Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 5
Fra' Benedetto nacque nell'anno 1470 a Firenze. Suo padre Paolo era orefice, sua madre era, come egli stesso dichiara, una donna di spirito e ardita. Dapprima condusse una vita dissoluta, dopo però fu così conquiso dalle prediche del Savonarola, che entrò nell'ordine di San Marco. Era da tre anni nel chiostro, quando il giorno 8 aprile 1498 il furore popolare si sollevò contro il riformatore. Fra' Benedetto lottò insieme con altri monaci e partigiani del Savonarola con grande eroismo. Per caso anche Baccio della Porta si trovava quella sera nel convento; spaventato dalle grida del popolo e dall'infuriare del combattimento egli si nascose. Benedetto invece salì sul tetto della chiesa, alla quale era stato appiccato il fuoco, ed accoppò con pietre tanti nemici, quanti ne poteva raggiungere. Savonarola lo scorse e lo chiamò, scongiurandolo di deporre le armi; anche, allorchè il profeta si consegnò liberamente ai suoi nemici, Benedetto volle dividere la sua sorte, ma Girolamo glielo impedì.
Quindi egli racconta che fra i seguaci del maestro, Malatesta Sacromoro da Rimini fece da traditore, poichè questi consigliò Savonarola a consegnarsi al popolo, mentre che quegli (Fra' Benedetto) lo aveva scongiurato invano di imitare Paolo, calandosi con una corda e cercando il proprio scampo nella fuga.
Savonarola e Domenico furono tratti nel palazzo della Signoria; Silvestro si era intanto nascosto in convento. Anche questi però fu tradito il giorno di poi da Malatesta. Tutti e tre furono arsi il 23 maggio.
Benedetto fuggì dapprima a Viterbo, poscia cominciò però a provar rimorso di aver rinnegato anche solo per poco tempo il ricordo di Savonarola; egli tornò quindi a Firenze e cominciò a difendere coraggiosamente le dottrine del suo infelice maestro, quantunque dovesse affrontare la vendetta del partito avverso. Egli non risparmiava nessuno ed attaccò anche papa Alessandro VI. La conseguenza di ciò fu che dapprima fu scacciato dal chiostro e dopo vi fu imprigionato. Non è certo se egli abbia sofferto qui sino alla fine della sua vita. In prigione egli scrisse in difesa di Savonarola, su argomenti di teologia ed infine «Il Cedro del Libano».
Questa schietta poesia è scritta in terzine e si compone di undici capitoli. Non ci si attenda nessuna bellezza poetica da lui; essa è però degna di nota per la fedeltà, colla quale distingue gli avvenimenti e ci dà un'idea della vita di quel tempo. La catastrofe stessa è descritta in modo vivo ed indubbiamente esatto.
Dopo un esordio a guisa d'orazione, l'autore racconta gli avvenimenti della propria vita:
Nato di umili natali nella città dei fiori nell'anno 1470 nella contrada di S. Croce, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Benedetto passa a descrivere poi la corruzione del suo tempo; la pace regnava in tutto il mondo, ma il demonio seminava il male, il popolo era pieno di peccati vergognosi, la lussuria e la violenza erano generali. Regnava Alessandro VI, grande per cupidigia e libidine, ed ogni prete lo prendeva ad esempio.
In questo tempo il Signore aveva mandato nella mia città un servo devoto, chiamato Girolamo, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il poeta racconta ancora, che un giorno sua madre, commossa dalla parola del Savonarola, lo eccitò ad andare alle sue prediche. Per quanto questo invito gli sembrasse duro, egli cedette finalmente ed andò nella chiesa di San Marco. Qui si sedette tutto vergognoso ed in silenzio tra gli uditori, suscitando la meraviglia della folla che non attendeva di veder ivi l'uccello goditore. E qui egli fa entrare in iscena il Savonarola che tiene una predica, come il Lenau fa nel suo romanzo del Savonarola.
Quando venne il mio profeta, Savonarola, egli montò umile sul pulpito ed io rimasi attento alle sue parole, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Prosegue poi in questo tono. E' la predica sull'arca di Noè: Benedetto ne ricevè una così profonda impressione sulla coscienza che fuggì subito in luogo remoto, dove cominciò con sè stesso un dialogo, in cui sono contenute delle chiare accuse.
E piangendo me ne andai, gettando lungi da me il mio essere leggero e dissoluto e la mia chitarra da sventato.
I suoi antichi compagni lo dileggiano e lo dicono ipocondriaco, lo invitano ai divertimenti, gli dimostrano come egli sia amato da tutti ed abbia molti amici e come nulla manchi alla sua vita. Non basta che i suoi camerati lo tormentino, anche i suoi sensi vengono finalmente indotti in tentazione ed egli li presenta quali persone:
L'occhio disse: Io non so che tu pensi; mi hai abituato a scorrere libero e libertà io voglio, perchè questa mi si conviene. L'orecchio mi disse, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma Savonarola lo conforta nella sua conversione ed egli inizia il principio della sua santa vita, assumendo per alcuni mesi il posto d'infermiere e di becchino in un ospedale. Il demonio lo tormenta tuttavia continuamente, nondimeno egli lotta valorosamente ed entra finalmente nel suo venticinquesimo anno d'età nell'ordine.
Come Bartolomeo aveva raffigurato in colori Savonarola, così lo descrive Benedetto in versi:
Piccolo di corpo, ma tutto salute; di membra minute, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Seguono i giudizi sull'animo suo, che si possono facilmente immaginare, ed un piccolo accenno alla sua operosità; quindi un intero episodio sul genere del Klopstock, nel quale il poeta fa cospirare i demoni contro Savonarola:
Il superbo Lucifero, il principe dell'Inferno, quando si accorse quali frutti raccoglieva il sacerdote, abbaiò forte come una bestia dilaniante, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lucifero racconta in seguito ciò che egli abbia fatto di male dalla sua caduta dal cielo, come egli abbia scacciato Adamo dal paradiso, piegando sotto il suo dominio tutte le creature, come il popolo di Mosè si sia dato all'idolatria per effetto della sua preparazione e come egli abbia mandato fuori tutti i diavoli, per sterminare la fede, dopo la venuta di Cristo nel mondo:
E voi mentitori, sudicia razza di cani, non mi avete estirpato la fede. L'uno dice: oggi ancora lo faccio; l'altro: domani, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per ordine di Lucifero i demoni partono con grida orribili. La loro opera si vede presto nella persecuzione del santo uomo, specialmente per parte dei Minori di Santa Croce, che gli interrompono in ogni modo la predica, aizzando il popolo contro di lui. Quindi Benedetto descrive l'assalto di S. Marco dell'8 aprile 1498.
Era di domenica, il giorno delle palme, quando Firenze si sollevò con grida selvaggie per prendere il frate vivo o morto, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Egli narra in seguito come venti soli amici del Savonarola respinsero gli assalitori, uccidendone il capo e scacciarono tutta la turba per tre volte. Tre volte tornò la folla inferocita all'assalto.
I nemici appiccarono ora il fuoco alle porte della chiesa e del convento. Il profeta era strettamente attorniato dai suoi confratelli col Sacramento, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Segue il discorso di conforto e di avvertimento del profeta, col quale egli annuncia ai confratelli che ha deciso di rimettersi spontaneamente nelle mani dei suoi nemici, in seguito al consiglio datogli da Malatesta con perfida parola.
Io vidi coi miei occhi com'egli si consegnò ai nemici col compagno Domenico e com'egli si rimanesse calmo e sereno in mezzo al popolo furente che lo minacciava, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Benedetto narra quindi come dopo la morte del Savonarola, i suoi seguaci rinnegassero la sua memoria ed abbandonassero vergognosamente la sua bandiera.
Non uno a dir vero gli restò fedele ed io stesso ho cominciato a tentennare. Il mio raffreddamento fu però corto e presto tornò il mio ardore, ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L'ultimo capitolo contiene una lamentazione sulla fine del profeta e vi si narra in qual modo morisse. Poi la poesia, alla quale doveva seguire indubbiamente un'altra parte, termina, con un'invocazione al Savonarola, di ricordarsi della sua promessa e di proteggere il povero autore.
Il Marchese, al quale dobbiamo la pubblicazione di questa vecchia poesia, non ha scritto nessuna storia speciale del Savonarola, ma ha aggiunto una descrizione della sua vita all'opera pregevole già ricordata sugli affreschi di S. Marco. E' interessante conoscere come un domenicano oggi vivente parla dell'antico priore del suo convento. Egli dice dapprima: il lettore vedrà, come un uomo, che era forse il più grande dei suoi tempi, abbia incontrato una fine tremenda. Egli apprenderà, come non valsero a risparmiarlo, nè la nobiltà del suo spirito, nè la santità della sua vita, nè l'elevatezza del suo scopo. Egli conoscerà quali speranze morirono con lui e quali furono gli amari frutti della sua morte, e come patiboli e roghi non fossero bastevoli a spegnere la sete di vendetta nei suoi avversari, vendetta che infuriò ancora sul suo cadavere e sulla sua memoria. Pur nondimeno il suo nome risplende oggi onorato, dopo che le ire furon sepolte per sempre, ed è caro a tutti coloro che sono amici non paurosi della verità. Quest'uomo grande ed infelice è Fra' Girolamo Savonarola.
Importanti come aggiunta ad una storia del Savonarola sono le lettere ed i documenti che riguardano quest'infelice riformatore, pubblicati dallo stesso Marchese. Tra esse ve n'è una alla madre sua, Elena Buonaccorsi, al suo amico Domenico, a sua sorella Beatrice, a Pico della Mirandola, e tra i documenti anche lo scritto di Luigi XII al Governo di Firenze, nel quale questo re prega per una proroga all'esecuzione della sentenza del Savonarola. Alla fine della sua introduzione alle raccolte il Marchese dice: «Qui terminiamo le nostre pazienti ricerche sulla vita e la morte del Savonarola, coll'augurio che possa presto sorgere uno scrittore prettamente cattolico, diligente e giusto, che libero da tutti i pregiudizi di sètte politiche e religiose, ci presenti finalmente il vero tipo di questo grande, che in un tempo difficile e corrotto raggiunse una fama tanto alta, che nemmeno le calunnie di quattro secoli poterono scemare».
Il desiderio del Marchese è stato esaudito, poichè Pasquale Villari, professore di storia a Pisa, ha pubblicato un'opera pregevolissima, «La storia di Girolamo Savonarola ed i suoi tempi».
La campagna dei volontari intorno Roma.
La campagna dei volontari intorno Roma.
Nell'autunno 1866 l'Italia era in preda ad un eccitamento eguale a quello dell'anno 1859. L'Austria, l'ultima rappresentante della potenza imperiale tedesca, aveva dovuto cedere alla nazione italiana anche l'ultimo resto dei suoi possedimenti italiani. Il 19 ottobre, il giorno in cui gli Austriaci salparono per Trieste, e gli Italiani entrarono a Venezia, fu uno dei più felici e lieti giorni della storia d'Italia; esso segnò il ritorno della nazione italiana alla sua indipendenza dopo una schiavitù di più di tre secoli.
Gli Italiani dovevano questo grandioso risultato ai fatti d'arme della Prussia. Il potente legame d'alleanza, a cui essi avevano serbato fedeltà in momenti, nei quali avrebbero avuto la tentazione di abbandonarlo, fece sì che essi riuscissero come vincitori dalle sconfitte del loro esercito e della loro flotta.
Dopo la cessione di Venezia, l'Italia formò di nuovo una nazione sola, non essendo la sua unità più turbata che da Roma. Soltanto qui risiedevano ancora truppe straniere, l'esercito d'occupazione di Napoleone. Ma la posizione del Papato, che si appoggiava all'Imperatore francese, doveva ora mutarsi.
L'Austria aveva finora coperto il Vaticano dal Po; il formidabile quadrilatero era la trincea più valida del Vaticano. Ora essa era caduta e si era sciolto il legame di reciproci interessi che aveva fin allora tenuto avvinti il Papato e la Dinastia degli Absburgo. L'Austria cessò la sua politica italiana e con essa necessariamente vennero meno i suoi obblighi verso Roma. L'Italia poi, liberata dalla pressione dell'Austria, rafforzò l'alleanza colla Prussia, la quale era divenuta la prima potenza del continente, fiaccata la Francia, e inseguiva ora in Germania gli stessi ideali che aveva, in Italia, inseguito la Savoia.
Nell'autunno 1866 si sentì profetizzare che conseguenza di quegli avvenimenti doveva essere necessariamente la caduta del potere temporale dei Papi. Si avvicinava il momento in cui doveva cessare, secondo la convenzione del 15 settembre 1864, l'occupazione francese di Roma.
Ci si domandava se Napoleone si sarebbe attenuto strettamente a questa convenzione, cioè se avrebbe ritirato le sue truppe, e, nel caso affermativo, che sarebbe avvenuto del Papato. Sarebbero sufficienti le truppe pontificie, pochi reggimenti romani e pochi reggimenti stranieri, ad assicurare l'ordine nelle provincie dello Stato? Si diceva infatti che queste provincie si fossero legate con giuramenti segreti a sollevarsi al primo appello del Comitato Centrale mazziniano di Firenze. Per la difesa personale del Papa Napoleone aveva costituito la legione di Antibo. Questo corpo di 1200 uomini, in gran parte francesi, al comando del colonnello d'Argy, nel settembre 1866 era già sbarcato a Civitavecchia, ed era andato in guarnigione a Viterbo.
La caduta di Palermo in mano alle bande di Bentivegna (16 settembre), in cui potere rimase per 6 giorni, produsse in Roma un'impressione profonda: non poteva accadere qui alcunchè di simile dopo il ritiro delle truppe francesi? L'eccitazione divenne nell'ottobre assai acuta. Si parlava di diserzioni numerose nella legione di Antibo. Si sparsero notizie di un _memorandum_ di Napoleone al Papa, nel quale costui, accennando agli eccessi di Palermo, proponeva che fosse accolta in Roma, dopo il ritiro delle sue truppe, una guarnigione italiana. Si parlava di dirette trattative fra Pio IX e Vittorio Emanuele per una riconciliazione.
Il 29 ottobre il Papa tenne un discorso ai cardinali, il quale fece cadere d'un tratto ogni speranza in questo senso. Pio IX protestò contro tutti gli atti del Governo italiano; anche, dopo la pace di Praga, non voleva saper nulla dei diritti della nazione italiana; considerava gli Italiani eretici ribelli, e finalmente esprimeva la sua risoluzione di lasciar Roma, se le circostanze lo richiedessero.
Vi era un partito di fanatici, che avrebbe voluto spingere il Papa ad andare in esilio. I Gesuiti desideravano la sua fuga non meno del partito democratico. Questo sperava di porre Roma a capo della Rivoluzione, e di proclamare la Repubblica in Campidoglio. Quelli non desideravano di meglio che di gettare l'Italia nell'anarchia coll'esilio del Pontefice, di suscitare le querele e gli aiuti dei cattolici di tutto il mondo, e finalmente l'intervento delle Potenze per ristabilire--possibilmente--lo Stato della Chiesa, come nell'anno di grazia 1815. Solo i moderati--e formavano la maggioranza--sostenevano concordi che il Papa doveva rimanere in Roma. Malgrado tutto essi speravano nella possibilità di un accordo col Papa, superando tutti gli ostacoli inerenti strettamente al sistema ecclesiastico--di un accordo con un Pontefice cui avevano tolto una gran parte dei suoi Stati, e la cui sede, Roma, era reclamata come capitale della nazione italiana. Si pretendeva un atto di sacrificio e di abnegazione da questo sovrano, un atto di cui la storia reale di nessuno Stato e di nessun monarca avrebbe potuto fornire un esempio! Il potere temporale è un principio antievangelico, ma è anche una condizione di cose che dura da oltre mille anni, e di tale importanza per la posizione del Papato, che questo dominio temporale potrà essere soppresso solo per mezzo di una riforma dei rapporti fra gli Stati europei. È vero che questa è già incominciata; ma finchè essa non sarà compiuta, nessun Papa intendenderà di rinunciare alla sua potenza temporale.
Il Governo italiano sembrava inclinato ad accettare trattative; esso affermava che, secondo gli articoli della Convenzione di settembre, non avrebbe, dopo il ritiro dei Francesi, nè attaccato il dominio pontificio, nè sopportato che altri lo attaccasse. Esso mandò truppe ai confini, per sorvegliarli, cioè per impedire che bande di volontari riuscissero a penetrare negli Stati del Papa. Intanto il Governo francese si dava pensiero di pareggiare la differenza del Debito pubblico dello Stato pontificio; e calcolava gli arretrati, per le provincie della Chiesa annesse all'Italia, in 12 milioni da pagarsi al Pontefice. Fece sapere al Governo italiano che era opportuno che mettesse all'ordine il partito d'azione, del quale si sapeva bene che, firmando la Convenzione di settembre, era intimamente risoluto a calpestarla alla prima occasione. Lo scopo dei democratici non era certo un segreto; avrebbe il Governo italiano autorità sufficiente per frenarne l'impeto? Dopo il ritiro dei Francesi essi volevano provocare la caduta del Papato e l'annessione di Roma all'Italia come sua capitale, facendo scoppiare la rivoluzione negli Stati pontificii e costringendo così il Governo italiano a rompere la Convenzione e marciare su Roma, sia col consenso di Napoleone, se egli voleva riconoscere per la seconda volta il fatto compiuto, sia senza, se egli intendeva di intervenire, e di opporsi all'esercito italiano.
Mentre il prossimo ritiro dei Francesi impensieriva la Curia e faceva sorgere in essa il dubbio, se fosse preferibile per il Papa, inerme di fronte alla rivoluzione, di abbandonare la città o di restarvi, i nazionali agitarono la questione: che cosa doveva fare il popolo romano in questo stato di cose. In novembre si pubblicò uno scritto: _Il Senato di Roma e il Papa_, che fu segretamente fatto pervenire agli ambasciatori, ai cardinali e ai notabili di Roma. Si risvegliavano in esso antiche idee di indipendenza municipale; le ombre di Cola di Rienzo, di Lorenzo Valla e di Stefano Porcari parlavano di nuovo ai Romani. Ma è dubbio se queste ombre apparissero in Roma per proprio conto, o, se, evocate in un gabinetto fiorentino, fossero poi mandate a Roma. Quello scritto cercava di dimostrare, rifacendosi a studiare la storia del Medioevo, che Roma non era mai stata in uno stato di sudditanza diretta e propria col Pontefice, che essa conservava ancora il suo diritto all'autonomia e che, ritiratisi i Francesi, si doveva ristabilire in Campidoglio il Senato e l'autorità municipale del popolo, e chiamare per plebiscito Vittorio Emanuele a farsi incoronare Re d'Italia in Campidoglio.
Ecco la chiusa di quel notevole scritto: «Passato è il tempo della violenza; le truppe francesi che per sedici anni hanno occupato Roma sono sul punto di abbandonarla; le milizie romane del papa vacillano: deboli per disciplina e per numero, esse sentono la vergogna di servire sotto un vessillo che non è quello della patria; le truppe mercenarie sono poche e malfide, e temono lo sdegno del popolo che mal tollera di vedersi limitato e impedito da una schiera di avventurieri l'esercizio di un sacro diritto. Il popolo romano vuole partecipare alla vita d'Italia; la gioventù si è già dichiarata, e alcuni patrizi si sono arruolati sotto la bandiera del Re. Tutti i cittadini infine vogliono pace, ordine, libertà, e non hanno intenzione di dipendere dall'arbitrio di cupidi condottieri o di pazzi ultramontani. Il Clero stesso, quel Clero romano, semplice, colto e virtuoso che non amoreggia con la Curia e con gli stranieri, desidera di unir la sua voce a quella di Milano e di Venezia. In una parola, la rivoluzione morale è compiuta. Se gli animi sono ancora tranquilli, se nulla è accaduto finora, ciò è perchè non si vuole in nessun modo turbare il tanto sospirato ritiro dei Francesi da Roma con un inopportuno movimento.
«Ma appena quello si sarà effettuato, tutta la cittadinanza dovrà, con la calma e la dignità proprie all'esercizio d'un inalienabile diritto, ristabilire il proprio municipio ed il proprio sistema amministrativo, allo scopo di difendersi, di mantener l'ordine per mezzo della milizia cittadina, e di annunziare al mondo la propria volontà. Il popolo romano, tornato padrone di se stesso, deve provvedere ai suoi destini per il bene proprio e della Patria ed esercitare il diritto che fu la massima politica della sua condotta e il sistema del suo Senato; diritto che ogni civile popolo europeo ha ormai ottenuto, e il nome del quale fu preso dai Romani medesimi: il Plebiscito! Il popolo romano si rivolgerà poi al Re d'Italia e gli dirà: Sire, venite a noi, a esaudire i voti dei nostri padri; venite a coronarvi coll'alloro che Dante, Machiavelli, Gioberti vi hanno promesso, e che voi avete ben meritato per il valore del vostro esercito, per il valore vostro e per il sangue di tanti martiri. Venite a coronare gli sforzi di tanti secoli, a realizzare il sogno di tante generazioni, ed a coronarvi sul Campidoglio con quella corona ferrea che avete conquistato sul Po. Noi Romani ci sentiremo felici, se saremo da oggi innanzi chiamati a difendere, insieme con tutti gli altri popoli d'Italia, questa corona, simbolo della libertà civile nell'indipendenza nazionale.
«D'altro canto, il popolo romano si deve rivolgere al Vaticano, e così parlare al Pontefice: Santo Padre, la rivoluzione italiana ha compiuto il suo corso e raggiunto il suo scopo. Ora essa si trova di fronte alla veneranda Basilica degli Apostoli, e vuole che voi sappiate che essa non vuol saccheggiarla, ne scuotere le fondamenta della Religione di Cristo, che è la religione di tutta Italia, e della quale voi siete il Primate, ma che anzi ha in animo di rendere a voi quella libertà che invano siete andato chiedendo a monarchi che unicamente sulla spada fondavano il loro diritto. Sotto l'egida delle leggi, all'ombra di una bandiera su cui sta scritto: Libertà della Chiesa e dello Stato, Voi potrete liberamente esercitare il vostro ufficio santo, non più circondato da armi straniere, ma difeso e sostenuto dalla reverenza e dall'omaggio di noi che, se non più Vostri sudditi, resteremo Vostri figli fedeli».
Questo scritto portava la data: _Roma, il giorno dei morti_; era firmato: _Stefano Porcari_, e, come luogo di stampa: _Romae, ex aedibus Maximis 1866_. Produsse una grande impressione; tutti i giornali ne parlarono, ed ebbe diffusione fino a Parigi.
Poco dopo apparve la circolare di Ricasoli del 15 novembre a tutti i Prefetti d'Italia; in essa il Gabinetto di Firenze dichiarava che avrebbe scrupolosamente rispettato la Convenzione di settembre; che il Potere temporale del Pontefice era divenuto una strana anomalia in mezzo alla civiltà del secolo presente, e che doveva essere trattato come ogni altra potenza secolare: il Papa solo, cioè, in Roma; che poi egli regolasse a suo piacimento i suoi rapporti col popolo romano, e questo i suoi rapporti con lui. In sostanza, la circolare diceva quel che aveva detto lo scritto del Porcari.