Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 4

Chapter 43,708 wordsPublic domain

La bella leggenda mi fa ricordare un fatto storico dell'antichità greca, un'altra condizione di pace. Quando Gelone dettò ai Cartaginesi la pace in Siracusa, dopo la battaglia di Himera, una delle sue condizioni fu questa, che essi dovessero in seguito cessare dal far sacrifici a Moloc. Anche questa ordinanza avrebbe dovuto esser posta sul piedistallo di quel colosso di ferro da erigersi all'Elba: non più vittime da immolare al Dio Moloc!

Io non so, tuttavia, se una tale êra icarica verrà mai, e se le olive di Elihu Buritt metteranno radici. I popoli mi sembrano che siano moralmente poco più grandi di quello che erano ai tempi di Porsenna e di Gelone di Siracusa.--Tanto in onore del Moloc politico, quanto di quello religioso, le nazioni si combattono oggi come ieri, ed il fiore della loro gioventù si lascia mietere così tranquillamente, come se la vita umana potesse rinnovarsi centuplicata come l'idra.

Per questo ci separiamo dall'isola del ferro col grido di Porsenna: «Non più spade nè lancie, ma industria ed agricoltura, e non più sacrifici umani a nessun idolo».

SAN MARCO DI FIRENZE.

San Marco di Firenze.

Il convento dei domenicani in San Marco a Firenze, oltre ad avere un'importanza storica, ne ha una immensa dal lato artistico. Deve la prima al Savonarola, l'altra a due maestri esimî nella pittura, Angelico da Fiesole e Fra' Bartolomeo. La piazza sulla quale sorge il convento è ancor oggi, come ai tempi di Lorenzo de' Medici, uno dei ritrovi della vita artistica fiorentina, il terzo, dopo gli Uffizi ed il palazzo Pitti; colà infatti son riunite la galleria delle belle arti e la famosa scuola degli incisori su rame.

Ai tempi di Lorenzo, nella contrada di San Marco esisteva quel giardino dei Medici, nel quale si trovava la prima raccolta di sculture antiche, sotto la sorveglianza del vecchio scultore Bertoldo. Colà si riunivano i più forti ingegni di Firenze e tutto ciò che emergeva nelle scienze e nelle arti e ciò che era già arrivato alla celebrità e che godeva del favore di Lorenzo. Come i pittori andavano nella cappella Brancaccio, per imparare a disegnare dagli affreschi di Masaccio, così gli scultori venivano in questo giardino de' Medici, per studiare la scuola antica ed intrattenersi con Angelo Poliziano, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino. Da questo giardino si vedeva spesso andare Lorenzo, il Pericle di Firenze, nel convento di S. Marco, per chiudersi là in una cella e liberarsi dal dolce paganesimo. Qui si tenevano discorsi elevati, sull'anima mondiale di Platone, unendoli ad una ipocrita considerazione della successione di Cristo. Savonarola però si teneva in disparte, mormorando, e non rispondeva alle chiamate di Lorenzo.

Il convento era degno dei Medici; infatti lo avevano creato, a dir vero, essi stessi. La sua storia è in breve la seguente: il fondatore dell'ordine dei domenicani mandò in Toscana, nell'anno 1220, dodici seguaci; da questi furono fondati alcuni conventi, dei quali il più importante fu quello di Fiesole. Da quest'ultimo ebbe origine il convento dei domenicani di S. Marco. In origine questo era stato fondato, nel 1299, dai Silvestriani; però, al tempo della grande peste di Firenze, era decaduto. A San Marco scesero i domenicani da Fiesole indottivi da Cosimo dei Medici, che poco prima era tornato dal suo esilio di Venezia. Cosimo chiamò da Fiesole il celebre priore Antonino, il santo più grande del suo tempo. Egli era figlio dell'avvocato fiorentino Nicolò Pierozzi ed era nato nell'anno 1389. Nel suo sedicesimo anno di età era entrato nell'ordine dei domenicani a Fiesole, ove molto tempo dopo era divenuto priore. Cosimo lo indusse a trasferirsi a S. Marco, e ciò avvenne nel 1436, dopo che Michelozzo Michelozzi aveva ricevuto l'incarico di riedificare il vecchio convento dei Silvestriani. Egli demolì quasi completamente l'antico convento ed eresse una nuova fabbrica, imponente. Anche per Cosimo furono qui preparate due celle, come per un monaco, celle che si fanno vedere anche oggi, come quella di Savonarola, a titolo di curiosità storica. In questa solitudine, dice il padre Marchese, il priore Antonino fece udire al vecchio ambizioso, colla franchezza di un amico e coll'autorità derivantegli dalla santità della sua vita, quella verità che l'adulazione nasconde sempre al potente, ed è certamente dovuto al Santo, se Cosimo non divenne un despota comune.

Nell'anno 1443 fu terminata la fabbrica, e Cosimo fondò la celebre biblioteca di San Marco. Antonino divenne, tre anni più tardi, arcivescovo di Firenze. Egli morì nell'anno 1459, dopo essere stato ammirato da tutto il mondo per le sue virtù e dopo essersi interessato attivamente del miglioramento del clero.

Due grandi cortili ornano S. Marco; le lunette di questi cortili sono dipinte a fresco e contengono fatti della vita di Antonino dipinti da Gherardini, Dantini, Poccetti e da altri pittori. Tuttavia il tesoro maggiore del convento è rappresentato dalle pitture murali del Fiesole, il più antico maestro della scuola di Giotto. Quasi tutte le celle, la sala del capitolo, i corridoi ed alcune lunette dei cortili contengono sue pitture.

Con Fra' Angelico cominciarono quelle strane reazioni che il convento, tanto sollecito di riforme, intraprese contro lo spirito moderno della pittura classica italiana. La vita del celebre pittore fu narrata dal Vasari. Più particolareggiatamente fu però descritta da Vincenzo Marchese, un domenicano di San Marco. Questo erudito venne accusato di liberalismo da alcuni suoi confratelli dell'ordine, zelanti inquisitori, a causa del suo libro: «Lettere inedite di fra Girolamo Savonarola e documenti ad esso relativi»; e poichè si minacciava di mandarlo a Roma, si recò nell'anno 1851 a Genova ed è a capo della Società che cura ora la nuova edizione delle opere del Vasari nella «_Raccolta artistica_».

Nell'anno 1845 pubblicò i «Ricordi degli esimi pittori, scultori e architetti dei domenicani, con alcuni scritti sulle belle arti». Già nel XVI secolo il Razzi aveva scritto una storia dei celebri domenicani, contenente anche la vita di qualche pittore, scultore ed architetto di quest'ordine.

Il Marchese sembra abbia ripresa questa idea, ponendola in effetto. Le biografie che egli ci dà colla sua opera, cominciano con Fra' Ristoro e Fra' Sisto, celebri architetti del secolo XIII, che edificarono la bella chiesa dei domenicani di S. Maria Novella a Firenze. Con maggiori particolari però ha descritto la vita dei pittori Fra' Angelico e Fra' Bartolomeo; la sua opera termina con un capitolo sull'impresa del Savonarola per la riforma delle arti.

Strettamente connesso a questo lavoro sta l'opera più pregevole d'incisione in rame di Firenze, che fu cominciata sotto la direzione del Perfetti: «S. Marco, il convento dell'ordine dei predicatori di Firenze, illustrato ed inciso principalmente secondo le pitture del beato Giovanni Angelico, colla vita dello stesso maestro ed un compendio storico di detto convento», opera del padre Vincenzo Marchese (Firenze, edito a spese dell'Associazione Artistica, 1850).

In questo studio il Marchese magnifica Fra' Angelico con troppa esagerazione, paragonandolo ad un profeta, a cui fosse stata affidata la missione di rinnovare la morente pittura religiosa. Colle sue pitture egli doveva conseguire la stessa riforma morale del genere umano che avevano raggiunta Antonino e Savonarola per mezzo dei loro scritti e delle loro pubbliche azioni.

Non si sa esattamente dove Fra' Angelico nacque. Il Marchese ritiene che egli provenga da Castel di Vicchio nel Mugello, distante alcune miglia da Colle di Vespignano, la patria di Giotto. L'anno di nascita sarebbe il 1387; il suo nome era Guido. Dapprima imparò a Firenze a dipingere in miniatura, come suo fratello Benedetto che era abilissimo in quest'arte. Presto si sviluppò in lui una schietta inclinazione in senso religioso, che si delineò sempre più, in contrasto colle tendenze decisamente realistiche dell'arte fiorentina. Il Marchese paragona arditamente quest'artista geniale con Talete che coll'ispirazione dei suoi versi e dei suoi ritmi spianò a Licurgo la via per la sua legislazione, poichè nello stesso modo Fiesole ha appianato al suo amico Antonino, co' suoi quadri, la strada per la riforma.

Nell'anno 1407 i due fratelli entrarono nell'ordine dei domenicani di Fiesole ed ivi vissero qualche tempo, sino a che la discordia papale non raggiunse anche questo. Guido, ossia Fra' Giovanni, come ormai era chiamato, peregrinò allora da Foligno a Cortona, ove dipinse molto secondo la maniera di Giotto, Spinello e Simone da Siena; e, dopo un'assenza di circa 4 anni, tornò a Fiesole. In seguito fu chiamato, nel 1436, al convento di San Marco, fondato da poco, per ornarlo di pitture. Ciò avveniva nello stesso tempo che Masaccio dipingeva le cappelle della chiesa del Carmine, Brunelleschi edificava la cupola del Duomo, Ghiberti approntava le porte del Battistero e Donatello e Luca della Robbia gareggiavano nella scultura.

Poichè a Fra' Giovanni, benchè avesse gran finezza nel dipingere, mancava ancora il disegno, la prospettiva ed il perfezionamento nei chiaroscuri, egli pure studiò dapprima le pitture del Masaccio e molto imparò da questo artista geniale, che di lui era assai più giovane.

A quest'epoca appartiene la grande pittura della sala del capitolo, che egli compì in S. Marco e che è una delle più belle che siano state fatte nel secolo XV, il suo capolavoro, l'ultimo fiore della scuola di Giotto; il soggetto ne è la passione, con santi in adorazione da ambo i lati. Il carattere dei due ladroni vi è riprodotto con molta perfezione. La testa del Cristo ha sofferto; i suoi tratti non son più precisamente riconoscibili. Ai piedi della croce sta, a sinistra, un gruppo di sorprendente eloquenza: la madre che sta per cadere in deliquio, abbandonando la testa e le braccia; la Maddalena, in ginocchio a lei dinanzi, la stringe al petto con ambe le braccia, i biondi capelli sciolti le cadono sulle spalle. Giovanni ed una delle donne sostengono Maria. Difficile sarebbe raffigurare più semplicemente l'altissimo effetto tragico; la sublimità agisce qui direttamente per la grandezza della natura interna. Non si trova nè nel Perugino, nè nel Francia, che pur furon maestri nell'arte di commuovere, una tale elevatezza.

Gli antichi non sono in genere più perfetti in questo senso. La loro grande e sicura concezione della vita spirituale è la loro gloria indistruttibile; essi sono epici e popolari, quelli di poi musicali e drammatici. L'immagine del dolore diviene più tardi sempre più ricca, ma anche più violenta ed unilaterale. Anche le altre figure sono importanti; messe del tutto naturalmente e senza legami da ambo i lati, agiscono solamente per la loro singola espressione. Esse rappresentano santi, ecclesiastici, vescovi o fondatori d'ordini, come Domenico, Bernardo, Francesco, Ambrogio, Tommaso d'Aquino, Agostino. Il colorito è molto spirituale, secondo la maniera di Fra' Angelico.

Quantunque egli abbia dipinto ancora molti altri quadri eccellenti, in nessuno ha tuttavia raggiunto una tale grandezza ed una tale forza, poichè questa manca talvolta nelle sue impressioni che divengono deboli causa appunto la loro soverchia delicatezza. Nell'Accademia delle Belle Arti, che possiede un gran numero di quadri del Fiesole, due vengono considerati quali i più eccellenti: la Deposizione dalla Croce e l'Estremo Giudizio. Quella è squisita per la profondità dei sentimenti e la soavità dei colori, questo non è invece una composizione di grande rilievo.

Fra' Angelico è più debole di tutto nella raffigurazione dell'inferno; la sua natura è troppo fanciullesca, per aver potuto creare delle figure diaboliche. I suoi diavoli eccitano solo il riso, non incutono spavento, egli rappresentò l'inferno in sette compartimenti, secondo Dante, ed in fondo vi dipinse pure Lucifero, che dilania con le sue tre fauci Giuda, Bruto e Cassio. Anche Angelico dipinse sotto l'influsso di Dante che era il compagno di Giotto, ed il Giotto della poesia.

La «Divina Commedia» ha d'altronde ispirato tutti i pittori, a cominciare da Giotto. Essa infiammò la fantasia degli artisti e la riempì di visioni sublimi e di idee poetiche; i loro quadri erano già stati abbozzati nelle composizioni dei versi di Dante; e molte scene dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso attendevano solo di essere tradotte in colori, per divenire quadri viventi. Io credo, in generale, che, senza Dante, la pittura religiosa d'Italia non avrebbe potuto svilupparsi così presto e raggiungere tale altezza.

Il dominio della sua poesia sull'arte della pittura durò per tutto il XIV ed il XV secolo, sino a che fiorì la pittura religiosa. Anche Michelangelo, l'ammiratore entusiasta di Dante, si conformò a lui, nello stesso modo come prima di lui vi si era conformato Luca Signorelli nel suo Estremo Giudizio nel Duomo d'Orvieto, che Fra' Angelico aveva cominciato a dipingere. Si trovano pure soggetti tratti da Dante, dipinti da vari maestri in molte chiese, come ad esempio l'Inferno ed il Paradiso dell'Orcagna, nella cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella.

Insieme con la «Divina Commedia» anche «I trionfi» del Petrarca hanno avuto una grande influenza sulla pittura; ciò c'indica, fra i molti altri quadri, l'Orcagna stesso col suo «Trionfo della Morte» nel Camposanto di Pisa.

Fiesole dipinse in S. Marco anche la discesa di Cristo nel Limbo, dal quale egli trae i patriarchi: un quadro di grande finezza di colori. Non meno interessante è la sua «Adorazione dei Re Magi», uno dei pochi suoi quadri, nei quali sviluppa una certa gaiezza e varietà mondana. Questo soggetto è stato trattato spessissimo e con grandissimo amore. Per i pittori della scuola religiosa non vi sono che poche stoffe di maggior attrattiva e in quanto a ricchezza della vita poetica esso li sorpassa tutti. I contrasti sono sorprendenti, chiari e naturali: il figlioletto di un artigiano in una stalla, bue ed asino alla greppia; questo bambino vengono ad adorare i potenti della terra, conducendo sì lunghi corteggi di alabardieri e paggi riccamente vestiti, che portano oro e gioielli. Uno di questi re è sempre un vecchio di aspetto venerabile, e quando questi s'inginocchia dinanzi al bambino, la poesia della scena è ingrandita dal contrasto delle età. Il secondo re generalmente ha una faccia da moro, il terzo è di bella complessione, giovane e nobile, di guisa che i vecchi pittori sembra abbiano voluto rappresentare le tre parti del mondo. A questo si aggiunga la misteriosa lontananza dalla quale i re favolosi sono venuti, il buio della notte, la stella che porge spesso occasione di aggiungere al corteo un paio di astronomi, e si avrà nel tutto una fantastica novella orientale, nella quale si scorge l'influenza delle crociate.

La pittura toscana è ricca di immagini di questo genere. Due quadri magnifici di questa specie, di Domenico Ghirlandaio e Filippino Lippi, si ammirano negli Uffizi; due altri, capolavori della massima bellezza, li dobbiamo agli scolari di Fra' Angelico, Gentile da Fabriano e Benozzo Gozzoli. Il quadro di Gentile si trova nell'Accademia delle Belle Arti, quello di Benozzo nella Cappella Medici al palazzo Riccardi. Qui egli dipinse degli affreschi che, insieme con le sue pitture ammirate nel Camposanto di Pisa, appartengono alle migliori produzioni del suo tempo. La sua rara universalità si scorge già qui; egli abbracciò tutti i generi della pittura, dal paesaggio all'architettura, dalla figura agli animali, e tutto con una meravigliosa armonia. Nella suddetta cappella Riccardi egli dipinse i viaggi suntuosi dei re; a cavallo, a piedi o sul cammello, essi traversano in schiere interminabili ridenti pianure, monti e valli.

Fiesole, dal quale Gentile e Benozzo impararono, rimane col suo quadro al disotto di loro; egli non ha quella magnificenza solenne e quella ricchezza festiva che i suoi discepoli seppero rappresentare.

Molti altri quadri che egli dipinse in S. Marco meritano di essere ricordati, l'Orazione nell'orto, il Battesimo, l'Incoronazione della Vergine, dove si ritrova l'ascendente di Dante, ed il suo Cristo in pellegrinaggio; ma basta di essi. Tutti dimostrano la stessa semplicità di mezzi, la medesima concezione fanciullesca e la più profonda religiosità. Persino i suoi colori, dove predominano il bianco, il celeste ed un rosso pallido, si devono chiamare fanciulleschi. Le sue figure più attraenti sono spesso quelle eseguite in piccolo, quasi in miniatura; esse sono molto graziose e di finezza ammirevole come, fra le altre, gli angeletti di uno schizzo di altare negli Uffizi e le figure sul reliquario di Santa Maria Novella.

Fra' Angelico morì a Roma il 18 marzo dell'anno 1455; Nicolò V che lo aveva chiamato colà per dipingere in Vaticano, gli fece erigere un monumento sepolcrale nella chiesa della Minerva.

L'epigrafe lo eguaglia ad Apelle, al quale hanno avuto l'onore di essere stati paragonati molti pittori. Egli è stato l'ultimo grande maestro della scuola di Giotto; i naturalisti Maselino e Masaccio posero fine ad essa e crearono l'indirizzo moderno della pittura. La scuola antica che conduceva alla rappresentazione del nudo coll'ammirazione delle forme della natura umana, doveva trovare il suo completo svolgimento nel Tiziano, in Giulio Romano, nel Correggio e nel Michelangelo.

Allora dal chiostro di S. Marco, che aveva trovato nel Fiesole un difensore così convinto della pittura religiosa, venne nuovamente una reazione contro la scuola moderna e paladino ne fu Savonarola.

Egli combattè i Medici che avevano promossa la scuola antica, appunto con le loro stesse armi. Essi avevano fondata l'Accademia platonica ed erano pieni di ammirazione per il paganesimo; ma Savonarola stesso era un mistico platonico, come lo erano Lorenzo, Pico, Poliziano, Marsilio Ficino e molti altri.

Il priore di S. Marco teneva delle prediche platoniche sull'essenza del bello e tuonava contro le nudità dell'arte appunto da quel pulpito, di fronte al quale erano la sepolture dei suoi amici Pico della Mirandola e Angelo Poliziano. Il Marchese riporta un discorso del Savonarola, nel quale questi considera il bello platonicamente come l'anima e l'idea del buono. In forza di questa teoria egli sollevò una guerra fanatica contro la scuola antica e le arti che, volte alle cose mondane, a parer suo, traviano la razza umana. La violenza della sua parola scosse molti artisti che sino ad allora avevano dipinto o scolpito allegramente, e si videro l'eccellente Sandro Botticelli, Cronaca, Robbia, Bartolomeo, Lorenzo di Eredi e molti altri abiurare pentiti il loro paganesimo ai piedi del priore. Solo Mariotto Albertinelli e lo strano Piero di Cosimo non si lasciarono turbare, e restarono pagani ed avversari convinti del Savonarola e della sua setta morale.

Il 21 febbraio 1497 furono portati, al suono delle trombe e dei tamburi, tutti gli emblemi della mondanità sulla piazza della città. Ivi fu eretto un albero con molti rami, ai quali furono attaccati i ritratti delle più belle fiorentine, capolavori della pittura, nudi bellissimi, sculture di divinità, libri di musica, arpe e liuti, cembali e violini, carte, abiti di seta e di velluto; gli oggetti più costosi d'oro e d'avorio, ed anche le poesie del Petrarca e del Boccaccio si videro appese a quei rami. Gli esecutori di questo tribunale fanatico, che doveva giudicare le umane vanità, avevano perquisite le case, ed erano anche stati loro consegnati timorosamente, ed a titolo di penitenza, liberamente oggetti d'arte ed oggetti preziosi d'ogni genere. Un negoziante veneziano che si trovava appunto a Firenze e che non aveva scrupoli sull'essenza morale del bello, venne nell'idea ragionevole che sarebbe stato meglio vendere questi oggetti così preziosi per il commercio, anzichè bruciarli. Egli offrì così per tutte quelle vanità mondane la modesta somma di 20,000 scudi. In seguito a ciò, la Signoria lo fece senz'altro prendere, mettere sopra una sedia e ritrattare da un pittore platonico e il suo ritratto fu posto in cima al rogo. Così fu bruciato quest'albero con tutti i suoi tesori, in mezzo al giubilo della folla. Ciò avvenne sulla piazza stessa, ove un anno dopo fu arso il grande fanatico.

La morte del Savonarola rese inconsolabili gli artisti, suoi adepti. Molti smisero di dipingere, tra i quali anche Baccio della Porta, che rinunziò al mondo in segno di cordoglio e prese nel 1500 la tonaca dei domenicani. Baccio, o Fra' Bartolomeo come si chiamò da allora, restò sei anni immerso nel dolore e non toccò i pennelli. Dipoi, si rinfrancò e cominciò le sue pitture religiose sulla esortazione dei suoi fratelli dell'ordine. Ciò avveniva al tempo, in cui Raffaello tornava per la seconda volta a Firenze. Egli strinse amicizia con Fra' Bartolomeo ed imparò da lui il disegno ed i colori; sotto l'ascendente di lui fu iniziata la sua Madonna del Baldacchino, mai terminata, nella quale si riscontra chiaramente lo stile di Bartolomeo. Questi si formò a sua volta sulla maniera di Michelangelo e di Leonardo da Vinci, e molto lontano dal dipingere nella maniera dolce e delicata del Fiesole, divenne precisamente in S. Marco l'opposto del suo predecessore. La scuola di Giotto era vinta. Bartolomeo dimostrò quanto lo studio della plastica avesse influito sulla pittura; le sue figure sono spesso grandiose come quelle di Michelangelo e quasi statuarie, come specialmente il suo evangelista Marco nella galleria Pitti.

Egli morì nell'anno 1517; ci ha lasciato un ritratto del Savonarola, che ci rende in modo caratteristico la figura fanatica di questo profeta del Rinascimento. Poichè per quanto alto fosse il volo dei pensieri di quest'uomo straordinario, egli rimase pur sempre un monaco e più precisamente un domenicano.

In quel tempo stesso, nel quale Fra' Bartolomeo dipingeva in S. Marco, giaceva prigione colà in una cella un altro fervente ammiratore del Savonarola, il pittore in miniatura Fra' Benedetto. Nulla si conosce delle pitture di quest'uomo singolare; egli ci ha però lasciato una poesia originale, che compose nella solitudine della sua prigione. Questa è la più vecchia poesia epica sul Savonarola, del quale racconta la vita e la morte. Il suo titolo è: «Il Cedro del Libano». Il Marchese l'ha recentemente pubblicata di nuovo: Il «Cedro del Libano, ovvero la vita di Girolamo Savonarola, descritta da Fra' Benedetto in Firenze nell'anno 1510». Molti coetanei hanno scritto la vita del Savonarola, dice il Marchese, come Burlamacchi ed il Conte Francesco di Mirandola, ma quantunque essi conoscessero Savonarola, non possono aver goduto la sua intimità e la sua amicizia, come fu concesso a Fra' Benedetto per tre anni, durante i quali egli convisse col maestro in S. Marco. Lo stesso Savonarola lo aveva vestito dell'abito dei domenicani e questo suo discepolo soffrì ed operò molto per lui, e lo difese dopo la sua fine con un amore ed una costanza che gli valsero dapprima l'esilio e dopo molti anni di prigionia nel suo chiostro; un uomo singolare, il tipo del quale può solo avere riscontro in quei paladini del medio evo, senza macchia e senza paura, che furono cantati in versi immortali dall'Ariosto e dal Tasso.

Con ragione il Marchese annette un'importanza storica a questa poesia, poichè essa riporta fedelmente gli avvenimenti, di cui l'autore fu spettatore nella maggior parte coi propri occhi; credo perciò che valga la pena di tradurne alcuni brani, non prima però di aver dato qualche notizia della vita del poeta semplice.