Passeggiate per l'Italia, vol. 4

Part 10

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La città possiede un bel cimitero, piantato di cipressi e popolato di fiori; ma il più grande orgoglio gli Anacapresi lo ripongono nel cosiddetto _paradiso terrestre_, vale a dire nel pavimento della loro chiesa, sui quadrelli del quale è rappresentato in ismalto il Paradiso, opera di buon disegno del Chiaese, e che risale al secolo XVII. Anche in Anacapri l'architettura moresca è bizzarra ed originale, e vi sono case col loro pergolato, veramente belle a vedersi. Sono poche nel paese le rovine di Tiberio; i coltivatori di vigne le hanno quasi tutte distrutte; del resto, gli edifici romani erano qui in minor numero che a Capri. I ruderi romani di maggior momento si rinvengono nella pianura di Damecuta, fertile regione che scende dolcemente al mare, e sulla cui riva trovasi la Grotta Azzurra. Capri superiore, nonostante la sua altezza, possiede coste più basse che Capri inferiore, imperocchè la montagna degrada dolcemente verso il mare, quantunque la spiaggia non sia accessibile nè alle barche, nè alle persone, e si trovi senza sabbie, senza porto, ed irta di scogli.

La torre di Damecuta indica ad un dipresso il punto dove, sotto la spiaggia, trovasi la famosa Grotta Azzurra, la meraviglia di Capri, ma non la sola che si rinvenga in quest'isola delle sirene. Il mio albergatore, don Michele, mi narrò quando e come venne fatta la scoperta, alla quale prese parte ei pure, da ragazzo. Suo padre Giuseppe, Augusto Kopisch, il pittore Fries ed il barcaiuolo Angelo Ferraro, furono i primi ad arrischiarsi nella grotta. Ora sono morti tutti quanti, e solo don Michele può ancora narrare la scoperta. Un suo zio sacerdote ammonì la compagnia di non voler tentare l'impresa, asserendo che la grotta era sede di spiriti maligni e di mostri marini, e che era pericoloso avvicinarvisi, perchè a quell'epoca non esisteva in Capri nessuna barca adatta. Angelo pertanto si servì di una tinozza, e Kopisch e Fries vi penetrarono a nuoto. Il mio albergatore mi descrisse con vivacità la gioia dei due pittori quando riuscirono a penetrare nella grotta e mi disse che Fries particolarmente pareva fuori di sè, e che entrava e usciva nuotando e mandando continue grida d'allegria. Augusto non ebbe riposo, finchè non partì per Napoli, onde far parte ai suoi amici della scoperta. Pagano conserva un vecchio registro dei forestieri, il quale è una vera reliquia, ed in questo Kopisch ha fatto menzione, sotto la data del 17 agosto 1826, della scoperta nei termini seguenti: «Raccomando agli amanti di curiosità naturali la scoperta da noi fatta, insieme col nostro albergatore Giuseppe Pagano e col signor Fries, della grotta, nella quale da secoli nessuno si arrischiava a penetrare, per timori superstiziosi. Finora è accessibile appena ai buoni nuotatori; quando il mare è tranquillo vi si potrebbe pure entrare con una piccola barca, però la cosa sarebbe sommamente pericolosa, imperocchè il più leggiero soffio d'aria, basterebbe ad impedirne l'uscita. Abbiamo dato il nome di Azzurra a questa grotta, perchè le acque del mare sotto l'azione della luce vi assumono il più bel colore ceruleo. Recherà stupore trovare che ogni onda del mare presenta l'aspetto quasi di una fiamma azzurrina. In fondo trovasi un antico sentiero fra gli scogli, il quale porta probabilmente alla pianura superiore di Damecuta dove, secondo la tradizione, Tiberio manteneva una fanciulla; ed è possibile che questa grotta sia stato un tempo un punto segreto d'approdo. Fino ad ora un marinaio soltanto ed un conduttore di somari furono dotati di bastante coraggio per accompagnarmi nella grotta, sul conto della quale si spacciano le favole più assurde. Consiglio però ad ognuno di contrattare prima il prezzo. L'albergatore, che raccomando a tutti per la sua conoscenza dell'isola, ha in animo di far costruire una piccola barca per agevolare l'accesso alla grotta. Finchè non sia costruita l'imbarcazione, la visita alla grotta non la consiglio che ai bravi nuotatori. Le ore migliori sono quelle del mattino; nel pomeriggio la soverchia luce che scende perpendicolarmente, ne menoma l'effetto magico. L'impressione pittoresca sarà maggiore ancora se si entrerà nella grotta nuotando con una torcia a vento accesa nella mano, come abbiamo fatto noi».

Tali sono le parole di Kopisch. Il dabben uomo assicurò con questa scoperta la sua memoria nell'isola, e la meravigliosa grotta mi parve in certo modo proprietà tedesca e simbolo tedesco. Non rimane soltanto il ricordo di Kopisch nell'isola; vi si rammentano pure Tieck, Novalis, Fouqué, Arnim, Brentano, i quali tutti sono morti; l'eccellente Fichendorff ed Heine, l'ultimo scomparso di quella scuola poetica floridissima.

Mandiamo pertanto, dalle onde azzurre di questa grotta, un saluto alla loro memoria, imperocchè tutti l'hanno vagheggiata, ed era degna veramente di essere scoperta da un pittore e da un poeta, ai tempi di coloro i quali cercavano il fiore della poesia nelle acque con le Ondine, nei monti con Venere e nelle grotte sotterranee d'Iside. Essi furono tutti graziosi ed amabili, giovani e vecchi, con il loro corno magico. Il loro gran sacerdote Novalis compare quasi un bel giovanotto pallido, il quale abbia rivestito la lunga tonaca del defunto suo nonno e che stia ragionando di una saviezza mistica, che nessuno sa dove il giovanetto abbia potuto imparare. La loro musa è una sirena che abita la bella Grotta Azzurra nell'isola del crudele e lascivo Tiberio. Tutti udirono il suo canto, ma nessuno la potè scoprire; tutti la cercarono e morirono col desiderio vivo di quel fiore azzurro e misterioso. Goethe lo profetava nel suo pescatore: «Ora lo chiamava a sè, ora si tuffava nelle onde e non si lasciava vedere». Ed ora che il misterioso fiore azzurro, vale a dire la meravigliosa Grotta Azzurra, il mistero ignorato venne scoperto, il prestigio è scomparso, ed il canto dei romantici ha cessato di risuonare nelle regioni germaniche.

Intanto, nella grotta mi sovvennero tutte le storie delle fate ascoltate avidamente da bambino. Il mondo ed il giorno erano scomparsi; mi trovavo tutto ad un tratto in un elemento nuovo di luce cerulea. Le onde si muovevano appena e scintillavano con tutta la varietà dei colori, con tutto lo splendore delle pietre preziose; le pareti erano rivestite di una misteriosa tinta azzurra, quasi fossero quelle di un palazzo di fate. Tutto colà era nuovo, strano, misterioso. Il silenzio era così profondo che nessuno osava aprir bocca. Provammo a dire qualche parola, ma tacemmo subito di bel nuovo; non si udiva più che il tonfo del remo ed il frangersi delle onde contro le pareti, dalle quali si sprigionavano sprazzi di luce fosforescente. Avrei voluto tuffarmi, immergermi in quella specie di bagno di luce. Secondo me, da quello che narra Svetonio, ivi si doveva bagnare Tiberio e nuotare con le belle fanciulle del suo _harem_. Fra quelle onde fosforescenti, quei corpi giovanili dovevano splendere di luce magica, nè dovevano mancare allora il canto delle sirene, nè l'armonia dei flauti, a rendere quel bagno più voluttuoso. Vidi dipinta sopra un vaso greco una sirena, in atto di sollevare due bianche braccia, sorridere e battere l'un contro l'altro due cembali d'argento. Tali dovevano essere le sirene della magica grotta, che solo gli uomini prediletti dalla fortuna ed i bambini possono ancor oggi vedere.

L'abbondanza di grotte, di caverne, in quest'isola è straordinaria. Vi sono grotte marine, caverne sotto terra, tutte belle, dalle forme più bizzarre, ed in così gran numero che rimane impossibile visitarle tutte. Io entrai in più di quindici e ne trovai sulla riva, a mezzogiorno, una piccola con effetti di luce molto simili a quelli della Grotta Azzurra. In altre invece rinvenni una luce verdognola, particolarmente in quella detta appunto la Grotta Verde, per la vastità e per le forme grandiose della sua architettura, fuor di dubbio la più notevole dell'isola. Questa non è intieramente sotterranea e vi si può entrare ed uscire da due grandi aperture. Alcune grotte hanno un nome, come la Marmolata e la Marinella; altre invece no. Mi procurai la soddisfazione di battezzare tutte quelle da me visitate e senza nome. Unica e veramente bella mi parve la grotta Stella di Mare popolata di piante acquatiche; ammirai pure la grotta Euforio e quella dalle pareti variopinte dei più vivaci colori, detta la grotta dei Ragni di mare. Ne trovai una anche dove le onde erano di continuo agitate e la dedicai alle Eumenidi.

Quasi tutte queste cavità si trovano lungo la riva dal Solaro ai Faraglioni; sono però poco visibili al di fuori. All'interno sono alte, oscure, popolate da ragni, da uccelli e da ogni specie d'animali marini.

Una bella passeggiata in mare è quella del giro dell'intera isola; vi s'impiegano circa tre ore. La costa a ponente non offre di simili cavità, imperocchè ivi le pendici del Solaro scendono dolcemente in mare, fra i due capi denominati Punta di Visareto, e Punta di Carena. Si avanzano colà in mare tre promontori, bassi ma ripidi, detti: Campitello, Pino, ed Orica, muniti di alcune fortificazioni. Fu in quella località che i soldati di Murat sorpresero di notte tempo l'isola, arrampicandosi su per gli scogli. Procedendo oltre la Carena, la sponda meridionale si presenta ad un tratto altissima e tagliata a picco. Le rupi sono gigantesche e selvaggie e si specchiano in mare, innalzandosi verso il cielo. La riva presenta lo stesso aspetto sino alla punta di Tragara e non è meno gigantesca e bizzarra tutta la costa di levante fino al promontorio di Lo Capo, a settentrione levante dell'isola, dove abbondano le grotte ricche di stallattiti.

Rimane ora da parlare della vetta più alta dell'isola, del monte Solaro. Partendo da Anacapri e salendo a stento per un malagevole sentiero, si arriva sul dorso del monte. La sua forma e il suo aspetto sono strani, imperocchè alla sommità la montagna presenta una pianura arida, nericcia, quasi a foggia di terrazzo sulle rupi che scendono sopra Capri. Si cammina colà in un labirinto di macigni, facendo sorgere ad ogni passo sciami di locuste nere, le quali, innumerevoli, ricoprono tutto il suolo. All'orlo di questa pianura, sopra una rupe severa che piomba in mare, sorge la cella dell'eremita di Anacapri; io non vidi mai romitaggio più degno di questo nome. Per entrare nella cella, bisogna attraversare un'antica cappella. Trovai tutte le porte aperte e l'eremita assente; la sua tonaca era gettata sul muricciolo del giardino e sopra il suo letto stavano appesi un'immagine di S. Antonio di Padova, un ramoscello d'olivo ed un rosario. Nella stanza stavano derrate, una Madonna Addolorata era appesa sopra un mucchio di cipolle, presso una cesta piena di pane e di piatti vuoti.

Vidi nel camposanto di Pisa quella pittura ad affresco, originalissima, di Ambrogio e di Pier Lorenzetti, la quale rappresenta la vita degli anacoreti nel deserto e posso dire di averla veduta qui riprodotta al vero. Credo che il vecchio eremita di Capri facesse ivi, ogni venerdì, la sua predica ai pesci, come si vede, in un dipinto a Roma, S. Antonio seduto sur uno scoglio predicare verso il mare, brulicante di pesci con la testa fuori dell'acqua, a bocca aperta. Mentre stavo girando attorno alla casetta, comparve il vecchio frate laico, con un fardelletto di legna sulle spalle.

Tutto lieto di trovare un ospite, dimostrò il suo dispiacere di non avere vino da offrirmi. Egli abitava da ben trentadue anni su quell'altura; zoppicava esso pure nell'arrampicarsi, ma non aveva affatto l'aspetto mefistofelico dell'eremita zoppo della villa di Tiberio; in lui era anzi qualcosa di quell'ingenua bontà propria dei santi e delle statue degli idoli indiani. Sopra la sua casa sorgeva la vetta del Solaro, il punto più elevato dell'isola, con la stazione del telegrafista, di cui ho già fatto parola. Saliti colassù, si ottiene giusta ricompensa della fatica sostenuta, imperocchè si scopre tutta l'isola e si gode una vista insuperabilmente bella: all'orizzonte, verso mezzodì, il mare senza limiti; a ponente e a settentrione l'isola di Ponza, quella torreggiante d'Ischia, quella di Vivara e di Procida; più lontani, perduti nelle nebbie, i monti di Gaeta, di Terracina, il promontorio di Miseno, ai cui piedi finì i suoi giorni Tiberio; i campi Elisi e Cimmeri, le spiagge azzurre di Baia, Pozzuoli e Cuma, il monte Gauro, la Solfatara, l'isola di Nisida col suo castello, Posillipo, la vetta dei Camaldoli, i monti di Capua, la splendida spiaggia di Napoli con una collana di città fino a Torre del Greco, la punta del Vesuvio montata da una colonna di fumo; verso il basso, Pompei; al di là i monti frastagliati di Sarno e di Nocera; a levante la spiaggia bruna di Massa coi capi di Sorrento e di Minerva; al di là il gigantesco monte S. Angelo, più oltre gli scogli delle Sirene e tutta la regione montuosa dei golfi di Amalfi e di Salerno; finalmente, in lontananza, i monti delle Calabrie biancheggianti per le nevi, e la spiaggia di Pesto, al capo Licosia in Lucania.

A tale altura e con tale vista dinanzi agli occhi, uno si sente quasi vivere doppiamente. Imperocchè è assai ristretta la cerchia dell'umana vita, tante sono le cose che quotidianamente ci stringono, ci contrastano da ogni parte, ci condannano ad una lotta penosa, meschina, in un orizzonte che pure sarebbe vasto. Ogni orizzonte è bello; bello è contemplare dall'altezza della civiltà l'orizzonte del pensiero, delle scienze, delle arti, l'armonia che presiede all'ordine di tutte le cose create. Io, in cima al monte Solaro, pensava ad Humboldt, al cui genio, credo, andiamo debitori di trovare il mondo così bello, così mirabilmente ordinato, e, fissando poi lo sguardo sul capo Miseno e sul Vesuvio, pensavo pure a Plinio, l'Humboldt dei Romani, non che ad Aristotile, genio veramente universale ed ordinatore dell'umano sapere.

Lieto di aver potuto contemplare tanto spettacolo delle armonie della natura, scesi di lassù quando il sole verso Ischia volgeva al tramonto. Il mare s'imporporava già ad occidente e l'isola di Ponza, la quale emergeva lontana e bella dalle onde, quasi giacesse in una sfera di luce, rosseggiava come se fosse in fiamme.

Addio pertanto, bella e romita isola di Capri.

PALERMO

(1855)

Palermo.

(1855).

I.

La Sicilia fu il primo paese europeo ove sbarcarono i Saraceni dopo che la signoria araba ebbe allargati i suoi confini sui lidi settentrionali dell'Africa. Le loro prime scorrerie nell'isola risalgono al VII secolo: provenivano dall'Asia, in seguito dall'Africa, da Candia, dalla Spagna, come corsari, senza un fine prestabilito. Solo nell'827 iniziarono un piano regolare di conquista.

Michele Amari, nella sua _Storia dei Mussulmani in Sicilia_, ricostruì dalle fonti originali, con fedeltà storica, le vicende dell'invasione araba. Egli si servì per ciò delle cronache di Giovanni Diacono di Napoli, dell'830, e delle cronache dettate dall'Anonimo Salernitano, della fine del x secolo; nonchè, presso i Bizantini, delle cronache di Costantino Porfirogenito e del suo continuatore, e presso gli Arabi, delle storie di Ibn-el-Athir Nowairi e di Ibn-Kaldum.

Una rivoluzione militare era scoppiata in Sicilia, che mal sopportava il giogo bizantino; il duca Eufemio decise allora di strappare l'isola all'odiosa dominazione di Costantinopoli; ma le truppe non erano siciliane e ben presto passarono al partito bizantino, costringendo i ribelli a cercare scampo in Africa ed a gettarsi fra le braccia degli Aglabiti. Per odio e per desiderio di personale vendetta, Eufemio divenne allora traditore della sua fede e della sua patria: fece in Kairewan la proposta a Ziadeth-Allah d'inviare nell'isola un esercito, perchè, con l'aiuto dei Siciliani insorti, la conquistasse.

Nel suo atto Eufemio sperava anche di conseguire un sogno ambizioso: quello di divenire imperatore. Le opinioni in Kairewan erano discordi: gli uni protendevano per l'impresa, gli altri la ritenevano troppo arrischiata: Ased-ben-Forad, il cadì settuagenario della città, stimato da tutti per la sua sapienza, riuscì a persuadere i recalcitranti ed egli stesso volle assumere il comando della spedizione.

Il 13 giugno dell'827, in un centinaio d'imbarcazioni, 10.000 fanti, composti di Arabi, Berberi, Saraceni fuggiti dalla Spagna, Persiani e sopra tutto Africani, salparono dal porto di Susa e quattro giorni dopo sbarcarono presso Mazzara e sconfissero in un sanguinoso scontro il duce Palata, mentre Ased, durante la mischia, seguendo l'esempio di Alì e di Maometto, stava in preghiere e recitava il capitolo la-Sin del Corano.

Poscia i Saraceni mossero contro Siracusa e si accamparono, come narra lo storico arabo, in alcune grotte intorno alla città, cioè nelle famose _latomie_. Per un anno rimasero dinanzi alla città, dove i Greci, incoraggiati dalle promesse di soccorso fatte dal doge di Venezia Giustiniano Partecipazio, opposero gagliarda resistenza. I Saraceni furono decimati dalla peste, come era avvenuto a tutti gli eserciti che, nei tempi anteriori, avevan stretto d'assedio Siracusa, particolarmente ai Cartaginesi ed agli Ateniesi. Lo stesso Ased-ben-Forad vi perdette la vita, per malattia, nell'828. Si dovette eleggere un nuovo condottiero, che fu Mohamed-ibn-el-Gewari. Ma presto, ridotto a mal partito, come un tempo quello di Nicia, l'esercito saraceno dovette nella stessa direzione battere in ritirata, inseguito dai nemici.

Guidati da Eufemio, gl'infedeli si arrestarono a Minoa e, rinforzati di nuove truppe, poterono impadronirsi di Agrigento. Panormo cadde nell'831. Questa città veniva dai Maomettani chiamata Bulirma; più tardi prese il nome di Palermo. Ivi si stabilì Ibrahim-ibn-Abdallah-ibn-el Aglab, che fu il primo _valì_ (governatore) della Sicilia. Sotto il suo successore anche Castrogiovanni, l'antica Ema, passò in potere dei Saraceni. Siracusa e Taormina continuarono a resistere, difendendosi con grande valore: di quel memorabile assedio rimangono documenti che attestano l'eroismo dei Siracusani ai tempi di Nicia e di Marcello. Tutti i viveri erano consumati; i miseri abitanti dovevano nutrirsi di ossa triturate e di cadaveri; essi speravano sempre negli aiuti dell'imperatore Basilio, che avea appunto inviato il suo ammiraglio Adriano con una flotta in soccorso della città.

Per dimostrare il culto che ancora a quei tempi inspirava l'antica Siracusa, basta riportare la singolare tradizione la quale narra che, nel mentre Adriano se ne stava inoperoso sulle coste dell'Elide nel Peloponneso, vennero alcuni pastori ad annunziargli l'apparizione avuta nelle paludi di alcuni demoni, che avevan annunziata loro la caduta di Siracusa pel giorno appresso. I pastori vollero inoltre condurre l'ammiraglio sul luogo indicato, ed egli udì le voci che annunziavano la resa dell'eroica città. Così difatti avvenne: il 21 maggio 878 Siracusa dovette arrendersi; i Saraceni, entrati nella città, compirono gesta vandaliche, trucidarono gli abitanti, saccheggiarono le case, vi appiccarono poscia il fuoco, e largo bottino vi fecero, perchè il paese anche allora era un centro di grande commercio bizantino.

Di quell'epoca esiste un prezioso documento, una lettera del monaco Teodosio all'arcidiacono Leone, nella quale egli descrive l'assedio e la sua prigionia, nonchè quella dell'arcivescovo. Dopo che la città fu presa e ne fu trucidata la maggior parte degli abitanti, i Saraceni trascinarono l'arcivescovo e l'autore della lettera a Palermo, davanti al grande emiro. Allorchè gl'infedeli comparvero dinanzi alla città col bottino raccolto, i loro correligionari andarono ad incontrarli, cantando inni di vittoria. Si sarebbe detto--scrive il monaco,--che colà si fosse dato appuntamento tutto il popolo d'Islam, da oriente a ponente, da settentrione a mezzogiorno. I prigionieri furono condotti dinanzi all'emiro, che stava seduto a terra. E sembrava fiero del suo potere assoluto. Egli rimproverò all'arcivescovo il disprezzo che i cristiani nutrivano per Maometto, rimprovero a cui il degno sacerdote rispose con l'energia e la sincerità di un martire, così che gli valse, e valse al monaco suo compagno, il carcere. Di là quest'ultimo scrisse la lettera.

Il 1^o agosto del 901 anche Taormina si arrese e così l'intera Sicilia passò in potere della mezza luna maomettana ed ebbe, da quel momento, leggi mussulmane, lingua e costumi arabi. Quella Sicilia che aveva dato a Roma ben quattro papi (Agatone nel 679, Leone II nel 682, Sergio nel 687 e Stefano III nel 768), correva ormai il rischio di andare perduta per la cristianità, tanto più che gli Arabi non si comportavano da popolo fanatico, ma si sforzavano piuttosto d'indurre i Siciliani ad abbracciare la fede di Maometto. Narra Albufeda che Achmed, governatore dell'isola nel 959, portò seco in Africa trenta giovani della nobiltà siciliana e li costrinse ad abbracciare l'islamismo. Parecchie chiese e parecchi monasteri cristiani furono però distrutti, molte corporazioni religiose soppresse; altre ottennero la tolleranza mediante il pagamento di forti tributi, riuscendo così a sopravvivere anche sotto questa dominazione. Allorquando i Normanni discesero nell'isola, trovarono valido appoggio nei cristiani in Val Demone e nella Valle di Mazzara; a Palermo trovarono un vescovo greco, Nicodemo, che compiva il suo ufficio nella chiesa di S. Ciriaco.

La signoria degli Arabi fu, secondo la natura di quel popolo, irrequieta e agitata: mentre la minacciavano la guerra con i Greci delle Calabrie e di Bisanzio, era travagliata all'interno dalle fazioni; più di una volta le ribellioni di Siracusa, di Agrigento, d'Imera, di Lentini, di Taormina ne minacciarono la sicurezza.

Fino a che durò la dominazione degli Aglabiti di Kairewan, l'isola fu governata dai loro valì; ma quando, sui primi del x secolo, successero a quella dinastia i Fatimidi, e il califato di Tunisi fu riunito a quello egiziano, la Sicilia divenne del pari egiziana, senza lotta sanguinosa fra gli antichi e i nuovi signori.

La signoria dei Fatimidi fu l'epoca più fortunata della dominazione araba in Sicilia: l'isola fu elevata a dignità di emirato, indipendente dall'Egitto, e Palermo ne divenne la capitale. Primo emiro ne fu Hassan-ben-Alì, nel 948; e nel 969 l'emirato della sua stirpe divenne ereditario. La sapienza di Hassan non fu meno apprezzata della sua energia; egli seppe domare i varî partiti, restituire all'isola la tranquillità, ed incutere timore alle Calabrie ed all'intera Italia, Roma compresa. Invano contro di lui tentò una spedizione l'imperatore greco Costantino Porfirogineta; il suo esercito fu battuto, la sua flotta distrutta. Anche Abal-Kasem-Alì, successore di Hassan, diede da fare all'Italia con le sue scorrerie, e per poco lo stesso imperatore Ottone II non cadde nelle sue mani. Frattanto i continui bottini che gli Arabi portavano a Palermo, rendevano ricca la città; nuove continue schiere di arabi veniano a stabilirsi dall'Africa, e l'isola cominciò a rifiorire, come la Spagna era rifiorita sotto i Mori.

I regni di Jussuf, dal 990 al 998, quello di Giaffar, al principio dell'xi secolo, e quello del suo successore Al-Achals furono del pari felici. Questo stato di cose durò circa ottant'anni, finchè le sollevazioni africane si estesero anche nell'isola e generarono la scissione del governo in tante piccole signorie, le quali portarono alla caduta finale della dominazione araba in Sicilia.

L'ultimo emiro dell'intera isola fu Hassan-Samsan-Eddaula, contro il quale insorse il fratello Abu-Kaab: questi riuscì a cacciarlo in Egitto nel 1036. Cominciarono così a sorgere nelle varie città dei piccoli tirannelli arabi, ed altri, approfittando del movimento, ne vennero dall'Africa, per impadronirsi della signoria. L'imperatore Michele Paflagonio capì che era giunto il momento per la riconquista dell'isola e vi spedì il valoroso Giorgio Maniace con un esercito; ma questi non riuscì nell'intento e vi riuscirono invece, nel 1072, i Normanni.