Passeggiate per l'Italia, vol. 4
Part 14
Le tombe dei due Guglielmi e della loro famiglia, a quell'epoca rimaste danneggiate, si trovano oggi nell'ala destra del coro. Guglielmo il Malo riposa in un sarcofago di porfido, e presso di questo sono pure sepolti i suoi tre figli: Ruggero, duca delle Puglie, morto nel 1164; Enrico principe di Capua, morto nel 1179; Guglielmo il Buono, e Margherita loro madre. Così, di tutta la stirpe normanna di Sicilia non mancano che Ruggero I, Simone e Tancredi. Guglielmo il Buono, che costruì la bella chiesa, si vede rappresentato due volte nei mosaici, in uno seduto su di un trono, dove Cristo gli pone sul capo la corona, e nell'altro assiso sulla cattedra vescovile, in atto di presentare alla Vergine il disegno del tempio. Egli riposa ora in un sarcofago di marmo bianco, ornato di graziosi arabeschi, su fondoni d'oro. Il monumento gli venne innalzato solo nel 1575 dall'arcivescovo Ludovico de Torres, perchè il pio re aveva voluto che la sua salma fosse deposta in una semplice fossa murata, a fianco dello stupendo sarcofago del padre.
Guglielmo II non si contentò di costruire il duomo, ma volle anche erigere al suo fianco uno stupendo monastero, dove chiamò dalla Cava i padri Benedettini; e spesso si compiaceva di trattenersi con essi, rallegrandosi dei lavori degli edifici grandiosi, che in quell'epoca andavano sorgendo in Monreale. Il monastero edificato da re Guglielmo, cadde poi in rovina, ma uno nuovo ne venne innalzato sullo stesso luogo, veramente splendido, come del resto lo sono in Italia tutti i conventi dell'Ordine di S. Benedetto, rassomiglianti più a palagi principeschi che a monasteri.
L'antico convento doveva essere assai bello, più bello certo di quello di S. Martino. Sorgeva, come si è detto, di fianco al duomo e dominava tutta la pianura di Palermo. Guglielmo aveva circondato il convento di mura e di torri, delle quali rimangono oggi alcuni avanzi; del resto, dell'antico convento poche rovine rimangono, ad eccezione del meraviglioso chiostro, ancora ben conservato. Questo è un ampio quadrato, circondato da portici; duecentosedici colonnette fantastiche, accoppiate a due a due, reggono gli archi a sesto acuto, ricchi di ornamenti bizzarri; negli angoli si trovano riunite quattro di queste colonnette, ed i loro capitelli sono lavorati con grande cura e perfezione. Meraviglioso è l'effetto che produce questa selva di colonnette graziose, i cui fusti sono tutti lavorati in modo diverso; ve ne sono degli scanalati, degli striati, dei lisci, ed anche a spirale. L'arte prese qui la varietà per legge e si abbandonò interamente al suo capriccio; tutto vi è ingenuo, grazioso, puerile, fantastico. La piccolezza delle forme si prestò a questo slancio ardito dell'immaginazione. Il porticato del chiostro offre il più grande contrasto dei colonnati greci, e difficilmente si possono trovare, negli ordini architettonici, due cose più dissimili.
Meritano poi grande attenzione i capitelli di tutte queste colonnette. Anche in essi regna la varietà; non v'è un capitello simile ad un altro; sembra inoltre che gli scultori abbiano voluto gareggiare con la natura nel riprodurre la varietà delle sue forme. Dalle foglie di acanto, che disposte in varî modi formano la base dei capitelli, sorgono imagini fantastiche, ora di un fiore, ora di un animale, ora di una pianta, ora di una figura umana, le quali sembrano rappresentare un piccolo poema. In alcuni capitelli si scorgono intiere figure che, a guisa di cariatidi, sostengono l'abaco; in altri si vedono imagini bizzarre di leoni, di cavalli, di delfini, di geni alati, di arpie, di dragoni, di grifoni, di esseri fantastici, che balzano fuori dai fiori, e sostengono la tavola che forma l'estremità superiore del capitello. Molti di questi rappresentano fatti dell'antico e del nuovo Testamento; se per il disegno non sempre sono pregevoli, meritano purtuttavia l'attenzione per la loro semplicità e la loro ingenuità. Sopra uno dei capitelli si scorge, come sopra un mosaico di cui abbiamo parlato, re Guglielmo che presenta alla Vergine il disegno del duomo, e in un altro i re Magi che offrono doni a Gesù Bambino. Vi sono poi lotte di guerrieri, che muovono gli uni contro gli altri armati, e scene del tiro all'arco, esercizio molto gradito ai Normanni e in genere a tutti i popoli del Nord. Vi si vedono dunque riuniti argomenti sacri e profani, biblici e scientifici. Come spesso nella natura umana si trovano a contatto il serio e il giocoso, così in Monreale si trova ad ogni passo il contrasto del sublime e dell'umile; la qual cosa è caratteristica dell'architettura gotica, molto più ricca di quella dei Greci sull'espressione delle idee che le diedero vita, perchè maggiormente è rivolta a riprodurre sotto i suoi varî aspetti la natura.
Il chiostro di Monreale è uno dei migliori monumenti di quei primi tempi del medioevo, in cui lo spirito umano nell'architettura, nella scultura e nella poesia cominciava a prodursi con infinite varietà di forme. E poichè tutti i rami di civiltà sono uniti gli uni con gli altri, si può dire che nella poesia i sonetti, le canzoni, le terzine, i madrigali, corrispondessero ai mosaici, agli arabeschi, agli ornati architettonici, alle sculture di quell'epoca di risorgimento delle arti e delle lettere. Come meglio si comprende il senso intimo delle tragedie di Eschilo, dopo aver contemplato i tempî greci di Pesto e di Sicilia, così meglio si comprendono e si apprezzano i poemi di Dante e di Wolfram di Eschenbach, dopo aver visitato le cattedrali d'Italia e i monasteri della Germania.
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Il duomo di Palermo era, anche prima della venuta dei Saraceni, la chiesa principale della città e della arcidiocesi; esso era dedicato a Maria Assunta in cielo. Gli Arabi lo avevano ridotto a moschea, i Normanni lo restituirono al culto cristiano, togliendovi tutto quanto sapeva di Saraceno. È rimasta solo sopra una colonna del portico un'iscrizione araba tolta dal Corano, la quale così si può tradurre: «Il nostro Dio ha creato il giorno, al quale segue la notte, e la luna e le stelle si muovono secondo i suoi cenni. Non è sua la creatura, non è sua la signoria? Sia lodato Dio, il Signore dei secoli».
L'antica chiesa fu eretta dall'arcivescovo Gualtiero di Offamil, parente di Ruggero, dal 1170 al 1194, secondo lo stile gotico, che il duomo ha ancora conservato, nonostante le molte ed infelici mutazioni a cui andò soggetto. Dell'antica chiesa non lasciò che la cappella di S. Maria Incoronata, nella quale furono incoronati Ruggero e tutti i suoi successori, come accenna l'iscrizione _hic regi corona datur_. Nel 1781 il duomo fu restaurato, o per dir meglio fu deturpato, per opera dell'architetto napoletano Ferdinando Fuga, il quale eresse una barocca cupola e fece molti altri lavori che ne alterarono completamente l'antico stile. Però, nonostante questi non felici restauri, il duomo di Palermo produce ancora una grande impressione, perchè riunisce in sè la semplicità dell'architettura gotica, e la grazia degli archi e degli arabeschi saraceni, e non v'è altro edificio a Palermo che mostri con tanta evidenza i contrasti di cui è ricca la storia dell'isola.
Il duomo sorge libero, su una piazza di discreta ampiezza, circondata da una balaustra con barocche statue. In mezzo, sopra un piedistallo triangolare s'innalza la statua di S. Rosalia, protettrice della città; questa santa è per i Palermitani quello che per i Napoletani è S. Gennaro.
Ai quattro angoli del duomo si levano quattro torri e sopra le navate laterali delle piccole cupole. L'antico campanile quadrato, per fortuna, non fu restaurato; secondo l'uso toscano sorge accanto alla chiesa ed è a questa unito per mezzo di archi. La tribuna, di forma semicircolare, è ornata con arabeschi in nero. Sulle pareti esteriori, nelle porte, nelle finestre, nelle fasce, nelle cornici si vedono graziose sculture dalle forme fantastiche di colonne e di merli. Sulle porte sta il maggiore ornamento; soprattutto sono da ammirarsi i ricchi arabeschi della porta maggiore e lo stile della porta laterale. Il portico, del 1430, è formato da tre archi a sesto acuto, i quali riposano sopra quattro colonne. Sulle pareti interne dell'altro si vedono due sculture moderne, rappresentanti l'incoronazione di Carlo III e di Vittorio Amedeo di Sardegna, che fu per pochi anni re di Sicilia.
L'interno della chiesa, interamente rimodernata, appare semplice e di piacevole aspetto; ha tre navate a forma di croce latina, con archi a sesto tondo, sostenuti da pilastri. Le cappelle e gli altari sono sopraccarichi di ornati di gusto assai barocco. V'abbondano il marmo e il porfido, ma non vi sono sculture, nè pitture di pregio, eccezione fatta di due acquasantiere di marmo, una delle quali appartiene alla scuola di Antonio Gagini, discepolo di Michelangelo ed uno dei migliori scultori della Sicilia. Nel duomo ci sono pure molte opere di questo chiaro artista, mirabili sopratutto alcuni monumenti sepolcrali nella cripta sotterranea, edificata al tempo dei Normanni e conservante tutto il suo antico carattere di basilica ad archi a sesto acuto sostenuti da gigantesche colonne di granito. Lungo le pareti si allineano le tombe degli arcivescovi di Palermo, consistenti per la maggior parte in sarcofaghi di mediocre lavoro romano. L'aspetto semplice e severo di questo edificio produce una profonda impressione.
La cosa però più pregevole del duomo sono le tombe dei re della stirpe normanna, e di quella degli Hohenstaufen: monumenti non solo della storia siciliana, ma anche di quella tedesca. Queste tombe sono collocate in una cappella della navata di destra; sono dei sarcofaghi di puro e severo stile, di porfido rosso cupo o di marmo. Non ho visto mai nessuna tomba dei tempi cristiani che abbia un carattere così semplice e severo come queste, e che sembri come queste fatta per durare eternamente. Gli stessi due sarcofaghi di porfido del tempo di Costantino, che si ammirano in Vaticano, non producono un'eguale impressione, perchè i loro bassorilievi distraggono alquanto l'attenzione. Tombe di una così grandiosa semplicità e di una maestà così severa potrebbero servire anche per i re dei Nibelungi. In esse si riconosce l'impronta grandiosa del secolo XIII. Attestano che in quell'epoca i Siciliani avevano conservata l'arte di lavorare il porfido, arte che nel resto della penisola era andata perduta e non fu ritrovata, narra il Vasari, che alla metà del secolo XVI da Francesco del Todda.
In queste tombe sono sepolti il gran re Ruggero, Costanza sua figlia, il marito di lei Arrigo VI, Federico II, il principe più geniale che abbia avuto la Germania, e la sua prima moglie Costanza d'Aragona.
La tomba di Federico è quella che più colpisce la nostra attenzione. Egli morì a Firenzuola, presso Luceria, nelle Puglie, il 13 dicembre 1250, in età di soli cinquantasei anni; e la sua salma fu trasportata in Sicilia da sei squadroni di cavalleria e dalle guardie saracene, e venne deposta nella stessa chiesa dove aveva da ragazzo ricevuta la corona e dove aveva fatto incoronare suo figlio Manfredi. Questi aveva incaricato Arnolfo di Lapo, discepolo dell'illustre Nicola Pisano, d'innalzare uno stupendo monumento all'imperatore suo padre, che però non fu eseguito. Non si sa bene chi sia stato l'autore del monumento attuale, se un Toscano od un Siciliano. Il sarcofago, col coperchio ornato di aquile e di grifoni, posa sopra quattro leoni, i quali tengono fra le loro zanne degli schiavi; al di sopra si erige un tempietto, sostenuto da colonne.
Nel 1491 il vicerè spagnuolo Ferdinando di Acunta si arrischiò ad aprire quelle tombe: alla presenza degli arcivescovi di Palermo e di Messina e del Senato Palermitano, fece scoperchiare i sarcofaghi di Arrigo VI e di Costanza di Aragona, e, solo per la disapprovazione manifesta di tutti gli astanti, si trattenne dall'aprire anche le altre tombe. Quando nel 1781 il duomo fu restaurato, le tombe che si trovavano in una cappella di fianco al coro, vennero trasportate dove ora si vedono, e in quella occasione vennero tutte aperte. Il principe di Torremuzza, che si trovò presente, l'11 agosto, alla loro apertura, narra nella sua vita: «I cadaveri di Ruggero I, di Arrigo VI e di Costanza si trovarono quasi completamente distrutti e nulla di notevole si potè osservare nei loro ornamenti; invece, le salme di Federico II e di Costanza II, suscitarono grande ammirazione per la ricchezza dei loro abbigliamenti e per la qualità delle gemme che insieme con i due principi erano state sepolte. Sulla corona di Arrigo VI e sulla camicia che Federico II portava sotto le altre sue vesti, si trovarono ricamati parecchi caratteri arabi, che furono esattamente ricopiati e spediti, per mio suggerimento, al professore Tichsen, in Butzow, per averne la traduzione».
Le parole del principe non concordano esattamente con la notizia pubblicata dallo storiografo napoletano Daniele, intitolata: _I sepolcri del duomo di Palermo illustrati_. Secondo questa, il cadavere di Federico II si sarebbe trovato rivestito di magnifici abiti, quantunque con poco decoro si fossero collocati nella stessa tomba due altri cadaveri, uno dei quali fu ritenuto per Pietro II di Aragona, morto nel 1342. La corona dell'imperatore, ornata di perle, posava sopra un guanciale di cuoio, ed a sinistra del suo capo stava lo scettro. Portava in dito un anello con uno smeraldo; al suo fianco stava la spada; aveva attorno al corpo una cintura di seta, con fibbie d'argento; era calzato con stivali di seta, ricamati a colori, ed aveva speroni d'oro.
Disgraziatamente, di questo gran principe non ci è pervenuto nessun ritratto autentico; non possediamo che quelli delle sue monete, e quello, scolpito in un anello, che lo storico Daniele fece incidere con l'aiuto di una maschera in gesso di Federico. Gli abitanti di Capua avevano eretto sul ponte del Volturno una statua all'imperatore Federico e a' suoi due consiglieri, Taddeo di Sessa e Pier della Vigna; oggi rimane solo la statua dell'imperatore ed in assai cattivo stato, perchè, secondo quanto narra Raumer, una soldatesca sfrenata le ruppe le braccia e i piedi e ne buttò a terra la testa. Prima che la statua fosse così mutilata, Daniele aveva preso l'impronta della fisonomia e con questa aveva inciso l'anello.
Quali sensazioni prova oggidì un Tedesco davanti alla tomba di questo grande imperatore, sepolto in terra straniera!
La tomba suscita molti pensieri, e nessuno certo vi si può accostare senza sentirsi commosso.
Altri principi proiettano sul mondo ancora dopo molti secoli un'ombra cupa; questi invece getta tuttora sull'Italia e sulla Germania un raggio di vivida luce. Un grande impulso partì da lui, impulso che si andò poi allargando e che fece sentire per molti secoli la sua influenza, quantunque sembri che nella lotta Federico sia stato vinto. Egli fu il primo ad indebolire il Papato, col quale a lungo lottò, e la sua morte non rimase senza frutto. Federico fu un precursore della Riforma; egli prese a propugnare i diritti dell'umanità, della civiltà e della ragione, contrastati dalle barbarie feudali e sacerdotali del medioevo. Egli dette a' suoi popoli leggi piene di saviezza e di umanità, come mai prima di lui erano state concesse; fu il primo a render ragione al popolo nel diritto di essere rappresentato, chiamando il terzo stato a sedere a parlamento; favorì le scienze, in cui era dotto e per le quali nutriva profondo affetto; amò in sommo grado la poesia e si studiò di farla risorgere in Italia. Federico II fu insomma uno dei più grandi fautori della civiltà, della quale gettò semi che dovevano poi germogliare nel corso dei secoli.
Ora voglio descrivere altre chiese di Palermo, pure dell'epoca normanna; alcune fra le più antiche sono molto graziose, come, per esempio, quella della Martorana, detta anche S. Maria dell'Ammiraglio. Questa venne costruita nel 1143 dal grande ammiraglio Giorgio, in uno stile antichissimo e puro. A fianco della chiesa sorge un campanile di carattere arabo-normanno, ornato di piccole colonne. Si entra nella chiesa per un portico, e subito produce grande impressione la magnificenza dei mosaici, assai simili a quelli della cappella palatina. Il coro ha otto colonne di granito con capitelli dorati che sopportano gli archi. Questi, la cupola, le pareti sino a mezza altezza, sono rivestiti interamente di mosaici su fondo d'oro; il pavimento è formato di marmi rari e di porfido; molte sono in questa chiesa le iscrizioni arabe sopra alcune colonnette.
Fra i quadri a mosaico, due meritano una speciale attenzione; in uno si vede il grande ammiraglio inginocchiato ai piedi della Madonna, e sopra di lui sta scritto in greco: «_Preghiera di tuo servo Giorgio Ammiraglio_». La Vergine, modestamente vestita, tiene in mano un foglio arrotolato; in alto sta un Cristo con lo scettro. Sul rotolo si legge la seguente iscrizione: «_Proteggi e libera da ogni male Giorgio, primo fra tutti i principi, il quale mi abbia costruito questo tempio dalle fondamenta, e concedi a lui il perdono dei suoi peccati, chè tu solo, come Dio, lo puoi_». Un altro mosaico, di migliore fattura, rappresenta re Ruggero incoronato da Cristo. Il re ha una bella testa, con i capelli lunghi che gli scendono sulle spalle e con la barba a pizzo; porta un abito lungo di colore turchino, con sopra una tunica del medesimo colore, ricamata d'oro, e sulle spalle una fascia pure d'oro, che, dopo essersi incrociata sul petto, gli ricade sotto il braccio sinistro.
In capo tiene la corona, o meglio un berretto quadrato, ed ai piedi le scarpe color di rosa. A questa maniera fu trovato vestito Federico II, quando fu aperta la sua tomba, e così pure vestivano Arrigo VI e Guglielmo I. Marso sostiene che questi abiti regali fossero insegne della podestà sacerdotale che Ruggero ottenne dal papa Lucio II per dare maggiore consacrazione alla sua nuova signoria. Infatti, come narra Ottone da Frisinga, egli ottenne lo scettro, l'anello, la dalmatica e i sandali.
Disgraziatamente i mosaici della tribuna furono distrutti quando si fecero i restauri alla chiesa, nel secolo XVI, e la tribuna stessa fu trasformata in stile barocco. Oltre il pregio artistico, la chiesa della Martorana ha pure quello storico, poichè essa fu, dopo il Vespro, sede del Parlamento che elesse re Pietro di Aragona.
La piccola chiesa di S. Giovanni degli Eremiti è più antica, essendo stata edificata da re Ruggero nel 1132. Ha quattro cupole di stile prettamente arabo, nell'interno è piccola, ed essendo abbandonata da lungo tempo, non presenta che nude pareti. Vicino alla chiesa si vedono le rovine di un piccolo chiostro, di stile arabo-normanno, graziosissimo.
La terza chiesa dei primi tempi normanni è S. Cataldo, di carattere greco, con tre cupole emisferiche sostenute da archi a sesto acuto. Essa è di forma quasi quadrata, e si dice che sia stata eretta dall'ammiraglio Maione.
Di altre chiese normanne, come quella di S. Giacomo la Magara e di S. Pietro la Bagnara, non rimangono quasi più traccie; altre furono in tempi più recenti dagli Spagnuoli mutate interamente di forma. Gli Hohenstaufen non costruirono chiese in Sicilia. Sembra invece che l'architettura religiosa sia tornata a fiorire al tempo degli Aragonesi, e ne fanno prova S. Agostino e S. Francesco; di quest'ultima non si conosce l'anno preciso della fondazione. La sua porta maggiore è ornata di colonne che sembrano di origine araba, e che debbono aver appartenuto prima ad una moschea, poichè sopra una di esse si legge ancora la seguente iscrizione maomettana in caratteri cufici: «Nel nome di Dio misericordioso, misericordia. Non vi è altro Dio che Dio, e Maometto è il suo profeta».
Bella e pittoresca è la facciata della piccola chiesa di S. Maria della Catena, che risale al secolo XVI; il suo portico a tre archi, sostenuto ognuno da due colonne, è molto bello, e sopra di esso corre una fascia con arabeschi graziosissimi. Anche S. Maria Nuova possiede un simile portico. Potrei descrivere molte altre belle chiese, come quella dell'Olivella, ma ciò mi porterebbe in altri tempi, nei quali l'architettura non ebbe più un carattere deciso, poichè col secolo XV l'arco normanno andò in disuso, e lo sostituì l'arco a sesto tondo, sostenuto da gravi pilastri. Il mosaico artistico è scomparso, le pareti non sono più che sovraccariche di marmi di vario colore, disposti senza gusto: l'unico capolavoro di pittura di cui Palermo potesse essere orgogliosa, lo Spasimo di Raffaello, che si trovava in S. Maria dello Spasimo, è ora il principale ornamento del museo di Madrid.
SIRACUSA
(1855)
Siracusa.
(1855).
Il meraviglioso paesaggio siracusano mi apparve, la prima volta, mentre il sole volgeva al tramonto, illuminando il mar Ionio e la ricurva costiera fino ai monti d'Ibla, di quelle tinte calde che sono quasi un segreto e un prodigio del cielo siciliano.
Nessuna parola varrebbe ad esprimere le sensazioni che quella vista mi produsse io dirò soltanto che l'emozione che ne ebbi fu di molto superiore a quella che avevo provata sulla cima dell'Etna, di dove si scorgono tutta quanta l'isola, i tre mari che la recingono e, più lontano, le coste del continente italiano. La storia parla all'anima più che gli spettacoli della natura e l'uomo non vive che di _memorie_. Giunsi a Lentini (Leonzio), patria del sofista Gorgia, seguendo la via di Catania e passando dinanzi alla deserta penisola di Magnisi--l'antica Tapso--e per il porto Trogilo.
Tra queste località s'innalza, per sessantacinque metri circa sul livello del mare, un vasto altipiano, dalla forma triangolare, e col vertice segnato dalla vetta del monte Eurialo. Su questo altipiano sorgeva l'antica Siracusa che si prolungava fino all'isola di Ortigia, congiungendo questa alla terra ferma per mezzo di una diga.
Oggi dal sommo dell'altipiano si vede l'isola con la povera Siracusa moderna, ai lati di essa i due stupendi porti e a tergo il capo Plemmirio: paesaggio classicamente severo, paragonabile soltanto alla campagna romana. Verso terra si aggruppano neri ed imponenti i monti d'Ibla ed ai loro piedi il mar Ionio, solcato una volta da vittoriose moltitudini di galee, s'inargenta di spume. Da tutti questi luoghi deserti e sassosi, dalle pianure ove crescono magri oliveti, dai ruderi da cui sbucano a frotte gli uccelli di rapina, dovunque si volga lo sguardo, sorgono in folla le memorie di tempi trascorsi, di generazioni distrutte, di una civiltà che originò tanti grandi avvenimenti storici. Dalla parte opposta appare il capo Plemmirio, anch'esso arido e pietroso e l'isola di Ortigia che formano i due bracci di quel porto che i Siracusani avevano sbarrato a Nicia con navi e con catene; in fondo l'Anapo scorre fra i suoi papiri; qualche capanna di pescatore biancheggia su quella solitudine e niente più della maravigliosa corona di giardini e di ville che anticamente facevano superba la contrada.
Proseguii la strada deserta verso l'isola, osservando i numerosi sepolcri scavati nelle rocce ed i bizzarri accidenti di cave abbandonate. Vicino al piccolo porto si cominciano a vedere alcuni giardini e parecchie vigne, le quali forniscono il rinomato vino di Siracusa che una volta procurava molta ebbrezza a Gelone, a Yerone ed a Pindaro. Dinanzi all'isola s'innalza una colonna bellissima, unico avanzo di quella città ricca di industrie e popolata di un milione di abitanti.
Cercherò di dare un'idea approssimativa dell'antica città della Magna Grecia, descrivendola sul luogo. Essa era composta di cinque città; Cicerone non ne annoverò che quattro, poichè non tenne conto di quella parte superiore di Epipola, la quale non constava che di castella e di fortificazioni. Le cinque città erano pertanto: Ortigia (isola), Achradina, Neapoli, Tycha ed Epipola. Le ricerche di Fazello, di Cluverio e di Mirabella e quelle più recenti di Serra di Falco, permettono di assegnare a ciascuna città la propria località di un tempo e di precisare a quali edifici debbano riferirsi le rovine che ancora esistono.
I.