Passeggiate per l'Italia, vol. 4
Part 18
Ma la prima rivolta ebbe luogo in Sicilia, a Messina. Un gruppo di giovani audaci e fanatici aveva deciso di sorprendere e di catturare il comandante e gli ufficiali ad una festa dove si dovevano recare. Il movimento, dopo una breve lotta per le strade, finì con l'arresto o con la fuga di tutti i congiurati. Questo tentativo non era isolato, ma era in rapporto con le altre sollevazioni che nell'estate del 1847 ebbero luogo in Calabria ed in Sicilia, le quali in breve tempo trascinarono tutto il Reame. In Calabria erano stati nominati capi del movimento i fratelli Domenico e Gian Andrea Romeo, di Reggio. Dopo essersi messi d'accordo con i congiurati di Napoli, questi due uomini ardimentosi, alla testa di un gruppo di insorti, s'impadronirono di Reggio e costrinsero la piccola guarnigione a deporre le armi. Questi fatti avvennero verso la fine del mese di agosto. Il moto non era repubblicano; si voleva il re costituzionale e Pio IX, e nella cittadella venne inalberata la bandiera pontificia. Ma il moto rimase locale. Vi prese parte solamente la popolazione di Reggio e dei dintorni; quindi la resistenza non poteva durare a lungo, e tutto doveva finire come qualche tempo prima ad Aquila, Salerno e Cosenza. Difatti apparvero ben presto nel porto di Reggio alcune navi della marina napoletana e dopo una breve resistenza, la città si arrese. I capi degli insorti si rifugiarono nelle montagne per cercare di scuotere le provincie: ma le truppe li inseguirono e dopo che Domenico Romeo, un uomo di grande coraggio e di nobile cuore, cadde con l'arme in mano, suo fratello si consegnò spontaneamente alle autorità. Più fortunato dei suoi predecessori, fu condannato alle galere e qualche tempo dopo potè di nuovo prendere una parte attiva ai casi della sua patria.
Questo moto era stato più importante di quanti altri ne erano avvenuti dal 1820. Pur senza nessuna consistenza, una città era caduta in mano degli insorti, era stato proclamato un governo provvisorio e solamente dopo due mesi di lotta accanita, il governo aveva potuto ottenere vittoria completa.
Al governo questa impresa apparve doppiamente minacciosa, pel fatto che era in relazione con tutto il movimento rivoluzionario italiano e perchè gli insorti avevano inalberato la bandiera di Pio IX. E quindi la repressione fu più crudele che mai, e si arrivò perfino a far subire la tortura agli insorti ed ai liberali arrestati e rinchiusi in prigioni orribili; innumerevoli cittadini, nella capitale e nelle provincie furono strappati alle loro famiglie e la ferocia di Del Carretto e di Campobasso non ebbe più limiti. Ma oramai si era alla fine. L'eccitazione oramai non più frenabile delle popolazioni doveva scoppiare nella capitale. Le convulsioni che finora avevano agitato le provincie, avevano un carattere locale, ma ben diversa era la cosa se la capitale stessa del Reame forzava la mano al governo.
E così accadde. Tanto più numerose si seguivano le riforme che concedeva Pio IX, tanto più ardente se ne accendeva il desiderio a Napoli.
La notizia che il papa aveva concessa una Consulta di Stato cadde su Napoli e su Palermo come una scintilla in mezzo alla polvere. La polizia oramai non arrivava più in tempo negli arresti; ogni giorno per tutte le piazze e per tutte le strade si rinnovavano dimostrazioni di migliaia di persone. Il moto si faceva ogni giorno più intenso; indirizzi, petizioni, manifesti d'ogni genere, deputazioni di Siciliani, di Calabresi, di Napoletani si seguirono ininterrottamente, e per le strade non si udiva più che: «Viva l'Italia! Pio IX! Viva i Siciliani! Costituzione!»
Bisognava battere in ritirata. Già nell'agosto il re aveva abolito la penosa tassa sul macinato e diminuita quella sul sale; da ultimo si decise a cambiare il Ministero. Ne uscirono Niccolò Santangelo e Ferdinando Ferri; vi rimasero Del Carretto e l'austriacante Pietracatella. Ma il popolo continuava a circondare ogni giorno il palazzo reale gridando: «Riforme! Riforme!» Ogni giorno continuavano a giungere deputazioni da tutte le parti del Reame; ogni giorno i rapporti che venivano dalla provincia, parlavano di movimenti sempre più pericolosi. Napoli era in uno stato di agitazione convulsa. Il 14 dicembre il popolo si affollò in piazza della Carità. Schiere innumerevoli di gente di tutte le condizioni, con numerose bandiere dai tre colori nazionali, gridavano: «Viva Pio IX, Leopoldo di Toscana e i Siciliani», e invocavano ad alta voce le riforme. La truppa, rinforzata con le guarnigioni di Salerno e di Nola, era tutta sotto le armi, ed il palazzo era guardato dall'artiglieria con i cannoni carichi. Di nuovo ebbero luogo arresti in massa, e poichè tra gli arrestati vi erano numerosi giovani dell'aristocrazia, quali il principe Caracciolo, il duca di San Donato, il duca di Albaneto ed altri, il popolo poteva convincersi che le idee liberali erano penetrate anche nella più alta nobiltà. Si chiusero l'Università e le scuole superiori e alcune migliaia di studenti appartenenti alla provincia furono costretti ad abbandonare Napoli. E l'agitazione cresceva, da un momento all'altro poteva scoppiare la tempesta. Ma invece di scoppiare in Napoli, scoppiò in Sicilia, e Palermo dette con la sua coraggiosa rivolta il segnale a tutta l'Europa per quella rivoluzione che si diffuse con rapidità elettrica, per poi finire con mettere in evidenza in tutti i paesi la debolezza della razza moderna.
Tra tutte le nazioni che allora si sollevarono in nome del diritto e della libertà, poche erano più degne di simpatia e nessuna più conculcata nei suoi diritti della Sicilia. Nessuna aveva davanti agli occhi una meta così chiara e così reale: l'indipendenza nazionale e la costituzione del 1812. Mentre in tutto il resto d'Europa ed anche in Italia, una quantità di idee di natura politica o sociale prodotte da scuole teoriche o da evoluzioni storiche, confondevano la mente del popolo, sminuzzavano le forze e gli interessi e rendevano impossibile un risultato generale, la Sicilia era rimasta nel suo patriottico isolamento in disparte da ogni indirizzo moderno. Era stato abolito il feudalismo senza che sorgessero tendenze socialistiche; la nobiltà alleata col clero, insigne per cultura, mentre tutto il resto della popolazione rimaneva indietro, e per meriti patriottici nelle scienze, era senza contrasti alla testa nel chiedere il riconoscimento dei diritti nazionali. È noto che la costituzione del 1812 concessa da lord Bentich fu abrogata da Ferdinando I. L'ultimo Parlamento siciliano fu disciolto il 15 maggio 1815. Quando il re nel 1816 si preparava a modificare sostanzialmente quella costituzione di cui l'Inghilterra si era resa garante, lord Castelreagh lo minacciò di un intervento inglese. Ma la minaccia rimase allo stato di nota diplomatica ed il re potè indisturbato conculcare i diritti della Sicilia e riunire l'11 dicembre 1816 l'isola a Napoli. L'esercito nazionale fu disciolto, l'amministrazione tornò napoletana e le imposte furono aumentate arbitrariamente. I Siciliani con la rivoluzione del 20 fecero di nuovo trionfare la loro indipendenza e la loro costituzione; ma dopo che Palermo fu costretta ad aprire le porte al generale Florestano Pepe, ed il generale Colletta ebbe domata l'insurrezione, il governo di Napoli si mise di nuovo nella via che s'era prefissa, quella cioè di rendere la Sicilia una semplice provincia del Reame. L'isola, angariata in modo incredibile dalle imposte, cadde in una profonda miseria; le città perdettero ogni animazione, ed il governo sperò che in questo stato di cose ed incoraggiando premeditatamente l'ignoranza, le forze patriottiche si sarebbero sempre più indebolite.
Nel 1837, dopo l'insurrezione provocata dal colera, Ferdinando II aveva con un decreto del 31 ottobre compiuto un ulteriore atto di violenza contro i Siciliani; venne stabilita la reciprocità degli impieghi fra Napoli e la Sicilia, così che, senza differenza di paese, qua potevano venir assunti i Napoletani, là i Siciliani. Inoltre anche il disagio finanziario contribuì ad inasprire l'animo dei Siciliani, poichè quantunque per legge del Parlamento del 1813 il governo non potesse ricavare dalla Sicilia una somma superiore a 1.847.685 oncie, pure questa cifra era stata di molto superata, specialmente per la tassa sul macinato e l'imposta fondiaria. S'aggiunsero poi altre tasse, tanto che la piccola proprietà era oberata del 32 per cento.
E la miseria divenne sempre più spaventosa. Due flagelli avevano devastata l'isola: il colera e Del Carretto, l'_alter ego_ del re. Questo uomo, che lo stesso Tiberio non avrebbe sdegnato di nominare ministro di polizia, si comportava in una maniera inaudita. I Siciliani soffocavano sotto la triplice compressione delle tasse, degli sbirri e dei soldati. Perfino il governatorato, quest'ultima larva di riconoscimento nazionale, pel quale la Sicilia si distingueva dalle altre provincie di terra ferma, venne dato in mano a dei militari. Il conte di Siracusa, fratello del re, noto pel suo umore bizzarro che ricordava quello del granduca Costantino di Russia, fu l'ultimo governatore di sangue reale. Dopo il suo richiamo, avvenuto nel 1835, non furono nominati che generali. Nel 1839 il re nominò luogotenente dell'isola perfino uno Svizzero, il generale Tschudy; gli successe il generale Vial e nel 1840 il De Maio.
Le relazioni della Sicilia con Napoli e con la dinastia dei Borboni alla fine del 1847, somigliavano a quelle prima dei Vespri Siciliani. A tanta distanza di tempo si trattava ugualmente della stessa oppressione e dello stesso sforzo di Napoli per togliere alla Sicilia ogni carattere nazionale, e tutte e due le volte una costituzione, prima esistente, e poi tolta con la violenza, causava e giustificava la rivoluzione. Vi sono anche altre somiglianze: tutte e due le volte venne proclamata la decadenza della dinastia regnante e nominato un re straniero. Ma i risultati invece furono ben differenti. La rivoluzione del 1848 intrapresa con entusiasmo, fu da principio mirabile per unanime concordia di animi, ebbe favorevoli le circostanze di tempo, e pure in poco tempo finì miseramente con grande meraviglia di tutti. Quasi ventimila uomini in armi potevano combattere per lei e si può dire che due reggimenti svizzeri ne ebbero ragione senza fatica.
Esaminiamo un poco l'andamento delle cose.
Già nell'autunno del 1847 mentre il popolo di Napoli si agitava violentemente, anche quello di Palermo era in grande fermento. Governatore del re era Maio (un nome che ai tempi di Guglielmo il Normanno aveva avuto un periodo di rinomanza molto sgradita) e comandante delle truppe reali era Vial. La popolazione, con alla testa uomini della più antica nobiltà, il marchese Ruggiero Settimo, il marchese Spedalotto, il principe Serra di Falco, Scordia, Pallagonia, Grammonte, Pantellaria, aveva mandato a Napoli numerose deputazioni chiedenti il riconoscimento degli antichi diritti. In Palermo avevano luogo le stesse dimostrazioni che a Napoli, gli stessi arresti in massa e lo stesso atteggiamento minaccioso delle truppe. Non venendo nessuna concessione da parte del governo, i Siciliani annunziarono la lotta con cavalleresca franchezza ad alta voce; la rivoluzione, infatti, venne proclamata con manifesti, discorsi e deputazioni. Essa non doveva avere nessuno dei caratteri di una cospirazione, nè assumere l'aspetto di una rivolta o di una sedizione; no, era la popolazione che si sollevava tutta intiera. Si stabilì anche una data, il 12 gennaio 1848, giorno natalizio di Ferdinando: se per quel giorno i desiderî del popolo non venissero soddisfatti, si sarebbe dato principio alla lotta. E la mattina di quel giorno il popolo infatti si ribellò. Le campane suonarono a stormo, tutta la popolazione, nobili, frati, preti, borghesi, operai e pescatori, senza distinzione di casta, gli uni bene armati, gli altri impugnando armi d'occasione, spiedi, ramponi e coltelli da caccia, si riversò sulle piazze. Si gridava: _Evviva Pio IX! Evviva la Lega Italiana! Evviva Santa Rosalia_. Le truppe si ritirano; l'artiglieria circonda il palazzo reale, il quale domina il Cassaro che è la strada principale della città. Alle due dopo mezzogiorno Palermo era piena di barricate, senza che si venisse alle mani. Si stava pronti da una parte e dall'altra; tutta la notte passò in silenzio, interrotto solo da qualche voce di comando, da qualche lumicino nelle strade e dai fuochi accesi sulle piazze. La mattina dopo i cannoni che circondavano il palazzo reale cominciarono a fare fuoco e nel dopo pranzo dal forte di Castellammare si prese a tirar granate. Questo forte era comandato da uno Svizzero risoluto, il colonnello Gros, che aveva ordine di lanciare ogni cinque minuti una bomba sulla città; egli tirò solamente ogni quarto d'ora. Per le strade si combattè con ardore; le campane, che suonavano a stormo, confondevano il loro frastuono con le grida dei combattenti e con il crepitío delle armi. I consoli di tutte le potenze estere ed il comandante della nave inglese ancorata nel porto, formularono una protesta in cui si chiedeva di moderare almeno il bombardamento della città e che si interrompessero le ostilità per ventiquattr'ore, onde dar tempo agli stranieri di rifugiarsi sulle navi. Trascorso questo termine, che fu concesso, la lotta cominciò di nuovo. Il coraggio dei Palermitani fu degno dei loro antenati; si videro gruppi capitanati perfino da frati benedettini e preti, che, in mezzo al grandinar delle palle, tenevano in alto una croce o una bandiera. Meraviglioso l'ordine; non fu commesso nessun eccesso e nessun furto senza che non venisse immediatamente punito dalla stessa giustizia popolare. Nessun atto di crudeltà fu commesso da parte del popolo nei primi giorni della rivolta; gli insorti stessi trasportavano al lazzaretto i soldati feriti. Ma più tardi s'accese la sete di vendetta, e gli odî personali e politici vollero le loro vittime; avvennero scene di terribile furore popolare; anche i soldati, e forse per i primi, divennero feroci, inaspriti dalla situazione insostenibile e dallo sforzo disperato che dovettero sostenere. Essi assaltarono i conventi, uccisero tutti i frati benedettini, e gettarono dalle finestre sul selciato delle strade, morti e viventi.
Mentre il popolo combatteva sulle strade, i capi emanarono un proclama in cui si enumeravano le cause della rivoluzione. Da trent'anni, si diceva in esso, il Parlamento siciliano non viene più convocato; l'assolutismo, che ha violato le leggi e conculcato tutti i diritti, ha prodotto la miseria nelle campagne e nelle industrie. Invano il popolo ha nel 1816 protestato presso l'Inghilterra, che pure nel 1812 aveva garantito l'applicazione dello Statuto di Federico II d'Aragona nella sua nuova forma; invano le sollevazioni del 1831, 1837, 1847! Ma con le riforme di Pio IX è venuta l'ora della liberazione, ed ora i Siciliani si sono armati per riconquistare i loro diritti, per ricondurre di nuovo la loro patria nel numero delle nazioni viventi. Siciliani, non hanno forse i nostri antenati cacciato via il tirannico Carlo d'Anjou? Non hanno sostenuto Ferdinando d'Aragona contro tutta l'Europa? Che cosa possono le armi di Ferdinando II, se tutto un popolo persiste nel suo volere? Il dado è tratto, completiamo noi la santa impresa. Viva Pio IX! Viva la Sicilia! Viva i nostri fratelli d'Italia!
Frattanto la nave _Vesuvio_ aveva portato a Napoli la notizia dello scoppio della rivoluzione. Il governo spaventato fece imbarcare su dieci navi, sei mila uomini agli ordini del generale Desauget. E quando queste truppe giunsero a Palermo il 15 gennaio (ci vogliono sedici ore di navigazione da Napoli a Palermo) tutta la città, meno i forti ed il palazzo reale, era in mano degli insorti. La rivolta era organizzata splendidamente; si era formato un governo provvisorio composto di trenta persone scelte tra le più nobili. Oramai tutti partecipavano alla rivoluzione; che essa fosse una sollevazione vera e propria e non, come si disse poi, un semplice colpo di mano del clero desideroso di potere e della nobiltà gelosa dei suoi diritti, lo dimostra il fatto che vi parteciparono tutte le altre città dell'isola. A Siracusa, Girgenti, Catania, Trapani, Noto, Milazzo e Caltanissetta le truppe napoletane furono sbaragliate; fu nominata una Giunta provvisoria e proclamato di procedere d'accordo con Palermo. Il governo provvisorio di Palermo si suddivise in quattro Giunte, la prima per la difesa, presieduta dal principe di Pantellaria, la seconda per il vettovagliamento, presieduta dal marchese Spedalotto, la terza per le finanze, presieduta dal marchese di Rudinì, e la quarta per gli affari di Stato, presieduta da Ruggiero Settimo, un nobile e degno vecchio, che era stato ministro e che godeva una grandissima popolarità per le sue idee liberali.
Le truppe di Desauget si unirono agli assediati e formarono un corpo di novemila uomini, coi quali fu possibile ricominciare la lotta. Il duca Maio e Spedalotto, pretore della città, vale a dire presidente del Senato di Palermo, si scambiarono delle note: il popolo chiedeva la costituzione del 1812 e l'immediata convocazione del Parlamento. Il conte d'Aquila, fratello del re, che era giunto il 15 insieme con le truppe, ventiquattr'ore dopo ripartì per Napoli con due fregate, per esporre al re lo stato delle cose ed esortarlo a cedere. Il 25 era già di ritorno portando seco il decreto di riforme che il re, spaventato dalla piega degli avvenimenti, si era lasciato strappare. Con questo decreto veniva concessa ai Siciliani un'amministrazione separata oltre che per tutti gli affari anche per la giustizia, veniva abrogato il decreto del 31 ottobre 1837; il conte d'Aquila veniva nominato governatore, e si creava un nuovo Ministero presieduto da Lucchesi, Palli.
Ma il governo provvisorio rifiutò queste concessioni; esso voleva l'allontanamento delle truppe, la consegna di tutti i forti e la convocazione del Parlamento in base alla costituzione del 1812. L'entusiasmo non permetteva più di riflettere, si voleva ottenere tutto e la lotta ricominciò con nuovo ardore da tutte e due le parti. I soldati soffrivano enormemente; mancavano di pane e amareggiati da una lotta ininterrotta, cominciarono a ripiegare. Allorchè il 25 gennaio anche il palazzo reale cadde in mano del popolo, Desauget vide l'impossibilità non solo di domare Palermo, ma di resistere ancora, e domandò un armistizio per imbarcare gli avanzi delle sue truppe e rimandarli a Napoli. Ma il popolo mise come condizione assoluta per l'armistizio, la consegna del forte di Castellammare ed allora le truppe regie nella notte del 29 gennaio si portarono a Solanto passando per Bagaria, dove, stremate di forze, riuscirono ad imbarcarsi. Quando furono giunti a Napoli, laceri scalzi e istupiditi come dopo una lunga campagna, apparve chiaro che i Siciliani erano riusciti vittoriosi e che il governo era incapace di resistere anche adoperando senza riguardo le armi.
Ed infatti la rivoluzione faceva, in Sicilia, passi da gigante. La resistenza delle truppe restate nell'isola era oramai ridotta a nulla; eran rimaste nelle loro mani, solo la cittadella di Palermo e quella di Messina, difesa dal generale Pronio: tutto il resto dell'isola era perfettamente libero ed in condizione di organizzarsi in senso nazionale.
In Napoli questi avvenimenti venivano ingrossati, ed il popolo si abbandonava ad una gioia irrefrenabile; le strade rintronavano continuamente del grido: «Sicilia! Costituzione!» Già in Castel Sant'Elmo sventolava la bandiera rossa ed in tutte le caserme risuonavano segnali d'allarme. Chi poteva più frenare una città come Napoli? Il re, assediato dai suoi consiglieri e dal corpo diplomatico, tentannava, ma alla fine si decise a cedere. Già la sera del 26 gennaio Del Carretto fu allontanato, ed allorchè in compagnia del duca Filangieri scendeva le scale del palazzo reale, venne arrestato e poi silenziosamente e di notte, come si usava un tempo a Venezia, condotto su di una nave già pronta che partì immediatamente per Livorno. Non gli fu concessa nessuna dilazione e non potè salutare nè amici, nè parenti; solamente il re gli mandò 3000 ducati.
Tutti i ministri presentarono le loro dimissioni. A presiedere il nuovo gabinetto fu chiamato il duca Serracapriola che era stato ambasciatore in Francia; gli altri ministri furono scelti tra le persone bene accette al popolo, come Borelli, che aveva partecipato alla rivoluzione del '20 e che aveva sofferto il carcere e l'esilio; Bonanni, Dentice, e Carlo Cianciulli che andò agli Interni. Si disse che costoro avevano accettato il portafogli solo alla condizione che il re concedesse la costituzione; altri dicevano che il re stesso avesse preso l'iniziativa di concedere la costituzione. Ed il decreto venne il 29 gennaio 1848. Si creava una Camera Alta, i di cui componenti venivano scelti dal re, ed una Camera di Deputati eletti dal popolo; si annunziava inoltre la responsabilità dei ministri, la fondazione di una Banca nazionale; e si riconcedeva la libertà di stampa. Così il re assoluto di Napoli era stato condotto dalla forza degli avvenimenti a concedere la costituzione prima ancora che in Toscana ed in Piemonte. In un baleno le cose cambiarono d'aspetto: la polizia scomparve come gli uccelli notturni che la luce del sole spaventa; gli esiliati tornarono in patria; le carceri restituirono le loro vittime; la libertà di stampa fece piovere giornali, fogli volanti, e specialmente satire atroci contro i passati ministri. Il popolo però nei suoi strati più bassi contemplava queste novità con sfiducia; i lazzaroni, questi amici del re assoluto, che si erano abituati alle esortazioni dei frati fanatici ed alle distribuzioni di denaro che faceva loro Del Carretto, cominciarono ad agitarsi ed a riunirsi al Mercato e nel porto per difendere il re; ma la guardia nazionale li costrinse a mantenersi tranquilli. La concessione della costituzione creò per prima cosa la divisione degli animi in vari partiti, e mentre da una parte si schieravano radicali ed avvocati, scrittori e principi e si univano in un lavoro appassionato, si vide dall'altra parte il popolo in grande maggioranza, per quanto commosso dalla novità della cosa, incapace di afferrare un principio politico e di partecipare efficacemente al nuovo stato di cose. I Napolitani sono dei grandi fanciulli, anche la storia universale diventa per loro una cosa decorativa come la natura, e si risolve in una rappresentazione teatrale, mentre la polizia pensa a sgombrare il palcoscenico.
Si fecero dei saturnali d'una incredibile vivacità; partirono emissari per tutte le provincie con la formola di giuramento della costituzione. Una nave salpò in gran fretta per Palermo onde calmare i Siciliani che ancora combattevano e per ordinare al comandante di Castellammare di consegnare il forte nelle mani del popolo. E ciò accadde il 5 febbraio. Tre giorni prima il governo provvisorio aveva assunto una forma più stabile sotto la presidenza di Ruggiero Settimo e mentre tutta l'isola si rafforzava sempre più nel nuovo stato, cresceva anche la fiducia nelle proprie forze e la convinzione della debolezza di Napoli. E pure Messina era ancora nelle mani delle truppe regie; perchè la poderosa fortezza resisteva a tutte le tempeste di popolo e dalle mura di essa Pronio rovesciava sugli insorti una pioggia di bombe. Quello che sorprende è che i Siciliani non sieno stati in grado d'impadronirsi di quella fortezza nel primo impeto della loro rivolta. Costretti ad abbandonare questo posto così importante, essi lasciarono in vita il primo germe di rovina della loro impresa; Messina fu il tallone d'Achille della loro libertà.
Frattanto il governo di Napoli si trovava nella peggiore delle situazioni. Incapace di riprendere la Sicilia con la forza ed ancor meno disposto a riconoscere le pretese del popolo, fu costretto ad accettare la proposta mediazione dell'Inghilterra.