Passeggiate per l'Italia, vol. 4
Part 12
Venti anni appresso i cristiani entrarono in Gerusalemme, conquistata pure a forza, e si portarono quali orde selvagge. I Normanni, invece, essi pure valorosi crociati, furono più clementi e risparmiarono Palermo maomettana. Presero possesso della splendida città senza versare sangue, senza commettere devastazioni, quali vincitori soddisfatti, che non avevano altro scopo che cacciare il nemico dalle sue voluttuose dimore per alloggiarvisi. Nessuno di quegli scoppi d'odio di cui diedero prova più tardi i cristiani contro i maomettani avvenne; i Saraceni furono lasciati liberi di vivere come volevano e di esercitare la loro religione. Il cristianesimo, languente, riprese forza e in breve si sostituì all'islamismo, che soltanto sopravvisse, per quasi centocinquant'anni ancora, fra i monti.
I Normanni furono per ragioni politiche tolleranti verso i Saraceni e vissero con questi in perfetto accordo; i conquistatori, in picciol numero, presto scomparvero quasi in mezzo alla popolazione saracena, che seppero guadagnare a sè, trattandola con dolcezza. Accettarono le arti e le scienze degli Arabi; nei loro edifici usarono lo stile arabo e la stessa corte cristiana prese un carattere arabo, circondandosi di guardie saracene, di eunuchi, ed adottando pure la foggia turca di vestire. Allorquando Mohamed-Ibn-Djobair di Valenza visitò la Sicilia, sullo scorcio del secolo XII, lodò re Guglielmo pel suo amore verso l'islamismo. «Il re--scrisse--legge e scrive l'arabo, e il suo _harem_ è composto di donne mussulmane, e mussulmani sono i suoi paggi e i suoi eunuchi». Il visitatore trovò le donne di Palermo belle, voluttuose, vestite completamente alla turca, e nel vederle, nei giorni di festa, in chiesa, con abiti di seta gialla, con veli dai vivaci colori, con catenelle d'oro e grandi orecchini, dipinte e profumate come le femmine orientali, ricordò i versi del poeta: «In verità, quando si entra in un giorno di festa nella moschea, vi si trovano gazzelle ed antilopi».
La lingua araba continuò ad essere insegnata, ed usata anche negli atti governativi; ed anche le iscrizioni arabe, visibili tuttora nei mosaici delle chiese cristiane, furono dai re e dai vescovi cristiani dettate. I Normanni in Sicilia trovarono la lingua greca degli antichi Elleni, dei Bizantini e la lingua latina degli antichi Romani; nella bocca del popolo il linguaggio volgare, che divenne poi l'italiano; ed infine, gli idiomi arabo ed ebraico, tutti contemporaneamente in uso e tutti usati nei diplomi, in sulle prime scritti in greco con la traduzione araba.
Caduta Palermo, l'isola fu suddivisa: Roberto Guiscardo prese per sè la capitale e metà della Sicilia; Ruggero ebbe l'altra metà; al prode nipote Serlo furon date grandi baronie e l'altro nipote Tancredi fu creato conte di Siracusa. Roberto prese il titolo di duca di Sicilia, Ruggero quello di conte. Ma l'isola non era ancora tutta soggiogata; Siracusa, difatti, si arrese solo nel 1088, Agrigento nel 1091, e più tardi anche Castrogiovanni, Noto e Butera. Fino al 1127 i ducati delle Puglie e di Sicilia si mantennero in questo stato di cose; ma nel 1127, estintosi il ramo di Roberto Guiscardo, il figlio di Ruggero ereditò pure gli Stati al di là del Faro. Fu questi Ruggero II, il principe più insigne della stirpe normanna. Suo padre, che valorosamente aveva conquistato la Sicilia, era morto nel 1011; gli era succeduto il figlio maggiore Simone per cinque anni; poi, ancora minorenne, sotto la tutela della madre Adelasia e dell'ammiraglio Giorgio Antiocheno, Ruggero era salito sul trono.
Ruggero, possessore di tutte le virtù necessarie in un fondatore di dinastia, sollevò il regno normanno a grande splendore. Nel 1127 ereditò il ducato delle Puglie, come abbiamo detto, e ciò spaventò il papa, l'imperatore tedesco e quello bizantino; ma Ruggero combattè con fortuna contro tutti e tre, e poi contro i principi di Salerno, di Capua, di Napoli, di Avellino e costrinse il papa a concedergli l'investitura delle Puglie ed infine si cinse della corona reale. Non potè però far questo senza il consenso del Parlamento, dei baroni e dell'alto clero, poichè, seguendo l'usanza dei conquistatori normanni, per creare una nobiltà novella era stata stabilita una certa forma di costituzione aristocratica. Il Parlamento, convocato a Salerno, decretò al principe la corona regale, che gli fu solennemente posta in testa nella cattedrale di Palermo, il dì di Natale del 1130. Così sorse il regno delle Due Sicilie.
Subito Ruggero si die' a ordinare la sua monarchia, in modo grandioso e sicuro: creò sette grandi ufficiali della corona, un connestabile, un grande ammiraglio, un cancelliere, un giudice, un ciambellano, un pronotario, un maresciallo, che formarono il suo consiglio. Si circondò di un cerimoniale orientale, affidò la custodia del palazzo ad eunuchi e a guardie saracene. Il suo regno trascorse fra continue lotte, in continua guerra; ma seppe tener fronte a tutti i suoi nemici, interni ed esterni; ispirò vivo terrore nella stessa Costantinopoli all'imperatore greco, il quale non intendeva rinunziare a' suoi diritti sulla Sicilia; s'impadronì di Corinto, di Atene e di Tebe; portò dalla Grecia a Palermo molti operai abili nel filare e nel tessere la seta, contribuendo a propagarla così nell'Occidente, e da questi fece fabbricare il pallio famoso che vestirono più tardi gl'imperatori tedeschi nell'atto della loro incoronazione; conquistò poscia Malta, inviò centocinquanta bastimenti in Africa e punì quello stesso regno di Kairewan che aveva conquistato la Sicilia. Durante la sua signoria la potenza normanna raggiunse l'apogeo. Egli morì il 26 febbraio 1154, cinquantanovenne. Fu principe di grande prudenza, valore, giustizia e ingegno: fu bello di persona, disinvolto e distinto. Verso gli Arabi si dimostrò tollerante e tenne in gran conto la loro scienza e la loro arte. Fra gli altri, accolse onorevolmente alla sua corte Edris Edscheriff, esiliato dall'Africa, che gli costruì una sfera terrestre d'argento, sulla quale erano disegnate tutte le contrade allora note, con la loro denominazione in lingua araba, e scrisse una geografia nota generalmente sotto il nome di re Ruggero, un estratto della quale, la _Geografia Nubiense_, venne più volte stampata a Roma, a Parigi e per ultimo a Palermo nel 1790.
Segno veramente espressivo del carattere di Ruggero era l'iscrizione incisa sulla lama della sua spada: _Apulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer_.
Gli successe Guglielmo I, per le sue cattive qualità detto il Malo. Egli era l'unico figlio superstite a Ruggero, imperocchè gli altri quattro, Ruggero, Anfuso, Tancredi ed Enrico precedettero tutti il padre nella tomba. Fu sorprendente la rapida decadenza di una stirpe tanto forte e numerosa: in pochi anni si ridusse ad un unico discendente collaterale, ed insieme il Regno di Sicilia decadde rapidamente dall'altezza a cui Ruggero aveva saputo portarlo. Morto questi, si dovette riconoscere che tutta la forza del nuovo regno riposava esclusivamente nella sua persona. Sotto il governo di Guglielmo il Malo non tardò la Sicilia a ricadere in tali condizioni da ricordare gli emirati dei Saraceni, sotto l'influenza di un favorito del re, avventuriero straniero al paese, il grande ammiraglio del regno Maione di Bari, il quale attentò alla corona. Non vi furono che congiure, rivoluzioni di palazzo, ribellioni di nobili, un caos ovunque. L'odioso re Guglielmo, dopo una vita travagliata, ma non senza qualche successo in guerra, morì nel 1166, in età di quarantacinque anni.
Con suo figlio Guglielmo II, detto il Buono, salito sul trono a soli undici anni, si estinse la linea diretta della stirpe normanna. I primi anni del suo regno furono agitatissimi, a motivo delle contestazioni sulla tutela, delle ribellioni dei baroni e degli intrighi di corte. I Normanni avevano saputo magnificare e conquistare un regno, ma non se lo seppero mantenere. Non appena il clima ed il lusso orientale cominciarono ad infiacchire in essi la nordica forza, decaddero, ed infine il feudalismo e la prepotenza indomabile dei nobili li vinsero. Nessuna dinastia, del resto, avrebbe potuto mantenersi a lungo sul vulcanico suolo di Napoli e di Sicilia; tutte furono d'origine straniera, tutte vennero in possesso dell'isola in modo avventuroso, tutte finirono miseramente e per lo più per tradimento. Guglielmo II, del resto, fu molto dissimile dal padre, e la posterità gli confermò il titolo di Buono che il clero, per gratitudine, avevagli dato. Mentre Guglielmo il Malo viveva come un maomettano e si fabbricava sontuosi palazzi e giardini, Guglielmo il Buono fondava monasteri e conventi. A lui sono dovuti parecchi monumenti d'architettura religiosa, in ispecie il famoso duomo di Monreale e la cattedrale di Palermo. Morì il 1^o novembre 1189, in età di soli trentasei anni.
Della stirpe di Ruggero I non rimaneva più che un bastardo, Tancredi conte di Lecce, figlio naturale di Ruggero, primogenito di re Ruggero, premorto al padre; inoltre, l'altra figlia Costanza aveva sposato l'imperatore Arrigo VI; erede legittimo delle Due Sicilie sarebbe dunque stato l'imperatore. Ma il partito nazionale si rivolse a Tancredi, conte di Lecce, che venne a Palermo nel 1190 e si fece incoronare. Questo prode bastardo ebbe molti punti di somiglianza con re Manfredi, vissuto dopo di lui; come questo fu uomo d'ingegno, poeta, musico, versato nelle matematiche e nell'astronomia, che gli Arabi avevano allora diffuse, e come questo fu generoso ed infelice. Riuscì vittorioso nei primordi della guerra che ebbe a sostenere contro i Tedeschi di Arrigo, per assicurarsi il possesso del regno, e quando Costanza cadde nelle sue mani, la trattò con grande cavalleria, restituendole la libertà. Pareva che la nobile stirpe dei Normanni dovesse rifiorire in Tancredi, che aveva, ei pure, due figli, Ruggero e Guglielmo, al primo dei quali, bellissimo giovane, aveva dato in isposa Irene, la figlia dell'imperatore greco Isacco Angelo ed avevalo già fatto incoronare re, quando il giovane repentinamente morì nel 1193. Tancredi provò gran dolore alla perdita di questo figlio, tanto che presto, il 20 febbraio 1194, lo raggiunse nella tomba. Rimase suo unico erede Guglielmo, ancor minorenne, che fu incoronato a Palermo. La reggenza venne assunta dalla vedova di Tancredi, Sibilla, che aveva pure tre figlie: Albina, Costanza e Mandonia.
In questo stato di cose, facile fu ad Arrigo conquistare la Sicilia. L'esercito di Sibilla fu sconfitto; Messina, Catania e Siracusa caddero nelle mani dell'imperatore e i baroni passarono dalla parte di questo. L'infelice regina si era ritirata co' figli suoi nella rocca di Caltabellotta ed attendeva colà il corso degli avvenimenti. Il 30 novembre 1194, Arrigo era entrato in Palermo, che avevagli fatto festosa accoglienza, salutando con musica ed inni di gioia la nuova signoria degli Svevi. Sibilla, allora, vistasi da tutti tradita, si decise a trattare, ed il giovane principe Guglielmo, cui l'imperatore aveva promesso solennemente la contea di Lecce e il principato di Taranto, venne a deporre a' suoi piedi la corona. Ma gl'infelici erano caduti in un tranello: Arrigo, non appena incoronato, col pretesto di una falsa congiura, dimentico de' suoi giuramenti, sfogò la sua selvaggia passione di vendetta contro i partigiani della stirpe normanna e contro la misera famiglia regale. Molti baroni e sacerdoti furono tormentati e condannati a morte; Sibilla e i suoi figli furon cacciati in carcere, e Guglielmo, l'ultimo campione della sua gente, venne accecato. Indi la regina e le figlie furono trasportate nel monastero di Hoenburgo, in Alsazia, ove a lungo vissero in prigionia. S'ignora qual fine facesse Guglielmo; una vaga leggenda vuole che ei fuggisse dal carcere e vivesse a lungo da eremita a S. Giacomo, presso Chiavenna.
Così tragicamente si spense la stirpe normanna, cui la fortuna aveva fatto dono di una fra le più belle contrade del mondo, e la sua fine fu tanto più notevole in quanto che non tardò a tenergli dietro quella degli Hohenstaufen. La Nemesi vendicativa colpì questa pure. Come erasi impadronita della signoria di Sicilia col sangue e la crudeltà, così ebbe a patire la stessa sorte, raccogliendo quel che aveva seminato. Secondo la tradizione, Federigo nacque lo stesso giorno in cui suo padre Arrigo macchiava la sua mano di sangue, il 26 dicembre 1194. Arrigo morì tre anni dopo in Messina, di soli 32 anni. Manfredi, bastardo al pari di Tancredi ed al pari di Tancredi prode e generoso, fu tradito e cadde nella battaglia di Benevento; Elena, sua moglie, ricoveratasi nella rocca di Trani, come un dì Sibilla co' suoi figli in quella di Caltabellotta, al pari di lei si vide tradita e fu rinchiusa insieme con i figli in carcere, dove morì di dolore; sua figlia Beatrice visse per ben diciotto anni nel Castel dell'Uovo a Napoli; i tre figli minori, Enrico, Federigo e Anselmo rimasero per trenta anni in carcere, e Corradino, infine, lasciò la vita sul patibolo. Tanto sangue versato suscitò novella sete di vendetta che poi si sfogò sopra gli Angioini, nei Vespri siciliani.
Gli Hohenstaufen trovarono, del resto, l'isola in floride condizioni; paese dalla natura prediletto, la Sicilia era divenuta durante la signoria normanna ricca, mercè l'industria e il commercio. Nessun nemico esterno in quel periodo era entrato nella città, mentre dall'Oriente e dall'Africa erano stati portati in grande quantità oggetti preziosi.
Allorquando Arrigo VI entrò in Palermo, rimase impressionato dallo splendore della città, e trovò nel palazzo dei re normanni grandi tesori, oro, gemme, rare stoffe di seta, che fece imbarcare.
Arnoldo, abate di Lubecca, narra che «entrato Arrigo nella dimora del morto Tancredi, vi trovò letti, sedili, tavole d'argento, vasellame d'oro finissimo, tesori nascosti, gemme, meravigliosi gioielli sì da caricarne centocinquanta bestie da soma, facendo ritorno in patria ricco e glorioso».
Fu in questa occasione che venne portato in Germania il prezioso manto, tessuto con seta, ornato di caratteri arabi, che aveva servito all'incoronazione di Ruggero I, e che, nel 1424, per volere dell'imperatore Sigismondo, fu riunito con altri gioielli dell'Impero a Norimberga, tanto che poi lo si credette il pallio di Carlomagno.
Reynaud recentemente ha dato questa traduzione dell'iscrizione araba ricamata sul manto di re Ruggero: «Tessuto nella fabbrica reale, nella sede della felicità, della nobiltà, della gloria, del conseguimento duraturo del benessere, della buona accoglienza, della fortuna, dello splendore, della reputazione, della bellezza, del compimento di ogni desiderio, di ogni speranza; del piacere del giorno e della notte, senza tregua, della devozione, della conservazione, della simpatia, della felicità, della salute, dell'aiuto, della soddisfazione, nella città di Sicilia nell'anno 528» (1133 dell'èra volgare). Questa orgogliosa ed ampollosa iscrizione in stile orientale, sul manto solenne di un re normanno, basta a provare quanto i Normanni si compiacessero di conformarsi agli usi ed ai costumi arabi.
Di quei tempi ci rimane una delle più antiche descrizioni di Palermo, quella del normanno Ugo Falcando, che visse in quella città durante il regno di Guglielmo il Malo, e che poi fece ritorno nella sua patria. Mentre la dinastia di Ruggero stava per estinguersi, egli scrisse un'epistola a Pietro, tesoriere della cattedrale di Palermo, lamentando i mali che stavano per cadere sopra la città e dando un'idea della sua bellezza. La sua lettera rivela un odio feroce contro i Tedeschi. Dopo aver rivolto apostrofi piene di entusiasmo verso i Normanni che a Messina ed a Catania stavano allora lottando coi barbari, si rivolge a Siracusa, esclamando: «Dovrà dunque ridursi a servire i barbari l'antica nobiltà di Corinto che, abbandonata la propria patria, venne in Sicilia per edificare una città, e finì per stabilirsi sulla costa più amena dell'isola ed ivi innalzò una città, fra porti che non hanno gli eguali? A che ti vale ora l'antico splendore de' tuoi filosofi, dei poeti che s'inspirarono alla tua fonte profetica? A che ti vale avere scosso il giogo del tiranno Dionigi e de' suoi eguali? Minor danno sarebbe per te stato sopportare il furore dei despoti siciliani, piuttosto che la tirannia di un popolo barbaro e crudele. Guai a te, guai a te, Aretusa, fonte cantata da uomini illustri che, dopo aver offerto ai vati l'ispirazione, devi saziare l'ebbrezza dei Tedeschi e soffrire le loro turpitudini!»
La lettera di Falcando è un documento importantissimo per la conoscenza delle condizioni di Palermo al tempo dei Normanni. A questo proposito, l'autore ad un certo punto esclama: «Chi potrà mai bastantemente esaltare la bellezza degli edifici di questa nobile città? Chi l'abbondanza delle fontane sgorganti d'ogni parte? Chi lo splendore della lussureggiante vegetazione? Chi gli acquedotti, che in tanta abbondanza forniscono alla città il salutare elemento?»
Ancora prima di Falcando, Ibn-Hankal di Bagdad, verso la metà del secolo X, aveva dato una descrizione di Palermo in un'opera geografica, descrizione che venne pubblicata, tradotta in francese da Michele Amari, a Parigi nel 1845. Il lavoro non è di gran mole, ma ha un certo valore. L'autore divide Palermo in cinque quartieri, e nell'Alcazar (la Paleopoli di Polibio) fa menzione della grandiosa moschea, l'antica cattedrale dei cristiani, nella quale eravi una cappella in cui stava sospesa per aria la tomba di Aristotile. Ivi, nei tempi anteriori, venivano i cristiani a pregare per implorare la pioggia.
Nel Khalessah stava la dimora dell'emiro; nel Sakalibah (secondo l'Amari, quartiere degli Schiavoni) c'era il porto; il quarto quartiere era quello della moschea di Ibn-Saktab; a mezzogiorno della città si stendeva il quartiere di El-Jadid, l'attuale Albergaria.
Ibn-Hankal accenna anche ai mercanti, alle loro botteghe, specie quella dei macellai, alla preparazione dei papiri, ed ancor più descrive le fontane, sopratutto quella di Favara.
Ho già ricordato il viaggio di Mohamed-Ibn-Djobair, che contiene pure una pregevole descrizione della città sotto i Normanni: egli paragona Palermo, specialmente la città antica, l'Alcazar, per i suoi bei palazzi e le sue torri, a Cordova. «La città, egli scrive, è fabbricata mirabilmente sullo stesso tipo di Cordova, tutta in pietra lavorata, della cosidetta El-Kiddan. I palazzi reali stanno all'intorno e la circondano come una collana posta sul bel collo di una fanciulla».
Le notizie di questi due Arabi e dell'ebreo Beniamino di Tudela completano la breve descrizione del normanno Falcando, il quale descrive pure i principali edifici di Palermo ed afferma che la città al suo tempo si era mantenuta divisa in quartieri, come sotto la dominazione araba, e che parecchie piazze e strade e porte avevano conservato i loro antichi nomi arabi. Da quanto egli narra si arguisce che la città a quel tempo si trovava nel suo massimo splendore. Per la ricchezza e la bellezza dell'architettura indubbiamente il periodo normanno fu il più felice e normanni sono difatti i monumenti più notevoli che ancora rimangono. Gli Svevi, compreso Federico, non hanno lasciato alcun ricordo architettonico. Per varie ragioni essi dimorarono sempre fuori dell'isola, mentre i principi normanni stabilirono colà la loro dimora e cercarono di dare alla città lo splendore necessario alla capitale di una nuova e possente monarchia.
Ci resta ora da parlare dei principali monumenti dell'epoca normanna, primo fra tutti il palazzo reale. Questo castello, così straordinariamente interessante in special modo pei Tedeschi, poichè fra le sue mura trascorse la poetica giovinezza uno dei più grandi imperatori di Germania, e del pari interessante per gl'Italiani, che lo considerano quale culla della poesia nazionale,--sorge in fondo alla via detta Cassero, sulla piazza da cui si domina tutta la città. A quanto pare, è l'edificio più antico di Palermo, non risalendo soltanto ai Saraceni, ma ai Cartaginesi, ai Romani ed ai Goti, che vi stabilirono la loro sede principale. Ivi sorgeva indubbiamente il palazzo degli emiri, da cui si farebbe derivare il nome di Cassero, che fui poi esteso a tutta la città e finì per rimanere alla strada principale. Si vuole che il palazzo sia stato costruito dal saraceno Adelkam. Ruggero I e il suo successore lo ampliarono; ivi vissero Federico, Manfredi e i suoi successori, che lo resero sempre più vasto, riducendolo nella forma irregolare di palazzo e di fortezza che attualmente presenta.
Falcando così ce lo descrive ai tempi di Guglielmo il Malo: «Lo stupendo edificio è costruito con pietre lavorate con grande cura ed arte squisita; è circondato da solide mura ed è pieno di ori e di argenti. Alle estremità sorgono due torri, la Pisana, destinata a custodire i tesori regali, e la Greca, dominante la parte della città chiamata Khemonia. Nel centro sorge una sala straordinariamente decorata, per nome _Ioaria_, in cui si trattengono in udienze segrete il re e i suoi confidenti, ed in cui il re concede udienza ai baroni, per discutere degli affari più importanti del regno».
Quasi ogni traccia di quelle antiche costruzioni è ormai andata perduta; solo rimane la torre di S. Ninfa, che doveva essere la parte più antica del castello, e la famosa cappella palatina. In cima alla torre sorge l'osservatorio, da cui padre Piazzi, il 1^o giugno 1801, scoprì Cerere, la stella dal nome della Dea protettrice dell'isola. Il cortile ha tre ordini di portici, che lo circondano; al primo piano trovasi la celebre cappella palatina, uno dei più bei monumenti dell'epoca normanna, costruita da re Ruggero nel 1132 e dedicata a S. Pietro. Essa è connessa al palazzo e non ha una vera facciata; vi si accede da un portico sostenuto da otto colonne di granito egiziano, con mosaici nelle parti superiori, illustranti i fatti dell'antico Testamento e l'incoronazione di Ruggero. Sull'ingresso sta un'iscrizione in lingua greca, araba e latina, che indica come il re avesse fatto disegnare con somma cura nel palazzo un orologio solare. L'iscrizione in lingua araba è stata così tradotta: «Fu dato ordine dalla maestà reale, il magnifico ed illustre re Ruggero, che Iddio protegga ed eterni, di costruire questo strumento per segnare le ore, nella metropoli di Sicilia, protetta da Dio, l'anno 536» (dell'Egira).
La basilica, davvero caratteristica, fantastica e misteriosa, non paragonabile a nessun altro tempio italiano dello stesso genere, scarsamente illuminata dal sole, ha le pareti rivestite di marmi e di mosaici a figure su fondo d'oro, che a momenti si perdono nella dubbia luce e a momenti, colpite da un raggio improvviso e passeggero, balzano fuori violentemente. Quando io vi entrai, si stava celebrando una messa solenne da morto per l'ultimo re defunto. Nella navata centrale sorgeva un alto catafalco coperto di velluto nero, su cui posava una regale corona d'oro; tutt'intorno ardevano ceri e sotto le volte risuonavano i canti dei sacerdoti e si elevavano nubi d'incenso. Lo spettacolo, fra lo splendore misterioso dei mosaici e le decorazioni arabe, riportava la fantasia ai tempi di re Ruggero.