Passeggiate per l'Italia, vol. 4
Part 13
La cappella ha forma di basilica, con una tribuna e superiormente una cupola d'oro. Dieci colonne corinzie, sulle quali riposano gli archi, la dividono in tre navate. Le pareti, all'intorno, sono del pari rivestite, sino all'altezza di dodici palmi, di marmi diversi, e al disopra, ovunque, sono mosaici, che illustrano gli episodi dell'antico e del nuovo Testamento. Sull'arco della tribuna vi è rappresentata l'Annunciazione e sulla tribuna stessa una mezza figura gigantesca di Cristo, con la mano sollevata in atto di benedire. Sotto le figure stanno iscrizioni greche e latine. Questi mosaici non risalgono a Ruggero I, ma a Guglielmo I, secondo quanto afferma Romualdo da Salerno, il quale ha lasciato scritto che «Guglielmo fece ornare di pitture preziose la cappella di S. Pietro, nel palazzo, e ne fece rivestire le pareti di marmi preziosi». Ciò non esclude però che tali lavori fossero stati iniziati, come pare, da Ruggero.
A quel che sembra, in Sicilia e nell'Italia meridionale esisteva una scuola di mosaicisti greci, i quali allo stile bizantino diedero una più vivace espressione. Infatti, i mosaici siciliani sono di una dolcezza tutta speciale, non hanno nulla della durezza e dell'angolosità della scuola bizantina. Mentre i Veneziani chiamavano mosaicisti da Costantinopoli per la decorazione del S. Marco, i Normanni, allorchè edificarono in Sicilia le loro chiese, vi trovarono già una scuola, che era in fiore al tempo dei Greci, come ne fa fede il tempio grandioso di Gerone a Siracusa, ove era rappresentata in mosaico l'_Iliade_. La pratica di quest'arte non venne mai meno: sul finire del secolo IV dell'èra cristiana gli artefici del mosaico in Sicilia erano superiori a quelli di Roma, da quel che si rileva dall'epistola che papa Simmaco scrisse ad un certo Antioco di Sicilia per avere dei modelli per i mosaicisti romani: «L'eleganza del tuo ingegno--dice la lettera--e la squisitezza delle tue invenzioni meritano di essere tenute in gran conto, poichè tu hai trovato nell'arte tua mezzi nuovi, prima sconosciuti, e ci piacerebbe poter ornare con qualcosa di tuo i nostri appartamenti: inviaci dunque una tavola, o una lastra di marmo con un modello dei metodi nuovi da te escogitati».
L'arte del mosaico non si perdette nell'isola, neppure sotto la dominazione degli Arabi; la Sicilia si era mantenuta sempre in relazioni continue con Costantinopoli, e gli Arabi si valsero dell'opera loro per ornare le proprie case, con figure e sopratutto con disegni capricciosi e con arabeschi. Molto probabilmente i lavori in mosaico del duomo di Salerno, di quello di Palermo, di quello di Monreale, sono opera di scuola indigena dell'Italia meridionale. Ruggero stesso fece eseguire notevoli lavori in mosaico nel suo palazzo e la cappella palatina è adorna di dorature, pitture e arabeschi, che conferiscono ancor più al tempio un carattere misterioso.
Nel 1798 fu scoperta nella vòlta di questa cappella una lunga iscrizione araba, in caratteri cufici, compresa in venti grandi compartimenti, che, per quanto si potè decifrarla, si riferiva al fondatore della cappella ed al tempio stesso, con parole esagerate di lode e invocazioni di durata. Siccome poi quest'iscrizione, al pari di tutte le altre arabe che sono nelle chiese palermitane, era di origine cristiana, si rimane davvero stupiti nel trovare adoperata con tanta ingenuità nei tempi cristiani la lingua e le parole del Corano, specie in un'epoca in cui il fanatismo religioso dei crociati aveva raggiunto l'apogèo. Come facilmente si arguisce, nessuna di queste iscrizioni è tolta testualmente dal Corano, ma coi caratteri serba anche una certa impronta mussulmana. L'idioma arabo a quel tempo non era ritenuto da meno del greco, e l'Oriente, per intelligenza e per civiltà, era grandemente superiore all'Occidente, e buona parte della letteratura greca era pure stata rivelata all'Occidente per mezzo della lingua araba che divenne quasi una lingua ufficiale. Del resto, i caratteri orientali avevano un non so che di enigmatico, di misterioso; avevano già in sè delle linee geometriche e si prestavano quindi mirabilmente all'ornamento delle pareti e delle colonne delle basiliche siciliane, che formano quasi un nesso tra il cristianesimo e l'Oriente, nella stessa guisa che quelle di Roma lo formano tra il paganesimo e il cristianesimo.
Negli archivi della cappella palatina sono conservati parecchi diplomi greci, latini ed arabi del periodo normanno ed un prezioso cofano circondato d'iscrizioni in caratteri cufici.
Uscito dall'antica cappella, salii al piano superiore del palazzo e vidi i ricchi e belli appartamenti, che hanno un valore storico, poichè vi si ammira ancora la sala del Parlamento, la sala del trono e quella delle udienze, ove si conserva ancora uno dei due famosi arieti di bronzo, che ornavano un tempo una delle porte di Siracusa; l'altro andò distrutto in un incendio. La sala dei Vicerè ne contiene i ritratti dal 1488 ai giorni nostri.
Più interessante di tutte queste sale mi parve la stanza di re Ruggero, ornata di mirabili mosaici, che rappresentano una lotta di centauri, una caccia e degli uccelli. Non si sa veramente perchè questa stanza porti il nome di Ruggero: i mosaici appartengono al XII secolo. Tutti i locali subirono trasformazioni, ed invano io ricercai l'appartamento di Federico II, o almeno una stanza che portasse il suo nome. Qual nome avrebbe del resto potuto dar lustro al palazzo quanto quello di Federigo? Molti principi di diversi paesi, Saraceni, Normanni, Svevi, Spagnuoli, Angioini, Borboni, abitarono questo palagio nella prospera ed avversa fortuna; ma il ricordo di tutti questi scompare quando il nostro pensiero va a quel grande imperatore che vi trascorse la sua giovinezza.
III.
Molte cause contribuirono a far sorgere in Sicilia un'eccellente architettura ecclesiastica ed a darle un'impronta tutta speciale, e sopratutto il carattere di quel secolo in cui il cristianesimo venne in lotta con l'islamismo, in contatto del quale sì a lungo era vissuto, specie quando la dominazione dei Normanni si trovò di fronte alla religione di Maometto. Trionfante, allora, risorse in Sicilia la fede di Cristo e riacquistò il terreno perduto: chiese stupende, capolavori in cui l'ispirazione orientale sopravviveva, monumenti della vittoria della religione cristiana su quella di Maometto, sorsero ovunque.
Qualcosa di simile era già avvenuto quando gli Elleni avevano sconfitto nella battaglia d'Imera i Cartaginesi, che avevano invasa tutta quanta l'isola: essi, nell'ebbrezza della vittoria, avevano disseminato il suolo conquistato delle loro magnifiche costruzioni. Gli Dei della Grecia, Giove, Apollo, Cerere e Venere, avevano atterrato il Moloch africano, e il contrasto della civiltà e della religione greca con la barbarie africana si era pronunciato meravigliosamente, avendo Gelone di Siracusa, fra le altre condizioni di pace, imposto ai Cartaginesi di cessare del tutto, qualsiasi sacrificio umano.
Dopo oltre quindici secoli, nel secondo grande periodo architettonico siculo, un fatto quasi identico si ripetè, fatto degno di osservazione, unico, che prova ad un tempo come la civiltà umana si svolga secondo le leggi esterne immutabili nella sostanza, varie nella forma. Nella stessa guisa che i Greci nel primo periodo innalzarono i famosi templi di Segesta, di Selinunte, di Agrigento e di Siracusa, i Normanni, una volta liberata l'isola dai novelli Cartaginesi, innalzarono le splendide cattedrali di Monreale, di Palermo, di Cefalù e di Messina. Nel primo periodo la civiltà si era rivolta verso il mezzodì, nel secondo invece si estese nel settentrione, mentre le contrade di mezzodì e di levante decadevano.
A lato del tempio greco a colonne sorse la cattedrale cristiana; a lato del tempio marmoreo, maestoso, severo di Giunone ad Agrigento, sorse il duomo scintillante d'ori dedicato alla Vergine Maria di Monreale: ambedue segnarono un'epoca di florido rinnovamento nella storia dello spirito umano; ambedue avevano un carattere originale diverso e diversa è quindi l'impressione che oggi suscitano. Chi può esprimere la commozione che si prova nel contemplare, in mezzo alla solitudine della campagna siciliana, uno dei templi maestosi di Agrigento? Si direbbe impossibile poter trovare cosa più perfetta, più bella, più armonica nelle forme. Ma anche entrando in una cappella normanna, nella sua semioscurità, fra le sue navate, sotto i suoi archi, fra quelle pareti splendenti di mosaici, non si può fare a meno, dimentichi dell'antichità, di persuadersi di essere entrati in una novella sfera di beltà e d'armonia.
Il sentimento religioso suscitato da questa architettura normanna, che io volentieri, per la sua origine orientale, chiamerei architettura delle Crociate, fu profondo. Da ciò nacquero altre conseguenze. La Chiesa romana di fronte a Bisanzio che sosteneva esser la Sicilia sua proprietà, dovette dare alla conquista dei Normanni quasi un diritto sacro, un'alta consacrazione. Il papa aveva nominato i conti Normanni suoi legati apostolici, aveva concesso a re Ruggero le sacre insegne, quasi a testimonianza della conferma data dalla Chiesa alla sua signoria; i re, inoltre, si ritenevano eletti, non per concessione del papa, ma per grazia di Dio, e difatti rappresentavano nei mosaici delle loro chiese Ruggero e Guglielmo nell'atto di venire incoronati da Cristo stesso. Era dunque necessario che fossero zelanti nel promuovere il risorgimento del cristianesimo nel loro nuovo regno, e tali furono.
Malaterra, storico dei due Ruggeri, così parla del conquistatore della Sicilia:
«Allorchè il conte Ruggero vide che per la grazia di Dio, tutta quanta la Sicilia faceva omaggio alla sua signoria, non volle mostrarsi ingrato a così gran beneficio e cominciò a render grazia a Dio, ad esser giusto, a ricercare la verità, a frequentare le chiese, a prendere devotamente parte ai sacri uffizi, a concedere alle chiese il decimo de' suoi redditi, a soccorrere le vedove, gli orfanelli, i derelitti, e in molti luoghi dell'isola innalzò basiliche».
Altre ragioni politiche, in quel tempo di Crociate, si unirono allo spirito religioso per indurre i Normanni a favorire gl'interessi della Chiesa; una stirpe principesca, salita di recente e soltanto per forza di conquista su uno dei più bei troni d'Europa, aveva bisogno dell'aiuto del papa e del clero per affermarsi. Senza quest'appoggio, sarebbero stati perduti, come avvenne di poi agli Hohenstaufen, i quali, entrati in lotta con la Chiesa, cominciarono dal perdere Napoli, poi la Sicilia e quindi ogni dominio.
A queste influenze aggiungasi il desiderio naturale in una dinastia sorgente di affermare per mezzo di splendidi monumenti la sua dominazione, e si capirà facilmente perchè l'architettura ecclesiastica in Sicilia abbia preso rapidamente piede. Si voleva superare tutto quello che si era fatto, rivestire le chiese per intero d'oro, far cosa ancor più bella della basilica di S. Sofia e di quella di Bisanzio, al cui imperatore era stato tolto il regno: e Ruggero edificò rapidissimamente, in un anno si dice, il duomo di Cefalù, la cattedrale di Messina e la cappella palatina di Palermo. Così lo sviluppo dell'arte fu altrettanto rapido quanto quello della dominazione stessa dei Normanni.
Tutte queste costruzioni furono però superate da Guglielmo II, ultimo principe legittimo della stirpe normanna, il quale eresse nel duomo di Monreale il più bel monumento alla sua famiglia e contemporaneamente uno dei più bei monumenti dell'architettura medioevale. Fu compiuto in sei anni, fra il 1170 e il 1176 e la fama della sua magnificenza si propagò rapidamente sin nei più lontani paesi. Nel 1182, papa Lucio III innalzò Monreale alla dignità di arcivescovado e parlando nella bolla di re Guglielmo, così scrisse: «In brevissimo volgere di tempo seppe elevare al Signore Iddio un tempio meraviglioso, lo dotò di castella, di rendite, di libri, di arredi sacri, riccamente ornati d'oro e di argento, vi chiamò buon numero di monaci dalla Cava, li fornì di abitazioni e di ogni cosa occorrente, di guisa che non vi fu dai tempi più remoti altro re che compisse opera altrettanto grande, la cui sola descrizione riempie di stupore».
La chiesa di Monreale ha veramente qualche cosa di singolare; si direbbe che ivi, nelle vicinanze dei lidi africani, fra quelle piante aromatiche e bizzarre, fra le palme gli agavi, gli aloe, sotto quel luminoso sole meridionale, il cristianesimo abbia ricevuto una speciale, quasi fantastica impronta.
L'architettura della basilica è un capolavoro dello stile ecclesiastico normanno-siculo e riunisce in sè i tre tipi: greco-bizantino, latino ed arabo. I Normanni, che veniano dall'Occidente, ove predominavano le forme romane, trovarono in Sicilia tanto le tradizioni bizantine, quanto quelle saracene. L'isola era stata posseduta varî secoli dai Bizantini, la lingua usata in Sicilia era greca, greco il loro culto, greci i caratteri architettonici delle loro chiese, caratteristiche per la pianta quadrata e per l'abbondanza delle cupole. In esse il Santuario veniva elevato in forma di triplice ovale, simbolo della Santissima Trinità, imperocchè di fianco del coro stavano due cappelle meno elevate, di forma emisferica, a sinistra la _protesi_ per la preparazione al sacrificio, a destra il _diaconico_, destinato ai diaconi ed alle loro letture. Anche i Bizantini solevano ornare di mosaici le vòlte, gli archi e le pareti delle loro chiese.
I Normanni accettarono quest'architettura e dai Saraceni presero l'arco a sesto acuto e i rabeschi per le pitture murali. Conservarono inoltre il tipo della basilica romana, in uso nel resto d'Italia, cioè a dire una navata lunga, divisa da due file di colonne sostenenti il tetto a solaio, e collocarono questa navata davanti al santuario, ma invece di destinare, come nelle antiche chiese le colonne a sopportare un architrave, portarono sopra quelle gli archi a sesto acuto, riunendo in una le tre forme architettoniche e dando origine a quel tipo che fu in uso in tutta quanta la Sicilia e che a poco a poco si accostò a quello gotico, e finì per confondersi con questo.
Si possono consultare utilmente a questo riguardo l'opera di Serra di Falco intorno a Monreale ed altre chiese sicule-normanne, quelle di Hittorf e di Zanth sull'architettura moderna della Sicilia, e le descrizioni di Monreale fatte dal Lelli e dal Del Giudice.
Il duomo misura 372 palmi di lunghezza, 174 di larghezza; il suo campanile è alto 154 palmi. Ha bellissime porte di bronzo, sulle quali sono scolpiti parecchi archi semispezzati ed ornati di ricchi arabeschi, sostenuti da pilastri con mosaici, e sculture nel vano: un'iscrizione latina dice che fonditore di esse fu Bonanno da Pisa, lo stesso che gittò le porte di bronzo del duomo di quest'ultima città. Gli altorilievi, divisi in quarantadue campi, rappresentano le gesta dell'antico e del nuovo Testamento, e per valore artistico possono stare a fronte dei mosaici bizantini. Le figure sono forse dure, sono un po' magre, ma colpiscono pel loro carattere d'ingenuità quasi puerile. Le iscrizioni in lingua volgare dell'epoca che accompagnano le figure, corrispondono perfettamente all'idioma usato dai poeti siciliani contemporanei. Ad un lato della chiesa v'è un'altra porta, pure di bronzo, opera di Barisano da Trani.
Nell'interno il duomo si presenta grandioso, stupendo, ma non con quel carattere severo delle antiche cattedrali gotiche, ove l'anima quasi si sperde nell'idea dell'infinito, e non ha neppure l'imponenza maestosa di S. Pietro, in cui lo splendore del papato s'impone, e nemmeno ha la severa maestà delle basiliche bizantine: ivi la grandezza è minore e la severità è temperata dalla grazia dell'arte. Gli archi snelli a sesto acuto, poggianti sopra nove colonne di granito orientale, dànno belle proporzioni alla navata centrale e lasciano penetrare e spaziare lo sguardo in quelle laterali. Il pavimento di marmi rari, di vario colore e a disegni, lo splendore delle travi dorate, le pitture dei compartimenti del solaio, i mosaici e gli arabeschi che cuoprono tutti gli archi e le pareti delle tre navate, tanta profusione di sculture e d'oro, producono un'impressione indimenticabile. Pel Dio delle terre nordiche un tempio così luminoso e così gaio non parrebbe conveniente, ma pel Dio del mezzogiorno indubbiamente sì. Entrando in questo tempio dalla meravigliosa campagna di Monreale, pare piuttosto di trovarsi in un vasto e regale palazzo.
Nella navata centrale i mosaici cominciano sopra il piccolo architrave che posa sui capitelli delle colonne. La parete superiore è divisa in due parti da una cornice, l'inferiore è ornata di arabeschi che seguono la forma degli archi; nei campi intermedi fra questi sono rappresentate, su fondo d'oro, scene bibliche. Nella parte superiore si trovano le finestre, aperte nel centro degli archi, e gl'intervalli sono tutti quanti riempiti di mosaici. Sotto il solaio corre una larga fascia, coperta di arabeschi, con spazi circolari di tanto in tanto, nei quali stanno mezze figure d'angeli. Ovunque lo sguardo si volge, verso le cappelle, le navate, le pareti, ovunque trova mosaici, che rappresentano fatti della sacra Scrittura, oppure figure isolate di Dio, di angeli, di santi greci o latini; tutto l'antico e novello Testamento contribuì alla decorazione di questa meravigliosa chiesa; tutto il ciclo della religione mosaica e di quella cristiana venne svolto sulle pareti di questo duomo; e concorsero ad arricchirlo perfino le due comunioni cristiane in disaccordo, quella dei Greci e quella dei Latini: i santi dell'una e i santi dell'altra vi trovarono ospitalità.
Grande è la meraviglia che desta questo fatto, l'aver l'arte potuto nello stesso luogo concentrare, radunare e rappresentare tutto quanto il sistema e l'ordinamento della religione cristiana. L'arte moderna non è più capace di riprodurre, come allora, le varie fasi dello svolgimento dello spirito umano; tutti i tentativi recentemente fatti con la pittura ad affresco, son riusciti fredde allegorie, incapaci di suscitare veruna commozione.
I mosaici, le sculture di Giotto sul campanile di Firenze, rappresentanti la storia della civiltà umana, e il poema di Dante, si possono considerare come monumenti di quel periodo in cui l'idea cristiana si rese padrona dell'arte e la costrinse a farsi riprodurre sotto tutte le più svariate forme. Bisogna però ricordare che il ciclo di mosaici di Monreale è anteriore di circa un secolo a Dante e a Giotto; e quando si pensi che la _Divina Commedia_ non esercitò la sua vera e positiva influenza sull'arte che ai tempi di Michelangelo, e non indusse fino a quell'epoca i pittori a rappresentare il ciclo epico di quella, sembrerà ancor più meraviglioso che fin da allora si potesse rappresentare con tanta grandiosa unità nei mosaici di Monreale, l'intera storia del cristianesimo.
Non si sa bene a chi si debba attribuire questo pensiero; ma osservando in altre chiese di Palermo del periodo normanno la stessa idea, quantunque in esse svolta con minori proporzioni nella loro decorazione, si può arguire che avesse origine da tradizioni bizantine. Del pari non sappiamo chi dirigesse i lavori, ma si sa che furono impiegati tre anni nell'esecuzione dei mosaici, e il duca Serra di Falco ha calcolato che vi dovettero essere adibiti non meno di cinquanta artefici.
L'idea della ripartizione è la seguente: il ciclo comincia con la creazione del mondo ed arriva sino alla lotta di Giacobbe con l'angelo; ogni quadro ed ogni soggetto ha il suo fine in Cristo, la cui immagine è rappresentata nella tribuna. La navata centrale è riservata all'antico Testamento; nel santuario, nelle cappelle e nelle navate laterali è tracciata la vita di Cristo e sono rappresentati anche i profeti e i patriarchi che annunziarono la sua venuta; infine vi è tutta la storia, forse soverchia, dei martiri e dei santi. S. Pietro e S. Paolo, come principi della Chiesa, stanno a fianco della cappella di Cristo: S. Pietro a destra, seduto sul trono, con la mano sinistra appoggiata ad un libro, e con la destra sollevata in atto di dare la benedizione; al disopra ed ai lati sono rappresentate le gesta della sua vita. S. Paolo si trova a sinistra, seduto; superiormente c'è raffigurata la sua decapitazione. In mezzo alla tribuna campeggia il colossale Cristo. Una croce greca splende sul suo capo, lunghe ciocche di capelli gli scendono sulle spalle ed una barba lunga e folta gli copre il mento. Egli solleva la mano destra in atto d'insegnare e con la sinistra tiene un libro: un'iscrizione in lingua greca gli dà il nome di _Gesù Cristo pantocrate_. Questa figura colossale fa l'impressione di una potenza soprannaturale; è di una cupa solennità e, come tutte le immagini di Cristo d'origine bizantina, rivela un'espressione tutt'altro che divina; come le immagini degli Dei dell'antico Egitto, rivela tradizioni ancora pagane. Il tipo ci trasporta in un'ordine d'idee più lontane da noi della stessa antichità pagana; esso rappresenta un'astrazione terribile che esclude ogni idea di umanità, d'immaginazione, di vita. Tali immagini di Cristo producono in certo modo l'impressione che suscita la testa di Medusa. Io non le ho mai potute guardare senza vedervi, quasi in uno specchio, riflessa la storia della Chiesa, cioè l'ascetismo fanatico, il monachismo, l'odio contro gli ebrei, la persecuzione degli eretici, le lotte dogmatiche, la supremazia dei papi. Nessun'altra cosa ha mai rappresentato meglio, sotto forma simbolica, la potenza positiva e negativa della religione cristiana, e nessuna cosa potrebbe meglio spiegare lo sviluppo dell'arte cristiana nel progresso dei tempi, quanto il confronto di un Cristo bizantino con le teste del Salvatore di Raffaello, o del Tiziano, che esprimono i limiti estremi del modo di comprendere e di rappresentare il tipo religioso.
Non parlerò degli altri mosaici, come quello della Vergine col bambino, in mezzo alla cappella centrale, e dei fatti della vita di Cristo. In genere si osserva nel santuario il predominio del carattere patetico, soprannaturale, religioso ed astratto. Nel riprodurre invece i fatti dell'antico Testamento, l'arte si fa più umana, assume un carattere meno severo, e talvolta anzi quasi ridente; essa, spesso, rappresenta anche piante ed animali. Con molti di questi quadri, che sono di un'ingenuità primitiva, si entra nel mondo naturale, nella storia dell'umanità. Il sacrificio di Isacco, per esempio, è rappresentato con una semplicità caratteristica: Isacco è disteso sopra una catasta di legno; Abramo lo ha afferrato pel capo e solleva un coltellaccio lungo quanto la metà del corpo del ragazzo; dietro a lui stanno due uomini che impugnano nodosi bastoni, e al di sotto un cavallo sellato, e in alto un angelo in atto di volare. Il disegno è spesso difettoso, specialmente negli animali; i dromedari a cui Rebecca porge da bere, sono addirittura grotteschi. Nell'insieme però tutti questi mosaici producono una buona impressione, per quanto le loro tinte si siano di molto annerite pel fumo, giacchè l'11 novembre 1811 lo stupendo tempio di Monreale corse rischio di rimanere preda delle fiamme. Un chierichetto aveva collocata una candela accesa in un armadio, e il fuoco si era appiccato ad alcune stoffe ivi riposte; egli aveva tentato di soffocarlo, chiudendo l'armadio, ed era fuggito senza dir nulla, per timore di una punizione. Nel pomeriggio si vide uscire un denso fumo dalle porte e dalle finestre della chiesa; il popolo si precipitò dentro e trovò il coro in fiamme. Dopo quattr'ore di alacre lavoro si riuscì a spegnere il fuoco, ma il danno era stato grave; i due organi erano rimasti distrutti, il solaio in gran parte rovinato, le travi nella caduta avevano infranto le tombe di Guglielmo I e di Guglielmo II, ed i mosaici erano stati in parte devastati. Fin dal 1816 si diede principio al restauro dei guasti, e fu fortuna che le tribune e le navate fossero rimaste illese dalle fiamme.