Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 9

Chapter 93,532 wordsPublic domain

L'11 ottobre era stata presa Subiaco; il vescovo e il magistrato supremo erano stati messi sotto sorveglianza; invano si era intimata la resa al castello. Comparvero alcuni zuavi, e i garibaldini si dileguarono, abbandonando precipitosamente la città.

Il 13 ottobre Menotti fu snidato dalla forte posizione di Montelibretti, dove era ritornato. Le schiere volontarie non facevano in nessun luogo progressi. Nicotera che, attraverso i confini napoletani doveva penetrare nella valle del Liri, non potè muoversi che il 13 ottobre, ed occupò Falvaterra. Ma il 15 fu battuto a Vallecorsa e cacciato dalla provincia di Frosinone. Castel Sant'Angelo si empiva di prigionieri. Il Papa comandava che fossero lautamente nutriti. A quegli uomini, prostrati dalla fame e dalle fatiche, egli mandava mantelli per ripararsi dal gelo notturno. Li visitò anche un giorno egli stesso, e disse loro: «Eccomi: io son colui che ritenete vostro nemico e di cui avete giurato la morte. E chi avete dinanzi a voi? un uomo vecchio e debole». Essi caddero in ginocchio dinanzi a lui e molti baciarono un lembo della sua veste. «E' buono--dicevano allora di Pio IX i Romani--ma ha due anime: una obbedisce all'Italia ed una ai gesuiti».

La stampa mazziniana dava notizie atroci sul trattamento di questi prigionieri; ma erano false. Negli ospedali e nelle prigioni li trattavano umanamente e benignamente. L'unica cosa di cui potessero lagnarsi i prigionieri, erano le visite e i sermoni di confessori e di preti mandati a loro per farli riconciliare con Dio.

VI.

Intanto, ogni giorno si faceva più grande il pericolo per Roma. L'invasione era l'idra dalle cento teste. Sempre nuove bande sorgevano, e sempre più apertamente appoggiate dalle truppe italiane. Gli arruolamenti eran fatti nelle città del Regno; le armi venivano loro dai magazzini della Guardia Nazionale. Le ferrovie erano al loro servizio, e centinaia di _camicie rosse_ venivano ogni giorno trasportate dai treni ai confini. Anche a Roma si notavano sempre più numerose misteriose figure di stranieri; si facevano grandi arresti preventivi, ma non si riusciva a metter le mani nel centro dell'agitazione. L'aspetto della città diveniva ogni giorno più triste; il commercio cessava; il denaro monetato spariva. Si parlava di prossimi violenti tumulti, e la guarnigione romana, stanca e diminuita dalle malattie e dalle diserzioni, doveva sottoporsi ad un faticosissimo servizio di pattuglie.

Il 17 ottobre, il Papa pubblicò un'enciclica al clero cattolico, nella quale tratteggiava la disperata situazione romana. Nella ampollosità declamatoria abituale di questi atti, si notava, strano a dirsi, che proprio la prima frase dell'enciclica coincideva con quella: _Levate in circuitu oculos vestros_,[3] con la quale una volta il gran nemico del papato, Federico II di Hohenstaufen, aveva cominciato la sua enciclica alla cristianità contro Gregorio IX: «Alzate, o venerabili fratelli, i vostri occhi all'intorno e vedrete, e ve ne dorrete con Noi, le abbominazioni orribili che attualmente funestano la misera Italia. Ma Noi umilmente ci rimettiamo agli imperscrutabili voleri Divini, che vollero farci vivere in così tristi tempi, in cui, per opera di alcuni uomini, e proprio di quelli che reggono la cosa pubblica in Italia, sono calpestati i precetti di Dio e le leggi della Chiesa, e la miscredenza trionfa impunita. Da questo stato di cose derivano tutte le ingiustizie e tutti i mali di cui siamo addolorati testimoni; in questo stato di cose trovarono nutrimento e sprone quelle numerose bande di atei spieganti gli stendardi di Satana, e che portano scritto in fronte: Menzogna; che bestemmiano contro il Cielo in nome della ribellione, che insozzano tutto ciò che è santo, che calpestano ogni diritto divino ed umano, che, come lupi in cerca di preda, spargono sangue, corrompono le anime nel loro delirio, chiedono la mercede della loro perversità, derubano i fratelli, rendono più miseri i poveri e i deboli, aumentano il numero delle vedove e degli orfani, per denaro esaltano l'ingiustizia, e, cercando in ogni modo di sodisfare le loro perverse brame, spargono la desolazione e la morte nella nazione.

«O venerabili fratelli, oggi noi ci troviamo circondati da questa malvagia genìa. Sì, questi uomini vogliono, mossi da uno spirito diabolico, inalberare la bandiera della menzogna in questa nostra illuminata città, sulla sedia di Pietro, nel centro della fede e dell'unità cattolica. E i rappresentanti del Governo Subalpino, che dovrebbero dar opera a frenare questa gente, non arrossiscono di aiutarla, di fornire armi e tutto il necessario per facilitare la loro venuta a Roma. Ma queste persone--occupino esse pure un alto grado nella gerarchia civile--tremino di vedersi ben presto punite del loro contegno. Se da un lato, nella nostra umiltà, noi preghiamo caldamente Iddio di voler rivolgere su tutti questi infelici il suo sguardo benigno, per ricondurli sulla via della Giustizia e del Bene, d'altro canto non possiamo tacere i gravi pericoli che ci sovrastano in questa ora di tenebre. Noi attendiamo con animo tranquillo gli avvenimenti, sebbene commossi da tanto inganno, da tanta calunnia, da tanta menzogna, riponendo in Dio la nostra fiducia, in Dio che è la nostra salvezza e la nostra forza, e che non permetterà che coloro che fidano in lui siano vittime di tanti indegni miscredenti, ch'Egli ben saprà fiaccare e distruggere. Frattanto però, o venerabili fratelli, e voi tutti, o fedeli, che ci siete affidati, noi non vogliamo dissimularvi la triste posizione e il pericolo, in cui ci troviamo per opera del Governo Subalpino. E quantunque difesi finora dal valore del nostro fedele esercito, valore che si palesò già in mille fatti d'armi, pure pensiamo che, dinanzi al numero sempre crescente degli invasori, esso non potrà a lungo resistere. Non poco anche ci affida la pietà e la fedeltà dei nostri sudditi in queste tristissime ed empie congiunture, ma soffriamo anzi profondamente nel vedere anch'essi esposti a pericoli di ogni sorta da parte di quegli scellerati che, con ogni mezzo, li minacciano, li depredano, li tormentano...».

Il Papa non parlava della Francia, ma questo meditato silenzio era forse più efficace d'un appello diretto all'intervento delle potenze.

Tutti gli occhi eran fissi su Napoleone: anch'egli taceva, e sembrava ridivenuto la Sfinge misteriosa dell'epoca. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe fatto di fronte ad una così palese infrazione del trattato di settembre. I liberali a Roma mormoravano, che tutto doveva essere stato accomodato a Biarritz; che la Convenzione di settembre doveva essere stata modificata, che l'Imperatore, sul punto di gettarsi nella prossima inevitabile guerra con la Germania, non poteva privarsi dell'alleanza italiana, e che prezzo di questa alleanza doveva essere lo Stato della Chiesa, che in poche settimane sarebbe tutto conquistato.

Ma il 17 ottobre, il giorno stesso in cui il Papa pubblicò questa enciclica, un telegramma così concepito, giungeva dal Ministero degli Esteri di Parigi al plenipotenziario francese a Roma, Armand: «Il Governo pontificio continui a difendersi energicamente; non gli mancherà l'aiuto della Francia». Questo dispaccio sorprese assai il Comitato Nazionale Romano, e fe' giubilare i conservatori. Napoleone mandò a Roma il generale Prudon, per dichiarare al Papa che l'intervento era deciso, e il cardinale Antonelli incaricò il nunzio di ringraziare l'Imperatore in nome del Pontefice.

Il Governo francese aveva, sinora, tenuto dietro con grande riserbo ai fatti d'Italia, limitandosi a dar consigli al Governo italiano. Questo aveva ripetutamente dichiarato che la sorveglianza dei confini era impossibile per la loro estensione e la loro configurazione naturale; avanzò quindi la proposta, poichè altra via non c'era per risolvere la crisi, di far occupare una parte dello Stato Pontificio dall'esercito italiano. Nigra,[4] plenipotenziario del Re alla Corte francese, fu incaricato di svolgere questo progetto, e intanto di far notare come una seconda spedizione francese nello Stato pontificio, non solo andava contro la Convenzione di settembre, ma era la più pericolosa per risolvere la questione romana. Occupando l'Italia una parte dello Stato Pontificio, non si voleva in nessun modo toccare i diritti della sovranità pontificia; si voleva solo ristabilire l'ordine turbato, e venire ad un accordo con la Francia, relativamente all'indipendenza del Papa, essendo il Governo italiano pronto, a questo scopo, ad invitare ad un Congresso le potenze.

Il Gabinetto francese rispose: «che esso era lieto che l'Italia riconoscesse la sovranità del Papa; che non aveva nulla in contrario a che si tenesse un Congresso delle potenze; ma poteva essere tenuto questo Congresso, se le truppe italiane avessero occupato lo Stato Pontificio, costringendo indubbiamente il Papa all'esilio? Il ritiro delle truppe francesi da Roma era stato conseguenza della convenzione di Settembre e della fiducia, da parte dell'Imperatore, che il Governo italiano avrebbe protetto il dominio papale da un'invasione. Mostrandosi ora il Governo italiano incapace a farlo, il medesimo trattato dava all'Imperatore il diritto di prendere provvedimenti per la difesa dello Stato pontificio.»

Rifiutato categoricamente il progetto di Rattazzi, la netta dichiarazione della Francia costrinse il Governo italiano a dichiarare di voler mantenere la convenzione. Il 19 ottobre, l'Imperatore mandò un _ultimatum_ a Firenze; il suo rappresentante dichiarò a Rattazzi che Napoleone esigeva una prova della sincerità della dichiarazione fatta dal Governo, e cioè: soppressione degli arruolamenti, scioglimento dei comitati d'appoggio all'opera rivoluzionaria; e proclama reale che dichiarasse che dovevano essere disarmati e internati i volontari di Garibaldi.

Lo stesso giorno, il generale De Failly partì da Parigi per Tolone per prendere il comando supremo della spedizione; l'esercito era pronto a partire sulla squadra che aspettava ordini a Tolone, nel caso che il Governo italiano non si sottomettesse all'_ultimatum_.

Il Ministero Rattazzi si trovò in una posizione difficile; non solo aveva contro di sè la Francia, ma tutte le potenze, risolute a non porre ostacoli all'intervento francese. La Prussia medesima, su cui avrebbe potuto contare, gli sarebbe stata propizia solo quando Napoleone si fosse di nuovo impelagato nella questione italiana, e con ciò avesse perduto le ultime simpatie dell'Italia. Come poteva Rattazzi occupare il territorio dello Stato pontificio? A Roma nessun moto si produsse, che potesse dargli occasione o pretesto. Nelle casse della corrispondenza del Senato romano io trovai, in quel giorno 19 ottobre, solo uno scritto anonimo, che affermava la situazione a Roma essere così minacciosa, da richiedere l'intervento di truppe italiane nella capitale; il senatore dover presentare al Papa la proposta; migliaia di cittadini che avevano lasciato presso un notaio i loro nomi, esser pronti a dichiarare che questa era la volontà della città di Roma. In assenza del senatore marchese Cavalletti, i quattro conservatori inviarono al Papa questo scritto, dichiarando, però, che credevano bene darne contezza a Sua Santità, non dividendo in verun modo le idee espresse nella missiva, idee che ritenevano non convenire alla dignità del Governo.

E poteva davvero una lettera anonima, di dubbia origine romana, e che stava in troppo stretto rapporto col progetto mandato a Parigi da Rattazzi, valere come espressione genuina dell'opinione del popolo e del Senato di Roma?

La sera del 19 ottobre, il giorno della crisi, Rattazzi ricevette il congedo e il Re incaricò il generale Cialdini di comporre un nuovo Gabinetto. Cialdini era l'uomo di Castelfidardo, ma anche di Aspromonte, nemico delle schiere volontarie per principio, e perciò gradito alla Francia. In Firenze l'eccitazione si faceva sempre più grande; e nel dilemma: ritornare alla convenzione e ubbidire alla Francia; o mettersi dalla parte della rivoluzione e romperla con Napoleone; non si sapeva quale via fosse meno pericolosa. Intanto, mentre Cialdini si occupava infruttuosamente della composizione del Ministero, Rattazzi sbrigava ancora gli affari di amministrazione ordinaria; durante questa pausa, poterono mettersi in moto delle forze che condussero alla catastrofe.

L'Imperatore francese, sempre esitante, sempre doppio, desiderava di non essere costretto all'intervento. Egli fu lieto quando il suo plenipotenziario telegrafò, il 20, da Roma, che quel giorno non si trovavano più schiere volontarie nello Stato pontificio.

In fatti era riuscito, con grande sforzo, ai pontificii di rigettarle oltre i confini. La così detta legione romana, con la quale un emigrato, l'ex maggiore Ghirelli dell'esercito reale, aveva preso Orte il 17 ottobre, era stata cacciata; le schiere volontarie di Menotti, dopo il violento fatto d'arme del 18 ottobre, avevano dovuto, con grandi perdite, sgombrare Nerola; le bande di Nicotera, il 19, erano cacciate da Vallecorsa nel Lazio. In seguito a quel telegramma che annunciava tutti questi fatti, Napoleone, il 21, dava l'ordine di sospendere l'imbarco a Tolone. Il 22, il _Moniteur_ ne dava notizia in un articolo che esprimeva anche la convinzione che l'invasione dello Stato pontificio avesse toccato il suo termine, e che il Governo italiano fosse risoluto al sicuro adempimento della convenzione di settembre.

Così l'intervento fu disdetto, con gran dolore di quelli che l'avevano tanto bramosamente sperato.

VII.

Intanto Garibaldi era restato a Caprera, in un'ansia penosa. Le lettere dei suoi figli e degli agenti rivoluzionari l'avevano informato dell'insuccesso della spedizione romana; era anche stato avvisato dei preparativi di Napoleone per l'intervento che il Governo italiano era sul punto di subire. Già una volta aveva egli tentato di fuggire verso Livorno, e le navi da guerra in crociera glielo avevano impedito. Egli concepì subito il disegno di mettersi alla testa delle schiere volontarie, di muovere su Roma, per iscuotere alla base il Papato e, nel caso d'insuccesso, di lasciare il proprio corpo fra questo e l'Italia.

Così il 16 ottobre egli lasciò Caprera sul suo battello, felicemente, come già Napoleone era fuggito dall'Elba. Con o senza la complicità dei legni da guerra italiani, raggiunse l'isola della Maddalena, dove una signora inglese lo ospitò; passò poi in Sardegna, donde, travestito, partì e il 19 ottobre, giorno decisivo, sbarcò sulla Maremma di Livorno, presso la torre di Vada. Apertamente giunse il 20 a Firenze. Nessuno pensò a ostacolare il suo viaggio. Rattazzi non era più al potere; il nuovo Ministero non si era ancora formato; il Governo si trovava nell'anarchia più completa.

Egli tenne pubblici discorsi sulla piazza di Santa Maria Novella; eccitò il popolo alla lotta contro il Papato e contro tutti coloro che per errore o per debolezza si trovavano sulla strada della santa causa patriottica. Fu entusiasticamente acclamato.

L'addetto d'affari francese chiese subito il suo arresto, per impedirgli di giungere ai confini e mettersi a capo della schiera dei volontarii, distruggendo così gli accordi diplomatici fra i due Governi, tanto faticosamente raggiunti. Si prevedeva che questo sarebbe accaduto indubbiamente. Ma Garibaldi, con rapida mossa, lasciò Firenze il 22 ottobre, mentre si spiccavano mandati di cattura contro di lui. La gendarmeria reale lo inseguì, e stava per raggiungerlo a Rieti, quando egli ne ripartì.

Il 23 ottobre si recò a Passo Corese e, per Scandriglia, penetrò nello Stato pontificio, dove i suoi due figli e altri capi, come Salomone e Frigesy, avevano raccolte alcune migliaia d'uomini. Fu informato allora Garibaldi dei fatti avvenuti a Roma il giorno precedente, ai quali non era estraneo il suo approssimarsi alla capitale, ma che rimanevano troppo al di sotto delle sue aspettative.

Si trattava ora di fare un colpo di mano su Roma, prima che i Francesi sbarcassero e la coprissero; possibilmente, essa avrebbe dovuto sollevarsi. Una sollevazione in Roma sarebbe stata decisiva. Cento volte era stata preannunziata, ma poi non era mai avvenuta. Da più settimane gli agenti mazziniani si davano da fare nella città. Un bergamasco, Francesco Cucchi, doveva condurre a termine quell'impresa. Si erano stabiliti segretamente dei depositi d'armi, uno presso San Giovanni de' Fiorentini un altro sotto San Paolo, nella vigna Matteini. Anche dei Romani si erano prestati e favorivano il movimento. Anche a Castel S. Angelo erano riusciti a corrompere due artiglieri, i quali, a un dato segnale, dovevano far saltare in aria il magazzino delle polveri. Poi, in molti luoghi, dove le truppe pontificie avevano le loro caserme, nel palazzo Serristori, in Borgo, nel palazzo Cimarra, ai Monti, ed anche nella caserma degli Svizzeri, in Vaticano, dovevano essere messe delle mine. Fu fissato il 21 ottobre per l'insurrezione. Quel giorno, la _Giunta Insurrezionale Romana_, che si era sostituita al Comitato Nazionale, pubblicò il seguente energico appello alla rivolta:

«Romani, alle armi! alle armi! per la nostra libertà, pel nostro diritto, per l'unità della Patria italiana e per l'onore del nome romano. Il nostro grido di guerra sia: Morte al Potere Temporale dei Papi! Viva Roma, viva la capitale d'Italia! Noi vogliamo rispettare ogni credenza religiosa, ma liberarci per sempre da una tirannia che ci separa a forza dalla famiglia italiana, e vuol perpetrare che a Roma sia estraneo il diritto di nazionalità, e che essa appartenga a tutto il mondo, ma non all'Italia! I nostri fratelli hanno già da più giorni alzato la bandiera della santa ribellione e arrossano del loro sangue la Via Sacra che conduce a Roma. Non soffriamo più oltre che essi rimangano soli. Rispondiamo al loro appello di eroi colla campana del Campidoglio. Il nostro dovere, la comunanza della causa per la quale si combatte, la tradizione di Roma, lo vogliono. Alle armi! Chi può portare un fucile, corra alla lotta! ogni casa sarà una fortezza, ogni ferro un'arma! I vecchi, le donne, i fanciulli possono costruire barricate; i giovani le difenderanno. Viva l'Italia, Viva Roma!»

Alla diffusione di questo proclama rispose un silenzio di tomba. Coloro che lo avevano composto, non conoscevano le condizioni dello spirito pubblico a Roma. Essi potevano contare solo sulle poche centinaia di uomini che segretamente erano stati introdotti nella città, e su quei pochi romani che erano stati persuasi a viva voce a secondare e favorire il tentativo di insurrezione. Roma non era più la città del medioevo. Allora essa aveva una cittadinanza chiusa solidamente nelle corporazioni di mestiere, la quale custodiva l'ideale di una repubblica politica indipendente; una milizia divisa nelle varie milizie dei rioni, al servizio del magistrato capitolino, ed una nobiltà in parte ghibellina, pronta sempre alla lotta. Allora la città si sollevava abbastanza di frequente contro gli odiati pontefici, che cacciava o costringeva al riconoscimento dei suoi diritti politici. Nella Roma attuale di 220,000 abitanti, le condizioni erano del tutto mutate. La cittadinanza non aveva più alcun carattere politico; la nobiltà conduceva, all'ombra degli alberi genealogici, una vita di vuoto ozio (le eccezioni erano rare); il che è vergognoso, ma storicamente spiegabile. In gran parte essa apparteneva a famiglie beneficate e illustrate dai papi che uscirono da esse. Ma parte della popolazione romana era devota al Governo papale, al cui servizio si trovava, che la nutriva, tenendola necessariamente soggetta, per mezzo del clero. Credevano dunque realmente, i mazziniani, che si sarebbe trovata in Roma una massa compatta, di sentimenti italiani, che si sarebbe sollevata al loro appello per costruire barricate, per farsi fucilare dagli zuavi, o in ogni caso, dopo una sanguinosa repressione per opera dell'esercito francese, per finire la vita in esilio o in carcere?

C'erano di guarnigione, nella città, circa 3000 uomini, al comando del marchese Zappi, e ripartiti in modo da poter in breve domar la sommossa, se fosse scoppiata. C'era l'ordine che cinque colpi di cannone dessero l'allarme da Castel Sant'Angelo. Furono prese molte misure di difesa, per consiglio specialmente del generale Prudon, il quale il 20 ottobre era venuto a Roma ad assicurare il Papa dell'immancabile protezione francese e a persuaderlo a restare a Roma, finchè la flotta francese da Tolone non fosse giunta a Civitavecchia. Egli consigliò anche di abbandonare le provincie, e di concentrare in Roma le truppe che vi si trovavano sparse, per difendere questa città, mira unica del movimento. Nella notte dal 21 al 22 ottobre si cominciarono a barricare le porte, a porre trincee dinanzi a quelle che rimanevano aperte, e a rincalzare, dal di dentro, con terrapieni, quelle che si potevano serrare. Questo si chiamava nel medioevo _fabbricare le porte_. Furono completamente chiuse le porte Maggiore, Salara, S. Lorenzo, S. Paolo, S. Pancrazio, S. Sebastiano. Il Ponte Rotto e il nuovo ponte alla Lungara furono resi impraticabili col levar via le tavole che li coprivano. I tre ponti sull'Aniene, Salaro, Nomentano e Mammolo, sulla via di Tivoli, furono minati. Si praticarono feritoie nelle mura, ed anche al Pincio, e si stabilirono batterie di cannoni. Se ne pose una al punto dove la ferrovia entrava in città. Le fosse di Castel Sant'Angelo furono empite d'acqua.

La notte del 22 ottobre trascorse passò tranquilla; si udì solo lo scoppio di petardi in molte strade, e l'allarme delle sentinelle e i colpi delle loro armi.

Una tensione febbrile era in tutti gli animi. Roma si sentiva separata dal mondo: i telegrafi erano inattivi, la posta irregolare; le ferrovie interrotte in parte ai confini dall'esercito pontificio medesimo. Sinistre voci correvano. Che contrasto fra la Roma splendida del giugno e la squallida Roma di ora!

Il 22 ottobre si diffuse la voce che la sera, in città, sarebbe scoppiata la rivolta; se ne parlava apertamente negli alberghi e nei caffè. Si sapeva che Garibaldi era andato a Firenze; si diceva che si sarebbe posto alla testa delle schiere volontarie, che Roma si sarebbe sollevata, e che egli vi avrebbe fatto il suo ingresso trionfale. Tutti gli orrori di una guerra civile per le vie, tutti gli eccessi che si compiono in una rivoluzione, forse anche un probabile saccheggio, riempivano molti di apprensione e di angoscia. In molte famiglie, dove erano da temersi vendette da parte del partito d'azione, regnava grande spavento. Era vivo ancora in città il ricordo del famoso sacco di Roma da parte delle bande del Borbone.

Verso sera l'aspetto di Roma si fece spaventoso. Botteghe e porte chiuse; qua e là si facevano arresti; gli accessi al corso deserto erano sbarrati da sentinelle; pattuglie a piedi e a cavallo percorrevano le strade.