Passeggiate per l'Italia, vol. 4
Part 17
Landolina e Politi provarono ad estrarre da queste piante il papiro, e la loro prova riuscì perfettamente; essi ne fecero delle striscie che non differenziavano da quelle egiziane che per maggior freschezza di tinta.
Lasciai la barca nel Ciane per salire sulla vicina collina di Poliene. Le colonne scannellate dell'Olimpio hanno piedistallo, ma mancano di capitelli. Il tempio è molto antico, fu costruito prima della battaglia d'Imera; era piccolo.
Gelone rivestì la statua di Giove di un mantello d'oro, ma Dionigi lo tolse dalle spalle del Dio, dicendo, da libero pensatore, che un mantello d'oro era troppo pesante per l'estate e troppo leggero per l'inverno. Verre s'impadronì poi di questa statua di Giove e la portò a Roma. Nell'Olimpio si conservavano i registri coi nomi di tutti i cittadini di Siracusa, che caddero nelle mani degli Ateniesi, quando questi occuparono l'Olimpio. La veduta di Siracusa da questa altura è molto bella; al disotto si estende tutta la pianura verde, irrigata dalle acque del Ciane. Dopo avere attraversato la pianura arida e sassosa, che si estende da Achradine ad Epipola, l'occhio si riposa sulle verdi sponde dell'Anapo, sui meandri del Ciane, e i nomi di Teocrito e di Pindaro ritornano alla mente. Dove sono andati i bei tempi dell'antica Grecia?
La pioggia mi cacciò da quell'altura e mi costrinse, appena fui sulle rive dell'Anapo, a ricoverarmi sotto un ponte, ove dovetti rimanere a lungo, come un'anima sullo Stige. Ma poichè, come dice Cicerone, non v'è giorno in cui il sole non splenda a Siracusa, dopo una mezz'ora il cielo si rischiarò ed io vidi Iride, nunzia di pace, stendere il suo arco sul mare, mentre un raggio di sole rischiarava Ortigia.
Così, nelle stesse condizioni di luce, per l'ultima volta, potei contemplare il Vesuvio, allorchè nel ritornare a Napoli fui colto dalla pioggia. Auguro a tutti coloro che visiteranno Napoli e Siracusa di poter godere lo stesso spettacolo, veramente superbo.
Gettai un ultimo addio a Siracusa, perchè dovevo partire l'indomani, e volli ancora una volta salire sino al teatro per contemplare la città.
Ed ora, addio, Aretusa! Addio, rive del Timbro, volgenti le vostre acque poetiche senza posa!
NAPOLI E SICILIA
(Dal 1830 al 1852)
Napoli e Sicilia.
(Dal 1830 al 1852).
Ferdinando II aveva vent'anni, quando l'8 novembre 1830 successe al padre Francesco I sul trono delle Due Sicilie, in mezzo alle agitazioni che le giornate di luglio avevano suscitato in tutta Europa. Nove anni prima, la rivoluzione dei Carbonari del 1820 era stata distrutta per l'intervento austriaco e per lo spergiuro di suo nonno, e solo nel 1827 gli Austriaci avevano lasciato il regno di Napoli, dopo che erano costati al paese 74 milioni di ducati. I partiti si guardavano con diffidenza; i Carbonari preparavano una nuova sollevazione che, con l'aiuto dei cospiratori dell'Italia centrale, doveva assumere un generale carattere nazionale. Mentre l'Italia di mezzo si sollevava, nel regno di Napoli si ebbero solo dei moti fugaci, fino a che la rapida soffocazione dei tentativi rivoluzionari di Modena e delle Legazioni non scoraggiò del tutto i ribelli.
Frattanto Ferdinando II cercava di ingraziarsi il popolo con delle concessioni; ma quantunque alleggerisse alquanto il giogo, allontanasse impiegati odiati, amnistiasse alcuni esiliati e condannati del 1821 e del 1828, pure il governo continuava a trovare una speciale contrarietà in tutti. Quindi ben presto fu nominato ministro dell'interno il marchese Pietracatella, una creatura dell'odiato Canosa; e l'intendente di Cosenza, De Matteis, condannato precedentemente per vergognosi atti di violenza, non solo fu graziato, ma ricevette, con meraviglia di tutti, una pensione dal giovine re.
Era ministro della polizia Intonti, un uomo odiato dal popolo e ritenuto per ambizioso e crudele. Mentre egli osservava con timore il fermento del paese, faceva al giovane re la proposta di modificare in senso liberale il sistema di governo, di creare un Gabinetto nazionale ed un Consiglio di Stato con poteri più estesi di quelli di un Senato e di istituire una guardia nazionale. Intonti supponeva nel re, data la sua giovanile età, inclinazioni liberali che egli sperava di volgere a suo personale profitto; ed infatti Ferdinando II non si mostrò alieno dal seguire i consigli del suo ministro di polizia. Ma appena monsignor Olivieri, che era il precettore ed il consigliere del re, ebbe sentore di ciò, fece causa comune con i ministri e fece credere al re che Intonti non fosse che un intrigante, e che spinto dall'ambizione, si fosse messo d'accordo col governo francese per fare scoppiare una nuova rivoluzione nel reame. Ferdinando dette senz'altro 24 ore di tempo al suo ministro di polizia per lasciare il paese, e con ciò abortì ogni tentativo di riforma.
La caduta d'Intonti fu accolta con giubilo in Napoli, ma ben presto la gioia si mutò in spavento quando si seppe che il suo posto era preso da Del Carretto, il capo della gendarmeria, del quale si diceva che fosse nato per la forca, e che già nel 1828 s'era segnalato per la sua crudeltà, radendo al suolo Bosco, dove i Carbonari avevano tentato una sommossa e mandando a morte o alle galere gran numero di disgraziati. Del Carretto, da questo momento tino al 1848, fu il demonio di Napoli ed il fondatore di un abominevole sistema poliziesco.
Nel 1832 il re Ferdinando sposò Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I. Questa principessa si fece subito amare per le sue virtù e per la sua pietà, ma le sue idee troppo bigotte ebbero un'influenza dannosa nella Corte. Morì il 31 gennaio 1836, pochi giorni dopo d'aver dato alla luce l'erede al trono, Francesco Maria Leopoldo, duca di Calabria. Un anno dopo, nel 1837, il re sposò in seconde nozze la principessa Maria Teresa, figlia dell'arciduca d'Austria Carlo, rinforzando così in Napoli la politica di Metternich. Fu questo un anno funesto per l'inaudita violenza con cui il colera fece strage in tutto il reame. In pochissimo tempo nella sola Napoli morirono 13.798 persone; nella calda Sicilia la strage fu ancora più terribile: a Palermo morirono 24.000 persone, a Catania 5360 ed in tutta l'isola 69.250. Da quando la _morte nera_ aveva visitato l'Europa, non si erano più vedute simili scene di terrore: si ripetette ciò che Boccaccio e Manzoni avevano raccontato nelle loro descrizioni della peste e ciò che Spadaro aveva illustrato col suo pennello. L'orrore crebbe per il furore del popolo, il quale, credendo che fossero state avvelenate le fontane e le vettovaglie, uccideva, bruciava o seppelliva vivi, impiegati, medici e privati. A Siracusa ci fu una vera sommossa contro il governo locale e l'intendente, e molte altre persone furono uccise. In seguito a questi eccessi il re nominò Commissioni militari con l'incarico di punire i colpevoli e mandò in Calabria l'intendente di Catanzaro, Giuseppe de Liguori, ed in Sicilia Del Carretto, come _alter ego_. Siracusa, per punizione, tu privata della sede dell'intendenza, così che la patria di Yerone e di Archimede precipitò sempre più in basso.
Sommosse, terremoti e pestilenze riempiono la storia recentissima delle Due Sicilie. Da quando la setta dei Carbonari aveva ceduto il posto alla «Giovane Italia» di Mazzini, i rivoluzionari d'Italia avevano raddoppiato i loro sforzi in tutte le provincie. I moti furono più frequenti nel Sud che altrove, perchè quantunque il Reame disponesse di un esercito numeroso, aumentato negli ultimi tempi anche con qualche reggimento di Svizzeri, pure esso era lontano dall'influenza diretta dell'Austria, ed inoltre i radicali erano sicuri di poter contare sul temperamento infiammabile dei Calabresi e sull'odio dei Siciliani per tutti i loro diritti manomessi. E una sommossa generale era attesa nel 1840. La questione orientale cominciava già allora a conturbare l'Europa, e gravi avvenimenti potevano derivare da una generale sollevazione degli animi. Napoli era minacciata di guerra dall'Inghilterra per la così detta questione dello zolfo, ed il governo, come nel 1830, cominciò a prendere atteggiamenti liberali. La voce che il re volesse concedere la costituzione e la libertà di stampa non era che l'espressione del desiderio di tutti. Frattanto avvenivano qua e là isolate levate di scudi. Nel 1841, in Aquila si proclamò la costituzione ed il popolo uccise l'intendente Tanfano, un tempo creatura del cardinal Ruffo ed aborrito per le sue idee e le sue crudeltà; ma le truppe ebbero rapidamente ragione del movimento. Il generale Casella, inviato ad Aquila come commissario del governo, condannò 56 persone alle galere ed altre alla pena capitale.
Poco dopo si sollevò Cosenza e poi Salerno. Questi moti isolati tenevano desto l'odio, ma mostravano anche l'impotenza di simili esplosioni, dalle quali soltanto menti esaltate potevano aspettarsi la caduta di uno Stato. Di tutte queste imprese avventurose, di carattere così meridionale, nessuna ha l'impronta caratteristica del tempo e nessuna sollevò tanta dolorosa simpatia in tutta l'Europa come quella dei due fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, i giovani e generosi figli dell'ammiraglio austriaco, i quali partirono per le Calabrie da Corfù dove erano in esilio, non rattenuti da Mazzini stesso che li sconsigliava, non dalle lagrime della madre loro, nè dalla evidente follia della loro impresa. L'Inghilterra aveva informato il governo di Napoli di tutti i piani degli esiliati, e quindi le Calabrie furono sorvegliate così rigorosamente, che gl'insorti non si poterono neppure riunire, e quei giovani arditi andarono incontro ad una morte inevitabile. Un traditore attirò i due fratelli e quindici loro compagni verso S. Giovanni in Fiore, dove furono fatti prigionieri, ed il 25 giugno 1844 fucilati a Cosenza. Il mondo rimase stupito della debolezza e della crudeltà del governo napoletano, mentre l'esempio dei Bandiera non fece altro che infiammare ancora di più la gioventù italiana. E specialmente in Romagna le cose presero un carattere minaccioso; gli emissari della «Giovane Italia» sollevarono il popolo, le provincie furono inondate di scritti volanti, si formarono comitati e venne raccolto molto denaro. In Bologna sedeva ancora la Commissione militare; si era verso la fine del regno di Gregorio XVI.
Il cardinale legato, Massimo, aveva convocato la Commissione a Ravenna e fatti imprigionare molti cittadini sotto l'accusa d'alto tradimento. Questi ed altri atti di violenza avevano esasperato gli animi, e sembrava che, dopo falliti i tentativi di Napoli, il centro rivoluzionario si fosse portato negli Stati della Chiesa, che a fatica riuscivano a tenere soggette le popolazioni. Ma intanto si faceva strada un nuovo orientamento; per rendere nazionale il movimento e trascinare il popolo era necessaria la cooperazione anche di forze legali e morali. Si prese la via delle riforme e si cercò di dare tale una forza all'opinione pubblica, da obbligare i governi a tenerne conto.
Un tale mutamento di tendenze si rivela già dal notevole manifesto di Rimini (_Manifesto delle popolazioni dello Stato Romano ai principi ed ai popoli d'Europa_), nel quale i liberali nel 1845 formularono con parole temperate il loro programma. Si chiedeva qui, come in tutti i paesi, la costituzione con grande fermezza. In Italia, allora, l'opinione pubblica non poteva esprimere i suoi desiderî come in Germania avveniva per opera degli Stati provinciali, e quindi solo la stampa, e specialmente dall'estero, esprimeva la volontà del popolo. La stampa aveva allora in Italia una forza trascinante ed universale.
Meritano d'essere ricordati, come esempio di grande efficacia letteraria, _Il primato morale e civile degli Italiani_ di Gioberti, _Le speranze d'Italia_ di Cesare Balbo e gli scritti di Massimo d'Azeglio, di Giacomo Durando e di altri. Mentre il partito delle riforme dal Piemonte allargava i suoi piani politici e faceva una rapida e vittoriosa propaganda per l'unità e per la confederazione, venivano anche prognosticati i due perni intorno a cui si doveva aggirare la rivoluzione generale oramai imminente; il papa (secondo Gioberti) ed il re di Sardegna (secondo Balbo), l'uno come centro morale, l'altro politico; e quindi sembrava che il regno delle Due Sicilie dovesse rimanere in disparte. Perchè nè da questa parte del Faro, nè tanto meno dall'altra, il nazionalismo italiano ha per base il popolo. L'isolamento geografico, il movimento commerciale tendente verso l'Oriente, costumi e linguaggio, la storia quasi non italiana dividevano i Siciliani ed i Napoletani dal resto d'Italia, come anche questi due popoli sono divisi tra loro. E il movimento rivoluzionario assunse nel Sud un carattere particolare e regionale, mentre nella rimanente Italia diventava nazionale e generale.
E come ora in Italia gli scritti di Gioberti e di Cesare Balbo rappresentavano un momento decisivo, così nel regno delle Due Sicilie due scrittori, Colletta ed Amari, avevano dato corpo al movimento riformista. Il primo, il noto generale di Murat, che aveva conchiusa la convenzione di Casa Lanza, era stato esiliato a Firenze, dove morì nel 1831. Ed in esilio aveva scritto la sua _Storia di Napoli_, libro notevolissimo per forma e per contenuto, che partendo da Carlo III, per giungere fino alla rivoluzione dei Carbonari, pone in evidenza con l'artistica concisione di un Tacito, il cattivo governo dello Stato, la precarietà dell'assolutismo e la necessità di un governo costituzionale e popolare. Questo libro fu una delle vittorie più segnalate del partito delle riforme; esso aprì gli occhi al popolo con argomenti storicamente fondati.
La storia del Colletta esercitò la sua influenza anche nella Sicilia. Senza dubbio il bell'ingegno di Michele Amari si ispirò ad essa nello scrivere la _Storia dei Vespri Siciliani_, che apparve nel 1842; un libro di forma tacitiana, ma più ricercata che quella di Colletta. Michele Amari rappresenta con drammatica vivacità la mirabile rivoluzione siciliana, fa conoscere ai Siciliani i loro diritti costituzionali e pel contrasto, il miserevole stato del suo tempo.
Amari, che più recentemente si è fatto molto apprezzare per uno splendido libro sulla storia dei Musulmani in Sicilia, con il_ Vespro Siciliano_ aveva senz'altro sposato la causa liberale. Egli era spinto da vedute nazionali e siciliane nel dare alla figura ben nota di Giovanni da Procida un rilievo più leggendario che storico, onde apparisse come opera di popolo la liberazione della Sicilia dal giogo di Napoli.
Si può dire che le opere di Colletta e di Amari preannunziassero la rivoluzione che nel 1848 scoppiò tanto a Napoli che a Palermo. Tutte e due le opere furono proteste storiche contro l'assolutismo del governo e contro la dispotica violazione dei diritti del popolo; ma tutte e due, senza volerlo, militando in campi avversari, l'una, la napoletana, rappresenta il programma del costituzionalismo, l'altra, la siciliana, sostiene il separatismo e quindi la repubblica. In tutte e due lo scopo patente si è rifugiato entro l'asilo di un'opera strettamente scientifica.
Mentre questi libri abitavano le menti colte della popolazione, la stampa segreta non rimaneva inoperosa a Napoli, e venivano divulgati a migliaia di copie fogli volanti, proteste, appelli, violenti ed eccentrici nel contenuto, e senza riguardi nel giudicare il re ed i ministri. La stampa pubblica poi subiva una censura delle più feroci. Le parole, _popolo, cittadino, nazione_, venivano regolarmente soppresse; le paure del governo erano assolutamente ridicole. Al contrario i gesuiti avevano la libertà più completa di stampare ciò che volevano; prima che venisse fondata in Napoli la _Civiltà Cattolica_, essi pubblicavano la rivista _Scienza e Fede_, sotto la direzione del padre Curci, un battagliero avversario di Gioberti, con la protezione di monsignor Cocle che era il potentissimo consigliere del re. I preti esercitavano la censura anche su tutti i libri e tutte le riviste che venivano dall'estero e sulle rappresentazioni teatrali e sui balli.
A corte regnava una grande bigotteria ed il re ne dava il primo esempio.
È noto che Ferdinando, fin dall'infanzia sempre affidato alle cure dei preti, mostrava un grande ossequio verso la religione ed i santi. Ascoltava la messa ogni mattina, digiunava rigorosamente il venerdì ed il sabato, recitava l'_Angelus_ tre volte al giorno, non mancava mai alle solenni funzioni della Chiesa. Celestino Cocle, dell'ordine di S. Alfonso, era il suo confessore, ed il suo potere non era meno temuto e meno odiato di quello di Del Carretto. Il re era circondato anche da altri preti; don Claudio, che era un focoso e bigotto predicatore e che in Napoli faceva molto chiasso, specialmente tra le donne, era uno dei suoi beniamini. Dopo gli avvenimenti del febbraio 1848, Ferdinando II ebbe fama di feroce tiranno e fu chiamato un secondo Attila, ma le passioni gli dettero delle qualità che non aveva. Dotato di nessuna intelligenza, nè in bene nè in male, questo principe molto mediocre subì lo stesso destino di molti altri in tempi più antichi e più recenti: le circostanze e gli uomini che lo circondavano lo avevano formato; la paura lo spingeva a qualunque estremo. Era troppo debole per vincere questa paura, e troppo ignorante per avere dello Stato un concetto diverso da quello che egli si era formato, cioè che esso fosse sua esclusiva proprietà. Era avaro ed ammonticchiava milioni spremuti dal suo popolo.
Si dice non senza fondamento che in nessun altro Stato regnasse nel trattamento degli affari tanta diffidenza e tanta paura come a Napoli; il re non solo viveva in continuo timore della rivoluzione nelle provincie, ma diffidava dei suoi stessi ministri. Sembra che avesse per principio di comporre il suo Gabinetto di elementi avversi, di modo che l'uno diventasse controllo dell'altro. Nel 1846 era presidente dei ministri il marchese di Pietracatella, un partigiano accanito dell'assolutismo e delle idee austriache. Ministro dell'Interno era Niccolò Santangelo; ministro della Polizia Francesco Saverio Del Carretto; delle Finanze Ferdinando Ferri, un vecchio liberale del 1799; degli Esteri il principe di Scilla, Falco Ruffo; della Giustizia Niccolò Parisio, uomo molto dotto ma senza energia; ministro della Guerra e della Marina era lo stesso re con il generale Giuseppe Garzia come direttore generale. Vicerè di Sicilia era il duca Luigi di Maio, un uomo spregiato dai Siciliani per la sua nullità.
Di tutti questi ministri erano potenti solo Del Carretto e Santangelo; dietro di loro stava monsignor Cocle per mezzo del quale dominavano l'animo del Re e si potevano permettere tutto, sia pubblicamente nell'indirizzo di governo, sia privatamente vendendo impieghi e favori. Una protesta stampata clandestinamente nel 1846, suonava così: «Tra i ministri non regna nemmeno quell'unione che c'è tra briganti, perchè si conoscono, si odiano e si insidiano; il Re li tiene uniti con la forza e crede che, quanto più si odiino tra loro, tanto più si mantengano fedeli a lui. Se uno di loro propone qualche cosa di buono, gli altri vi si oppongono per malvagità e fanno prevalere il partito peggiore; se uno propone una cosa cattiva, gli altri diventano eroi di virtù e la impediscono, e così non si fa niente, nè di buono nè di cattivo, ma ognuno fa nel suo ministero ciò che vuole. Del Carretto s'atteggia a Nerone, Santangelo ruba, Ferri fa economia, Parisio sogna la giustizia, il Re dice orazioni, monsignore apre le porte del cielo e della terra. Nessuna meraviglia quindi se non c'è un consiglio di Stato e se il governo è stupido, ingiusto, ridicolo, tirannico e vergognoso tanto per gli oppressori come per gli oppressi».
In fatti le condizioni di Napoli prima della rivoluzione del 1848 erano spaventevoli. Ogni giorno avvenivano nuovi imprigionamenti; la polizia riempiva le prigioni, violando continuamente le leggi e la sicurezza personale e facendo regola di ogni sua licenza. I processi si accumulavano perchè al minimo sospetto o al più leggero cenno di spioni, seguivano processi in massa, istruiti dalla stessa polizia; gli avvocati non osavano più difendere gli arrestati, perchè temevano la vendetta del governo, che toglieva loro le cariche. Questa sorte toccò tra gli altri a Giuseppe Macarelli, presidente della Corte criminale di Napoli, per aver difeso strenuamente alcuni giovani accusati di far parte della «Giovane Italia». Nello stesso tempo il governo non si vergognava di mostrare la sua impotenza contro i briganti e di fare con loro dei veri e propri trattati d'alleanza. Così fece per esempio con Talarico, un brigante che per ben dodici anni aveva scorazzato per il Sila. Si capitolò con lui, il ministro Del Carretto gli consegnò personalmente il decreto di grazia a Cosenza, e dopo che il terribile capitano si fu sottomesso, fu inviato insieme con i suoi compagni a Lipari, con una pensione di 18 ducati al mese. Un governo così demoralizzato, che era forte solamente contro gli inermi, non poteva non essere odiato e disprezzato. Il fermento cresceva in ogni provincia; in Calabria, dove l'odio contro Napoli uguagliava quello dei Siciliani, in ogni paese si preparava una rivolta con l'accordo con i capi del partito liberale di Napoli.
Il movimento fu arrestato un momento dalla morte di Gregorio XVI e dalla elezione di Pio IX avvenuta il 16 giugno 1846 e dal meraviglioso cambiamento, che come per incanto, commosse gli animi di tutti. Mentre il rimanente d'Italia s'abbandonava ad un entusiasmo indicibile ed il popolo si ridestava a nuova vita nell'irresistibile impulso verso le riforme e l'indipendenza nazionale, Napoli assumeva un aspetto sempre più doloroso, perchè il governo raddoppiava le misure di rigore. Il re si mostrava senza cuore e senza testa, incapace come era di comprendere i nuovi tempi, e il potere di Del Carretto giunse a limiti che sembrano incredibili. Napoli si riempì di gendarmi e di spie, gli imprigionamenti non si contavano più e nessuna concessione in senso liberale venne fatta fino all'estate del 1847. Nella stupida illusione che un esercito pronto a sparare ed una numerosa gendarmeria fossero sufficienti a comprimere l'odio sempre maggiore del popolo, alimentato per diecine e diecine d'anni con odiosi spargimenti di sangue, il governo lasciò che l'amarezza crescesse senza limiti, incoraggiato anche dalle nuove relazioni di amicizia con la Russia, annodatesi durante la visita che nel 1845 lo czar Nicola aveva fatta alla Corte di Napoli. Oramai si erano abituati da lungo tempo a reprimere i numerosi tentativi di rivolta che venivano considerati come romantiche ed inconcludenti pazzie. Ed ogni nuova impresa di questo genere sarebbe stata impedita con tutte le forze, e frattanto si mandava il generale Statella con numerose truppe in Calabria, che era il focolare di tutte le aspirazioni rivoluzionarie, al di qua dello stretto.