Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 6

Chapter 63,699 wordsPublic domain

Parve ai papalini di vedere nelle parole di Ricasoli una provocazione. Essi consigliarono sempre più vivamente il Papa a partir per l'esilio. Secondo loro, egli doveva abbandonare Roma, andare a risiedere a Civitavecchia, circondato dalle sue truppe, ed aspettare là, seguendo l'esempio dei pontefici del Medio Evo che per lungo tempo si erano rifugiati in Viterbo o in altre città della provincia,--che un mutamento d'indirizzo, o una rivoluzione nella politica, lo richiamasse a Roma. Nel porto di Civitavecchia--gli dicevano i consiglieri gesuiti--si sarebbero radunate allora le flotte delle Potenze per difenderlo. In fatto accadde che in novembre si ancorarono in quel porto alcune navi da guerra francesi, spagnuole ed austriache. Così sembrava si volesse fare di Civitavecchia l'ultima tolemaide del Papato. Ma Pio IX tremava al pensiero di abbandonar Roma di nuovo. Doveva questo vecchio, giunto presso il termine dei suoi giorni, sfidare un'altra volta le amarezze dell'esilio e della fuga? Toccava all'imperatore Napoleone che aveva mandato a Firenze il generale Fleury di confermare il Papa nella sua convinzione di dover restare in Vaticano; là egli era debole; in esilio avrebbe potuto esser forte, ma si esponeva a un grave pericolo: la Francia cattolica si sarebbe certamente commossa, e con essa l'Episcopato tutto, compatta falange per la difesa del Papato minacciato. Si sparse anche la notizia che l'imperatrice Eugenia sarebbe venuta in Roma. Ma siccome questa principessa non poteva, come già Matilde di Canossa, porsi sulla breccia che il generale francese Montebello era sul punto di abbandonare, essa non sarebbe venuta che quale inviata del suo sposo (si diceva) per persuadere il Papa ad accettare l'articolo d'accordo che era stato formulato a Firenze, ed a rimanere, comunque, in Roma.

II.

Le truppe francesi erano a poco a poco ritirate dalle loro guarnigioni nella Provincia; esse venivano a Roma, per andare di qui ad imbarcarsi a Civitavecchia. Correva anche la voce, che il 4 dicembre il Papa stesso sarebbe partito per quella città, per visitare i nuovi lavori del porto e per risolversi circa una sua possibile residenza là, difeso dalle sue truppe. Molti dicevano che aveva intenzione d'imbarcarsi.

Si diffuse un foglio volante: _Fra Giusto ai Romani_. In esso si diceva che Roma era stata destinata dalla Provvidenza a fondere ed accordare la nuova civiltà coll'antica, la libertà colla fede, e ad emancipare l'umanità con un'opera di rigenerazione sociale e religiosa avente lo stesso carattere di eternità che avevano avuto il Diritto Romano e il Vangelo. La libertà romana, spoglia del materialismo pagano, e santificata dall'emancipazione cristiana, formerebbe la base dell'autorità ecclesiastica, cosicchè questa, liberata dalle forme materiali del principato, si svilupperebbe in tutta la purezza della sua nuova essenza spirituale. In calma dignitosa i Romani avrebbero ricevuto Vittorio Emanuele, il quale soltanto fra le mura di Roma poteva compiere l'opera sua liberatrice d'Italia. Questo idealista romano ammoniva i suoi concittadini a tenersi lontani da tutti i partiti estremi. E così terminava:

«La minaccia della fuga, che dei malvagi hanno voluto far pronunziare al Papa, non risponde alla bontà del suo cuore ed al sacro dovere del suo ufficio apostolico. Cristo l'ha solennemente dichiarato: la fuga si addice al capo di truppe mercenarie, non al pastore che deve aver cura del suo gregge. Pio IX è troppo profondamente conscio dei propri doveri per fuggir loro vilmente, o per permettere che le vie di questa sacra città siano macchiate col sangue dei suoi figli, sotto gli occhi del vicario di un Dio di pace e d'amore. Ma se la malizia dei suoi consiglieri dovesse strapparlo da Roma, se la ferocia dei suoi generali e dei suoi mercenarî dovesse spargere il sangue dei Romani, allora Dio, il mondo, giudici di questa viltà e di questo delirio, non farebbero che affrettare il pieno trionfo della causa italiana, giustificando ogni difesa legittima e necessaria».

I Francesi cominciavano a partire da Roma. Il 6 dicembre il generale Montebello insieme coi suoi ufficiali venne a prendere congedo in Vaticano. La scena fu solenne. Il Papa appariva grave e dolce di aspetto. Il discorso del generale, o, meglio, del suo Imperatore, e la risposta del Papa hanno un valore storico, perchè rispecchiano nettamente la situazione[1].

Il generale disse:

«Santo Padre, non posso dominare la profonda emozione che provo nel venire per l'ultima volta a presentare a Vostra Santità i nostri omaggi reverenti ed a chiedere la Vostra Santa Benedizione. Vi sono circostanze, nelle quali la tristezza inseparabile dai congedi si muta in vero e vivo dolore. Pure un pensiero mi conforta: se l'Imperatore, fedele ai suoi obblighi, ritira le sue truppe da Roma, non ritira però la sua protezione dalla Santa Sede. Alla nostra occupazione, durata 17 anni, segue una protezione morale che non sarà meno imponente ed efficace, freno per gli uni, incoraggiamento per gli altri.

«Possa il tempo che nella mano del potentissimo Iddio calma le passioni e ai dolori dà tregua, e edifica nella sua corsa più che non distrugga, possa il tempo ispirare in tutti quello spirito di conciliazione che solo può condurre alla soluzione delle attuali difficoltà ed assicurare al Capo supremo della religione l'indipendenza e la sicurezza di cui ha bisogno per poter esplicare liberamente, fino alla fine dei mondi, la sua attività spirituale.

«Questo augurio insieme con gli omaggi della mia reverenza, e all'espressione della mia profonda riconoscenza timidamente umilio ai piedi di Vostra Santità».

Il Papa rispose in francese così:

«Son venuto, miei cari figli, a dirvi addio nell'ora della vostra partenza.

«Quando la nostra bandiera lasciò la Francia colla missione di difendere i diritti della Santa Sede, essa fu accompagnata dagli auguri e dalle benedizioni di tutti i cuori cattolici. Ora essa torna in Francia, ed io desidero che essa sia ricevuta laggiù in egual modo. Ma non so, se ciò accadrà. Mi scrivono che i cuori dei cattolici sono commossi, perchè pensano alla difficile situazione, in cui si trova il Vicario di Cristo, il Capo della Religione Cattolica.

«L'ho già detto ai vostri compagni di arme: non ci facciamo illusioni; la rivoluzione giungerà fin qui.

«L'hanno detto, assicurato, proclamato, voi l'avete udito e letto. Si è fatto dire ad un'alta persona del governo d'Italia: l'Italia è fatta, ma non compiuta. Forse avrebbe potuto dire che essa non è ancora del tutto annientata, perchè le resta ancora una regione ove la giustizia, l'ordine e la religione regnano ancora.

«Essi potranno forse piantare sul Campidoglio la loro bandiera, ma si ricordino che vicino al Campidoglio è la rupe Tarpea.

«Essi potranno per un certo tempo rimanere padroni e sparger dovunque rovina. Che per ciò?

«Cinque o sei anni or sono, io parlava con un rappresentante della Francia. Prima di partire, egli mi chiedeva che cosa dovesse dire da parte mia all'Imperatore. Non ricordo precisamente, ma gli dissi press'a poco così: Vi narrerò un episodio della storia della Chiesa. Sant'Agostino era vescovo di Hippo, una città che voi conoscete, perchè appartiene ai nostri possedimenti d'Africa, quando quella città fu assediata da un esercito di barbari. Egli sapeva che ogni sorta di atrocità avrebbero subito gli abitanti, se la città fosse caduta, perciò egli si rivolse a Dio e lo supplicò: Voglio morire prima di esser testimone di tale orribile cosa. Dite questo da parte mia all'Imperatore. L'ambasciatore mi disse: Tranquillizzatevi, Santità, questi barbari non penetreranno fin qui.

«Egli non era profeta; era un degno gentiluomo.

«Un altro, che occupa ora un'alta carica, mi disse: Roma non può esser la capitale d'un regno; le manca tutto per esserlo; mentre possiede tutto per essere la capitale del mondo cattolico. Queste son buone e fidenti parole, senza dubbio, ma io ripeto: la Rivoluzione può venire, ed io non ho aiuto sulla terra.

«Son però tranquillo e rassegnato, fiducioso in Dio, che mi darà la forza necessaria.

«Andate, figli miei, io vi amo e vi benedico, insieme con le vostre famiglie e coi vostri amici. Se vedrete il vostro Imperatore, l'Imperatore di Francia, ditegli che io prego ogni giorno per lui. Mi dicono che la sua salute non è buona; io prego per la sua salute; mi scrivono che la sua anima non è tranquilla; io prego per la sua pace.

«L'Imperatore è capo di una grande nazione che porta il titolo di _cristianissima_; è un bel titolo, ma si deve fare qualche cosa per meritarlo; esso non deve essere la semplice e spontanea espressione del cuore.

«Bisogna pregare, e pregare con umiltà, fiducia e perseveranza; anche il capo di una nazione ha bisogno di questa confidenza in Dio, se vuol esser forte e se vuol ottenere ciò che desidera.

«Io non mi sdegno; vedete, io son tranquillo. Ma vedo che il mondo non è tranquillo. Confido nell'aiuto di Dio e vi benedico. Possa la mia benedizione accompagnarvi per tutta la vita!»

Il discorso del vecchio Pontefice fece profonda impressione. Molti ufficiali francesi avevano opinioni nettamente papaline, molti odiavano l'Italia; altri deploravano vivamente il legame che univa ora questa alla Germania, la quale aveva tolto a Napoleone l'onore di compire l'opera della liberazione d'Italia, ed ora era succeduta alla Francia nell'intimità con questa Nazione, ed ora forse univa ad essa le sue armi contro la Francia. Molti sentirono nel ritiro da Roma una sconfitta morale, come un abbandonare d'un tratto quella posizione veramente imperiale ed egemonica che la Francia aveva avuto sin qui. I soldati francesi affluirono al Vaticano per ricevere dal Papa i rosari benedetti da riportare in patria.

La partenza dei reggimenti cominciò il 7 dicembre, calma e ordinata. Li si sentiva attraversar la città, sul far dell'alba, al suono guerriero della loro marcia _Partant pour la Syrie_. Questo fu il loro saluto d'addio. Con quanta pompa e burbanza essi avevano occupato Roma, e con quanta timida tranquillità l'abbandonavano ora!

Tutte le porte, il Campidoglio e il corpo di guardia di piazza Colonna furono occupati da milizie romane La fisonomia della città parve mutata. Abituati da 17 anni a vedere quei bei reggimenti di Francia, i Romani guardavano ora con stupore i goffi soldati pontifici venuti al loro posto. Roma entrò in un silenzio di morte. Si sentiva da tutti che un periodo storico era chiuso, e che il Vaticano tornava nella sua solitudine. L'11 dicembre, alle otto del mattino, i Francesi sgombrarono anche l'ultimo posto, Castel Sant'Angelo. Un tenente degli zuavi venne con una mezza compagnia ai cancelli della fortezza, dietro i quali stavano le sentinelle francesi. Si parlamentò. Apparve un generale pontificio. La bandiera francese fu abbassata, alzata quella papale. Furono presentate le armi; i Francesi uscirono, vi entrarono gli zuavi.

Lo stendardo della Chiesa ondeggiò di nuovo sul mausoleo di Adriano presso l'arcangelo di bronzo, Michele. Questo arcangelo che si libra verso la città con le ali stese, riponendo nella guaina una grossa spada, è per la Chiesa il più bel simbolo della pace che essa deve dare al mondo, una di quelle idee che l'umanità dolorosa suol esprimere coi miti. Vi è nella storia dei simboli di tutti i tempi qualche cosa di così profondo come questo angelo che si libra sulla tragica tomba di un imperatore romano, anzi su tutta la città eterna, riponendo nel fodero la spada, a significare Redenzione e Pace? L'11 dicembre 1866 esso parve acquistare una nuova significazione simbolica. Non era la non evangelica spada della potenza temporale dei Papi il cui regno non deve esser di questo mondo, che l'Arcangelo riponeva per sempre nella guaina? La spada contro cui avevan lottato Arnaldo da Brescia, Dante, i nostri Enrichi e gli Hohenstaufen? O era semplicemente la daga che la Francia ringuainava abbandonando il Pontefice?

La partenza dei Francesi lasciò dietro di sè un sensibile vuoto. 17 anni di permanenza in Roma, se non li aveva fatti cittadini romani, almeno certo abitatori della città, e il loro aspetto guerriero era divenuto un tratto familiare della città. L'odio con cui da principio il popolo romano li aveva ricevuti, s'era a poco a poco dileguato colla consuetudine, e per il loro contegno esemplare. Di tutte le occupazioni di un paese da parte di truppe straniere, questa era certamente la più tollerabile, tanto più che non stava a significare una conquista, ma la difesa del Papato. Non costava nulla al paese; anzi lo arricchiva: i Francesi portavano annualmente a Roma in circolazione 12 milioni di lire. Il Papato che in condizioni normali si sarebbe dovuto rallegrare del ritiro di truppe straniere, ora doveva deplorarne la perdita. Il governo pontificio che per 17 anni aveva avuto presso di sè il Comando militare francese, che formava un altro governo, col quale esso spesso veniva a trovarsi in umiliante contrasto, ora aveva ripreso la sua indipendenza.

Il 14 dicembre 1866, le ultime truppe francesi s'imbarcarono a Civitavecchia: così quel giorno nessuna bandiera straniera sventolò più sull'Italia dalle Alpi al mare. Era questa una condizione nuovissima nella storia della Penisola, condizione che non si era più presentata dall'anno 1494. Mentre la Francia, per il diritto della nazione italiana e l'opinione pubblica di tutta Europa era forzata a cedere e ad abbandonare Roma, dopo avere obbligato l'Austria a sgombrare l'Italia,--un nuovo grande principio civile veniva chiaramente ad affermarsi.

Lo stesso giorno il Comitato nazionale segreto di Roma pubblicò in un foglio volante questo importante proclama:

«Romani! finalmente l'ultimo soldato francese, l'ultimo straniero ha abbandonato l'Italia. Dalle Alpi al mare nessuno stendardo straniero spiega più sull'Italia protezione iniqua o signoria. Questo spettacolo, doloroso per i nostri oppressori, è pieno di conforto per noi che dopo 18 anni rialziamo di nuovo la fronte, e vediamo Roma arbitra dei suoi destini. Questo gran giorno resti profondamente impresso nella memoria e nel cuore d'ogni romano che senta onore per la sua patria fin ora tanto infelice. Questo giorno, il 14 dicembre 1866, apre un'èra nuova, un'èra che vedrà, a fianco della religione purificata e liberata dal dispotismo, Roma stessa libera e fiorente.

«E' nostro, o Romani, questo compito. Una tarda giustizia ripone nelle nostre mani il destino di questa terra, finalmente! Il momento è solenne e decisivo. Tutto il mondo, commosso e variamente disposto, ha lo sguardo su Roma. Noi, forti della forza d'un inalterabile diritto, risoluti ad esercitarlo senza ledere in alcun modo i diritti del potere spirituale, teniamo pronti per il grande avvenimento la mente, il cuore, e, se ve ne sia bisogno, anche il braccio. Non vani discorsi, non malintesi movimenti, o azioni separate e inopportune! Rimanga fuori dalle nostre file chi non sappia portare altro contributo alla nostra causa. La nostra patria è ricca di ardire e di civile virtù; il momento decisivo lo mostrerà. Nessuna dimostrazione vana e disordinata, dunque. Questo infatti desidererebbero i nostri nemici, coloro che contano sui nostri errori per far ricadere l'Italia nell'antica schiavitù; essi son numerosi e perversi, e ci circondano, ci spiano, ci insidiano. Ma non dubitate; a loro son rivolti gli sguardi di coloro che vegliano instancabili per il nostro riscatto. Ma contro di essi bisogna specialmente usare l'unione e l'ordine, un contegno fermo, risoluto e tranquillo durante il tempo che ancora ci separa dall'esaudimento dei nostri desiderî.

«Riuniamoci, stringiamoci le mani e formiamo una solida catena per il nome e la gloria di Roma. In nome della patria, non una minima parte delle nostre forze vada perduta in questo solenne momento.

«Così uniti e stretti in un sol gruppo aspettiamo il momento opportuno. La vittoria è sicura. I giorni del dispotismo sacerdotale sono già inesorabilmente contati. Il vostro comitato sarà, ove occorra, pronto al consiglio e all'azione.

_Il Comitato Nazionale Romano._

Roma, 14 dicembre 1866».

III.

I timori che al ritiro dei Francesi seguisse la sollevazione, se non di Roma, delle città del circondario e specialmente di Viterbo, si mostrarono ingiustificati; la tranquillità non fu turbata in nessun luogo. Questo fatto è dovuto in parte all'ottimo contegno delle truppe pontificie, organizzate nuovamente, e in parte al comando venuto da Firenze al Comitato Nazionale Romano. Per mostrare le sue buone intenzioni, il Governo italiano aveva preso disposizioni per il ritorno nelle loro sedi di tutti i vescovi scacciati o trattenuti in arresto. Aveva inoltre mandato a Roma Tonello, non solo perchè giungesse ad un accordo sulla questione del giuramento dei vescovi, e dell'_exequatur_ reale, ma anche perchè portasse la proposta di quel grande progetto finanziario, che consisteva nel convertire i beni ecclesiastici d'Italia, valutati a due miliardi di lire, in una rendita mobile; così la Chiesa avrebbe acquistato una vera indipendenza dallo Stato. Queste trattative, anche se non seguite da effetti, richiamavano l'attenzione di tutti e rafforzavano l'opinione di quelli che speravano ancora in una conciliazione. La questione romana, da una questione europea, divenne, dopo il ritiro dei Francesi, una questione interna italiana. Ora il Papato si trovava circondato e stretto tutt'intorno dall'Italia, solo di fronte alle sue pretese: questa situazione appariva così insostenibile, che molti eran d'opinione che _necessariamente_ dovesse in qualche modo stabilirsi un'intesa fra Roma e l'Italia.

Il partito italiano della città si era organizzato nel Comitato Nazionale Romano, il quale riceveva il suo indirizzo dal Governo di Firenze, ed era un suo organo. Queste erano le sue mire: accordo col Papato, spogliato del potere temporale; annessione di Roma all'Italia mediante plebiscito; dichiarazione di Roma a capitale, con la dinastia di Savoia. Sosteneva dunque la opportunità della quiete e dell'ordine, e della resistenza passiva.

Fin dalla fine del 1866 si oppose a questo il partito mazziniano, che voleva abbattere il Papato e costituire la Repubblica a Roma, dopo i quali avvenimenti sarebbe scoppiata--sognavano quei radicali--la rivoluzione sociale in tutta l'Europa e forse in tutta l'umanità? Questi partiti cominciarono a combattersi aspramente, ed anche questa scissione nel campo dei rivoluzionarii fu una causa di più della permanenza in Roma della tranquillità e dell'ordine.

Per le intenzioni pacifiche del Comitato Nazionale, i mazziniani gli affibbiarono il soprannome dispregiativo: la Malva. Ambedue questi partiti facevano stampar fogli volanti e giornali segreti; i nazionali la _Roma dei Romani_; i mazziniani la _Sveglia_. La vita ed il lavorìo segreto di questi governi sotterranei, della _Roma sub-terranea_ rivoluzionaria, si sottrassero agli sguardi della Polizia che non riuscì a scoprire nè i capi, nè i locali, nè le stamperie. Forse quei giornali non furono mai stampati in Roma, bensì in altre città.

I mazziniani e gli emigranti italiani, appartenenti in parte alla loro sètta, tenevano vivaci riunioni nel Napoletano e in tutta l'Umbria. Si sparsero queste associazioni per tutta Italia e fecero nelle città propaganda per l'invasione a mano armata degli Stati della Chiesa. Già dal gennaio si era stabilito a Terni un deposito di armi e si richiamarono in quella città dalla Lombardia gli emigranti romani. Le armi dovevano essere introdotte segretamente nel Romano, cioè a Viterbo. Moustier, ministro francese degli esteri, avvertì di quel che si preparava l'ambasciatore dell'Imperatore a Firenze, perchè egli a sua volta richiamasse l'attenzione del Governo italiano.

I mazziniani diedero il primo segno di vita la notte del 10 febbraio 1867 con lo scoppio di varii petardi, che spaventarono la città. Ricorreva l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849. Del resto non vi furono eccessi; solo il Comitato Nazionale interdì la visita dei teatri e la celebrazione del Carnevale, cosicchè non si vide mai più melanconico Carnevale di quello del 1867. Fuori, ed anche alle porte di Roma, infieriva sempre più il brigantaggio. Tutte le strade erano malsicure; finalmente il Governo pontificio intervenne con una energica legge e con efficaci misure militari.

In tutta l'Italia cresceva l'agitazione. Dopo il rigetto per parte dei democratici e radicali, nemici di ogni libertà della Chiesa, del progetto finanziario di Scialoia, la camera italiana fu sciolta; le nuove elezioni agitavano tutto il paese e minacciavano di spingerlo alla rivoluzione. Dal trasferimento della capitale sembrava che il Governo italiano fosse scosso alle basi; la Monarchia, nonostante l'acquisto di Venezia, vacillava; la infelice guerra del 1866 aveva accresciuto la disistima, in cui essa era caduta. Disonestà in tutta l'amministrazione, rapidi mutamenti di ministero, difficoltà finanziarie, interno dissolvimento, tutto ciò produceva una situazione confinante coll'anarchia, in tutto ciò il Governo perdeva ogni prestigio morale. Il partito d'azione chiedeva sempre la violazione della Convenzione di settembre; non solo esso formava comitati segreti, ma palesi associazioni per una invasione negli Stati della Chiesa. Comitati di questo genere sorsero a Firenze, a Genova, a Bologna e altrove, senza che il governo credesse bene prendere dei provvedimenti. Garibaldi s'era ravvicinato ai mazziniani e seguiva i loro piani. Da Caprera egli accorse a Firenze il 23 Febbraio, durante la lotta elettorale per la nuova Camera, onde aiutare alla vittoria il partito democratico. Egli si recò allora come agitatore per le città italiane, eccitando le popolazioni ad una guerra mortale contro il prete, dalle cui mani bisognava ora liberare Roma.

Il 22 marzo il Re aprì il nuovo parlamento che, nel complesso, era composto come il precedente; non si fece parola sulla questione romana. Ai primi di aprile Urbano Rattazzi salì alla Presidenza del Consiglio, e il partito rivoluzionario sperò, sotto di lui, di ottenere ciò che non gli era riuscito di ottenere sotto Ricasoli, benchè ricordasse che era ben Rattazzi che aveva, per comando di Napoleone, organizzato la tragedia di Aspromonte.

Così, un altro partito democratico era andato prendendo forma, il partito d'azione di Garibaldi, che aveva lo scopo dichiarato di una invasione a Roma. Garibaldi fu eletto suo capo, e proprio da un Comitato mazziniano, con una lettera datata da Roma (_Centro dell'Insurrezione di Roma_), per quanto l'esistenza di quel Comitato, proprio in questa città, fosse piuttosto dubbia. Questo Comitato invitò, il 1^o aprile, i Romani a sollevarsi ed a rovesciare il governo dei preti; assicurava che, contemporaneamente, altre città degli Stati della Chiesa si sarebbero ribellate, poichè tutto era pronto; proclamava Garibaldi capo della sollevazione, Garibaldi che, dopo la nomina da parte del popolo di Roma nel 1849, era rimasto giustamente generale romano. In risposta, Garibaldi scriveva una lettera, indirizzata al Centro dell'insurrezione, datata da S. Fiorano 22 marzo, nella quale diceva di essere orgoglioso del titolo di generale romano, e annunziava di avere già scelto i Romani che dovevano formare l'_élite_ dell'emigrazione romana a Firenze.

Contro questo appello dei radicali, il Comitato Nazionale pubblicò una protesta, il 9 aprile, ammonendo con essa i Romani di non lasciarsi condurre ad agire con leggerezza colpevole e pericolosa, e di aspettare il tempo opportuno per l'azione. Infatti, la quiete non fu turbata; ed anche il 12 aprile, anniversario del ritorno dall'esilio del Pontefice ed anche del suo scampo miracoloso dal crollo della sala a S. Agnese, fu festeggiato, come al solito, con la luminaria, e trascorse tranquillo.