Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 8
Ma il partito d'azione si sollevò vivacemente, chiedendo la liberazione del suo capo, membro inviolabile del Parlamento. Sotto la pressione di tumulti a Firenze e in altre città, Garibaldi fu condotto da Alessandria a Genova, e senz'altro rimesso in libertà, come almeno egli stesso dichiarò,--cioè imbarcato il 27 settembre per Caprera su un legno da guerra. Era stata cosa veramente seria la sua prigionia? Non era stato un giuoco per tacitare, diciamo così, il Governo di Francia, mascherando la rottura effettiva della Convenzione di settembre? Non si era fatto sparire il capo dell'invasione, perchè questa potesse seguire il suo cammino, più liberamente e meno manifestamente, e perchè, invece di un generale officialmente disconosciuto, e talora in segreto sostenuto, come a Marsala a Capua e nelle Marche, altri generali, nel nome d'Italia, la conducessero? Non aveva davvero la forza, il Governo italiano, di disperdere le schiere dei volontari, che si raccoglievano sui confini? Numerose truppe di ogni arme stringevano, è vero, da presso la linea dei confini romani, ma questa catena di milizie spesso diradava per varie cause i suoi anelli, permettendo a bande armate di introdursi agevolmente nello Stato pontificio. Appena all'estero si seppe che il Governo italiano aveva impedito l'esecuzione dei piani di Garibaldi e l'aveva imprigionato, contemporaneamente si fu informati che di fatto l'audace impresa dell'invasione era cominciata, e che apertamente proseguiva coll'appoggio del Governo italiano.
V.
L'invasione, da parte delle schiere di volontari, dello Stato della Chiesa, invasione che durò più di cinque settimane, rappresenterà un giorno un notevole e altamente drammatico episodio della storia di Roma e del Papato. Nella storia d'Italia essa sarà una pagina dolorosa, che non farà certo onore al Governo di quel tempo, del quale mostrò il macchiavellismo e la debolezza profonda. Se, nel futuro, le difficili questioni dei nostri giorni avran trovato una soluzione in un regime di libertà, i popoli si rivolgeranno indietro e considereranno quel periodo della nostra storia con stupore eguale a quello con cui noi consideriamo oggi le forme di anarchia medioevale e feudale.
E invero, nell'anno 1867, sembrarono risuscitate d'un tratto, con tutti i loro caratteri, le compagnie di ventura medioevali e quei condottieri del passato, che, indipendentemente dallo Stato, conducevano i loro eserciti attraverso le campagne. Chi fu allora in Roma testimone di questo stato di cose, credette di essere tornato d'un tratto a vivere nel Medio Evo, e in un paese dove nullo era oramai il potere delle leggi; vide cose e figure che aveva già riscontrate nelle cronache di quel tempo, al quale potè esattamente rassomigliare quest'epoca straordinaria. Garibaldi, l'uomo più moderno del suo tempo, secondo il suo ideale, è pure fra gli italiani del nostro tempo quello che, per la sua figura psichica, più profondamente è legato alle forme e ai sentimenti medioevali, ciò che spiega in parte la sua grande popolarità. Egli sta fuori dello Stato; come un _condottiero_; vive, eremita agitatore, in un'isola solitaria, lungi dal continente. Egli appare nella sua patria solo per mettere in esecuzione i suoi disegni, a dispetto dello Stato, per mezzo di agitazioni popolari e di schiere di volontari. Monreale, Sforza Attendolo, Piccinino e Fortebraccio avrebbero certo riconosciuto in lui un collega, un valoroso capitano di bande; al loro tempo, egli si sarebbe formata una repubblica militare, o avrebbe conquistata una corona ducale. Oggi, però lo distingue da quei condottieri il fatto che egli ha messo la sua spada al servizio della sua patria e del suo popolo. Egli combatte con disinteresse repubblicano per le idee del presente, anzi, forse, per le idee del futuro. Egli vuole abbattere l'idolo dell'assolutismo e della tirannía, così spirituale che temporale, ma vuol porre al suo posto un altro idolo, il cui dispotismo non potrebbe forse essere minore. Anch'egli, con la noncuranza di un tiranno degli antichi tempi, ha sacrificato la balda gioventù della sua patria, servendosene come di strumento per i suoi fini.
La questione romana, così profondamente connessa con tutto l'ingranaggio complicato del mondo europeo, pareva, a questo uomo di guerra, un nodo gordiano che la spada sola potesse risolvere. Ma egli non aveva la spada di Alessandro, e se anche ciò non è che un simbolo della realtà contemporanea, come l'uovo di Colombo, l'opinione europea non avrebbe mai riconosciuto in Garibaldi o in Mazzini e il suo partito, i suoi rappresentanti e i suoi patrocinatori.
E veramente sembra ai nostri occhi un sogno fantastico che delle schiere, accozzate alla rinfusa, male armate e senza disciplina, e tali che gli antichi condottieri d'Italia avrebbero sdegnato di prenderle al loro servizio, avessero la pretesa di conquistare Roma, come un Connestabile di Borbone! Eppure, proprio nel nostro tempo, un disegno di tal genere fu possibile, e ci mancò poco che questo sogno si trasformasse in realtà. Un giorno questo sarà un mito nella storia di Roma.
E l'ardente e nobile patriottismo di un guerriero della specie di Garibaldi, e l'audacia sublime che spingeva le sue schiere alla morte, saranno riconosciuti ed ammirati anche da chi ha condannato la sua impresa come dannosa alla patria, ed ha tremato al pensiero che il principio della libertà brigantesca degli Americani della Plata o del Chilì potesse trovare esplicazione anche in uno Stato della civile Europa. Ma questo è tutto quel che si può dire a questo proposito. Invece, lo spassionato giudizio del più caldo amico della nazione italiana e della libertà dei popoli considererà sempre, con disprezzo e disistima, coloro che seguirono, in questo falso giuoco, le regole del «Principe» di Machiavelli, perchè si deve annunciare fino ai confini del mondo la giustezza della massima di Washington, e provare che la migliore politica è la verità. La storia della politica fu arricchita, nel 1867, di una commedia tale, che a lungo dovrà l'umanità ricercar ne' suoi annali, per trovarne una simile; e, se in nome della libertà si perpetrarono spesse volte delitti, raramente in suo nome si commisero così fondamentali sciocchezze.
Il Gabinetto italiano, per la sua debolezza e per una specie di strana illusione, fu condotto a tollerare il pericoloso disegno dell'invasione, poi anche ad accettarlo e accelerarlo, ciò che gettò l'Italia nella più terribile crisi, mise in giuoco la monarchia e l'unità del paese, e produsse, in tutta la nazione, una spaventosa demoralizzazione. Così, fra una diplomazia senza forza ed una eroica furia di condottieri, si maturarono grandi errori. Si sperava in una sollevazione romana, la quale mancò. Non ve ne fu alcuna negli Stati della Chiesa, e tanto meno a Roma e a Viterbo, dove gli agenti del partito rivoluzionario facevano vani sforzi per suscitarla. Solo una vera rivolta negli Stati della Chiesa poteva, se fosse apparsa chiaramente l'espressione della volontà popolare, mutare la situazione, far sembrare giustificato un intervento da parte dell'Italia, e escludere assolutamente quello francese. Ma poichè essa non avvenne, e la popolazione dello Stato romano rimase tranquilla, invano si sarebbe voluto far passare per insurrezione popolare una invasione di truppe volontarie di altre regioni. Si contava, da parte di queste schiere, sulla inabilità e sul carattere imbelle delle truppe pontificie, oltre che sulla diserzione dell'elemento italiano; ma questi soldati, stranieri e paesani, si batterono con inaspettato valore, rimanendo fedeli alla bandiera, sulla quale avevan giurato. Si contava anche sugli errori del Governo pontificio, ma questo raramente dimostrò come allora tanta ragionevolezza e tanta forza, e seppe mantenere, in condizioni tanto difficili un contegno così legittimo e conveniente, che fece ottima impressione sull'opinione pubblica europea, specialmente perchè in contrasto con quello del Governo italiano.
Si sperava specialmente sull'approvazione tacita del protettore di Francia, e sul suo consenso alla modificazione del trattato di settembre. In Inghilterra correvano delle voci che affermavano prossima questa modificazione, per l'estate futura, e che Napoleone si sarebbe ricreduto e si sarebbe deciso all'intervento dopo che aveva appreso di sicure offerte di Rattazzi alla Prussia. Comunque sia, Napoleone non poteva lasciar manomettere dalla parte rivoluzionaria, contro la quale egli si era drizzato, un trattato da lui confermato e riconosciuto; egli intervenne--poichè lo Stato Romano non si era sollevato--a favore del Papa e del Potere spirituale, col quale voleva mantenersi in buona amicizia, dapprima esitando e temporeggiando, poi con inconsiderata gravità.
Secondo il piano di Garibaldi, l'invasione doveva procedere da tre lati; dalla Sabina e l'Umbria, dalla Tuscia e dal Lazio, dovevano le schiere dirigersi alla loro mèta: Roma. La prima è la via più breve e conduce direttamente a Roma, poichè qui i confini, a Corese e Scandriglia, sono distanti dalla città appena due ore di treno. Menotti, il figlio di Garibaldi, prese là il comando delle schiere che scendevano dall'Umbria. La seconda strada passa da Viterbo, prima mèta delle truppe che la seguirono, oggi seconda città dello Stato, situata in una ricca campagna ed abitata da una popolazione che fu sempre ritenuta audace, fiera ed amante di novità. Qui doveva assumere il comando Acerbi. Sulla terza strada, Nicotera doveva dirigere l'invasione contro Roma attraverso i Monti Latini. Questi ultimi due capi erano deputati al Parlamento italiano. Inoltre, dei manipoli minori dovevano far capo a queste strade da varii punti per assalire, qua e là, le guarnigioni pontificie, per tenere occupato e sparso tutto l'esercito pontificio col sistema della _guerriglia_.
Il grosso di queste schiere era formato di gente accozzata alla rinfusa, della quale una gran parte sapeva appena maneggiare un fucile. Le loro condizioni, che avrebbero fatto andare in visibilio un romanziere o un Salvator Rosa, hanno fatto dubitare e restare perplesso ogni uomo di guerra; erano camerieri, cocchieri, servi, studenti scrivani, contadini, sarti, calzolai, operai di ogni genere, lavoranti di fabbriche, ogni sorta di gente affamata. Nelle loro file si trovavano anche uomini e giovani di estesa coltura, nobili e ricchi, ed anche delle signore emancipate, che seguivano a cavallo il piccolo esercito. Simili imprese non si compiono che in Italia, perchè qui risponde ad esse il singolare carattere della popolazione. Certo che la leva, che muoveva tutta questa gente, era, in prevalenza, il bisogno e lo spirito d'avventura, ma sarebbe ingiusto considerare queste schiere solo come una riunione di mascalzoni e di canaglia. L'esaltazione patriottica si era dai circoli democratici diffusa fra le classi più infime della popolazione, e quei poveri operai si batterono eroicamente a Mentana. Vi erano infine, fra di essi, noti patriotti e spiriti nobili, i quali, pieni di sentimento patrio, avevano risoluto di sacrificare, alla patria, tutto, anche la vita. E questi andavano di mano in mano crescendo di numero; tutti gli stati e provincie d'Italia vi avevano i loro rappresentanti; finalmente dei veri e proprii soldati italiani, segretamente congedati, vennero a rafforzare queste bande di volontarii.
Erano divisi in battaglioni. La loro uniforme doveva essere la camicia rossa, ma non tutti ne possedevano una; molti indossavano, sui loro abiti, un pezzo di stoffa rossa. Tutti avevano ai cappelli una piuma di gallo o di falco. Le armi erano manchevoli e in cattivo stato. Molti non avevano che lancie, pugnali e sciabole. Alcuni battaglioni avevano armi usate, uscite dai magazzini delle guardie nazionali. Il metodo di approvigionamento e di rifornimento di questo esercito era primitivo, come quello del suo armamento. Essi facevano assegnamento sulle contribuzioni dei luoghi che occupavano, ma tutti sanno che i castelli dei distretti della Sabina e del Lazio sono in gran prevalenza abitati da agricoltori assai poveri, che vivono del grano dei loro campi, delle rendite dei loro vigneti, degli oliveti e castagneti. E si poteva davvero ben profetizzare che il patriottico fanatismo di Garibaldi avrebbe gettato nella miseria tante migliaia di persone, come al tempo di Aspromonte, se a lui ora non fosse riuscito, come allora, di trascinarsi dietro tutto il popolo italiano e di far levare in armi il popolo dello Stato Pontificio.
L'esercito che il Papa poteva opporre a queste schiere di volontarii, contava allora 12,981 uomini e 929 cavalli, di cui 8000 veramente atti e pronti a combattere. I corpi, disposti secondo il numero degli uomini, erano in quest'ordine: reggimento di zuavi, 2237; legione di gendarmi indigeni, 2082; reggimento di linea, anche indigeno, 1595; battaglione di carabinieri stranieri, 1233; legione francese d'Antibes, 1096; battaglione di cacciatori, 956 fanti e 442 cavalli; finalmente 5 batterie di artiglieria.
Questo esercito era formato da italiani dello Stato pontificio e da stranieri d'ogni nazionalità. Da quando il Papato si era trovato in serie difficoltà, al ritiro dell'esercito francese, tutte le regioni del mondo si erano date, con grande zelo cattolico, alla ricostituzione dell'esercito pontificio.
Numerose associazioni belghe, francesi, ed anche americane, inviavano a Roma casse piene di denaro e di armi, come tributo. La stampa cattolica diede ai nuovi volontarii l'enfatico titolo di Crociati di San Pietro, giubilando per il rinnovarsi della crociata. La piccola armata papale rappresentava infatti lo sforzo della cristianità intera; molte favelle e molte nazionalità vi erano rappresentate: scozzesi, irlandesi, polacchi, tedeschi, francesi, olandesi, belgi, canadesi, mori dell'Africa, italiani, spagnuoli si mescolavano sotto lo stendardo dell'arcangelo Michele; ed anche in questo cosmopolita esercito non era solo lo zelo religioso che spingeva tanta gente; in taluni era piuttosto lo spirito di avventura, il bisogno, o un passato da redimere.
Il corpo scelto della milizia di S. Pietro, la vera guardia dei cavalieri della Croce, erano gli zuavi. Lamoricière aveva istituto questo corpo in memoria delle sue campagne africane, quando nel 1866 il Pontefice lo aveva chiamato a Roma, salvatore del Potere temporale. Molti figli di antiche case legittimiste di Francia e del Belgio servivano in questo esercito come ufficiali, o anche come semplici soldati a piedi. Loro colonnello era De Charette, discendente del famoso capitano della realista Vandea. Il corpo era in prevalenza formato da francesi e da belgi, e parlava francese. Il loro costume mezzo turco, di colore turchino, un po' teatrale e appariscente, era volentieri indossato da molti signori. La maggior parte di questi ufficiali degli zuavi, ed anche dei soldati semplici, era piena di sentimenti cattolici e di ideali medioevali; essi ardevano dal desiderio di venire alle mani coi ribelli italiani, coi democratici dalla camicia rossa, gli eretici, e di vendicare tutti gli insulti patiti dal Pontefice negli ultimi anni.
A capo dell'esercito papale era il generale Kanzler, già ufficiale nell'esercito di Baden e da lungo tempo al servizio del Pontefice. Una abile ritirata del suo battaglione, dopo la battaglia di Castelfidardo, aveva richiamato l'attenzione su di lui, cosicchè fu promosso di grado e nominato vice ministro alla guerra. Il Ministero della guerra pontificio era stato sin qui affidato a prelati; ultimamente a Merode, cognato di Montalembert, e questo costume non poteva essere molto giovevole all'organizzazione dell'esercito. Quando, finalmente, esso fu affidato ad un uomo d'armi, subito se ne notò il visibile cambiamento. La serietà e l'attività del generale riordinarono in breve le truppe, e certamente lo Stato Pontificio deve al Kanzler se così a lungo potè resistere alle forze degli invasori.
Lo Stato della Chiesa era stato ripartito in zone militari: Viterbo, Civitavecchia, Tivoli, la Sabina, e Campagna e Marittima (Velletri e Frosinone). Queste formavano insieme una mezza divisione sotto il comando del generale De Courten; l'altra mezza divisione, un duemila uomini, risiedeva a Roma, sotto il generale Zappi. Nelle città maggiori risiedevano compagnie; nelle minori spesso soltanto posti di gendarmeria. La guarnigione della Campagna fu rinforzata da volontarî della popolazione campagnuola, i così detti ausiliari o squadriglieri, i quali formarono corpi militarmente organizzati, serbando il loro costume pittoresco della ciociaria e i sandali caratteristici. Si erano già costituiti militarmente al tempo della guerra contro il brigantaggio, nel 1866-67, nella quale avevano reso grandi servigi alla regione laziale. Un battaglione di essi, forte di 638 uomini, risiedeva a Frosinone e nei confini di Napoli. Altri si erano, altrove, incorporati nella gendarmeria. In complesso, la loro forza ammontava a 1200 uomini.
Alla fine di settembre il Lazio offriva uno strano e comico aspetto. Mentre lo Stato Pontificio si preparava a contrastare con tutte le sue forze l'occupazione di Roma e di tutto il territorio, ai confini facevano le loro evoluzioni da 10 a 20,000 soldati italiani, in una attitudine equivoca e misteriosa, che avrebbero dovuto tener lontano dai confini le schiere volontarie, ma, viceversa, le lasciavano palesemente entrare e uscire, mentre essi stessi cantavano inni patriottici, col ritornello: «Andremo a Roma Santa». Stavano, coll'arme al piede, a guardare tranquillamente centinaia di camicie rosse, divise in piccole bande, aggirarsi intorno ai confini, ardendo dal desiderio di irrompere nella regione pontificia, mentre il loro duce, il capo del movimento, il cui nome era da solo un grido di guerra, era ancora relegato sullo scoglio di Caprera. Intorno a quest'isola incrociavano sette legni da guerra italiani, come già i legni da guerra inglesi avevano un tempo incrociato intorno all'Elba, gelosi di un uomo più grande, che stava là preparando le audaci imprese contro il continente.
Il 29 settembre venne a Roma l'annuncio che era cominciata l'invasione. Nella notte, 40 garibaldini avevano passato i confini a Grotte S. Stefano in provincia di Viterbo, avevan disarmato quel posto di gendarmeria, strappato gli stemmi papali, e piantato la bandiera italiana. Poi si erano diretti su Bomarzo, dove si era ripetuta la scena stessa. Da quel giorno, ebbero spesso lungo qua e là in vari punti, piccole invasioni di questo genere. Il 29 stesso, altri occuparono Bagnorea e Torre Alfina, e il giorno seguente il luogo più importante, Acquapendente. La caserma dei gendarmi si difese, in questa città, per ben tre ore, poi si arrese. I garibaldini si impadronirono delle casse pubbliche, arrestarono il Magistrato e levarono contribuzioni. Dichiaravano di essere l'avanguardia del generale Acerbi; avevano a capo un tal conte Pagliacci, emigrato da Viterbo.
All'annuncio della occupazione di Acquapendente, il colonnello Azzanesi si mosse da Viterbo con truppe; piombò sui garibaldini il 2 ottobre a S. Lorenzo, li mise in fuga, prese molti prigionieri, rioccupò Acquapendente. I fuggiaschi si radunarono e Bagnorea, l'antico _Balneum Regis_. Un corpo di 95 zuavi ve li assalì di sorpresa, ma fu respinto con perdite, finchè non giunsero rinforzi pontificii. Bagnorea fu assalita il 5 ottobre; i garibaldini, in numero di 500, si ritirarono lasciando 100 fra morti e feriti e 178 prigionieri. Questo fu il primo fatto notevole di quella guerriglia. Esso mostrò, contro ogni previsione, che i soldati pontificii sapevano battersi con valore e serietà, ed erano tanto validi ed atti alla guerra, quanto erano inetti i loro avversarî.
Ogni giorno avvenivano a Roma partenze di truppe; la città pareva vuotarsi completamente di milizie, e giornalmente arrivavano notizie di nuove invasioni nella regione laziale. Una straordinaria eccitazione cominciò a notarsi in città, anche perchè venivano sparse ad arte, di tanto in tanto, delle notizie di sconfitte, di vittorie, di sollevazioni ipotetiche.
Le schiere volontarie, scacciate da Bagnorea, si erano gettate su Torre Alfina, piccolo villaggio sul confine toscano, fortissimo per la natura del luogo. Qui il generale Acerbi radunò le sue schiere, come in un quartier generale, per piombar su Viterbo, appena fosse possibile. Contemporaneamente altre bande si fortificavano a Nerola, Moricone, Montemaggiore, Montelibretti; piccoli e deserti luoghi della Sabina. Sono veri aggruppamenti di case in cima ad aspre rupi, dalle quali emerge la chiesa, e qualche torre medioevale diroccata, e il grandioso castello baronale, del tempo in cui gli Orsini dominavano tanta parte della Sabina.
Il giovane Menotti condusse là 600 uomini, coi quali sperava di poter irrompere nella campagna verso Tivoli, se appoggiato da altre truppe, e favorito dalla concertata conquista di Subiaco che doveva congiungerlo agli Abruzzi. Garibaldi aveva nominato il figlio suo luogotenente, con un decreto da Caprera; c'era anche una specie di dinastia garibaldina, e, mentre il vecchio leone ruggiva chiuso in Caprera, dovevano almeno i suoi figli, Ricciotti e Menotti, pugnar per la causa nazionale. Ma, quando il 7 ottobre, il colonnello Carette marciò sulle truppe di Menotti, queste ripiegarono su Fara. Ma furono inseguite, cacciate, e dopo breve lotta disperse; si ritirarono allora sui confini, benignamente ricevute dalle truppe italiane. Rinforzate, tornarono rinnovando qua e là la guerriglia. Le truppe pontificie mandavano ogni giorno prigionieri a Castel Sant'Angelo, ma le marcie e contromarcie continue, e le perdite che subivano, cominciavano a stancarle. La guerra d'invasione era cominciata nello Stato della Chiesa come una febbretta intermittente in un corpo malato: non avrebbe potuto in breve estendersi al capo, la già torbida Roma?
Dal principio di settembre, degli agenti di Garibaldi si occupavano attivamente a Roma per preparare e provocare una sollevazione. Nessun mezzo fu trascurato per raggiungere lo scopo. Armi, bombe, polveri erano pronte in luoghi segreti. Il Comitato Nazionale Romano, già disciolto, si ricostituì e bandì, l'8 ottobre, un proclama, dove era detto: «Romani, le provincie son già sollevate; fra poco l'insurrezione sarà generale. Noi dobbiamo unirci a questo movimento e appoggiarlo con tutte le nostre forze, perchè la vittoria delle provincie preparerà e faciliterà la vittoria di Roma. Siamo dunque tutti pronti. Il sangue dei fratelli che gli zuavi pontificii spargono ancora nella Provincia sia la favilla che incendierà i nostri spiriti. Romani, l'ora decisiva si approssima. In nome della Patria uniamoci, e che ognuno obbedisca solo al comando che ci verrà dal Comitato centrale. Unità e disciplina, ecco ciò che forma la forza. Ogni movimento inconsiderato, irregolare e isolato può essere di grave danno. Fidatevi a quel Comitato che ha dato già prova di forza, acutezza e fermo volere. Ora che è giunto il gran momento, egli saprà compiere tutto il suo dovere. Uniamoci fiduciosi e arditi; operiamo disciplinati, e la causa della civiltà sarà guadagnata».
Intanto i fatti mostravano che tutte le esagerate notizie dei fogli garibaldini erano spudorate invenzioni. Non in un luogo solo si ebbe una sollevazione nelle provincie. Potevano, del resto, delle bande indisciplinate, che assalivano e danneggiavano i villaggi, per poi fuggire appena si appressavano le truppe pontificie, aver forza morale sufficiente a trascinare le popolazioni a far causa comune con esse e ad andar con esse in rovina? C'era forse l'Italia dietro quelle bande? E in questo caso, non c'era da temere un intervento francese con le sue conseguenze inevitabili? Nè il cittadino, nè il campagnuolo vollero sapere di sollevarsi. L'invasione somigliava ad un fuoco fatuo che tremolava ai confini, e si accendeva per breve tempo, qua e là, senza risultato. Si sarebbe detta una guerra contro il brigantaggio, in grande.