, senza essere sostenuti dal popolo, audaci fino alla pazzia e nella grande maggioranza uomini visionari, come in tutta l'Europa, offrirono essi stessi al governo una splendida occasione. Ed il governo naturalmente l'afferrò con furberia e con prontezza, fece sì che il popolo si sollevasse contro di loro, e si atteggiò a difensore della costituzione. Si paragonino gli avvenimenti del 1848 con quelli del 1820 e si vedrà che la rivoluzione dei Carbonari fu più pronta al principio e più efficace nel seguito. Allora si voleva una cosa sola; nel 1848, a Napoli, come in Germania ed in Francia, si perdette di vista il punto principale per correre dietro a mille questioni. Da ciò quella straordinaria debolezza del partito del popolo e l'esempio di una rivoluzione cominciata così felicemente e così dolorosamente terminata, come mai era avvenuto in precedenza.

La giornata del 15 maggio ebbe conseguenze importantissime per tutta l'Italia; ed il contraccolpo se ne fece sentire subito in Lombardia. Mentre Ferdinando II richiamava il suo corpo di spedizione, la guerra con l'Austria subiva una nuova crisi e le aspirazioni degli Italiani venivano colpite a morte. La flotta napoletana che il 5 maggio era apparsa davanti ad Ancona ed ora, incrociando davanti a Venezia, bloccava Trieste e teneva in iscacco la flotta austriaca, tornò indietro e lasciò Venezia indifesa.

La milizia territoriale, comandata da Pepe, venne anch'essa richiamata. Già nell'andata, ed appena entrata nel territorio pontificio, essa aveva proceduto lentissimamente, secondo ordini segreti ricevuti; infatti molti ufficiali che godevano la fiducia del re, frapponevano una quantità di ostacoli alla marcia, così che si raggiunse Bologna solo dopo moltissimo tempo. A Bologna comparve un ufficiale dello Stato maggiore napoletano, con l'ordine di tornare immediatamente indietro. Pepe vi si rifiutò e con una piccola schiera continuò ad avanzare fin sotto il Po; ma la grande maggioranza delle truppe tornò indietro sotto gli ordini del generale Statella, per andare a domare l'insurrezione in Calabria. Mentre così 14.000 Napoletani, sui quali si faceva calcolo in Lombardia, tornavano indietro, accadde anche che il generale Durando, romano, non potè più mantenere le sue posizioni contro gli Austriaci di Nugent e quindi anche da quest'altro lato i piani dei Piemontesi venivano scompigliati.

I Napoletani marciarono molto più sollecitamente contro le Calabrie che contro la Lombardia. Perchè in Calabria doveva continuare ancora la lotta infelice; la disciolta Camera dei Deputati voleva radunarsi là e stabilire a Cosenza il centro delle operazioni. Quattro deputati, Ricciardi, Eugenio di Riso, Raffaele Valentini e Domenico Mauro, dovevano radunarsi a Cosenza e di là convocare i loro colleghi. Mentre essi si costituivano in Comitato di salute pubblica, accorrevano i radicali da tutti i paesi e si distribuivano armi al popolo. Si radunarono alcune migliaia di Calabresi, da Messina giunse il valoroso Ignazio Ribotti con alcune centinaia di isolani. Ma appena il generale Lanza marciò su Cosenza, i Calabresi si ritrassero ed il comitato di salute pubblica si dileguò. Contemporaneamente Nunziante sbarcava a Pizzo e ottenuti rinforzi a Monteleone, si diresse verso Campo Longo, dove i Calabresi lo respinsero con grande energia. I Napoletani ripiegarono su Pizzo, dove si abbandonarono ad ogni sorta di eccessi. Ma, sfortunatamente, tra i capi del popolo regnava una grande discordia, specialmente tra Ribotti e Mauro. I Calabresi si disciolsero, i Siciliani che tentavano di imbarcarsi furono fatti prigionieri: pure il Comitato riuscì a riparare a Corfù. Gl'insorti si trasformarono in banditi, si gettarono sui monti e resero malsicura tutta la Calabria. Una terribile anarchia fu la conseguenza della guerra calabrese, così che in ogni provincia abbondarono orrori barbarici, furti ed uccisioni.

Nelle altre provincie il movimento non ebbe importanza; la causa del popolo oramai era perduta. Si cullò il popolo con una parvenza di costituzione; ma solo perchè il partito della reazione ebbe paura di osare tutto in una volta. Il 14 giugno fu tolto lo stato d'assedio; venne riorganizzata la guardia nazionale, e le elezioni per la nuova Camera si svolsero tranquillamente e riuscirono una totale sconfitta del governo. Il primo luglio Serracapriola inaugurò la sessione in nome del re con un discorso in cui esprimeva il dolore del sovrano per i sanguinosi avvenimenti del 15 maggio e richiamava l'attenzione e la cura dei deputati sull'amministrazione dei comuni e delle provincie, sulla guardia nazionale e sulla pubblica istruzione.

Il governo, padrone della situazione da questa parte del faro, rivolgeva tutte le sue forze contro la Sicilia. Disinteressatosi interamente degli avvenimenti dell'alta Italia, ora disponeva di tutti i suoi mezzi. Già Nunziante radunava il suo esercito a Reggio, dirimpetto a Messina e la flotta si preparava a trasportare in Sicilia i reggimenti svizzeri. Allora il Parlamento di Sicilia decise l'11 luglio di offrire la corona dell'isola al valoroso Duca di Genova, secondogenito del re di Sardegna, che avrebbe assunto il titolo di Alberto Amedeo re di Sicilia, con una lista civile di 243.030 ducati. Una deputazione si recò in Torino a portare al duca la corona, ma venne accolta con parole incerte. Il principe (che morì sei anni dopo) conosceva troppo bene la precarietà della situazione in Sicilia, e la Sardegna doveva guardarsi allora da un passo troppo ardito.

Si era giunti così alla fine del mese di agosto; le truppe reali, forti di 10.000 uomini si erano imbarcate sotto il comando di Filangieri su tredici vapori e venti cannoniere, e, dopo aver toccato Reggio, apparvero nelle acque di Messina il 2 settembre. Questa città, nella quale funzionava un governo provvisorio, era difesa da 16.000 uomini della guardia nazionale che non erano certo sufficienti a respingere due assalti contemporaneamente, quello del castello e quello di soldati di sbarco. Mentre Pronio la mattina apriva il bombardamento e copriva di proiettili questa città che, come poche in Europa, era da tanti secoli provata da terremoti, pestilenze e guerre, le truppe effettuavano il loro sbarco. I Messinesi sono un popolo assai coraggioso e noncurante di morte, forse i più energici tra i Siciliani, ed anche questa volta si difesero con grande ardore. Ma essi furono costretti a cedere un posto dopo l'altro e, dopo una lotta gloriosa, tutta la città cadde in potere dei nemici.

Il 7 settembre Filangieri si impadronì definitivamente di Messina che ne rimase assai danneggiata, dopo tre giorni di accanita resistenza. Anche qui il pensiero ricorre ai Vespri siciliani. Allora tutte le forze riunite di Carlo d'Anjou, che comandava in persona le sue truppe, non riuscirono a piegare Messina, e, dall'aprile fino al 2 settembre 1282, il grande eroe Alaimo riuscì vincitore in innumerevoli fatti d'arme, nonostante che la fame travagliasse la città in modo orribile ed i difensori fossero ridotti agli estremi.

La caduta di Messina produsse un'impressione enorme in Palermo. Il Parlamento si rivolse di nuovo all'Inghilterra nella speranza di essere riconosciuti indipendenti da quella nazione. Il Gabinetto di Londra sconsigliò il re di Napoli da una guerra con la Sicilia, e all'Inghilterra si unì anche la Francia per mezzo del suo ambasciatore Rayneval. Le trattative furono condotte innanzi dagli ammiragli Baudin e Parker che con le loro flotte incrociavano nelle acque di Sicilia ed ebbero per risultato la stipulazione di un armistizio.