Passeggiate per l'Italia, vol. 4
Part 15
Ortigia.
L'isola di Ortigia ha, anch'essa, la forma di un triangolo, col vertice in direzione del capo Plemmirio. Presentemente vi è costruita tutta la moderna Siracusa e le fortificazioni la cingono di alte muraglie. Essa era la parte più vecchia della città ed anche la più importante per le sue tradizioni favolose. Artemio vi dimorò molto tempo e fu denominata Artigia, nome appartenente pure all'isola di Delo. Fu da prima abitata dai Sicani; quindi i Corinzi, sotto la guida di Archia, la conquistarono e edificarono Siracusa.
In Ortigia si trovano i monumenti sacri più antichi di Siracusa, fra i quali notevolissimi i templi di Giunone, di Diana e di Minerva. L'isola era validamente fortificata già sotto il primo Dionigi, che costruì sull'istmo un muro con torri e con un castello, nel punto ove prima sorgeva lo stupendo palazzo di Yerone. Da Dionigi furono pure innalzate le fortificazioni dell'isola e la darsena del piccolo porto, che dopo di lui ebbe nome di Porto Marmoreo. Ortigia in seguito subì parecchie e notevoli vicende: Timoleone atterrò la rocca edificata da Dionigi e vi costruì i tribunali; ivi egli stesso fu sepolto e presso la sua tomba fu edificato il Timoleonzio, ch'era un ginnasio per la gioventù. Quando però i Romani assediarono Siracusa, sull'istmo sorgeva di nuovo una fortezza.
Dell'antica Ortigia poche rovine oggi rimangono. La città moderna occupa tutta quanta l'isola. Essa fu, per le sue opere di difesa, compiute nei tempi bizantini e sotto i regni di Carlo V e di Carlo III di Borbone, una delle fortezze più possenti del regno delle Due Sicilie. Al vertice del triangolo s'innalza la torre del greco Giorgio Maniace, generale dell'imperatore Costantino Paflagonio, il quale, avendo tolto sul principio del secolo XI ai Saraceni Siracusa, edificò la fortezza. Sulla porta di questa collocò i due famosi arieti di bronzo, fusi al tempo di Diocleziano e più tardi trasportati a Palermo, nel palazzo reale, dove ancor oggi uno si trova, essendo stato l'altro consumato in un incendio.
Vicino a questa fortezza sgorga la famosa fonte d'Aretusa, che ha origine in due antiche grotte a vòlta. Visitando queste sacre fonti, si rimane fortemente impressionati nel vedere la quantità di mendicanti che ivi domandano l'elemosina, e la turba di donne seminude che vi guazzano dentro, in modo schifoso, offrendo l'acqua ai forestieri, vera parodia delle ninfe che un dì si tuffavano in quelle onde. Nel punto dove la fonte sbocca dalla grotta, tempo addietro fu costruito un semicircolo in muratura, nel centro del quale sorge un piedistallo che aspetta ancora la statua della ninfa. Mi fu mostrato non molto distante da terra l'_Occhio della Zilica_, una polla d'acqua dolce che sorge nel mare nel punto dove, secondo la leggenda, Alfeo raggiunse la ninfa fuggiasca.
La più bella rovina, non solo di Ortigia, ma di tutta l'antica Siracusa, è il tempio di Minerva, salvatosi da completa distruzione pel fatto che fu ridotto a tempio cristiano. Se ne ammirano ancora le ventidue colonne del peristilio; tredici a settentrione, e nove a mezzogiorno, quantunque miseramente rinchiuse nelle pareti della chiesa. Sono stupende colonne doriche, con magnifici capitelli di otto palmi di diametro e trentadue di altezza. La forma del tempio era quella di un _hexastylos peripteros_, con trentasei colonne, lungo duecento diciotto palmi e largo ottantasei e mezzo. Dalla leggenda narrata da Diodoro, che i Geomori di Siracusa confiscarono i beni dell'appaltatore della costruzione, Agatocle, per essersi costruita una casa con materiali destinati al pubblico edificio, si può dedurre che il tempio di Minerva risalga all'epoca in cui i Geomori non erano stati scacciati dai plebei. Cicerone nelle sue _Verrinae_ fa una bella descrizione del tempio, affermando che era il più bello che avesse mai visto. Bella e sontuosa era la sua decorazione, in cui abbondavano preziose sculture d'oro e d'avorio; nell'interno, sulle pareti, erano scolpite le guerre di re Agatocle contro i Cartaginesi ed i ritratti di ventisette re di Sicilia disposti come i ritratti dei Papi in S. Paolo fuori delle mura, a Roma. In cima al frontone del tempio, secondo quanto narra Ateneo, sorgeva una statua d'oro di Minerva, la quale, pel suo grande splendore, si scorgeva dal mare a grande distanza. I naviganti che salpavano dal porto di Siracusa toglievano dall'altare di Giove Olimpico un vaso di carbone acceso e lo tenevano in mano finchè potevano vedere la statua di Minerva. Marcello risparmiò il tempio, le sue statue e i suoi tesori; Verre, invece, rubò tutto quanto vi era di valore, e non ebbe nessun rispetto per l'opera d'arte.
Del tempio di Diana, in Ortigia, si sono scoperti alcuni avanzi, due colonne doriche con sedici scannellature, oggi visibili nella corte di una casa Santoro.
Questi sono gli unici avanzi dell'antica città insulare; di tutti i suoi splendidi edifici nulla più rimane; la città presenta oggi un aspetto melanconico e triste ancor più di Girgenti. Le sue strade, strette, sudicie rivelano ad ogni passo la miseria; nessun altro paese mi ha fatto tanta e così triste impressione. I due bei porti, una volta così attivi, sono morti come la città e i campi sassosi di Achradina, e le onde si frangono mestamente sulla spiaggia deserta e silenziosa. Per avere un'idea precisa della tristezza del passato, bisogna contemplare quel panorama da dove sgorga la fonte d'Aretusa, in una notte serena. Ivi la notte mi parve più mesta e più fantastica che fra le ruine del palazzo dei Cesari dell'antica Roma. Io provai una vera nostalgia per l'antica Grecia, patria di ogni eletto ingegno.
Nella notte, presso il porto più grande, splendono alcuni fanali fra gli alberi dell'unica passeggiata dei moderni Siracusani, ove s'inalzano due meschine statue di Yerone, e di Archimede. Per questa passeggiata passano lentamente i Siracusani, poveri, melanconici, senza cultura, senz'arti, senza industria, ridotti alla misera vita di abitatori di una povera terra sotto l'esecrato dispotismo di Napoli. Non ricordo di aver veduto una bella fisonomia in tutta la città; solo lo sguardo di una signora che mi passò davanti, tutta vestita di nero, mi richiamò ai tempi di Aristippo e della siciliana Laide.
Contemplando il bel porto deserto, in cui erano ancorati soltanto due piccoli legni mercantili turchi, mi tornarono alla memoria le parole di Cicerone: _Nihil pulchrius quam Syracusanorum portus, et moenia videre potuisse_. Infatti, l'attività commerciale dell'antica Siracusa non fu inferiore a quella di Costantinopoli, nei suoi tempi più belli.
Quanta mestizia si prova anche visitando il museo! Ivi sono radunati tutti gli avanzi dei capolavori dell'arte antica di Siracusa, ammonticchiati in una povera stanza, quasi fossero rottami di nessun valore. Tra questi scorsi la famosa Venere Siracusana, priva della testa e mutilata del braccio destro, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, mentre con la mano sinistra raduna il drappo attorno al corpo e tiene la destra ripiegata sul seno. Fra le varie statue più famose della Dea dell'amore, quella di Milo, di Capua, del Campidoglio, di Firenze, la Venere di Siracusa si distingue più che per la grazia, per il pieno sviluppo della bellezza femminile. La sua posa non ha quella grazia che mostrano la Venere di Firenze e quella di Roma; essa riposa quieta nella coscienza della sua sensualità divina. Non si comprende come la statua stupenda abbia potuto sfuggire allo sguardo rapace di Verre. Essa fu scoperta dal cavaliere Landolina in un giardino della famiglia Bonavia, a Siracusa, nel 1804, e diede occasione alla fondazione di questo museo, pel quale molto lavorarono fin dal 1809 lo stesso cavaliere Landolina, degno emulo del Mirabello, ed il vescovo Filippo Maria Trigona. La Sicilia non possiede un museo nazionale, e se si riunissero le collezioni di Noto, di Girgenti, di Siracusa, del museo Biscari di Catania e di quello di Palermo, si potrebbe formare una collezione nazionale che, specialmente per le monete, difficilmente potrebbe avere l'eguale.
II.
Achradina.
La seconda e la più bella parte di Siracusa era Achradina, sita presso Ortigia; vi si accedeva dall'isola, passando sulla diga che portava pure allo stupendo faro. Achradina si estendeva lungo la costa di levante, poichè a settentrione il suo territorio confinava col mare, a ponente con Tycha e con Neapoli e a mezzogiorno con l'isola e con i due porti. Da ogni parte era cinta da mura che dovevano, in verità, essere molto resistenti perchè Marcello, dopo essersi reso padrone di Tycha, di Epipola, e di Neapoli, trovò in Achradina una grande resistenza, e forse senza il tradimento dello spagnuolo Merico, che cedette per denaro l'isola ai Romani, rendendo inutile la difesa di Achradina, mai sarebbe riuscito ad impadronirsene. Verso il mare era protetta da quelle mura nelle quali Archimede aveva fatto delle feritoie per poter far funzionare le sue meravigliose macchine.
Cicerone, in una delle sue opere, così scrive: «La seconda città di Siracusa ha nome Achradina; in essa si trovano il faro principale, bellissimi portici, una vasta curva, ed un tempio magnifico dedicato a Giove Olimpico; gli altri quartieri della città sono occupati da un'ampia via maestra, in senso longitudinale, da varie strade trasversali e da private abitazioni».
In Achradina oggi si trovano le più vaste rovine di Siracusa; è un altipiano di roccia calcarea, di tinta nera, in cui si scorgono traccie di numerose strade, vestigia di passaggio di carri, sepolcri, ponti di pietra, fondamenta di case e piazze.
Per andare dall'isola ad Achradina vi sono due vie: si può passare per i tre ponti levatoi delle fortificazioni che tagliano l'istmo, ovvero per mare, imbarcandosi nel piccolo porto e scendendo a terra al disotto del convento dei Cappuccini.
Al di là dell'argine si trova la fonte degli Ingegneri, presso la quale sorge quella colonna isolata, unico segno dell'antica città, di cui già parlai. La colonna ha una base attica, è senza scannellature; non si può quindi dire dorica; Serra di Falco sostiene che abbia appartenuto al tempio di Giove, che Yerone II fece costruire nel fòro; ma questa ipotesi è assai dubbia per le dimensioni piuttosto piccole che essa presenta. Si sa invece con certezza che il fòro si trovava in quella località, poichè nessun'altra ve ne era adatta a servire alle due città di Ortigia e di Achradina. Nel fòro si entrava per una porta a cinque archi, ed esso era tutto contornato da portici; e vi si trovavano il pritaneo, la curia, della quale non rimane nessuna traccia, e anche la così detta _Casa dei sessanta letti_, avanzo di un antico edificio, che viene senza fondamento ritenuto come rudero del palazzo di Agatocle.
In mezzo ad Achradina, sul punto culminante dell'altipiano, si trovano le famose latomie o cave di pietra, che oggi portano il nome dei Cappuccini, avendole quei monaci ridotte a giardini per adornare il loro solitario convento che sorge all'ingresso di quelle. All'intorno si estende la pianura deserta e morta di Achradina, e sembra quasi che la natura colpita dallo sguardo di Gorgona, sia stata convertita ad un tratto in pietra.
La campagna di Roma è bella, con la sua lussureggiante vegetazione, con le sue graziose colline, con i suoi sepolcri e con le sue torri solitarie circondate da edera e non si potrebbe trovare teatro più adatto per i grandi fatti della storia antica. Qui invece tutto ha l'aspetto di decadenza, di abbandono, e per quella pianura sassosa non si vedono aggirarsi che i solitarii cappuccini. Avendo molto sentito parlare di queste latomie, credevo che mi avessero fatto molta impressione, non mai che mi commovessero come mi hanno commosso. Un monaco mi aprì la porta, e mi trovai in un ampio recinto, scavato nella viva roccia.
Vi erano stanze della grandezza di una piccola piazza, con pareti tagliate a picco, dell'altezza di 26 metri, alcune di una tinta giallognola propria delle rovine greche, altre rossicce. L'edera le copriva in gran parte, arrampicata in cerca del sole e della luce, e ricadente in graziosi festoni. Il piano era tutto smaltato di fiori, e qua e là, nelle fessure della roccia, crescevano allori, oleandri e pini. Queste latomie un tempo erano coperte; poi le intemperie ne ruinarono il tetto, ed i massi giacciono oggi ammonticchiati, formando gole, valli, così da dare l'imagine di una catena di monti in miniatura. Gli spazi di terreno esposti alla luce furono dai cappuccini ridotti ad orti e a giardini, che sono tutto l'opposto degli orti pensili di Semiramide, perchè si trovano alla profondità di venti ed anche venticinque metri sotto il livello del suolo; in queste cavità vegetano stupende piante di aranci, di melagrani, viti, cipressi, mirti e vi si vedono anche erbaggi e legumi, che i monaci coltivano per la loro parca mensa. Nell'osservare queste latomie si dimentica che esse furono orribili prigioni e che dopo la sconfitta toccata a Nicia e a Demostene, vi furono rinchiusi gli Ateniesi. Molti di questi morirono di febbre, per lo scarso nutrimento, altri invece si salvarono in grazia dei versi di Euripide. Potevano contenere ben seimila uomini; nessuna prigione presentava certo peggiori difficoltà di evasione. Trovandosi proprio nel mezzo di Achradina, si comprende che furono anteriori alla fondazione della città. Si crede che ivi abbiano lavorato i prigionieri cartaginesi dopo la battaglia d'Imera, per estrarre il materiale occorrente alla fabbricazione delle case e dei templi di Siracusa. Le rovine e la terra cadutavi hanno rialzato il suolo di circa dieci metri, diminuendone di molto la primitiva profondità. Ancora si osservano molte gallerie, anditi coperti, portici, stanze quadrate e a volta, che non sono però di origine greca, poichè presentano lo stesso carattere delle catacombe cristiane.
Sul suolo dell'antica Achradina, oltre le latomie, si vedono ovunque tracce di antiche strade e impronte di ruote di carri, come a Pompei, in grandissimo numero e visibilissime, essendo il suolo di Siracusa di calcare e non di tufo come quello di Roma. Vicino alle latomie trovai queste tracce più abbondanti, dal che argomentai che fossero state impresse dai carri che trasportavano i materiali di costruzione estratti da quelle. Certamente anche nei tempi più belli di Achradina, queste cave aperte nel centro della città dovevano deturparla, dandole l'aspetto di un vasto cantiere occupato da una folla di lavoratori. Le latomie erano le galere di Siracusa. La roccia si trova scavata e lavorata per parecchie miglia, e molte sono le fosse sepolcrali, della stessa forma delle nostre cripte. Certamente il lavoro dell'uomo in questa parte della Sicilia fu immenso, poichè, oltre le tombe, che sono innumerevoli, sotto il suolo di Siracusa si estendono vaste catacombe tutte scavate nella viva roccia.
Vidi molti spazi quadrati che segnavano certo l'area di antiche case, poichè queste in Achradina sorgevano sulla nuda roccia, senza fondamenta. Si cammina per ore intere per questo campo pietroso, lungo il mare, cercando la località e la direzione delle antiche mura, a ponente verso Tycha, dove la città si congiungeva anche a Neapoli, e dovunque si trovano traccie del passaggio dei carri e del lavoro dell'uomo.
È strano come tutta questa immensa città piena di mura e di templi, di portici e di fori, di edifizi colossali, abbia potuto sparire, quasi fosse un monticello di sabbia. Si sa, è vero, che per molto tempo non si costruì in Siracusa che con questo materiale, e che le città moderne di levante asportarono per mare grandi quantità di rovine dell'antica Siracusa; purtuttavia la completa scomparsa dei ruderi rimane sempre un enigma.
A mezzodì l'altipiano di Achradina si abbassa e anche colà si trovano degli scavi, delle tombe, quasi tutte a forma di colombari, e dei loculi di tipo romano. Ivi si trovano pure le maravigliose catacombe estendentisi sotto Neapoli, il cui accesso è sito presso la più antica chiesa cristiana della Sicilia, quella di S. Giovanni. Questa chiesa è un edificio piccolo bizzarro, preceduto da un portico con archi bizantini, ergentisi sopra colonne addossate a pilastri con capitelli del medio evo. Disgraziatamente la chiesa è ormai quasi una rovina. Si accede alle catacombe da una porta presso la chiesa; queste catacombe sono meno vaste e meno imponenti di quelle di Napoli, ma assai più regolari e formano una vera città di morti, con strade, gallerie, corridoi, stanze, nicchie, piazze. Ivi i morti dormono da secoli, mentre al disopra di essi si agita e si evolve un mondo pieno di passioni. Quanti siano ogni giorno i morti di una grande città ce lo dicono le catacombe di Napoli; da ciò si arguisce quale immenso numero ne abbiano accolto i sotterranei di Siracusa, un tempo così popolosa.
Le catacombe, come le altre, erano in origine cave di pietre; in seguito vennero ridotte ad uso di necropoli, e per molti secoli vi si seppellirono i morti secondo un sistema regolare, poichè tutte le gallerie sono di tanto in tanto interrotte da una stanza centrale, a forma di circolo, ampia e piena di nicchie, con una o tre porte a vòlta, posteriori all'epoca greca. Fino ad oggi se ne sono aperte quattro, ma la tradizione vuole che siano trecentosessanta e che arrivino sino al Sebeto e si estendano sotto il suolo fino a Catania. Per la maggior parte appaiono ingombre, specialmente nel piano inferiore; nonostante questo, furono esplorate per l'estensione di parecchie miglia. Venti anni or sono in esse si perdette un maestro con sei scolari, che da soli vollero visitare la necropoli. Si smarrirono in quel laberinto, e invano cercarono un'uscita, finchè, spossati dalla fatica, vi perirono di fame e di paura. I loro corpi furono poi rinvenuti alla distanza di quattro miglia dall'ingresso: si può facilmente immaginare di quale terribile morte gl'infelici perirono. Da allora si sono praticate di quando in quando alcune aperture, per le quali un po' di luce penetra in quei tenebrosi corridoi. La larghezza di questi è, in genere, dai dodici ai sedici palmi, e la loro altezza dagli otto ai dodici; per la lunghezza sembrano non aver fine; si continua a camminare per ore ed ore fra le tenebre in questi canali sterminati ed uniformi quanto l'eternità. Solo di quando in quando la monotonia è interrotta da sepolcri ornati di orribili pitture e rivestiti di stucco rossiccio come quelli di Pompei. In molti punti i sepolcri si succedono gli uni agli altri, quasi celle di un alveare. Si direbbe fossero tante che un verme sepolto nella terra abbia scavato tutte queste gallerie, tutti questi corridoi; e che le generazioni si siano succedute le une alle altre, e milioni di uomini vi abbiano trovato la pace eterna. Oggi non vi si vedono più nè ceneri nè ossa; il tempo, che ha distrutto ogni vestigia dell'antica Achradina, ha fatto scomparire anche le reliquie dei morti. I Greci, i Romani, i Cristiani vi trovarono, gli uni dopo gli altri, il gran riposo: vi sono stati scoperti difatti idoli pagani, piccoli bronzi, lacrimari, simboli cristiani ed un bassorilievo rappresentante i dodici apostoli, trasportato poi nella cattedrale di Siracusa. L'uso di seppellire i morti nelle catacombe è anteriore ai tempi cristiani; lo provano i sepolcri scavati nella pietra e ritrovati nella città troglodita di Ispeca, e le tombe rinvenute in Egitto, nelle Indie e nella stessa America, risalenti a tempi preistorici. Nel punto in cui Achradina confinava con Neapoli e dove sorgevano tanti stupendi monumenti, si vede oggi l'antica strada dei sepolcri, con tombe di stile greco, scavate nella pietra. La stessa strada, della larghezza di circa sette metri, si trova scavata nella roccia, ed a poco minore altezza s'innalzano le pareti che la fiancheggiano. Le tombe aperte nelle pareti sono di varia grandezza e dimensione; in molte si scorgono traccia d'iscrizioni. In genere sono di stile greco, ma in completa rovina; in parecchi si vede ancora un frontone sostenuto da due colonne scannellate. Ricostruendo la strada nella sua forma primitiva, con tutti i suoi monumenti, si avrebbe da ambedue le parti una serie di tempietti, interrotta da tombe più meschine e di povero aspetto; poichè in questa via, sita fuor delle mura di Achradina, si seppellivano persone di varia condizione.
La strada però non doveva produrre la stessa grande impressione della via dei sepolcri a Pompei. Anche il campo che si estende fra Achradina, Tycha e Neapoli, un tempo comune alle tre città e non fabbricato, appare oggi pieno di fosse e di tombe, il cui straordinario numero dice quanto grande e popolosa dovesse essere Siracusa.
Alcuni di questi sepolcri attirano sopratutto l'attenzione per la loro architettura, ch'è più ricca, o per le loro pitture ancora visibili: senza dubbio erano destinate a personaggi illustri. In questi paraggi sorgevano pure le meravigliose tombe che il popolo siracusano innalzò a Gelone e a Demarata, sua moglie; s'ignora però il luogo preciso ove si trovavano. Di tutti i sepolcri che rimangono, due meritano di essere segnalati: si trovano a poca distanza fra loro, in una bella e piccola cava di pietra gialla, fra numerose altre tombe, presso l'antico acquedotto di Tycha, e sono formati da massi sferici, ammonticchiati gli uni sopra gli altri a forma di piramide. Molto, certo, ebbero a soffrire dal tempo, a giudicare dalla presente disposizione delle pietre, non più regolare. Fra mezzo vi si scorge ancora però un frontone dorico, sostenuto da due colonne doriche, di cui una è ancora in piedi. Per quanto lo stile greco e l'altezza delle colonne e del frontone, superiori alle proporzioni dell'ordine dorico, dicano che questo sepolcro è posteriore ai tempi greci, i Siracusani, con pietoso pensiero, gli diedero il nome di _Tomba di Archimede_, forse per la stessa ragione che indusse gli Agrigentini a battezzare un antico monumento col nome di _Sepolcro di Yerone_.
Il grande matematico aveva ordinato che sulla sua tomba fosse innalzata una colonna, su cui dovevano essere incise le proporzioni del cilindro con la sfera, a ricordo de' suoi studi prediletti. Cicerone, quando era questore a Siracusa, fece ricerca della tomba di Archimede, e sotto la scorta di questa tradizione riuscì a scoprirla, quasi perduta in mezzo a folti cespugli. Il grande oratore fu orgoglioso della scoperta ed esclamò vanitosamente: «Il Destino ha voluto che la tomba del più grande dei Siracusani fosse scoperta da un uomo di Arpino». A quel tempo non erano trascorsi che cento cinquanta anni dalla conquista di Marcello, eppure la città era già decaduta, tanto che la tomba del più illustre fra' suoi cittadini stava sepolta fra cardi selvatici e spine. Cicerone, che sotto la guida dei Siracusani e della tradizione municipale, va cercando fra i ruderi la tomba di Archimede, dà la imagine di un erudito archeologo romano dei nostri giorni.
Forse dovremo anche noi rinunciare a scoprire la tomba di Archimede e verrà un giorno in cui si cercherà invano quella di Humboldt;[6] ma il ricordo degli uomini illustri è eterno, e giustamente Pericle esclamava, nella commemorazione degli Ateniesi caduti in guerra: «A gli uomini grandi è tomba il mondo!»