Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 11

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Come abbiam detto, la dominazione degli Arabi in Sicilia fu assai diversa da quella dei Mori in Spagna; le due regioni, fra le più belle dell'Europa meridionale, furono conquistate dagli Arabi africani, ma in condizioni assai diverse: i Mori in Spagna distrussero un possente impero cristiano, che già possedeva i suoi buoni ordinamenti di governo e di amministrazione, ai quali dovettero sostituirne altri. La loro signoria, sorta dal califfato degli Ommiadi, assunse carattere regolare ed ortodosso di fronte a quello degli Abassidi d'Asia; il passaggio si compì con eroismo cavalleresco, a contatto della cristianità, che dovette nella lotta raddoppiare di energia. Ed infine, la Spagna era una vasta e ricca contrada. In Sicilia, invece, gli Arabi non ebbero da distruggere una grande potenza indigena, ma solo dovettero cacciare i Greci-bizantini indeboliti e quasi imbarbariti. La conquista per essi fu facile: trovarono delle città in piena decadenza e non dovettero lottare col cristianesimo, col quale piuttosto si confusero, ristretti essendo i confini dell'isola e non offrendo i suoi monti quel rifugio che avevano dato i Pirenei agli Spagnuoli.

I Mori raggiunsero in breve in Spagna uno splendore che abbagliò l'intera Europa; illustrarono il loro regno con meravigliosi monumenti architettonici e con una cultura scientifica che fece epoca nella civiltà europea; e poterono così mantenersi per ben settecento anni nella terra conquistata. Gli Arabi in Sicilia invece non riusciron durante i duecento anni di dominazione ad uscire da loro stato caotico. Ad onta dell'opinione dei Siciliani d'oggi, i quali guardano con una certa compiacenza romantica il periodo della dominazione araba nell'isola, si può affermare che il regno dei grandi emiri di Sicilia non differì gran che dagli stati barbareschi d'Africa.

I Saraceni, del resto, non erano affatto rozzi, nè barbari. Tutti presero parte alla cultura scientifica d'Oriente, sviluppatasi con grande rapidità. Anche la poesia, le arti, le scienze orientali piantarono le loro radici nell'antico suolo dorico di Sicilia. La storia moderna della letteratura dell'isola accolse anche gli Arabi-siculi nel catalogo de' suoi scrittori compilato dall'Amari. Ma noi regaleremmo assai volentieri tutti quei verseggiatori dai nomi ampollosi per un'opera sola, la storia araba di Sicilia di Ibn-Kalta, che andò perduta; per questa rinunceremmo del pari al _Divano_ di Ibn-Hamdis di Siracusa.

I monumenti che soli rimangono della loro presenza in Sicilia, sono quelli dell'architettura Kairewan, la città donde pervennero, rinomata per la moschea fondata da Akbah nel VII secolo, e quale sede del califfato. Di là portarono gli Arabi il gusto della buona architettura, ma non costruirono nelle sicule contrade notevoli edifici come i Mori in Spagna. Nessuna traccia di qualche loro bella moschea rimane a Palermo, e lo stesso Alcazar, divenuto più tardi castello dei Normanni e degli Svevi, non conserva niente della parte dagli Arabi edificata. Palermo fra tutte le città si distinse per lusso e ricchezza, e divenne presto un centro voluttuoso, tutto orientale. Ivi e in altre città gli Arabi edificarono i loro mercati, le loro ville cinte di giardini. Nel periodo più florido della loro dominazione, sotto il governo di Hassan-ben-Alì e di Kasem, dei quali ci e stato tramandato che costruirono città e castelli, l'architettura moresca necessariamente si estese. Nessun contrasto doveva esser maggiore di quello offerto allora dallo stile grazioso e fantastico dell'Oriente con quello severo e maestoso dei tempi dorici in Sicilia. L'architettura moresca si mantenne anche nei periodi posteriori; fu, come la scrittura e la lingua araba, usata talvolta anche dai Normanni e dagli Svevi, e dalla fusione del tipo saraceno col tipo bizantino-romano nacque quello stile misto che prese il nome di arabo-normanno: dal che si può argomentare che i Saraceni in Sicilia dovettero elevare splendidi edifici. Ma il tempo ha distrutto tutti i palazzi degli emiri, la cui magnificenza produsse tanto stupore nel principe normanno Ruggero, e dei monumenti di architettura araba non rimangono più che la Cuba e la Zisa, due ville presso Palermo, costruite senza dubbio dai Saraceni, ma poi alterate grandemente e restaurate e in tempi posteriori ampliate.

Le due ville stanno fuori della Porta Nuova, sulla strada che mette a Monreale. La Cuba (parola che in arabo significa arco o vòlta) è stata da parecchi anni adibita a caserma di cavalleria ed ha subito tali rovine e alterazioni che ben poco ormai si riconosce dell'antica disposizione. All'esterno è un edificio quadrato, regolare, costruito con pietre ben lavorate, proporzionato e diviso da archi e da finestre, in parte finte e soltanto ornamentali, secondo l'usanza araba. Sulla cornice in cima all'edificio si scorge ancora un'iscrizione araba, indecifrabile. L'interno fu completamente devastato e trasformato; soltanto nella sala centrale, in origine molto probabilmente sormontata da una cupola, sono avanzi di pittura e bellissimi rabeschi di stucco.

Boccaccio collocò in questo palazzo la scena della V novella della sesta giornata del suo _Decamerone_, e lo storico Fazello ne descrisse la magnificenza, riportando quello che ne avevano detto scrittori antichi, imperocchè a quel tempo--secolo XVI--il castello era già rovinato. Così egli ce lo descrive: «Unito al palazzo, fuori le mura della città verso ponente, trovasi un pomario di duemila passi di circonferenza, detto parco, ossia Circo reale. In questo giardino, rallegrato da acque perenni, crescono meravigliose specie di piante e qua e là si vedono cespugli di alloro e di mirto odoroso. Colà, dall'entrata all'uscita, si stendeva un lungo portico, con parecchi padiglioni aperti a forma circolare, adibiti per gli svaghi del re, uno dei quali tuttora rimane in buone condizioni, con nel mezzo una grande vasca fatta con pietre regolari e commesse con mirabile arte. La vasca esiste ancora, ma priva d'acqua e di pesci. In questo pomario sorgeva lo stupendo palazzo dei re saraceni, in un angolo del quale si tenevano raccolte fiere d'ogni sorta. Oggi tutto è rovinato; i giardini sono stati ridotti a vigne di privati e solo se ne giudica l'estensione dai muri di cinta in massima parte ancora in piedi. I Palermitani continuano ancora a dare a questo luogo l'antico nome saraceno di Cuba».

Il palazzo nelle sue parti principali esiste ancor oggi, tale e quale ci fu descritto da Fazello, ed in particolare si possono ancor vedere le mura di cinta del giardino ed in questo gli avanzi dell'antica vasca.

La Zisa era una villa ancor più bella, più vasta. La famiglia spagnuola di Sandoval, di poi proprietaria, l'alterò grandemente con nuove costruzioni, ma la preservò anche in tal modo dalla sua completa rovina. Lo stile è lo stesso della villa Cuba; ha la forma ben proporzionata di un dado, semplice, costruita con pietre regolarmente lavorate, divisa in tre parti da cornici, archi e finestre. Guglielmo il Malo la fece restaurare e probabilmente anche l'ampliò, poichè non potrebbesi spiegare altrimenti l'asserzione di Romualdo da Salerno: che quel re cioè avesse fatto costruire un palazzo chiamato la Zisa. «In quel tempo--ha lasciato scritto Romualdo--re Guglielmo fece edificare presso Palermo un palazzo di meravigliosa architettura, cui diede nome Zisa e che circondò di ameni giardini e arricchì questi con appositi acquedotti, di grandi vasche in cui si allevavano dei pesci». La Zisa mantenne sempre il suo carattere arabo, nonostante che re Guglielmo vi facesse notevoli modificazioni. Il suo interno, interamente restaurato, contiene parecchie sale e appartamenti, che niente conservano del loro carattere arabo; soltanto il portico d'ingresso ha serbato un certo aspetto di antichità. Ivi, nel muro, sono nicchie ed archi sostenuti da colonne, fra le quali sgorga in una vasca di marmo una fonte, tappezzata di muschio e di piante rampicanti. L'arco superiore alla fonte è di stile arabo ed ha notevoli ornati e rabeschi originalissimi e fantastici. Gli affreschi e i mosaici, rappresentanti palme, ramoscelli d'olivo, pavoni e figure di arceri, sono di origine normanna, e normanna è pure l'iscrizione cufica sulla parete, riprodotta anche dall'orientalista Morso nella sua opera _Palermo antica_, nonchè dal de Sacy. La già nominata iscrizione, ora illeggibile, in cima al palazzo, è invece araba.

La fonte dal portico sgorgava in una bella vasca, ancora esistente nel 1626, come ne fa parola il monaco bolognese Leandro Alberti nella sua descrizione dell'Italia e delle sue isole. La vasca era sita di fronte al portico, aveva forma regolare, lunga cinquanta passi ed era rivestita tutta di muratura. Nel mezzo vi sorgeva un grazioso e piccolo edificio, al quale si accedeva per mezzo di un ponticello di pietra, ed in cui esisteva una saletta a vòlta, lunga dodici passi e larga sei, con due finestre; di là, dice l'Alberti, si passava in una bella stanza destinata alle donne, con tre finestre a duplice arco, sostenuto nel mezzo da una colonnetta di marmo.

Parecchie scale portavano al piano superiore del palazzo, ove erano varie camere a vôlta, con colonne ed archi di stile arabo; e nell'interno c'era un cortile a porticato. Tutto quanto l'edificio era coronato di merli. Le sale, con le pareti rivestite di mosaici, coi pavimenti di marmo e di porfido nei colori più svariati, dovevano essere indubbiamente stupende. Ma l'Alberti trovò già la Zisa ridotta in tale stato di ruina da fargli esclamare melanconicamente:

«In verità, io non credo possa esistere animo gentile che, dinanzi a quest'edificio già così bello e in parte ora caduto, in parte minacciante rovina, non provi un senso di profonda compassione». Quanto bella doveva essere questa villa ai tempi degli emiri, dei Normanni, di Federigo, sotto questo splendido cielo, in quelle notti serene di questa amena contrada che fa pompa, dal lido del mare ai piedi del monte, de' più deliziosi aranceti dai frutti d'oro!...

Ho visto pochi panorami simili a quello che si gode dal tetto a foggia di terrazzo di questo castello; di là si scorgono tutti i dintorni di Palermo, dalla spiaggia ai monti, dintorni di una bellezza che la parola non sa, nè può descrivere. Basti dire che si abbraccia con lo sguardo tutta la _Conca d'oro_, co' suoi neri monti, maestosi e severi, tali da sembrar tagliati dallo scalpello greco, co' suoi giardini ricchi d'aranci, cosparsi di ville, con la sua città turrita e piena di cupole, col suo mare sempre meraviglioso, con la mole gigantesca e imponente da una parte del monte Pellegrino, dall'altra del capo Zafferano, che si protende in mare, co' suoi monti coronati di neve nel lontano orizzonte, perduti in una atmosfera pura, serena, tranquilla. Terra, mare, aria, luce, colà tutto ricorda l'Oriente. Nel fissare dal tetto della Zisa i giardini, vien fatto di attendere l'uscita delle belle odalische al suono di una mandola, e di un emiro dalla lunga barba, in caftano rosso e pantofole gialle. Là si prova quasi il desiderio di vivere secondo i precetti del Corano.

Non è errato credere che, specie ai tempi della dominazione spagnuola, il fanatismo religioso abbia cercato di distruggere l'antica dimora dei Saraceni. I principi normanni, invece, rimasero colpiti dallo splendore dei palagi e dei giardini arabi e l'imitarono nelle loro costruzioni. Ruggero pel primo edificò delle ville in quello stile, Favara Mimnermo ed altre, come ha lasciato scritto Ugo Falcando, contemporaneo degli ultimi principi normanni. Le fontane sopratutto furono da questi imitate e le vasche di foggia orientale; molte ne costruì difatti Federigo II, giovandosi della ricchezza d'acqua di cui Palermo godeva sin dai tempi più antichi. A prova della passione che gli Arabi dimostrarono nel costruire vasche, basta citare la descrizione che Leonardo Alberti fa di quella della Zisa, e la descrizione che l'ebreo Beniamino di Tudela, nella sua breve opera su Palermo, fa della vasca Albehira. Beniamino di Tudela venne in Sicilia nel 1172, ai tempi di Guglielmo il Buono, per visitarvi le corporazioni israelitiche, e così descrisse l'Albehira: «Nel centro della città sgorga la più copiosa delle fontane, quella circondata da mura cui gli Arabi diedero il nome di Albehira. Vi si mantengono pesci di varie specie e vi navigano le barche reali, ornate d'oro, d'argento ed elegantemente dipinte; il re con le sue dame vi si reca spesso per diletto. Nei giardini reali trovasi inoltre un castello, le cui pareti son rivestite d'oro e d'argento, e i pavimenti sono formati di marmi rarissimi; contiene statue d'ogni sorta. Non vidi mai altrove edifici paragonabili ai palagi di questa città».

S'ignora ove sorgesse l'Albehira; Morso ha cercato di provare che Beniamino alludesse al così detto _Mar Dolce_, nome dato alle rovine arabe del castello di Favara, presso il pittoresco convento del Gesù, fuori le porte della città, sotto la grotta famosa per i suoi fossili. Queste rovine presero il nome di _Mar Dolce_ perchè si trovavano di fronte ad una vasca; gli Arabi però le dicevano _Case Djiafar_.

Fuori di Palermo esiste ancora una quarta villa o palazzo saraceno, quello di Ainsenin, dal popolo soprannominato _Torre del Diavolo_, le cui rovine giacciono nella pittoresca valle Guadagna, attraversata dall'Oreto e dominata dal monte Grifone.

Questi sono gli unici monumenti di costruzione saracena che, a ricordo della dominazione araba, rimangono in Palermo. Con l'invasione spagnuola scomparve la graziosa architettura orientale e cominciarono anche a venir meno ai tempi di Federigo II le tradizioni dell'islamismo, sopratutto allorquando, nel 1220, gli Arabi ancor rimasti nell'isola furono trasportati a Nocera nelle Puglie, avendo durante l'assenza di Federigo, guidati da Mirabet, tentato di riacquistare la loro indipendenza. D'allora in poi il linguaggio e i costumi arabi andarono perdendosi in Sicilia ed una nuova nazionalità, quella spagnuola, cercò di stabilirvisi, cominciando col cancellare ogni traccia dei predecessori.

Nell'ultimo secolo, quando la scoperta di Pompei riaccese in tutta Italia lo studio dell'antichità, si prese a indagare pure con ardore le vicende della dominazione araba in Sicilia. Le iscrizioni esistenti nelle chiese e nei palazzi portarono allo studio della lingua araba ed in Palermo sorse anzi una cattedra speciale per l'insegnamento di questa. Ma la cosa non avvenne senza grottesca soperchieria, la quale valse a provare sino a qual segno ogni tradizione araba fosse scomparsa dall'isola in cui un tempo gli stessi re cristiani avevano parlato quella lingua. Il maltese Giuseppe Vella venne a Palermo e si spacciò per dotto orientalista, falsificando anche un codice contenente parecchie corrispondenze degli Arabi in Sicilia. L'abile falsario seppe ingannare tutta quanta l'Europa erudita, fintanto che, smascherato, venne rimosso dalla cattedra e imprigionato.

Frattanto però presero a dedicarsi allo studio dell'arabo parecchi Siciliani, fra i quali Airoldi, Rosario e Morso, quest'ultimo in special modo, che successe al Vella nella cattedra e fu in relazione con i maggiori orientalisti, col Tichsen, col Silvestre, col Sacy, con l'Hammer e col Frahn, e molto si adoperò nell'interpretazione delle iscrizioni cufiche esistenti in Palermo. Ne risultarono opere veramente utili, come la _Rerum Arabicarum quae ad historiam siculam spectant ampla collectio_ di Gregorio, pubblicata a Palermo nel 1790; le _Notizie storiche dei Saraceni siciliani_ del Martorana, pubblicate del pari a Palermo, nel 1833; ed infine la _Storia dei Mussulmani in Sicilia_, dovuta all'insigne Michele Amari, ma di cui furono editi soltanto i due primi volumi.

Lo studio delle antichità arabe risvegliò anche l'amore per l'architettura saraceno-normanna, e divenne così generale, che molte botteghe della bella via Toledo di Palermo sono oggi ornate alla foggia araba e in stile arabo sono costruite molte ville di ricchi possidenti nella campagna.

Il gusto corrotto dei palazzi e delle ville siciliane è noto a tutti per la sua straordinaria bizzarria. Mentre si avevano sott'occhio dei modelli graziosissimi e si avevano alle porte di Palermo la Cuba e la Zisa, mentre esistevano nella stessa città edifici dell'epoca normanna o posteriori, come, per esempio, il palazzo del tribunale, che insegnavano come anche in edifici grandiosi si potesse unire la semplicità all'armonia delle proporzioni ed alla sobrietà della decorazione, si preferì innalzare costruzioni di gusto esageratamente barocco, come la villa del principe di Palagonia, o ricorrere al gusto cinese, come nella regale villa della Favorita.

In questi ultimi tempi veramente si è fatto ritorno allo stile arabo-normanno, e farà epoca fra le moderne costruzioni la villa Serra di Falco, innalzata a poca distanza dalla Zisa da quel duca che è altamente benemerito per lo studio delle antichità siciliane. I magnifici giardini di questa palazzina dànno l'illusione di rivivere ai tempi di Hassan.

In Palermo, il marchese Forcella innalzò pure un bel palazzo di stile arabo-normanno, nel quale sono però alcune cose grottesche come in tutte le imitazioni di architettura passata. Questo palazzo sorge in piazza Teresa, presso la porta dei Greci; il proprietario vi spese ingenti somme e i lavori non ne sono peranco ultimati. All'esterno le finestre sono a doppio arco di sesto acuto, divise da una colonnetta, guarnite con vetri colorati. Le sale sono parecchie e ricche, in specie quelle centrali, di gusto tutt'altro che arabo, con le pareti rivestite di marmi e di pietre dure, preziosi quelli e queste, di vario colore, a disegni graziosissimi. La volta è ornata fantasticamente, e il pavimento è in marmo di vario colore; questa profusione di marmi prova la ricchezza mineralogica dell'isola. A rendere quest'edificio simile ad un'Alhambra non manca nemmeno una fontana. Altre stanze furono dal ricco marchese decorate in stile romano e pompeiano e dimostrano l'abilità dei Siciliani nell'affresco, imperocchè tutte le imitazioni di pitture antiche furono colà eseguite unicamente da artisti nati e vissuti nell'isola.

II.

Due isole molto distanti fra loro, l'Inghilterra e la Sicilia furono ad uno stesso tempo conquistate da una razza audace e avventuriera, quella dei Normanni, che, dopo avervi per poco brillato, vi si spense. Nell'una e nell'altra isola venne introdotto il governo feudale, con baronie e maggioraschi, i quali durano ancor oggi[5]. In entrambe le isole si formò una costituzione aristocratica, che si sviluppò possente in Inghilterra e di cui rimangono ancora vestigia in Sicilia, ove più presto si estinse.

Questa similitudine di destini fra le due isole è abbastanza singolare e potrebbe servire a spiegare altri fatti storici avvenuti dopo la Rivoluzione francese, fra i quali la costituzione introdotta dagli Inglesi in Sicilia nel 1812.

La signoria dei Normanni in Sicilia fu di breve durata; brillò appena un secolo e ne furono caratteri distintivi l'intelligenza, la costanza, l'audacia quasi feroce, una politica vasta e intraprendente, una grande vastità di disegni e di imprese. Tutto ciò soggiacque al contatto della vita voluttuosa dei Saraceni, al clima, alla libidine sfrenata delle partigianerie.

Nel 1038 Giorgio Maniace era stato invitato in Sicilia dall'Imperatore greco per cacciarne i Saraceni. Egli si rivolse a Guaimaro perchè gli concedesse una piccola schiera di Normanni che teneva al suo servizio; Guaimaro gli mandò circa trecento uomini al comando di Guglielmo dal braccio di ferro, di Dragone e di Umfrido. Greci e Normanni si precipitarono sull'isola, posero in fuga gli Arabi, s'impadronirono di Messina, Siracusa e altre città; ma l'avidità del bottino portò fra loro la discordia; i Greci rapaci volevano tutto per sè; allora i Normanni, offesi, partirono, passarono in Italia e cercarono quivi qualche altro compenso. Sorpresero Melfi ed altri paesi delle Puglie, cominciarono per questa via a stabilire la propria indipendenza. Ma non appena i Greci seppero questo, abbandonarono la Sicilia per cacciarli dalle Puglie, ma non vi riuscirono, e le città da loro conquistate in breve tornarono in potere dei Saraceni.

Trascorsero così varî anni senza speciali avvenimenti; i Normanni riaffermarono il loro prestigio nelle Puglie, Guglielmo ne divenne conte, più tardi Drogone ne ereditò i possessi, e Umfrido, dopo la morte di quest'ultimo, costrinse papa Leone IX a concedergli l'investitura della provincia. Novelle schiere vennero dalla Normandia, sotto il comando di Ruggero Guiscardo, il quale, dopo la morte di Umfrido, avvenuta nel 1056, si fece proclamare duca delle Puglie e delle Calabrie. Più tardi discese anche suo fratello minore, Roberto, per dividerne le sorti. I due valorosi fratelli nel 1060 occuparono Reggio ed una notte, Ruggero, accompagnato da soli sessanta soldati, mosse alla volta di Messina, per conoscere le condizioni del paese; attaccò audacemente sulla spiaggia i Saraceni, quindi s'imbarcò di nuovo e fece ritorno a Reggio. Poco dopo, la fortuna volle favorirlo ed egli si accinse seriamente all'arrischiata impresa. A lui si presentò l'emiro di Siracusa, Bencumen, scacciato dal fratello Belcamend, e lo informò delle lotte che travagliavano l'isola e lo persuase di tôrre agli Arabi il possesso della Sicilia.

L'impresa non fu certo facile. I Saraceni opposero la più viva resistenza e nuove truppe vennero dall'Africa per respingere Ruggero, che, dopo una sanguinosa battaglia, si era impadronito di Messina. Roberto lo raggiunse allora a Castrogiovanni; l'esercito principale dei Saraceni fu posto in fuga, dopo di che i Normanni fecero ritorno nelle Calabrie per rafforzare le proprie file e prepararsi ad una più seria lotta. Almocz, califfo d'Egitto, aveva frattanto spedito in Sicilia una flotta, la quale però fu dispersa da una tempesta e distrutta presso l'isola di Pantelleria. La fortuna aveva arriso agli arditi avventurieri, ma la discordia minacciò di rovinarli. Roberto Guiscardo cominciò ad avere invidia dei successi del fratello Ruggero, pretendendo il possesso di metà delle Calabrie e dell'intera Sicilia; l'altro non volle aderirvi e i due eroi ricorsero alle armi, e, senza curarsi dei Greci e dei Saraceni, nè della poca stabilità delle recenti conquiste, presero a straziarsi fra loro in una guerra feroce. Ruggero cadde nelle mani di suo fratello, che, però, cedendo all'influenza di quell'uomo straordinario, lo lasciò libero. Allora, riconciliati, i due fratelli si rivolsero verso la Sicilia e due volte si spinsero sino a Palermo, ma dovettero quindi far ritorno nelle Calabrie per sistemare la loro posizione in quel dominio. Soltanto nel 1071 poterono stringere di regolare assedio la capitale dell'isola. A quell'epoca Palermo era forse la città più popolosa d'Italia, senza dubbio la più florida, la più ricca: in essa era tutto lo splendore della vita orientale. Gli Arabi opposero fiera resistenza e narra la tradizione che, per dimostrare la loro fiducia nell'esito della lotta, essi non chiudessero neppure le porte della città e che un ardito cavaliere normanno l'attraversasse un giorno da solo, di galoppo, con la lancia in resta. Finalmente Roberto penetrò per la porta di mezzogiorno, mentre Ruggero entrava per quella di ponente. I Saraceni, ritiratisi nel centro della città, capitolarono, cedendo Palermo al fortunato vincitore, a condizione che fosse loro garantita salva la vita e libero l'esercizio del loro culto.