Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 16

Chapter 163,793 wordsPublic domain

Enorme è l'impressione che producono le tombe siracusane, in quella regione deserta, inondata di luce e popolata solo di grandi memorie. Seduto colà, nel silenzio del mezzogiorno, o nella tranquillità dell'infuocato tramonto, ovvero vagante fra quelle tombe, che a centinaia si aprono nel suolo, sembra che debbano sorgerci dinanzi, come ad Ulisse nell'inferno, le ombre di una stirpe di uomini più grande della presente, le ombre dei magni della Grecia. Allorchè io visitai i venerandi sepolcri, stavano seduti sui loro gradini uomini e ragazzi di povero aspetto, logori dalla febbre, con gli occhi infiammati, i capelli ispidi, coperti a mala pena da pochi luridi cenci. Nelle loro fisionomie si leggeva tutta la storia della moderna Sicilia, le sevizie della polizia borbonica, il predominio corruttore del clero, e l'animo mio, amareggiato, non potè fare a meno d'imprecare contro la sorte degli sventurati discendenti di Archimede. Non verrà mai il giorno della redenzione per questa stupenda contrada? Che Dio la renda piuttosto ai Saraceni!...

Ci vorrebbe un novello Archimede per scacciare con le sue macchine e ridurre in cenere tutto il pretismo ed il monachismo che infestano la sventurata isola!

Ancora di una tomba mi resta a parlare. Non lontano dalla via dei Sepolcri, in un giardino di viti e di olivi, si trova sepolto il nostro concittadino Platen.[7] Mentre stavo sui gradini della sua tomba, dopo avervi depositato una corona di tralci di vite, mi ricordai, in quella pura atmosfera ellenica, le relazioni di Platen con Heine, e questi pensieri mi portarono nella malsana atmosfera della letteratura patria, nei tempi falsi, tendenti all'ebraismo, che fecero tanto male alla nostra poesia, generando una razza di uomini snervati, incuranti di Dio e dei loro simili. Come fu diversa la sorte di Heine e di Platen! Se Dio avesse concesso al primo di poter esprimere quanto soffriva nel suo animo, invece di farsi beffe di tutto, sarebbe stato un uomo veramente grande, chè per ingegno Heine fu infinitamente superiore al povero Platen. Eppure l'accanito nemico di Platen si dovè rassegnare a vedere che a questi fosse innalzata una statua.

Fu ventura per Platen il morire a Siracusa. Poco tempo prima della mia venuta, il re di Baviera, come mi narrò il giardiniere, aveva visitato la tomba del poeta e deciso di farla restaurare, poichè già cominciava a cadere in rovina.

AGUSTO COMITI PLATEN HALLERMUNDE AUSPACHIENSI GERMANIAE HORATIO.

Questa è l'iscrizione che il cavaliere Landolina fece incidere sulla tomba. Meritò quel freddo versificatore di Platen di riposare solitario fra i monti di Siracusa, in mezzo a Yerone, ad Archimede, a Timoleone, quale unico rappresentante del popolo che più di ogni altro era versato negli studi ellenici? Questo dubbio mi rimpiccioliva quella tomba poetica quanto i cipressi che presso la piramide di Caio Cestio ombreggiano la tomba di Schelley, uno dei pochi veri poeti dei tempi moderni.

III.

Neapoli.

Mi resta ora da descrivere Neapoli, la parte di Siracusa che fu, come lo dice il suo nome, l'ultima ad essere costruita. Negli inizi Neapoli fu, come Tycha, un sobborgo di Achradina; si estendeva fra il porto maggiore e l'altipiano su cui sorgeva Siracusa; dalla parte di Tycha era protetta da mura e da rupi naturali. La porta Menetide, o Temenetide, conduceva dalla città alla campagna; questa parte di Siracusa era chiamata Temenide da una statua di Apollo che portava questo nome. Cicerone ne descrive un teatro e due templi, uno dedicato a Cerere e uno a Proserpina, innalzati da Gelone col bottino fatto sui Cartaginesi. In questo luogo sorgevano anche i sepolcri di lui e della sua consorte, che più tardi vennero distrutti da Imileone cartaginese.

Non vi è in Neapoli luogo dove si raccolgano tante memorie e tanti monumenti quanto nell'angolo che confinava con Achradina, poichè in quel breve spazio vi erano le latomie di Dionigi, il teatro, la strada, l'anfiteatro e l'acquedotto.

Le famose latomie, che portano il nome di Orecchio di Dionigi, non sono vaste come quelle di Achradina, ma sono più pittoresche e, in certi punti, più belle e più singolari. Esse formano un vasto quadrato, nella cui profondità si trova un giardino sempre verde. Nel centro s'innalza un pilastro di roccia naturale, dell'altezza di circa ventisette metri, sulla cui cima, tra una lussureggiante vegetazione di piante rampicanti, si elevano gli avanzi di una torre.

Può sembrare sulle prime che questo fosse il luogo ove stava il guardiano del carcere, ma osservando meglio si vede che era invece una colonna del tetto, ora crollato. A destra, entrando, si trovano le stanze di appartamenti scavati nella roccia, una delle quali porta il nome di Orecchio di Dionigi. Questo nome le fu dato da Michelangiolo da Caravaggio che, visitando le latomie in compagnia dell'erudito siracusano Mirabella, fu indotto a darle questo nome dalla forma della cavità, dando così in seguito origine a innumerevoli leggende.

Tutte le pareti verticali di questa grotta sono rivestite di edera e di capelvenere; in cima, sul margine della cava, sorge un pino solitario. La forma strana e singolare della latomia dà luogo a quei fenomeni acustici, per i quali si formò la leggenda che ivi Dionigi stesse in agguato a spiare i discorsi de' suoi prigionieri. Serra di Falco scoprì nel 1340 un'apertura in alto, dalla quale, come da una specie di loggia, si poteva vedere tutta la latomia e udire le parole che ivi si pronunciano. Una parola sussurrata a voce bassissima, la lacerazione di un pezzo di carta si sentono distintamente di lassù, e le guide non tralasciano di darsi il piacere innocente di far ripetere all'eco: «Dionigi era un tiranno!» Un colpo di pistola viene ripetuto cento volte, col fragore di un tuono.

Un'altra parte delle latomie, vicino all'Orecchio di Dionigi, si chiama il Paradiso ed è di una bellezza straordinaria. Ha la forma di un ampio quadrato, col suolo piano; e le pareti di color roseo, o nero cupo, o giallo carico sono in certi punti angolose, in altri di aspetto bizzarro per i massi rovinati nella caduta del tetto. In un angolo si apre una specie di grotta sostenuta da pilastri naturali e a traverso a questi si vedono il verde cupo degli aranci, i fiori infuocati del melagrano ed il limpido cielo di Siracusa.

Nel tratto della latomia ancora coperta, da lungo tempo è stata costruita una fabbrica di cordami: uomini, donne, ragazze, poveri, cenciosi, pallidi, di aspetto malaticcio, guadagnano stentatamente la vita filando in quell'antica prigione.

Spesse volte mi sono trattenuto ad osservare il lavoro stando seduto all'ingresso dell'oscura galleria, e nel vederli girare di continuo le ruote e andare su e giù, filando i loro cordami, mi è parso di trovarmi nell'Averno ed ho creduto che quelle donne pallide e smunte fossero le Parche intente a filare lo stame della mia solitaria vita. Donai alcune monete a quella povera gente, che le accettò con l'espressione di gratitudine di chi non si aspetta di essere soccorsa, ed uscito di là, tornato alla luce del giorno, mi trovai ancora sotto l'impressione di quelle misere esistenze.

In Sicilia tutto ha l'aspetto di favola e di mito: Girgenti al pari di Siracusa, l'Etna e l'Enne, ogni spiaggia della sua marina. La fantasia ci riporta a tempi più antichi, ancor più della campagna romana; quivi regna severa la storia, in Sicilia la leggenda. Non è difatti la terra di Tifone, dei Ciclopi, di Dedalo?

Per quanto le latomie di Achradina e di Neapoli siano imponenti per la loro vastità, ve ne sono altre a Siracusa, più piccole, ma che pure hanno un carattere più romantico: quella del conte Casale, simile ad un piccolo Paradiso, per esempio. Io non ho mai visto un giardino così bello; è diviso in due parti, riunite da una galleria coperta, dell'altezza di circa due metri. Nel fondo si trova una sala, alta cento otto palmi e larga sessantadue, le cui pareti sono tinte di rosso e paiono rischiarate dai raggi del sole nascente. Nelle pareti vi sono molti fori i quali salgono in alto, in linea curva: forse colà si trovavano uncini di ferro per servire di scala agli schiavi che scavavano le pietre. La pianta della sala è abbastanza regolare e certo anche in origine ebbe la stessa forma. I terremoti rovinarono molte sale di questa latomia, e ultimamente, nel 1853, crollarono dall'alto varî massi, che ora ingombrano gran parte del giardino. Lo spazio libero è ammirabile per la splendida vegetazione; le foglie di fico, per esempio, hanno una larghezza tale che potrebbero servire da piatti; vi si trovano pure piante e fiori delle Indie.

Le palme, contornate di pianticelle rampicanti, vi crescono rigogliosissime; l'aria è tutta impregnata del profumo degli aranci, del mirto, e gli aloe, le agave vi crescono giganteschi. Il giardino, con le sue mura rivestite d'edera e di muschio, con tutti i suoi corridoi, con le sue rovine, presenta un aspetto così fantastico da farlo credere il giardino di Titania e di Oberone. Non un soffio di vento, non un atomo di polvere turba la tranquillità del luogo.

Presso l'Orecchio di Dionigi si trovano i notevoli avanzi del teatro di Siracusa, uno dei più vasti dell'antichità, che Cicerone chiamava _maximum_. Serra di Falco crede che fosse contemporaneo al teatro di Bacco in Atene, edificato da Temistocle, ed il primo che sia stato costruito con pietre in Grecia. Il bell'edificio è di un aspetto mirabile per la sua semplicità ed eleganza, nonostante che sia in gran parte rovinato e che della scena rimanga soltanto un mucchio di rovine coperte di cespugli. Il semicircolo oblungo degli ordini dei gradini è scavato nella roccia della collina di Neapoli; si contano quarantasei gradini interrotti da una larga fascia, e tagliati da otto scale diagonali.

Con quarantasei file di sedili non si ottiene che un diametro di quattrocento palmi, ma Serra di Falco ritiene che il teatro avesse un maggior numero di ordini e che perciò si allargasse a misura che saliva.

Egli crede pure che il suo diametro fosse di cinquecento palmi, cosicchè sarebbe stato il teatro più vasto di tutta la Grecia, ad eccezione di quello di Mileto. Non comprendo del resto perchè nel passo di Cicerone: _quam ad summum theatrum est maximum_, la parola _maximum_ si traduca per «maggiore di tutti» e non soltanto per molto ampio.

Nell'orchestra sboccano due corridoi: la scena, che è fiancheggiata da due edifici quadrati, è attraversata da un piccolo canale d'acqua, proveniente dal vicino acquedotto. Molto si è discusso intorno alle due iscrizioni greche _Basillissas Nereidos_ e _Basillissas Philisdos_, che si leggono sulla cornice che circonda il teatro, non conoscendosi nella storia di Siracusa questi nomi di regine. Secondo alcuni, Nereide era la figlia di Pirro re dell'Epiro, che aveva sposato il figlio di Gelone II, e Philiste era la figlia di Leptine e moglie di Gelone. Del teatro non rimangono altri avanzi degni di attenzione: pochi sono i frammenti di sculture, ed uno solo pregevole per quello che esso rappresenta: è un cippo di marmo bianco, sul quale è scolpita la favola omerica del serpe e del nido di passero in Aulide, che presagì a Calcante la durata della guerra di Troia.

Quello che più fa impressione è l'importanza avuta da questo teatro, che fu uno dei centri più belli della civiltà umana, poichè su quei gradini, quasi sepolti oggi nell'erba, sedettero un tempo Platone, Eschilo, Aristippo, Pindaro; nella sua orchestra furono messi i prigionieri Ateniesi, e ivi parlò Timoleone, vecchio e cieco, quando prese parte alla discussione degli affari pubblici. Tutta quanta la storia di Siracusa s'intrecciò con l'azione drammatica di questo teatro, poichè in esso si trattavano gli affari di Stato e si declamavano i versi dei sommi poeti. L'importanza nazionale del teatro era accresciuta anche dal luogo in cui sorgeva, fra Neapoli, Tycha e Achradina, e non molto distante da Ortigia.

Il panorama visibile da quell'altura è meraviglioso, il più bello certo che si gode da Siracusa: di là si vedono i due porti, il mare, la spiaggia fino ai monti d'Ibla e in lontananza la mole imponente dell'Etna ed i contorni del mar Ionio fino alla rocca di Taormina. Come doveva essere più bella la vista quando davanti si estendeva l'immensa città, co' suoi templi, i suoi portici, i suoi meravigliosi edifici e il porto pieno di una selva di antenne!

Su quelle scene l'orgoglio patrio era legittimo; e qual effetto dovessero suscitare _I Persiani_ di Eschilo, con i quali i Siracusani festeggiavano la vittoria d'Imera, si può facilmente immaginarlo.

Non meno bello e pittoresco appare il teatro veduto dai gradini più elevati, con tutti i giardini smaltati di fiori che lo circondano. Anche di là la semplicità dell'architettura rivela la purezza del gusto ellenico.

In alto, là dove i gradini del teatro confinano con la collina, vi è un Ninfeo rivestito di muschio e di licheni, dal quale sgorga una fonte: esso mi ha fatto ricordare la grotta della ninfa Egeria a Roma.

Vicino a questa si trovano altre due piccole grotte, nelle quali le donne lavano i loro panni, aumentando col loro canto melanconico la tristezza del paesaggio. A destra vi è la strada dei sepolcri, a sinistra un braccio dell'antico acquedotto di Tycha, che oggi mette in movimento un mulino; perciò il luogo vien chiamato _Mulino di Galerone_. Il paesaggio è reso ancora più bello dalla parte dell'acquedotto moderno che, sostenuto da archi, corre per un certo tratto all'aperto. Nelle altre parti l'acqua scorre in canali sotterranei, che furono scavati probabilmente dai Cartaginesi. In alcuni punti il canale si trova scoperto, e si vede l'acqua discendere alla distanza di sei miglia dai monti, e correre rapida e gorgogliante.

A levante del teatro, in un bosco di melagrane, sorge l'anfiteatro di Siracusa, assai ben conservato e più vasto di quelli di Verona, di Pola e di Pompei, giacchè misura duecentosessantatre palmi nel suo asse maggiore, e centocinquantaquattro nel minore. Per la maggior parte è costruito di pietra; alle quattro estremità dei due assi si trovano quattro porte, corrispondenti alle quattro parti della città. Serra di Falco lo fece sgombrare nel 1840 dalle macerie. Nonostante che in alcuni punti le mura siano in completa ruina, nel suo complesso l'edificio può dirsi assai ben conservato. L'anfiteatro è certo di origine romana, perchè i Greci non si dilettarono mai al barbaro spettacolo delle lotte fra gladiatori e fiere. Cicerone non ne parla; ne fa menzione invece Tacito. La sua costruzione prova che Siracusa, sede di un pretore romano ai tempi di Augusto e di Tiberio, aveva riacquistato una certa prosperità.

L'ultima rovina antica che esista vicino al teatro, sono le fondamenta di un edificio lungo e stretto, del quale non rimangono che alcuni frammenti di cornici con teste di leoni. Serra di Falco scoprì queste rovine nel 1839: egli dice che dovessero appartenere all'altare di Yerone, per grandezza superiore a quello di Olimpia.

IV.

Tycha ed Epipola.

Gli edifici più imponenti dell'antica Siracusa si trovano radunati in uno spazio relativamente ristretto. Verso settentrione, vicino all'acquedotto, c'è una pianura deserta e sassosa, attraversata dalla strada che conduce a Catania; qui sorgeva Tycha, ricca un tempo di notevoli monumenti, fra i quali primeggiava il Ticheio, o tempio alla dèa Fortuna.

Tycha, a settentrione, presso il porto Trogilo, confinava col mare, cinta da forti mura, a ponente con la fortezza di Epipola. Cicerone ricorda di questa un ginnasio _amplissimum_ e molti templi; oggi non rimangono che i sepolcri scavati orizzontalmente nella roccia, nei quali si scorgono ancora le scanalature per adattarvi le lapidi e le impronte di carri, prova questa della loro antichità.

La gita da Neapoli o da Tycha per la strada di Floridia ad Epipola è malagevole e bisogna farla a piedi o a cavallo, poichè appena si arriva sull'antico territorio di Epipola, è necessario arrampicarsi per un'orribile strada sassosa ingombra di rovine e di massi di roccia calcarea. Epipola occupava il punto più elevato dell'altipiano e confinava col colle Eurialo, mentre più in basso s'innalzava un'altro colle, il Labdalo. Anche oggi, queste due caratteristiche alture dell'antica Siracusa sono riconoscibili e portano il nome di Belvedere e di Mongibellesi.

Il Labdalo era stato fortificato dagli Ateniesi sotto Nicia per dominare la città; essi avevano fortificato anche Epipola, ma ne furono presto cacciati dai Siracusani comandati da Gelippo, i quali, come narra Diodoro, atterrarono tutte le mura. Rimase così soltanto il Labdalo fortificato. Ma Dionigi fece atterrare anche queste fortificazioni quando costruì le sue famose mura a settentrione di Epipola. In queste mura vi erano di tanto in tanto delle torri costruite con massi così grandi che sarebbe stato assai arduo abbattere. S'ignora se Dionigi abbia costruito fortezze sull'Eurialo e sul Labdalo; certo è che l'Esapilo, per il quale i Romani entrarono nella città, si trovava a settentrione di Epipola; e senza dubbio, nelle stesse mura s'innalzava la torre Gallagra, che i Romani assalirono durante le feste di Diana. Gli avanzi che oggi rimangono del Labdalo, i massi enormi della lunghezza di quattordici a sedici palmi, le fondamenta delle torri, i fossi, le gallerie sotterranee, provano che ivi sorse un giorno una fortezza e non già opere provvisorie fatte dagli Ateniesi in vista dell'assedio. Tutti gli enormi massi, secondo il sistema antico dei Greci, erano sovrapposti gli uni agli altri, ma senza cemento; ancor oggi formano una mole gigantesca. Nella roccia si vedono scavate catacombe e gallerie dell'altezza di nove e dieci palmi, e della larghezza di otto piedi, formanti quasi coi loro corridoi e coi loro antri sotterranei una seconda fortezza. Probabilmente questa era in comunicazione con la porta di soccorso che dalla città metteva nella campagna. La mancanza di volte e l'uso della linea retta ne attestano l'origine greca.

Dalle rovine di Labdalo si scorgono i dintorni di Epipola, cosparsi di massi delle mura di Dionigi, di rovine della fortezza, di pietre. Vi si vedono pure latomie di bizzarra struttura, dove si dice che Dionigi tenesse prigioniero Filesseno. Di qui furono tolti i materiali di costruzione per molte città, e tutte le fortificazioni moderne di Siracusa vennero costruite coi ruderi delle mura di Dionigi. Nel visitare queste caverne e queste rovine si rimane stupiti della grande quantità di materiale eccellente da costruzione estratto dal suolo.

Per un ripido sentiero si sale in cima all'Eurialo, che domina tutta la pianura siracusana. Lassù non si trovano altre rovine, se non una cisterna e alcune mura antiche d'origine incerta. Esaminando però il luogo, da cui si domina tutta quanta l'area occupata dall'antica città, non si può fare a meno di persuadersi che ivi dovesse sorgere una fortezza. Non essendo ricordata all'epoca dell'assedio degli Ateniesi, non sappiamo se la costruisse Dionigi; certo però, quando Marcello prese Siracusa, essa doveva avere un'importanza grandissima. Impadronitosi di Tycha e di Neapoli, Marcello dovette trovarsi l'Eurialo, cui Tito Livio dette il nome di colle e di fortezza, alle spalle, e minacciantegli la sua posizione. Egli era dunque come rinchiuso fra queste mura, e siccome dovevano arrivare Ippocrate e Imilcone, correva un grande pericolo, quando il comandante della fortezza Filodemo, perduta ogni speranza di soccorso, si arrese.

Oggi a buon diritto l'Eurialo porta il nome di Belvedere, giacche di lassù si gode una vista magnifica. Di fronte ha il mare Ionio, di dietro l'Etna «colonna del cielo»; lo sguardo spazia poi sulla costa orientale dell'isola, ricca di magnifici golfi e di promontorî, fin oltre Augusta, fino a Catania, che si perde fra le nebbie. Sul davanti appare tutta quanta la pianura siracusana.

Imaginando tutto questo ampio spazio ricoperto di abitazioni, ed il golfo seminato di villaggi, di ville, si ha una pallida idea dell'aspetto che doveva avere questa grande città. Ora la pianura è deserta e arida, e solo al confine del territorio di Neapoli, verso mezzogiorno, una linea di vegetazione segna il corso dei fiumi Ciane e Anapo.

V.

L'Anapo e l'Olimpo.

Da Neapoli si diramava la via Elorica, che attraversava le paludi Lisimelia e Siraca e varcava, sopra un ponte, l'Anapo. Sulla riva opposta di questo sorge il colle Poliene ed in cima a questo si trova il tempio di Giove Olimpico, ed un luogo chiamato Olimpio. Tutta questa contrada è assai nota nelle guerre di Siracusa, poichè tanto gli Ateniesi quanto i Cartaginesi si accamparono spesso ai piedi dell'Olimpio, e sempre furono decimati dalle esalazioni di quei terreni paludosi. Le poche colonne, unici avanzi dell'Olimpio, che ancora esistano su quell'altura, si scorgono dalla distanza di molte miglia; e queste, con le colonne che vi sono presso la fonte degl'Ingegneri, sono le sole che rimangano in piedi dell'antica Siracusa.

Per giungere fin lassù e seguire il corso dell'Anapo, il mezzo migliore è quello d'imbarcarsi nel porto più grande e di risalire il fiume attraverso le paludi. Questo sbocca in mare passando sotto un ponte, e a misura che lo si risale, il suo letto si va sempre più restringendo, fino a che la barca a stento può aprirsi un passaggio.

Allora si abbandonano i remi, e i barcaiuoli spingono la navicella con l'aiuto di una pertica, o la rimorchiano con una fune. La navigazione dell'Anapo è una gita assai romantica. Sulle due sponde crescono folti giunchi, dell'altezza di sei metri, e canne palustri di una straordinaria grossezza, tutte rivestite di piante rampicanti, che ricadono in graziosi festoni. La profonda solitudine, la tranquillità dell'atmosfera e il silenzio quasi misterioso del luogo, producono una magica impressione. Oltrepassata la via Elorica, l'Anapo si divide in due rami, o per dir meglio in esso s'immette un torrente azzurro, il classico Ciane, che sgorga da un limpido stagno circolare, chiamato la Pisma. In questo fiume, secondo la leggenda, si gettò la ninfa Ciane che fuggiva Plutone, allorchè questi portò Proserpina all'inferno, e venne trasformata in fonte azzurra. I Siracusani venivano ogni anno in questo luogo a festeggiare la memoria di Proserpina, sacrificandole un toro ed una vacca, che precipitavano nello stagno. Questo luogo è meraviglioso; riporta con la fantasia ai tempi mitologici e fa comprendere pienamente il significato delle sculture degli antichi sarcofaghi, là dove è rappresentato il ratto di Proserpina.

Cerere ricompensò la sua ninfa delle lacrime versate per Proserpina, facendo crescere sulle sponde di questo torrente la pianta rara che produce il papiro.

È l'unico luogo in cui questa pianta cresce ancora in Europa, dopo la sua scomparsa dalle sponde dell'Oreto presso Palermo.

Questo giunco sorge dalle acque all'altezza di circa cinque metri, graziosamente incurvato, triangolare, liscio e di un bellissimo verde cupo; ha in cima una ricca chioma di filamenti verdi, fini, sottili, che ricadono quasi come una folta capigliatura, a cui il popolo ha dato l'appropriato nome di «parrucca». La vista di questa pianta, vera ninfa dell'erudizione, produce una grata sorpresa in tutti coloro che vengono dalle regioni nordiche; sembra quasi un'apparizione favolosa. Ogni ricordo greco scompare, e la fantasia vola sulle sponde di quel Nilo solenne, enigmatico, alle piramidi, alle sfingi, ai rotoli dei meravigliosi papiri. La rara pianta, sulle rive del Ciane siracusano, in questa terra ellenica, mi sembrò un mito rappresentante la tradizione, secondo la quale ogni civiltà, ogni scienza ha avuto origine dall'Egitto. Guardando alternativamente le piante del papiro e le colonne spezzate del tempio di Giove Olimpico, mi sembrò di avere davanti agli occhi i simboli della civiltà orientale ed occidentale.