Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 7

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Ma i segni precursori di un'invasione di schiere volontarie, come chiaramente apparivano dalla lettera di Garibaldi, davano molto da pensare al Governo romano; il cardinale Antonelli passava, il 26 aprile, una nota all'ambasciatore francese in Roma, conte Sartiges, nella quale esprimeva questi timori. Il Gabinetto francese consigliò quello fiorentino a vegliare sulle riunioni rivoluzionarie, secondo gli accordi del trattato di settembre, e ricevette da Rattazzi l'assicurazione che esso vegliava e che non v'era nulla da temere, poichè i comitati rivoluzionarii erano deboli e privi di mezzi. In occasione di un'interpellanza in Parlamento, Rattazzi dichiarò che, nella questione romana, egli avrebbe seguito la linea di condotta tracciata dal trattato di settembre.

Intanto il Governo francese era informato del diffondersi continuo del partito radicale. Ebbe notizia di un trasporto di armi in Viterbo, e del piano di Garibaldi, che consisteva nell'armare navi a Genova e con quelle sbarcare sulla costa romana, mentre frotte di emigranti avrebbero passato il confine napoletano; e a Roma gli emissarii dei rivoluzionari dovevano eccitare alla rivolta. Invero Garibaldi si metteva palesemente a capo dell'invasione; alla fine di aprile egli fece pervenire una circolare ai ministri d'Inghilterra, Prussia e Russia a Firenze, nella quale egli protestava contro la sovranità del Pontefice e ricordava che la Costituente del 1849 aveva nominato proprio lui a governatore di Roma, ed affermava che questo potere a lui affidato era ancora legittimo, e poteva essergli tolto solo da una assemblea di rappresentanti del popolo romano.

Nel maggio, il movimento ai confini e l'attività dei comitati si fecero più vivaci. In seguito alle note della Francia, Rattazzi rispose che Garibaldi si trovava ammalato a Signa e non aveva certo intenzione di tentare imprese temerarie, e che, comunque, il Governo vegliava. Si può effettivamente credere che tale fosse la sua sincera opinione, anche se segretamente pensava di utilizzare il movimento rivoluzionario per condurre ad una modificazione della Convenzione di settembre. Difatti, Rattazzi dispose perchè gli emigranti romani fossero allontanati da Bologna, dove era il centro dell'insurrezione. Intanto il cardinale Antonelli permetteva che le truppe pontificie si intendessero con quelle italiane per la sorveglianza dei confini. Nel giugno una prima schiera di 200 volontari avendo tentato di passare i confini a Terni, per comando del governo italiano, fu trattenuta. Si imprigionarono 60 volontari; gli altri si dispersero. Questo fatto produsse un'impressione assai favorevole, e tranquillizzò molti. L'invasione romana fu rimandata, non solo perchè si era insufficientemente provvisti di uomini e di armi, ma perchè il mantenimento della pace tra Francia e Russia modificava la situazione politica. La democrazia italiana aveva contato sulla guerra di quelle potenze in seguito alla questione del Lussemburgo, ma, per il trattato di Londra dell'11 maggio, questo pericolo si era allontanato.

Il mantenimento della pace salvò allora il potere temporale del Papa dalla rovina, che immancabilmente sarebbe avvenuta se la Francia si fosse impegnata in una guerra con la Germania. Ora si potevano fare, senza pericolo, le grandi feste del _Centenarium Petri_. Questo giubileo del principe degli Apostoli, del quale i papi si dicono successori, doveva, in mezzo alle agitazioni italiane per la minaccia di un'invasione degli Stati pontificî, affermare che Roma era città della Chiesa e la capitale del mondo cattolico. Fin dal principio di giugno, schiere di preti si diressero a Roma da ogni paese, su tutte le ferrovie italiane. Quattrocentonovanta vescovi e prelati, più di diecimila preti si radunarono in Roma, dove non si era mai visto nulla di simile, prima dell'istituzione delle ferrovie. Alberghi, abitazioni e strade erano rigurgitanti di clero. Roma sembrava subisse ora, dopo la temuta invasione delle camicie rosse di Garibaldi, un'altra invasione di sottane nere; tutto un popolo accorso in difesa della sua città.

In questa folla si distinguevano numerosissime nazionalità; ma Francesi, Italiani e Spagnuoli avevano la prevalenza, come a dimostrare ancora una volta la romanità della Chiesa cattolica. I Tedeschi si perdevano in mezzo a questo brulichio. Noto gli arcivescovi di Magonza, Colonia, Posen, Salzburg, Praga e Olmütz; mancava l'arcivescovo di Vienna. Si videro, in quell'occasione, tutti i costumi della Cristianità. Si ammirarono i fastosi e maestosi patriarchi di Oriente, la cui presenza rammentava i rapporti del culto cristiano coll'Asia e l'antico Testamento. Si videro anche dei Cinesi e dei Mori.

Mai, nemmeno nei tempi più luminosi del Papato di Leone X, si erano viste in Roma processioni simili a quelle che si svolsero per la festa del _Corpus Domini_ e il giorno di San Pietro, nell'anno 1867. Queste feste rappresentarono la più bella e grandiosa rivista che mai pontefice abbia passato al suo clero.

La grande processione del giorno di S. Pietro, che uscì dalla chiesa nella piazza, e nella chiesa poi rientrò, durò due lunghe ore. Vi erano portati degli stendardi alti 20 piedi, rappresentanti i nuovi santi, o in punto di morte, o mentre stavano compiendo un miracolo, e fra questi santi (più di 200 martiri della missione giapponese furono allora beatificati) nessuno suscitò più interesse di Pedro Arbues, il terribile inquisitore di Spagna, la cui assunzione nel cielo dei beati fu giudicata, all'estero, come una aperta e chiara dichiarazione di guerra alle leggi dell'umanità e della civiltà. Il popolo, silenzioso torrente, per tutta la giornata entrò da una porta del tempio ed uscì dall'altra.

Cinquecento cantori facevano udire i loro inni dal cerchio interno della cupola di Michelangelo. L'illuminazione di questa volta scintillante d'oro era, il 29 giugno, incantevole e magica, come magico era l'effetto del tempio sfavillante di fuoco e di luce: rassomigliava, infatti, ad una sfera celeste nella quale innumerevoli stelle sprizzassero fuoco in mezzo ad una nebbia dorata.

La Cattedra Petri, sulla quale la leggenda vuole che l'Apostolo si sedesse, fu trasportata dal trono vescovile della Tribuna, nel quale Alessandro VII l'aveva fatta chiudere, in una cappella speciale, ed esposta alla pubblica venerazione. Dopo due secoli, essa tornò alla luce. Sul lato anteriore di questa antichissima sedia di legno si trovano delle placche d'avorio, nelle quali sono rappresentate le fatiche di Ercole. La folla si dava gran pena per strofinare, contro di essa, stoffe o anelli, che avrebbero così assunto virtù di amuleti.

Per otto giorni, Roma festeggiò la ricorrenza con processioni, illuminazioni, spettacoli accademici e musicali. Le manifestazioni più alte del culto si trovarono a Roma riunite, lo stesso anno in cui l'Esposizione mondiale di Parigi esibiva i frutti del lavoro e dell'ingegno del nostro secolo.

La festa apostolica dell'unità della Chiesa, nel suo centro a Roma, consacrata dalla storia, doveva, con immensa manifestazione del clero, mostrare che, nell'ingranaggio della macchina gerarchica, non mancava una sola ruota, che fra il capo ed i membri tutti regnava una perfetta ed inalterabile armonia, mantenuta senza sforzo e senza costrizione. Non si trovarono in Roma, in quell'occasione, imperatori, re e principi, come a Parigi; ma convennero qui pellegrini da ogni parte del mondo. I rappresentanti delle più antiche nobiltà legittime d'Europa erano venuti, e non senza doni, a rendere omaggio al Pontefice.

Al Vaticano furono donati, in quell'occasione, parecchi milioni, sia per le collette singole delle varie diocesi, sia per offerte private. Si contarono a Roma da 50.000 a 70.000 forestieri; ne vennero da tutte le Provincie del Regno d'Italia. Ciò dimostrava che la rottura, fra il popolo d'Italia e la Chiesa, non era poi tanto grave come si era voluto far credere.

Le catene di S. Pietro legavano ancora una parte dell'umanità, e mai questa portò più a lungo altre catene!

I paladini del Papato erano pieni di soddisfazione e di fierezza. Non si doveva dimostrare che Roma non poteva essere la capitale di un regno? Ebbene, non ne erano quelle feste la prova più luminosa? Le migliaia di preti, che si raccolsero in quei giorni intorno al Papa e fraternizzarono in mezzo alle sontuose feste della loro Chiesa, erano pieni tutti del medesimo entusiastico sentimento. Non avrebbero essi portato quell'entusiasmo nei loro paesi, nelle loro comunità, diffondendolo ovunque? Con questa festa del centenario doveva cominciare, dunque, la grande reazione e il trionfo della Chiesa su tutte le potenze ostili dell'universo. Così declamava, nell_'Universo_, Luigi Veuillot. Nessuno avrebbe creduto che a questo entusiasmo potessero seguire nella Chiesa momenti di un così crudo disinganno!

Nelle sue allocuzioni ai Vescovi riuniti, il 26 giugno e il 1 luglio, Pio IX annunziò il Concilio.

Era naturale che il Papa, nella lotta contro ciò che egli chiamava il Secolo e che noi chiamiamo lo spirito della civiltà, raccogliesse più strettamente intorno a sè tutta la gerarchia, e tentasse di esaltare la propria autorità nell'organismo della Chiesa. L'antica idea dell'infallibilità del Papa, innalzata a dogma, ritornò ora più determinata agli organi dei Gesuiti. L'infallibilità è il coronamento del Papato gregoriano. E non ha anche segnato, questo dogma, l'uscita dalla storia di questa grande forza ideale della Chiesa? Se doveva esser l'apoteosi del Papato, si sa bene che le apoteosi si comprano a caro prezzo.

La _Civiltà Cattolica_ aveva solennemente proposto che tutti i preti e tutti i credenti venuti a Roma per il centenario facessero voto sulla tomba dell'Apostolo di sostenere per la vita e per la morte l'infallibilità del pontefice. Finora, essa diceva con cinica franchezza, i cattolici avevano portato a S. Pietro solo sacrifici e offerte materiali, sia le loro ricchezze, sia il loro sangue; ora si trattava di sacrificare la ragione stessa al principe degli Apostoli! Si sperava, così, di legare solidamente il clero tutto nei ceppi di questo voto, e di costituire, nella cristianità, quasi una lega santa di Cavalieri di S. Pietro; ma questa proposta dei Gesuiti non fu raccolta.

I vescovi radunati non fecero nuove dichiarazioni riguardo al _Dominio temporale_. Nel loro indirizzo al Papa, dettato da Heinald, dicevano soltanto che essi tenevano a ripetere quel che avevano già espresso nel 1862, e cioè di voler credere ciò che il Papa crede, e di voler respingere ciò che il Papa respinge. Non era già questa una dichiarazione della sua infallibilità?

In mezzo a tali feste giunse a Roma la notizia dell'esecuzione dell'arciduca Massimiliano, al Messico. Essa produsse un'impressione enorme. Molti clericali espressero, con soddisfazione, l'opinione che la morte di questo infelice principe fosse, per l'imperatore Napoleone, una specie di testa di Medusa; come egli aveva tradito Massimiliano, egli era pronto a tradire il pontefice! Si ricordava, ora, con meraviglia, la satira romana che nel 1864 aveva salutato l'arciduca, quando era venuto in Roma prima di partire per l'avventuroso viaggio al Messico, ed i suoi versi profetici:

Massimiliano, non ti fidare, Torna sollecito a Miramare. Il trono fracido di Montezuma È nappo gallico colmo di spuma. Il timeo Danaos, chi non ricorda, Sotto la clamide trova la corda.

IV.

A queste magnifiche feste seguirono avvenimenti di tutt'altro genere. Bisogna cercare a lungo nella storia per trovare l'esempio di un così repentino e crudo contrasto, quale offrì Roma nel volger di pochi mesi. Se noi immaginiamo che fra i pellegrini accorsi a Roma si trovasse un asiatico o un africano, il quale fosse rimasto del tutto ignaro della politica europea, questo straniero avrebbe potuto dire parlando di Roma alla fine di giugno: «Roma, l'antichissima capitale del mondo cattolico, è non solo la più ricca e la più nobile, ma anche la più felice città della terra. Tutti i popoli vengono a turbe verso di lei, per portarle doni e tributi, e non dietro un severo e temuto ammonimento del loro sovrano, come nell'antica Roma, o negli imperi dell'Asia o dell'Egitto, ma volontariamente, per l'esaltazione del loro amore verso di Lui. Migliaia di pellegrini vi accorrono e si prostrano in orazione sulla tomba del Principe degli Apostoli e assistono nel suo sublime tempio, a cui nulla si può paragonare, a cerimonie d'una grandiosità indescrivibile. Sembra che l'amore degli uomini tutti coroni Roma di feste e di onori, dei quali è centro un venerando vecchio, al cui cenno i vescovi della terra e settantamila preti sono accorsi per dirgli che essi credono ciò che egli crede, che riprovano ciò che egli riprova, come migliaia di altri uomini che non sono preti, e che sono venuti anch'essi a tributargli onori divini».

Ora, se il medesimo straniero fosse tornato nella stessa città, solo tre mesi dopo, non avrebbe prestato fede ai suoi sensi, e si sarebbe creduto vittima d'un incantesimo. Avrebbe infatti trovato quella città, poco prima piena di un tumulto festivo e inghirlandata di fiori e coperta di tappeti e di quadri, quasi contaminata dalla peste, immersa nello stupore, nell'ansia, nel terrore, di notte per lo scoppio di bombe e di mine, di giorno per le pattuglie di impauriti soldati, che raccoglievano qua e là torme di arrestati. Avrebbe visto cannoni sulle piazze; le fosse di Castel Sant'Angelo riempite d'acqua; gli avrebbero riferito che quel vecchio, che pur ora aveva veduto esaltato al cielo, stava ora pieno di terrore in preghiera nel Vaticano solitario e squallido, chiedendo a Dio che lo salvasse dall'imminente pericolo, e divisando già di rifugiarsi in Castel Sant'Angelo e di rinchiudervisi. Avrebbe visto le porte di Roma serrate e rinforzate di dentro con terrapieni, i merli delle fortezze difesi da sacchi di terra; e gli sarebbe stato narrato che innumerevoli bande malconcie, affamate, male armate, vestite di rosse camicie, venivano da ogni parte verso Roma, al grido: Roma o morte! per conquistare la capitale della cristianità e imprigionare il Santo Padre, o cacciarlo esule per il mondo.

Intanto però, già nel giugno si era manifestato il colèra, che nel luglio crebbe di violenza. Il 6 agosto scoppiò ad Albano con straordinario vigore, mentre molte famiglie romane erano andate a passarvi l'estate. Là morì, l'8 agosto, la regina-vedova di Napoli, Maria Teresa, figlia dell'arciduca Carlo. Il timor panico riempì Albano; abitanti e forestieri si dispersero spaventati. Il cardinale Altieri che vi si era recato, come vescovo del luogo, per tranquillizzare con la sua presenza la popolazione, rimase vittima della sua abnegazione. Gli zuavi che erano là di guarnigione mantennero da soli l'ordine, e della loro attività va resa loro ampia lode.

Anche nel resto d'Italia infieriva il colèra, ma non interruppe il movimento rivoluzionario del partito d'azione, al quale le feste di Roma avevano acuito la smania di porre presto in atto i suoi disegni. Intanto la condotta del governo francese rafforzava la concorde aspirazione degl'Italiani; quel governo sembrava partire dal concetto che l'occupazione di Roma durasse ancora per mezzo della legione di Antibo. Non solo il generale Dumond era venuto a Roma per passare in rivista questa legione, che numerose diserzioni avevano mezzo disciolta, ma la pubblicazione di una lettera del maresciallo Wiel al colonnello d'Argy mostrava come queste truppe al servizio del Pontefice fossero considerate ancora siccome un corpo francese. Ciò provocò, alla fine di agosto, una nota di Rattazzi al Gabinetto di Parigi, nella quale egli faceva voti perchè il Governo francese non aumentasse le difficoltà, in cui si trovava l'Italia, risollevando la questione Romana e mettendo in pericolo la Convenzione di settembre.

La stampa democratica dichiarò violentemente che quella Convenzione era stata violata dalla Francia e che, quindi, anche l'Italia era in diritto di non più rispettarla. Il Governo, che ormai meditava--appoggiandosi alla Convenzione di settembre--di rinunziare a Roma e riconoscere la sovranità del Papa, e, per di più, minacciava continuamente l'Italia di un nuovo intervento francese, si trovò ad essere in contradizione con sè stesso, mentre si sentiva troppo debole per sostenere la pressione del partito d'azione in un'epoca nella quale, dopo il disgraziato progetto finanziario, vedeva crescere a dismisura i proprî imbarazzi.

Garibaldi visitò di nuovo le città italiane, parlando apertamente di una campagna contro Roma, dove, il 13 luglio, si erano già fusi e unificati il _Comitato Nazionale_ e il _Centro dell'Insurrezione_, nella _Giunta Nazionale Romana_. Si raccolsero armi e denari, fino in Inghilterra, dove si era recato un figlio di Garibaldi. I confini dell'Umbria cominciarono a brulicare di figure sospette. Il 26 agosto l'Agitatore apparve a Orvieto. Qui egli raccolse il popolo a udirlo, attaccò nel suo discorso, accompagnato da grida di Roma o morte, tanto violentemente il Governo di Firenze, quanto quello di Parigi, e dichiarò finalmente che, nonostante la Convenzione di settembre, Roma doveva essere conquistata dal popolo sorto in armi. Si recò quindi a Rapallo, e l'8 settembre si trovò a Ginevra, al Congresso per la pace, dove i capi della democrazia europea si erano adunati per stabilire le linee di un programma della futura società europea. Garibaldi, salutato da unanimi omaggi, fu nominato presidente onorario di questo Parlamento.

I discorsi che egli tenne dal balcone della casa Fazy e quelli per l'inaugurazione del Congresso, furono così spinti, che urtarono anche molti dei suoi partigiani. Egli volle dimenticare che la città di Calvino e di Rousseau contava fra i suoi cittadini anche molti cattolici e che altri fra essi avevano opinioni aristocratiche e conservatrici. Le sue violente declamazioni contro il Papato e la Chiesa provocarono aperte proteste da parte della cittadinanza cattolica; fra i Riformati, i moderati non furono meno spaventati; nel Congresso si produsse una scissione, e Garibaldi lasciò Ginevra l'11 settembre, quasi clandestinamente, e del tutto disilluso.

Si recò allora a Genestrelle, deciso ad effettuare l'invasione romana. I preparativi e i piani strategici per questa audace impresa erano stati alacremente continuati fin dal suo soggiorno ad Orvieto. Si armarono truppe di volontari ad Ancona, a Foligno, a Bologna, a Firenze, negli Abruzzi, a Napoli. Depositi d'armi erano trasportati ai confini, e segretamente fin dentro gli Stati della Chiesa. I volontari si dirigevano da ogni parte alla spicciolata verso i confini, i quali erano custoditi dalle truppe di linea italiane, secondo la Convenzione di settembre.

Il carattere palese di questi armamenti sotto gli occhi del Governo, le invettive della stampa mazziniana, i proclami dei comitati nazionali, le lettere di Garibaldi, i messaggi dei legati di Roma e di Firenze spinsero il Governo francese a eccitare il ministero italiano ad un'azione pronta ed efficace, facendogli intendere come serie difficoltà potessero sorgere se fosse continuato quello stato di cose, difficoltà che l'Imperatore desiderava risparmiare a sè e al Re d'Italia. E infatti le difficoltà di Napoleone non erano poche. Egli desiderava non allontanare da sè l'Italia, in vista della minaccia sempre più vicina d'una guerra colla Prussia; allontanandosi dalla Francia, l'Italia si sarebbe avvicinata alla sua alleata di Padova; se poi egli avesse lasciato violare la Convenzione di settembre, avrebbe subìto un nuovo scacco, facendo la figura di un complice o di un canzonato. Se egli si risolveva all'intervento, secondo i desiderî del Pontefice, feriva anche gravemente il partito liberale di Francia, suscitando forse una guerra di disperata difesa in Italia, o rigettandola nell'anarchia, distruggendo la sua propria opera del 1859.

Dispacci urgenti da Parigi determinarono l'azione contro il partito rivoluzionario. Degli inviati di Vittorio Emanuele si recarono per persuadere Garibaldi in nome del re ad abbandonare i suoi intempestivi progetti e a ritrarsi a Caprera. Ma egli lasciò Firenze per raggiungere Arezzo passando da Sinalunga, e di là per far irruzione negli Stati della Chiesa.

Ma, per comando del Governo, a Sinalunga il generale fu arrestato il 23 settembre e mandato per ferrovia alla fortezza di Alessandria. D'un colpo questo fatto sorprendente cambiò la situazione; apparentemente il progetto dell'invasione venne meno con esso.

Il piano di Garibaldi era stato di provocare una sollevazione a Viterbo, per mezzo dei suoi agenti; ma dopo il suo arresto, il Governo papale si impadronì di loro e delle corrispondenze che avevano seco. Gli agenti di Garibaldi erano anche a Roma pieni di attività, ma dopo molto vano lavoro dovettero persuadersi che in questa città non c'era nulla da fare. Anche qui furono operati arresti in massa. Dei fogli volanti diffusi per la città annunciarono che la Giunta nazionale si era disciolta il 22 settembre, e che il 27 i così detti capi di sezione ne avevano formata un'altra al suo posto, «perchè la città non rimanesse senza Governo in tempi così difficili». La cattura di Garibaldi fu appresa all'estero con soddisfazione; si complimentò il governo d'Italia per aver finalmente trovato la forza di ridivenire padrone di un increscioso stato di cose, per il quale era permesso ad un capo popolo di porsi al di sopra delle leggi dello Stato, di formare un Governo proprio nello Stato stesso, di eseguire dei piani proprî, di versare il sangue del popolo, di mandarne in malora i denari affidatigli e di condurlo alla rivoluzione, determinando così la necessità di un intervento straniero, che immancabilmente sarebbe avvenuto. Infatti si diceva che una flotta francese fosse nel porto di Tolone pronta a salpare. La stima e la considerazione verso Garibaldi si era inoltre da tempo diminuita. Le sue copiose declamazioni, i suoi proclami numerosi, le sue stranezze (era giunto a battezzare egli stesso dei fanciullini come sacerdote dell'avvenire), l'imperversare senza tregua dei suoi tuoni senza il lampo dell'azione, e l'essersi egli ravvicinato al movimento mazziniano, avevano fatto impallidire l'aureola del grande agitatore, che aveva avuto sì eroica parte nella redenzione italiana[2]. Si deplorava in quel tempo che egli non fosse morto a Capua o ad Aspromonte, chiudendo così la sua vita di eroe popolare, invece di sopravviversi. La sua prigionia fu appresa con favore anche dai liberali di Roma; essi speravano che essa preludesse a negoziati diplomatici del Governo italiano, tendenti ad una liberazione definitiva da un intervento, anche morale, della Francia, e ad una modificazione della Convenzione di settembre. Ed effettivamente non c'era che l'Italia che potesse difendere gli Stati della Chiesa impedendo alle schiere dei volontari di farvi irruzione.